venerdì, gennaio 25, 2008
giovedì, gennaio 24, 2008
Divina Enfermera [4]

Ovvero: Amplissimo stralcio dell' intervista di Sabrina Cottone (Il Giornale di giovedì 24 gennaio 2008) alla ginecologa Alessandra Kustermann che negli anni settanta era una attivista femminista e propugnatriìce della legge sull'interruzuine di gravidanza, la quale spiega le motivazioni per cui aderisce pienamente alle nuove linee di indirizzo della Regione Lombardia per l’attuazione della legge 194: un nuovo limite all’aborto terapeutico fissato alla ventiduesima settimana più tre giorni di gravidanza; l'istituito di un Registro regionale degli aborti terapeutici, che (senza fare menzione dell’identità della donna) metterà a confronto la diagnosi prenatale con l’autopsia del feto abortito; un’équipe con la consulenza di uno psicologo o psichiatra (e non più solo un singolo medico) che avrà il compito di accertare quei gravi pericoli per la salute fisica o psichica della donna in base ai quali è autorizzato l’aborto oltre il terzo mese di gestazione.
La dottoressa Kustermann (animatrice dei circoli "pro Veltroni") che è la responsabile del servizio diagnosi neonatale dell'ospedale Mangiagalli sostiene che se per lei il nemico di trent’anni prima erano i ferri delle mammane, oggi è «la rupe Tarpea» della tentazione eugenetica:
La Cgil, Uscire dal silenzio, i radicali sono tutti contro le linee della Regione sull’aborto che lei ha contribuito a stendere. Non si sente in contraddizione con la sua storia?
«No, sono convinta che quel che ho fatto sia una difesa della 194 e non un attacco. Io non sono certo di destra e se ho accettato di collaborare è perché ritengo necessarie politiche trasversali per tentare di aiutare le donne a non abortire. Ricordo che lo Stato italiano tutela la vita fin dall’inizio, lo dice l’articolo 1 della 194 che non è una legge per l’aborto, ma per prevenire le gravidanze indesiderate».
Vuol dire che si sente più in sintonia con Formigoni che con certe posizioni della sinistra?
«I piani su cui ci muoviamo rispetto a Usciamo dal silenzio e Cgil sono diversi. Una cosa è dire: la 194 non si tocca. Altro è sostenere da tecnico e ginecologo che il testo della Regione è un indirizzo che facilita il mio lavoro come ginecologa. Inoltre forse la Cgil non sapeva che il ministro Turco ha reso pubblico il lavoro di una commissione di esperti che pone alla ventitreesima settimana l’epoca in cui bisogna dare cure ai neonati prematuri. Può esserci un errore di datazione della gravidanza e per questo la Lombardia ha fissato il limite di ventidue settimane più tre giorni».
Lei ha detto che a breve lo stesso limite potrebbe essere abbassato a ventuno settimane...
«Se ci saranno progressi scientifici certamente sì. Oggi a ventidue settimane in Italia la sopravvivenza è molto rara, ma in Giappone per esempio già ne sopravvivono un po’ di più. Il giorno in cui in Italia ne sopravviverà una quota rilevante, tipo il 5 o 10 cento, è ovvio che non si potrà più fare l’aborto a quell’epoca. Non c’è mica la rupe Tarpea, se con un aborto nasce un bimbo che nasce e piange non posso mica eliminarlo!».
Chi vuole la rupe Tarpea? Come risponde ai radicali che accusano le nuove norme lombarde di intimidire i medici abortisti?
«Non sanno ciò di cui parlano. È l’autonomia del medico a decidere. Se il feto non può sopravvivere non c’è limite all’aborto terapeutico. Chi non si occupa di questi problemi non si rende conto ma un feto abortito alla ventiduesima settimana, se è vitale, ha la stessa faccia di uno che nasce un mese dopo. E tu che fai, lo ignori? Respirano, urlano, poi vanno in affanno, se non gli dai nessuna assistenza possono impiegare fino a dodici ore prima di morire. Ma che cosa vogliono che facciamo, che li sopprimiamo? E non è certo interesse della madre un aborto terapeutico a 23 settimane se poi il neonato sopravvive con gravi handicap».
[...]È stato istituito un registro degli aborti terapeutici. Una schedatura utile?
«Esiste quasi in tutto il mondo il registro dei nati malformati: permette di migliorare l’accuratezza diagnostica perché controlli il tuo errore ed eventualmente lo correggi. In genere l’errore è in difetto di diagnosi, non in eccesso. Capita anche il contrario, come capitano le diagnosi incerte ma non è frequente. Per fortuna capitano molti pochi casi come quello di Careggi in cui un feto abortito perché ritenuto malformato in realta sarebbe stato un bimbo sano».
Come valuta che a decidere dell’aborto terapeutico adesso debba essere un’équipe con lo psicologo?
«Solo una donna su cinque chiede l’aborto dopo aver scoperto malformazioni del feto. La legge italiana non è eugenetica, parte dal dolore della donna, dalla sua depressione e della sua incapacità di affrontare la malformazione fetale. L’équipe è necessaria perché difficilmente puoi spiegare da solo una diagnosi prenatale del genere e il ruolo dello psicologo è di consulenza. È una scelta complessa per la donna ma pesante anche per il medico».

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martedì, gennaio 22, 2008
Breve ai Principi, V
Ovvero: "Gli disse allora Pilato: "Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?".
Rispose Gesù: "Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto."

A tutti coloro che hanno lamentato la mancanza di laicità nella politica italiana, additando l'ingerenza clericale , e disgustandosi per l'opportunismo ed il clericalismo della classe politica italiana che, rispondendo all'invito del "vicario del vicario" cardinal Ruini, in gran numero e prescindendo dalla propria personale conformazione ai dictat sulla fede e sulla morale di Santa Romana Chiesa, si sono presentati in Piazza San Pietro per l'Angelus di domenica 20 gennaio 2008 per significare la propria solidarietà a Benedetto XVI dopo la mancata visita all'Università della Sapienza, vorrei segnalare gli Stati Uniti d'America quale sommo modello di vera ed autentica laicità.
La medesima mattina di domenica 20 gennaio, nella città di Columbia nello Stato del South Carolina, Stato in cui si sarebbe dovuto scegliere il candidato denocratico per la Casa Bianca, la moglie di Barak Obama e la figlia di Hillary Clinton si sono presentate a lodare Iddio nella stessa chiesa la "Bible Way Church", una chiesa frequentata solo da afroamericani. La scelta manifestamente politica di mostrare la vicinanza dei due candidati democratici alla gente di colore è avvenuta a ridosso della ricorrenza del Martin Luther King Day, "la festa dei diritti civili" una festa nazionale che si celebra ogni anno il terzo lunedì di gennaio per commemorare il grande apostolo della lotta contro il razzismo e la discriminazione.
Forse se ci fosse un Eugenio Scalfari americano tuonerebbe dall'alto delle colonne di un suo editoriale che i Clinton e gli Obama sono degli ipocriti e degli schifosi che dovrebbero solo vergognarsi per aver deliberatamente usato la religione per accaparrarsi voti. Ma proprio perchè l'America è una Nazione laica nessuno si sognerebbe di inveire contro Michelle Obama Chelsea Clinton per le loro convinzioni religiose.
La "laicità" è quel principio politico-filosofico secondo cui le autorità religiose non hanno alcun potere nè pertanto il diritto in forza della loro potere spirituale di intervento diretto nell'amministazione dello Stato. Ma escludere il clero dall'esercizio del potere temporale non significa negare a Dio il potere di intervenire nella sfera temporale.
Laicità non è sinonimo di ateismo o di agnosticisno elevato al rango di religione di Stato.
A Bonifacio VIII cui gli ambasciatori di Filippo il Bello rimproveravano di aver sostenuto in una sua bolla che il Re di Francia era politicamente assoggettato al Papa, egli indignato rispose: "Quadraginta anni sunt, quod Nos sumus experti in iure, et scimus, quod duae sunt potestates ordinatae a Deo; quis ergo debet credere vel potest, quod tanta fatuitas, tanta insipientia sit vel fuerit in capite Nostro? Dicimus quod in nullo volumus usurpare iurisdictionem regis".
Pertanto la questione sulla laicità non è una disputa tra la fede e indifferentismo religioso, o clericalismo o non clericalismo, ma la formula della "sana laicità" stà nella capacità o meno di individuare, distinguere e separare i compiti e quindi le finalità della Chiesa e dello Stato.
In quella America dove c'è una assoluta separazione tra Stato e Chiesa e dove pertanto non c'è un "Concordato" con la Santa Sede nè "le intese" con le altre confessioni, dove pertanto non sarebbe nemmeno lontanamente immaginabile che sia direttamente lo Stato a distribuisce a nome dei cittadini il sostegno economico alle confessioni religiose, ma dove sono invece i cittadini a finanziare direttamente le istituzioni religiose, ecco che laicità significa che, in tutta libertà e con pieno diritto, gli uomini politici possono "strumentalizzare" Dio direttamente senza necessità di attaccarsi alla bianca sottana del Suo Vicario in Terra.
In tutti i culti monoteistici si rivolgono preghiere affinchè Dio protegga i governanti e custodisca la pace sociale perchè anche quando in uno "Stato laico" si è eliminata l'invadenza dei preti nella politica non si può eliminare invece l'etica dalla sfera pubblica. Non si può non teren conto del fatto che gli individui ed i gruppi che costituiscono la società civile abbiano delle convinzioni intorno a ciò che è "vero" e a quello che è non lo è, ciò che è "bene" e ciò che è "male", ciò che è "giusto" e ciò che è "sbagliato".
"Alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22, 21), cioè la distinzione tra Stato e Chiesa o, come dice il Concilio Vaticano II, l'autonomia delle realtà temporali.
Lo Stato non può imporre la religione, ma deve garantire la sua libertà e la pace tra gli aderenti alle diverse religioni; la Chiesa come espressione sociale della fede cristiana, da parte sua, ha la sua indipendenza e vive sulla base della fede la sua forma comunitaria, che lo Stato deve rispettare." (Deus Charitas).
Nella democratica e laica America nessuno voterebbe per qualcuno che dichiarasse apertamente di non credere in Dio, così come in Inghilterra nessun cittadino ateo sente minacciata la propria libertà dal fatto che Sua Maestà Britannica regni per diritto divino!
Nella conservazione e nella promozione del bene comune, pertanto, non si può negare ai governanti, e ai cittadini che li hanno scelti come propri rappresentanti, di ispirarsi ai propri personali principi etici o religiosi seppur nella nettissima distinzione tra peccato e reato. Soprattutto non si può negare ai cittadini e alle loro libere e legittime forme associative riconosciute legalmente dallo Stato stesso tra cui è anche "la Chiesa" di manifestare il proprio giudizio di valore: "vagliate ogni cosa e trattenete ciò che è buono" insegnava San Paolo.
La "Chiesa" come ogni comunità religiosa è un corpo sociale pienamente inserito nella più ampia società civile e ne fa parte legittimamente, la Chiesa non è un corpo estraneo, quasi un cancro sociale. Cinquant'anni di imperio democristiano dovrebbero essere la prova provata che nella Repubblica Italiana i cattolici non si sono comportati da pericolosi sudditi di un sovrano straniero!
Resiste però dilagante il pregiudizio "laico" secondo cui se un sedicente cattolico esprime un'opinione in sintonia col Magistero cattolico ciò vuol dire che il tale individuo non è in grado di ragionare con la propria testa.
Scriveva magnificamente il cardinal Newman: "L'accusa è questa: io, come cattolico, non solo dichiaro di aderire a dottrine a cui è impossibile che io creda col cuore, ma credo anche che sulla terra esista un potere che per sua volontà e a suo compiacimento impone qualsiasi nuova serie di 'credenda' per la sua pretesa infallibilità; ne consegue che io non sono più padrone dei miei pensieri, e che chissà se domani non mi tocchi rinunciare a quello che affermo oggi; necessariamente l'effetto di una tale condizione di spirito dev'essere una schiavitù degradante o un'amara ribellione interiore che si sfoga in'unincredulità segreta, o la necessità di abbandonare ogni pensiero religioso per una sorta di disgusto, affermando meccanicamente tutto ciò che dice la Chiesa".
Ragion per cui i "laici" sostenitori di una tale ipotesi considerano ogni pubblica dichiarazione della gerarchia ecclesiastica come la messa in opera di un plagio di fragili menti confuse.
La vera domanda ragionevole su cui interrogarsi "laicamente", pertanto non mi pare essere quella intorno al diritto del cardinal Bagnasco di additare "l´ignavia delle istituzioni" quanto piuttosto il diritto dei politici italiani di prendere posizione su temi prettamente religiosi.
Con quale autorità la Ministra della Salute Livia Turco dichiara ai mass media di non approvare la decisione di Benedetto XVI di celebrare la messa dando le spalle ai fedeli?
Con quale autorità la senatrice Manuela Palermi del Partito della Rifondazione Comunista emana una nota "teologica" a commento della lettera pastorale del Cardinale Tettamanzi alla diocesi di Milano?
La apprendista teologa Palermi infatti, che ritiene innammissibile che un cardinale come Bagnasco si faccia portavoce dei cattolici italiani, ritiene legittimo invece farsi portavoce dei fedeli e ringrazia "Dionigi il piccolo" a nome di tutti quei cattolici divorziati "che non si riconoscono nelle idee di intolleranza e chiusura dell'attuale Papa, che hanno fede e vogliono praticarla senza sentirsi peccatori. Dal cardinale Tettamanzi arrivano finalmente prime parole di comprensione e di pietà verso tante situazioni dolorose".
All'intervistatore che domandava di esprimere il suo autorevole parere sul ritono in auge del messale di San Pio V e del latino nella Chiesa Cattolica, il Patriarca di Mosca Alessio II ha risposto: "Penso che la questione della lingua liturgica e le relazioni tra le diverse componenti della Chiesa romano-cattolica siano questioni interne".

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domenica, gennaio 20, 2008
LA DIVINA PASTORA [6]

Sive: Historia Ecclesiastica Anglorum
Una curiosità tutta puritana nei confronti del Cattolicesimo è stata provocato dalla buona novella della pia sottomisione alla Chiesa Cattolica Romana dell'anglicano Tony Blair (ex primo ministro di Sua Maestà britannica) avvenuta a Londra il venerdì 21 dicembre 2007 per mezzo dell'Arcivescovo di Westminster il Cardinale Cormac Murphy-O'Connor nella di lui cappella privata del palazzo arcivescovile.
L'interesse si è rivolto più che altro sul responsabile per l'ecumenismo dell’arcidiocesi di Westminster meglio noto come "il Grande Convertitore" o "il cappellano delle celebrità": il cinquantenne francescano padre Michael Seed. Per suo tramite si sono convertite al cattolicesimo molte personalità assai note sul suolo britannico, nonchè aristocratici tra cui la Duchessa di Kent, parente stretta della "papessa" Elisabetta II.
Per i buoni uffici del "Father" francescano sono approdati tra le materne braccia di Santa Romana Chiesa molti pastori anglicani che non hanno accettato il sacerdozio femminile.
Intervistato ("the Indipendent", 15 gennaio 2008 ) padre Michael Seed ha dichiarato che adesso anche le "pretesse" anglicane passano alla Chiesa Cattolica Romana perché sono "trattate come spazzatura nella loro Chiesa".
Padre Seed ha "confessato" che lui personalmente ha ricevuto la professione di fede cattolica di due donne prete che hanno, così, preferito essere semplici laiche nella Chiesa di Roma che essere ministri del culto anglicano ma oggetto di "apartheid" da parte dei confratelli maschi! Anzi, secondo padre Michael Seed ci sarebbero molte altre donne prete che si sarebbero fatte cattoliche sulla spinta della "persecuzione" di cui erano vittima nella Chiesa d'Inghilterra:
"Ci sono altri preti cattolici che hanno avuto a che fare con casi simili. Le donne prete anglicane generalmente sono scioccate dal modo in cui vengono trattate. Questo non è il Terzo Segreto di Fatima. La persecuzione delle donne prete è ben nota tra i sacerdoti, i vescovi e i laici anglicani".

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venerdì, gennaio 18, 2008
Cardinali in vacanza (della Sede Apostolica) /4
Sive: Deus lo vult!

Al cardinale che in Conclave superi il quorum previsto per l'elezione a pontefice, è previsto che il Cardinale Decano (o in caso di qualche impedimento il cardinale più anziano nell'ordine dei cardinali vescovi), si prensenti davanti al suo scranno e gli pongano la fatale domanda: "Acceptasne electionem de te canonice factam in Summum Pontificem?" .
La legislazione ecclesiastica non prevede una "formula di rito" con cui il neoeletto debba manifestare la propria accettazione. Basterebbe un laico "si" ma spesso i neoeletti pontefici hanno preferito più diffusamente argomentare la volontà di accettare la tiara.
Come avvenne, che in quel pomeriggio del 19 aprile 2007 il Cardinal Ratzinger abbia argomentato il proprio si alla chiamata dello Spirito Santo per voce del Cardinale vicedecano Angelo Sodano , il neoeletto Benedetto XVI non lo ha rivelato, manifestando così tutto così il proprio spirituale pudore.
Mercoledì 19 dicembre 2007, è stato il Cardinale Michele Giordano (Arcivescovo emerito di Napoli), in occasione della presentazione del libro “Compromettiti con Dio. La rivoluzione di Benedetto XVI” (L’Orientale Editrice) del giornalista Francesco Antonio Grana, a svelare la formula usata dal Cardinale Joseph Ratzinger per l’accettazione del soglio pontificio da parte.
Innanzitutto il cardinal Giordanio ha testimoniato tutta la riluttanza del settantottenne Cardinal Decano alla sola idea di una propria candidatura alla successione di Giovanni Paolo II, infatti racconta il porporato:
“Prima che il Cardinale Ratzinger fosse eletto, siccome oramai si pensava già a lui, io, con la confidenza che avevo, mi sono avvicinato a lui e gli ho detto, avendo anch’egli superato i 75 anni che è l’età in cui noi andiamo a riposo, “ma se dovesse capitare qualche cosa a lei, mica ci fa qualche scherzo?”. Lui si turbò in volto e mi disse: “Eminenza, non posso, non posso accettare. Per favore, non pensate a me, non pensate a me”.
E poi dopo che il Conclave lo ha eletto, disse “Propter voluntatem Dei accepto”, con la serenità che gli veniva dal sapere che Dio lo aveva prescelto”.
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mercoledì, gennaio 16, 2008
L'allodola di Frisinga /8
Sive: "Initium Sapientiae Timor Domini"

"Il pericolo del mondo occidentale — per parlare solo di questo — è oggi che l'uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all'attrattiva dell'utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo.
Detto dal punto di vista della struttura dell'università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione — sollecita della sua presunta purezza — diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e — preoccupata della sua laicità — si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.
Con ciò ritorno al punto di partenza.
Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell'università?
Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà.
Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro."

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Nel nome di Allah, Clemente (Mastella) e Misericodioso! 4
Ovvero: C'erano con Lui i dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni. (Lc VIII, 2-3)Nel primo mattino di mercoledì 16 gennaio 2008 la signora Sandra Lonardo , la bella consorte del Ministo della Giustizia, senatore Clemente Mastella, nonchè essa stessa Onorevole Presidente del Consiglio regionale della Campania ha appreso, mercè gli organi di informazione, di essere stata posta agli arresti domiciliari dal giudice per le indagini preliminari di Santa Maria Capua Vetere, Francesco Chiaromonte, su richiesta del pubblico ministero Alessandro Cimmino. Il capo d'imputazione per l'onorevole signora Mastella è quella di "concussione" o per meglio dire "tentata concussione" sul direttore generale dell’ospedale di Caserta.
Appresa la trista notizia Sandra Mastella ha dichiarato "sconcertata" che ad ella non era inputabile alcuna macchia di peccato e, pertanto: "anche questo è l’amaro prezzo che, insieme a mio marito, stiamo pagando per la difesa dei valori cattolici in politica"!

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lunedì, gennaio 14, 2008
Pro Missa bene cantata [6]
Sive: De Mysterio Altariis
Tra le più suggestive innovazioni pastorali del pontificato wojtyliano è da iscriversi la somministrazione del battesimo ad alcuni pargoli nella Cappella Sistina per mano dello stesso pontefice nella Festa liturgica del Battesimo del Signore, ovvero la domenica successiva all'Epifania, con la quale si conclude il Tempo liturgico del Natale.Il sedici volte Benedetto nella domenica 13 gennaio dell'anno del Signore 2008 ha personalmente amministrato il battesimo a tredici pargoletti, prole di dipendenti vaticani, durante la celebrazione eucaristica propria della la Festa del battesimo di Cristo.
La messa è stata celebrata all'altare della Cappella Sistina, l'unico altare presente nella cappella, ai piedi del Giudizio michelangiolesco.
Benedetto XVI non ha celebrato messa all'altare "pre-conciliare" come si è detto da molti proprio perchè "in Sacello Sixtino" non v'è anche un altare post-conciliare.
Ma gli avversari di ogni tradizionalismo invocherebbero quale "accusatio manifesta" la stessa nota dell'ufficio delle cerimonie liturgiche che aveva tenuto a sottolinerare il motivo per cui non si è utilizzato un altare mobile: “Si è ritenuto di celebrare all’altare antico per non alterare la bellezza e l’armonia di questo gioiello architettonico, preservando la sua struttura dal punto di vista celebrativo e usando una possibilità contemplata dalla normativa liturgica. Ciò significa che in alcuni momenti il Papa si troverà con le spalle rivolte ai fedeli e lo sguardo alla Croce, orientando così l’atteggiamento e la disposizione di tutta l’assemblea”.
Or dunque, parrebbe proprio una "explicatio non petita" questo insistere di Monsignor Guido Marini sul fatto che la scelta di quale altare utilizzare per celebrare la messa è stata solo una questione di gusto estetico e di sensibilità scenografica. Dichiarazione più degne sulle labbra di un direttore museale quale Paolucci o di un regista come Zeffirelli che su quelle di un pio sacerdote la cui preoccupazione dovrebbe essere l'obbedienza alle norme liturgiche rinnovate dopo il Concilio Vaticano II.
In realtà e proprio questa immagine "glamour" che tutti i commentatori di cose vaticane hanno volutamente (e maliziosamente!) sottolineato del ristyling di monsignor Guido allo stile delle "cappelle papali" in Sacello Sixtino!
Si è velatamente descritto il nuovo Maestro delle Cerimonie quasi come un profano scenografo sul set di una fiction su Michelangelo, che "volta le spalle" alle autentiche esigenze di spiritualità dei fedeli del XXI secolo poichè tutto preso nell'architettare la propria pantomima del fasto rinascimentale.
Secondo l'orrida schiatta dei vaticanisti, la chiarificazione preventiva di Monsignor Marini sul fatto che Benedetto XVI avrebbe indossato solo e soltanto abiti appartenuti ad un papa postconcilare quale Giovanni Paolo II, che avrebbe celebrato una messa tutta rigorosamente in lingua italiana e secondo il messale postconciliare approvato da Paolo VI, parrebbe quasi il necessario contappasso -e al contempo la indiretta confessione- del proprio peccato di liturgica sensualità estetizzante.
In realtà ci troviamo tutti vittime in balìa dell'immensa ignoranza liturgica degli operatori dei mass media che discettano beatamente di cosa sia "tradizione pre-concilare" e di cosa invece sia "secondo il copione post-conciliare", cercando sempre di infondere nell'uomo qualunque l'impressione che egli sia sempre un cattolico più "adulto" e più di buon senso del papa stesso.

Se potessi parlarle faccia a faccia chiederei alla vaticanista del "Messaggero" cosa vuol dire che: "il Papa ha voluto adoperare infatti l'antico altare della Cappella, addossato al muro, e non più quello mobile caro a Giovanni Paolo II"?
Per quale motivo, secondo l'eminentissima Franca Giansoldati, Giovanni Paolo avrebbe manifestato speciali effusioni del proprio affetto a quell'altare mobile? Forse che il defunto pontefice lo nomini nel proprio testamento tra gli incontri fondamentali della propria missione evangelizzatrice o lo citi nelle proprie memorie tra i più validi aiuti degli anni del proprio servizio petrino?
Forse la signora Giansoldati dovrebbe al fine convenire che: Giovanni Paolo II nè per l'altare mobile nè per quello stabile nutrisse un particolare trasporto emotivo. Papa Wojtyla celebrò nella cappella Sistina in entambi i modi, ovvero nel modo che piacque e parve più opportuno ai suoi tre maestri delle cerimonie, poichè entrambi i modi di celebrare sono validi, opportuni ed ammessi.
Non vi è alcun obbligo di celebrare "verso il popolo"!
La costituzione "Sacrosantum Concilium" (con cui i duemila e cinquecento vescovi partecipanti al Concilio Vaticano II decretarono il rinnovamento liturgico) della posizione dell'altare non si occupa minimamente.
Il successivo documento "Inter Oecumenici" del 1964, emanato dalla commissione addetta all'attuazione della riforma liturgica, al numero 91 recita: "Nella chiesa vi sia di norma l’altare fisso e dedicato, costruito ad una certa distanza dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo". La norma riguardava l'arredo delle chiese nuove invece, per un generale spirito di aggiornamento, molti antichi altari furono abbattuti per erigerne dei nuovi oppure, dove le circostanze (e le Belle Arti) non lo permisero, gli ecclesiastici semplicemente volsero le spalle agli altari di marmo per poter celebrare in perpetuo su tavolini di legno poichè si ritenne che il modo migliore acchè "tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche" (come aveva comandato il Concilio) fosse quello di celebrare la messa guardando in faccia i fedeli.
Il cardinale Giacomo Lercaro presidente del Consilium per la riforma liturgica, che poi dovette dimettersi perchè accusato da eminentissimi colleghi di essere fautore di una liturgia troppo progressista (e "modernista"), in una lettera indirizzata ai capi delle Conferenze episcopali, datata 25 gennaio 1966, riguardo al rinnovamento degli altari scrisse che: «per una liturgia vera e partecipe, non è indispensabile che l’altare sia rivolto versus populum: nella messa, l’intera liturgia della parola viene celebrata dal seggio, dall’ambone o dal leggio, quindi rivolti verso l’assemblea; per quanto riguarda la liturgia eucaristica, i sistemi di altoparlanti rendono la partecipazione abbastanza possibile. In secondo luogo si dovrebbe pensare seriamente ai problemi artistici e architettonici essendo questi elementi protetti in molti Paesi da rigorose leggi civili».
Se un generalizzato riposizionamento degli altari ci fu nel post-concilio non fu pertanto dovuto ad una necessità insita nella struttura del nuovo rito della messa approvato da Paolo VI nel 1969 ma, piuttosto, fu motivato dalla volontà dalle gerarchie ecclesiastiche di uniformare all'occhio del volgo (profano o meno) l'apparato più esteriore del rito liturgico.
Come negli anni sessanta anche oggi l'intelligentzia si pone il problema di dover spiegare all'uomo qualunque, al non credente che fatalmente di ogni liturgia si burla, al cattolico distratto che non si ricorda nemmeno con quale mano si fa il segno della croce, ecco che a tutti costoro ci si cruccia di spiegare -e rassicurare!- che se il Papa "ha voltato le spalle ai fedeli" questo però non significa, giammai, che il Papa voglia "arrivare alla negazione del modello di Chiesa e di popolo di Dio che il Concilio ha voluto"!
Perchè tanto inutile sfoggio di birignao ecclesialese invece di dire papale-papale che ciò che ha fatto Benedetto XVI (ed il suo "mestro") in materia liturgica non è un'eccezione (o peggio un sopruso!) ma che egli ha obbedito alle norme proprie del Rito Romano in vigore?
Nessuno pertanto ha dato la grande notizia: in data 13 gennaio 2008 il Novus Ordo di Paolo VI è uscito dallo stato di minorità!
I Sommi Pontefici hanno benedetto e "canonizzato" la riforma liturgica, l'hanno difesa ed incoraggiata, guidata, hanno tollerato bizzarrie ed esagerazioni con l'animo guardingo con cui si indulge sulle giovanili intemperanze della propria creatura amatissima ma d'ora in poi in Vaticano ogni lettura ideologica del Nuovo Messale Romano, quale segno e strumento della discontinuità tra la "nuova" Chiesa del Concilio nei confronti della Chiesa della Controriforma, non verrà più tollerata.
Il sedici volte Benedetto celebrando in pubblico "rivolto verso il Signore" ha voluto sottolineare che "la costante cura dei Sommi Pontefici per il culto divino" non darà più giustificazioni ad ogni novità rituale che venga introdotta per il presunto bene della "attiva partecipazione" dei fedeli alla liturgia.

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sabato, gennaio 12, 2008
DEVOTIO MODERNA [10]
1. La Monnezza ha corpo come noi?
La Monnezza non ha corpo come noi, ma è purissimo puzzo.
2. Dov'è la Monnezza?
La Monnezza è in cielo, in terra e in ogni luogo:
Essa è immensa.
3.La Monnezza è sempre stata?
la Monnezza è sempre stata e sempre sarà: Essa è eterna.

Ovvero: "In verità, in verità vi dico: procuratevi amici con la disonesta Monnezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne."

Di fronte all'emergenza rifiuti che ha "sommerso" Napoli e la Campania tutta, la Conferenza Episcopale campana ha emanato in data 10 gennaio 2008 un acconcio documento al fine di far giungere ai fedeli la propria "ecclesialese" parola apportatrice di conforto:
"...Mai dobbiamo perdere la speranza; anzi dobbiamo reciprocamente incoraggiarci a nutrirla perché fondata nel «Dio vivente che è il Salvatore di tutti gli uomini» (1Tm 4, 10).
Quando, come accade in questi giorni, certe emergenze si mostrano in tutta la loro drammaticità non soltanto come effetti di mancate o errate scelte, o di precise responsabilità, ma anche come il frutto dei nostri stili di vita iperconsumistici; quando emerge tragicamente il risultato non soltanto di determinate pratiche sociali inadeguate o di omissioni colpevoli, ma anche di peccati da noi commessi; quando i nostri occhi e i nostri sensi sono costretti a vedere e percepire tutto questo, noi non possiamo, comunque, perdere la speranza e la fiducia.
Ma non possiamo neppure fingere di non vedere e interpretare quelli che appaiono dei segnali concreti ed evidenti, non soltanto di un inquinamento ambientale, bensì di un più profondo inquinamento interiore e, forse, di un possibile e deprecabile degrado morale.
Sentiamo, perciò, ancora più vivo e forte, il legame al nostro territorio, alla nostre coste ed ai nostri mari, alle nostre terre ed alle nostre falde acquifere, alle nostre città ed alle nostre case, alla nostra geologia profonda ed alle nostre bellezze di superficie, di cui il Creatore ci ha arricchito sia in senso spirituale che materiale. Ma, nello stesso tempo, non possiamo non riconoscere di aver offeso, a volte, la verità, la retta ragione, l’amore; di aver commesso peccato, dal momento che ogni peccato «è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana» (Catechismo Chiesa Cattolica, 1849).
I tanti errori individuali stanno purtroppo diventando delle vere e proprie strutture di peccato, di cui siamo singolarmente responsabili, allorché prendiamo drammaticamente atto: di aver cooperato agli errori degli altri, prendendovi parte direttamente e volontariamente; di non averli denunciati o non impediti, quando invece saremmo stati tenuti a farlo; o infine, addirittura quando abbiamo protetto coloro che commettono il male...
...«Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12, 15). Le forme di amara ed acuta sofferenza delle nostre popolazioni che, a motivo di rifiuti non degradabili seppelliti sotto terra e di montagne di rifiuti davanti ai loro occhi, non vedono futuro per la propria salute e per il proprio territorio; il rammarico e l’afflizione di coloro che, pur volendolo, non sanno cosa fare di fronte alle tante emergenze; l’esasperazione dei cittadini di fronte ai cronici ritardi nelle soluzioni tecniche e politiche, pur possibili: queste lacrime vogliamo oggi condividere con voi, sorelle e fratelli, rivolgendo grida e suppliche, nella preghiera individuale e in quella liturgica che, da ogni parte ed in ogni momento, si stanno elevando, per Cristo, alla Trinità santissima nelle nostre rispettive Diocesi."
Dopo tanto straziante deprecazione l'Episcopato Campano vuol pur anco elargire al lettore un'ironico intermezzo:
"Sappiamo che la nostra gente possiede le capacità per trasformare anche questa emergenza in strategie creative e risolutive dei problemi..."
In conclusione, parrebbe chiaramente emergere dal presente documento che , messi di fronte alla scandalosa gestione che della monnezza hanno fatto i pubblici amministratori campani da oltre un decennio, i Vescovi della Campania si siano resi finalmente conto con intimo dolore che dello sfacelo della Campania si può incolpare innanzitutto la Chiesa Cattolica che in questi anni ha sottolineato l'ingiustizia sociale, molto ha parlato di condanna della Camorra e di lotta all'illegalità ma assai poco ha predicato la buona novella dell'ambientalismo, e di questo, la Chiesa santa di Dio che è in Campania, si propone di fare Mea Culpa:
"Come Pastori, siamo preoccupati che i valori della pace, della giustizia e del rispetto per il creato – temi fondanti della dottrina sociale cristiana – sono a volte ridotti a dei riferimenti a stento presenti, se non del tutto assenti, anche nell’ordinarietà della vita dei credenti."
E di conseguenza: "La stessa Commissione episcopale regionale “Giustizia Pace e Salvaguardia del Creato” non mancherà di predisporre, in collaborazione con la Facoltà di Teologica dell’Italia Meridionale e gli Istituti Superiori di Scienze religiose campani, opportuni contenuti e metodi per specifici itinerari formativi e catechetici, affinché tutti siano messi in grado di dare un informato apporto agli attuali temi della cosiddetta “agenda sociale” e, in particolare, in questi giorni, alla cura dell’ambiente e alla salvaguardia del creato. Le analoghe Commissioni diocesane aiuteranno le nostre comunità a essere maggiormente attente a quelle situazioni socialmente ed eticamente “sensibili”...
...Vi benediciamo nel nome della Santissima Trinità, invocando su tutti noi e sulle nostre terre l’intercessione di Maria, “Madre del Salvatore” e “Madre del Creatore”."
Tutti, orsù dunque, si uniscano alle preci alla Madre del Creatore affinche, quanto prima dal cratere del Vesuvio, Iddio stesso voglia far piovere sul territorio partenopeo quelle ceneri eruttive, simbolo eloquente di quell'auspicato clima penitenziale, sommersi dalla quale poter piangere con piena contrizione il frutto maleodorante dei propri consumi non eticamente "sensibili"!
O clemente,
o pia,
o dolce Vergine Maria!

Etichette: Devotio moderna
giovedì, gennaio 10, 2008
Amicus Plato sed magis amica Santippe, VI
Sive: Initium Sapientiae Timor Domini.

Durante la riunione del Senato Accademico dell'Università La Sapienza di Roma avvenuta in data 23 ottobre 2007 il Rettore Magnifico Renato Guarini comunicò che il successivo venerdì 30 novembre si sarebbe svolta nell'Aula Magna del Rettorato l'inaugurazione dell'anno accademico 2007-2008 (il settecentocinquesimo dalla fondazione). A conclusione della cerimonia, annunciò il rettore, Papa Benedetto XVI avrebbe offerto all'eletto uditorio una "lezione magistrale"!
Ma poichè a differenza del buon Giovanni Paolo II il sedici volte Benedetto non è paralizzato su una sedia a rotelle e non ha la mandibola atrofizata cosicchè egli non si esprime solo con poche biascicate parole ma riesce ad enunciare, col suo teutonico eloquio, ragionamenti articolati e ben argomentati, ecco che: alcuni illuminati docenti dello Studium Urbis si sono garibaldinamente ribellati all'ingerenza clericale nell'università fondata da Papa Bonifacio VIII.
Il "magnifico" Renato Guarini ha pertanto dovuto prendere dei provvedimenti per minimizzare le proteste degli spiriti liberi; ragion per cui la cerimonia d'inaugurazione è stata posticipata al 17 gennaio 2008 ma secondo una acconcia nota emanata dall'ateneo romano non a causa delle grottesche professioni di ghibellinismo di parte del corpo accademico ma esclusivamente per sovrana disposizione pontificia: "Benedetto XVI, che intendeva compiere una visita pastorale alla Sapienza, ha espresso la volontà di incontrare la comunità universitaria in questa particolare occasione"!
La cerimonia prevede la consueta relazione introduttiva del Magnifico Rettore alla quale seguiranno gli interventi del rappresentate degli studenti e di quello del personale tecnico amministrativo. La lectio magistralis “Pena senza morte” sarà pronunciata dal professor Mario Caravale, docente di storia del diritto italiano, alla presenza del sindaco di Roma Walter Veltroni e del ministro dell’Università e della ricerca Fabio Mussi.
Solo al termine della "laica" cerimonia ufficiale ("Un Papa che incarna uno dei poteri forti che fa di interiorizzazioni millenarie e moraliste la sua battaglia cattopolitica, rendendosi artefice di un forte arretramento culturale. Un Papa che, condannando secoli di crescita scientifica e culturale, afferma dogmi anacronistici quali il creazionismo, attacca il libero pensiero scientifico e ci propone l'eterosessualità obbligata. Un Papa che vorrebbe relegare la donna ai soli ruoli di madre e moglie": un Papa non certo peggiore di tanti altri, insomma) potrà fare il suo ingresso in quell'Aula Magna, divenuta per un giorno il catafalco dell'orgoglio laico, per rivolgere "un saluto ai presenti, senza in alcun modo influenzare -percaritàddiddio!-lo svolgimento della cerimonia accademica"!
Che con la sua sola presenza Benedetto XVI possa mettere in crisi "la santità" dell'accademica cerimonia? Di che avevano paura le autoproclamatisi vestali della scienza e del progresso illuministico? Forse che Benedetto XVI con la sola imposizione delle mani facesse saltare l'impianto di amplificazione, con le sue giagulatorie provocare la combustione spontanea delle toghe dei magnifici professori, o che alzando la mano benedicente facesse crollare il mastodontico (e fascistissimo) affresco di Mario Sironi per farvi apparire miracolosamente una crocifissione del Beato Angelico?
Il sedici volte Benedetto offrirà, pertanto, il suo saluto ("a cose fatte") alla comunità universitaria che lo ha "accolto". Si è detto, poi, che il "suo saluto" sarebbe stato anche "una sua riflessione" e nel programma definitivo si parla di "Discorso".
Orbene, dopo queste baronali forche caudine il sedici volte mite e pio Benedetto lascerà quel laico palcoscenico per ritirarsi nella Cappella Universitaria "restaurata di recente" (leggasi: ritinteggiata in fretta e furia per l'occasione) che si trova in un angolo appena all'ingresso della Città Univesitaria, ben lungi dall'edificio del Rettorato.
Ivi , si spera in un clima catacombale, il Papa dovrebbe incontrare quel risicato gruppo di giovani universitari, gli unici dell'Ateneo la cui ragione non è ancora uscita dallo stato di minorità, i quali ancora credono che sia il sole a girare attorno alla Terra, che ovviamente per loro è piatta.
Difficile giustificare proprio nel nostro mondo così pluralista e globalizzato il rifiuto nell'ascoltare la riflessione sapienziale di un antico professore divenuto leader di una delle religioni più numerose al mondo! Che sgarbo di risonanza mondiale sarebbe stato il contestare la presenza nell'Ateneo del Dalai Lama (che non è esattamente la reincarnazione di Auguste Compte)! Invece c'è addirittura chi ritiene la presenza del Papa “improvvida e lesiva dell’immagine de La Sapienza nel mondo”!
Non si può, per giunta, far finta di ignorare che il Papa è il Vescovo di Roma pertanto, essendo l'università La Sapienza ubicata in Roma, la sovranità spirituale del pontefice si estende legittimamente anche all'interno del perimetro della città universitaria.
Quante e quali sarebbero le credenze anti-scientifiche ed anti-progressiste che Benedetto XVI possiede in numero maggiore rispetto ai suoi predecessori da renderlo indegno di varcare i propilei della Sapienza che furono invece varcati da Paolo VI nel 1964 e da Paolo II nel 1991? Quali novelli dogmi antiscientifici sono stati, di Grazia, nel frattempo coniati dal Cattolicesimo?
Il Pontefice entrando nel "tempio" della Dea Ragione non potrà certo col solo suo rammentare la dottrina scolastica dei "preambula fidei" far crollare i pregiudizi antidogmatici degli eruditi di quella candida rosa! E' proprio così tanta la paura ( e la rabbia) al pensiero che il lineare argomentare ratzingeriano possa far collassale nelle fragili menti degli studenti universitari gli illuministici baluardi dello spirito critico?
Davvero, dai membri del mondo accademico romano, non possono essere rivolte al Vicario di Cristo se non indegne e volgari polemiche le quali altro non possono fare che risultare dannose della reputazione di chi ha ricevuto una istruzione "superiore"?

Esempio illuminante della protesta accademica contro la "benedetta" visita delo papa presso l'ateneo romano è la lettera aperta al "magnifico" Guarini dei sassantatrè "sapientini" della facoltà di Fisica che, pertanto manifestano di difettare assai di "spirito":
"Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella citta di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un'affermazione di Feyerabend: «All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto». Sono parole che, in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all'avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci offendono e ci umiliano.
In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l'incongruo evento possa ancora essere annullato.
Le porgiamo doverosi saluti,
Gabriella Augusti Tocco, Luciano M. Barone, Carlo Bernardini, Maria Grazia Betti, Enrico Bonatti, Maurizio Bonori, Federico Bordi, Bruno Borgia, Vanda Bouche', Marco Cacciani, Francesco Calogero, Paolo Calvani, Paolo Camiz, Mario Capizzi, Antonio Capone, Sergio Caprara, Marzio Cassandro, Claudio Castellani, Flippo Cesi, Guido Ciapetti, Giovanni Ciccotti, Guido Corbo', Carlo Cosmelli, Antonio Degasperis. Francesco De Luca, Francesco De Martini, Giovanni Destro-Bisol, Carlo Di Castro, Carlo Doglioni, Massimo Falcioni, Bernardo Favini, Valeria Ferrari, Fernando Ferroni, Andrea Frova, Marco Grilli, Maria Grazia Ianniello, Egidio Longo, Stefano Lupi, Maurizio Lusignoli, Luciano Maiani, Carlo Mariani, Enzo Marinari, Paola Maselli, Enrico Massaro, Paolo Mataloni, Mario Mattioli, Giovanni Organtini, Paola Paggi, Giorgio Parisi, Gianni Penso, Silvano Petrarca, Giancarlo Poiana, Federico Ricci Tersenghi, Giovanni Rosa, Enzo Scandurra, Massimo Testa, Brunello Tirozzi, Rita Vargiu, Miguel A. Virasoro, Angelo Vulpiani, Lucia Zanello."

Etichette: Angustias, Onde Cristo è Romano
sabato, dicembre 29, 2007
Pro Missa Bene Cantata [5]
Sive: Non nobis! non nobis Domine! sed Nomini Tuum da gloriam!
Monsignor Piero Marini (presidente del pontificio comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali) che dal 1987 al 2007 è stato il "Maestro delle Cerimonie pontificie" cioè l'organizzatore ed il regista per vent'anni di tutte le cerimonie religiose presiedute da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, da "principe dei liturgisti", quale egli si considera, ha messo per iscritto le proprie riflessione sullo "spirito della liturgia".
Dato alle stampe (curiosamente) solo in lingua inglese per i tipi della Liturgical Press, "A challenging Reform" cioè "Una riforma che pone sfide", in data 14 dicembre 2007 in quel di Londra, del tomo è stata fatta solenne presentazione presso la residenza ufficiale del cardinale arcivescovo di Westminster, alla presenza dell'autore e dello stesso padrone di casa cardinal Murphy O’Connor e di una pletora di eccellentissimi ecclesiastici.

Nel suo intervento Monsignor Piero Marini ha sostenuto "la temeraria dottrina" secondo la quale: i padri conciliari del Vaticano II approvando prima di ogni altro documento la costituzione liturgica "Sacrosantum Concilium" lo fecero perchè per loro «la riforma liturgica non era intesa o applicata solo come riforma di alcuni riti» ma «la base e l’ispirazione degli obiettivi per cui il Concilio era stato convocato».

Joseph Ratzinger, che al Concilio Vaticano II partecipò come teologo personale del cardinale Joseph Frings, arcivescovo di Colonia, descrive in modo molto diverso il perchè si decise di iniziare i dibattiti conciliari con lo schema sulla liturgia. Il "rinnovamento liturgico" era considerato -in primis dalla Curia Romana- l'argomento in assoluto che avrebbe creato meno scontro e polemiche tra i padri conciliari:
"Il Papa aveva indicato solo in termini molto generali la sua intenzione riguardo al Concilio lasciando ai Padri uno spazio quasi illimitato per la concreta configurazione: la fede doveva tornare a parlare a questo tempo in modo nuovo, mantenendo pienamente l’identità dei suoi contenuti, e, dopo un periodo in cui ci si era preoccupati di fare definizioni restando su posizioni difensive, non si doveva più condannare, ma “usare la medicina della misericordia”. C’era, certo, un tacito consenso circa il fatto che la Chiesa sarebbe stato il tema principale dell’adunanza conciliare, che in tal modo avrebbe ripreso e portato a termine il cammino del concilio Vaticano I, precocemente interrotto a causa della guerra franco-prussiana del 1870. I cardinali Montini e Suenens predisposero dei piani per un impianto teologico di vasto respiro dei lavori conciliari, in cui il tema “Chiesa” doveva essere articolato nelle questioni “Chiesa ad intra” e “Chiesa ad extra”.
La seconda articolazione tematica doveva permettere di affrontare le grandi questioni del presente dal punto di vista del rapporto Chiesa-mondo.
Per la maggioranza dei padri conciliari la riforma proposta dal movimento liturgico non costituiva una priorità, anzi per molti di loro essa non era nemmeno un tema da trattare. Per esempio, il cardinale Montini, che poi come Paolo VI sarebbe divenuto il vero papa del Concilio, presentando una sua sintesi tematica all’inizio dei lavori conciliari aveva detto con chiarezza di non riuscire a trovare qui alcun compito essenziale per il Concilio. La liturgia e la sua riforma erano divenute, dalla fine della prima guerra mondiale, una questione pressante solo in Francia e in Germania, e più precisamente nella prospettiva di una restaurazione la più pura possibile dell’antica liturgia romana; a ciò si aggiungeva anche l’esigenza di una partecipazione attiva del popolo all’evento liturgico. Questi due paesi, allora teologicamente in primo piano (a cui bisognava ovviamente associare il Belgio e l’Olanda), nella fase preparatoria erano riusciti a ottenere che venisse elaborato uno schema sulla sacra liturgia, che si inseriva piuttosto naturalmente nella tematica generale della Chiesa. Che, poi, questo testo sia stato il primo a essere esaminato dal Concilio non dipese per nulla da un accresciuto interesse per la questione liturgica da parte della maggioranza dei Padri, ma dal fatto che qui non si prevedevano grosse polemiche e che il tutto veniva in qualche modo considerato come oggetto di un’esercitazione, in cui si potevano apprendere e sperimentare i metodi di lavoro del Concilio.
A nessuno dei Padri sarebbe venuto in mente di vedere in questo testo una “rivoluzione”, che avrebbe significato “la fine del medioevo”, come nel frattempo alcuni teologi hanno ritenuto di dover interpretare. Il tutto, poi, era visto come una continuazione delle riforme avviate da Pio X e portate avanti, con prudenza, ma anche con risolutezza, da Pio XII. Le norme generali come “i libri liturgici siano riveduti quanto prima” (n. 25) intendevano appunto dire: in piena continuità con quello sviluppo che vi è sempre stato e che con i pontefici Pio X e Pio XII si è configurato come riscoperta delle classiche tradizioni romane. Ciò comportava naturalmente anche il superamento di alcune tendenze della liturgia barocca e della pietà devozionale del secolo XIX, promuovendo una sobria sottolineatura della centralità del mistero della presenza di Cristo nella sua Chiesa.
In questo contesto non sorprende che la “messa normativa”, che doveva subentrare all’Ordo missae precedente, e di fatto poi vi subentrò – venne respinta dalla maggioranza dei Padri convocati in un sinodo speciale nel 1967.
Che poi, alcuni (o molti?) liturgisti, che erano presenti come consulenti, avessero fin dal principio intenzioni che andavano molto più in là, oggi lo si può dedurre da certe loro pubblicazioni; sicuramente, essi però non avrebbero avuto il consenso dei Padri conciliari a questi loro desideri. In ogni caso di essi non si parla nel testo del Concilio, anche se in seguito si è cercato di trovarne a posteriori le tracce in alcune delle norme generali.
Il dibattito sulla liturgia fu tranquillo e procedette senza vere tensioni. Vi fu, invece, uno scontro drammatico quando venne presentato per la discussione il documento sulle fonti della rivelazione."
Monsignor Piero Marini (presidente del pontificio comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali) che dal 1987 al 2007 è stato il "Maestro delle Cerimonie pontificie" cioè l'organizzatore ed il regista per vent'anni di tutte le cerimonie religiose presiedute da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, da "principe dei liturgisti", quale egli si considera, ha messo per iscritto le proprie riflessione sullo "spirito della liturgia".
Dato alle stampe (curiosamente) solo in lingua inglese per i tipi della Liturgical Press, "A challenging Reform" cioè "Una riforma che pone sfide", in data 14 dicembre 2007 in quel di Londra, del tomo è stata fatta solenne presentazione presso la residenza ufficiale del cardinale arcivescovo di Westminster, alla presenza dell'autore e dello stesso padrone di casa cardinal Murphy O’Connor e di una pletora di eccellentissimi ecclesiastici.

Nel suo intervento Monsignor Piero Marini ha sostenuto "la temeraria dottrina" secondo la quale: i padri conciliari del Vaticano II approvando prima di ogni altro documento la costituzione liturgica "Sacrosantum Concilium" lo fecero perchè per loro «la riforma liturgica non era intesa o applicata solo come riforma di alcuni riti» ma «la base e l’ispirazione degli obiettivi per cui il Concilio era stato convocato».

Joseph Ratzinger, che al Concilio Vaticano II partecipò come teologo personale del cardinale Joseph Frings, arcivescovo di Colonia, descrive in modo molto diverso il perchè si decise di iniziare i dibattiti conciliari con lo schema sulla liturgia. Il "rinnovamento liturgico" era considerato -in primis dalla Curia Romana- l'argomento in assoluto che avrebbe creato meno scontro e polemiche tra i padri conciliari:
"Il Papa aveva indicato solo in termini molto generali la sua intenzione riguardo al Concilio lasciando ai Padri uno spazio quasi illimitato per la concreta configurazione: la fede doveva tornare a parlare a questo tempo in modo nuovo, mantenendo pienamente l’identità dei suoi contenuti, e, dopo un periodo in cui ci si era preoccupati di fare definizioni restando su posizioni difensive, non si doveva più condannare, ma “usare la medicina della misericordia”. C’era, certo, un tacito consenso circa il fatto che la Chiesa sarebbe stato il tema principale dell’adunanza conciliare, che in tal modo avrebbe ripreso e portato a termine il cammino del concilio Vaticano I, precocemente interrotto a causa della guerra franco-prussiana del 1870. I cardinali Montini e Suenens predisposero dei piani per un impianto teologico di vasto respiro dei lavori conciliari, in cui il tema “Chiesa” doveva essere articolato nelle questioni “Chiesa ad intra” e “Chiesa ad extra”.
La seconda articolazione tematica doveva permettere di affrontare le grandi questioni del presente dal punto di vista del rapporto Chiesa-mondo.
Per la maggioranza dei padri conciliari la riforma proposta dal movimento liturgico non costituiva una priorità, anzi per molti di loro essa non era nemmeno un tema da trattare. Per esempio, il cardinale Montini, che poi come Paolo VI sarebbe divenuto il vero papa del Concilio, presentando una sua sintesi tematica all’inizio dei lavori conciliari aveva detto con chiarezza di non riuscire a trovare qui alcun compito essenziale per il Concilio. La liturgia e la sua riforma erano divenute, dalla fine della prima guerra mondiale, una questione pressante solo in Francia e in Germania, e più precisamente nella prospettiva di una restaurazione la più pura possibile dell’antica liturgia romana; a ciò si aggiungeva anche l’esigenza di una partecipazione attiva del popolo all’evento liturgico. Questi due paesi, allora teologicamente in primo piano (a cui bisognava ovviamente associare il Belgio e l’Olanda), nella fase preparatoria erano riusciti a ottenere che venisse elaborato uno schema sulla sacra liturgia, che si inseriva piuttosto naturalmente nella tematica generale della Chiesa. Che, poi, questo testo sia stato il primo a essere esaminato dal Concilio non dipese per nulla da un accresciuto interesse per la questione liturgica da parte della maggioranza dei Padri, ma dal fatto che qui non si prevedevano grosse polemiche e che il tutto veniva in qualche modo considerato come oggetto di un’esercitazione, in cui si potevano apprendere e sperimentare i metodi di lavoro del Concilio.
A nessuno dei Padri sarebbe venuto in mente di vedere in questo testo una “rivoluzione”, che avrebbe significato “la fine del medioevo”, come nel frattempo alcuni teologi hanno ritenuto di dover interpretare. Il tutto, poi, era visto come una continuazione delle riforme avviate da Pio X e portate avanti, con prudenza, ma anche con risolutezza, da Pio XII. Le norme generali come “i libri liturgici siano riveduti quanto prima” (n. 25) intendevano appunto dire: in piena continuità con quello sviluppo che vi è sempre stato e che con i pontefici Pio X e Pio XII si è configurato come riscoperta delle classiche tradizioni romane. Ciò comportava naturalmente anche il superamento di alcune tendenze della liturgia barocca e della pietà devozionale del secolo XIX, promuovendo una sobria sottolineatura della centralità del mistero della presenza di Cristo nella sua Chiesa.
In questo contesto non sorprende che la “messa normativa”, che doveva subentrare all’Ordo missae precedente, e di fatto poi vi subentrò – venne respinta dalla maggioranza dei Padri convocati in un sinodo speciale nel 1967.
Che poi, alcuni (o molti?) liturgisti, che erano presenti come consulenti, avessero fin dal principio intenzioni che andavano molto più in là, oggi lo si può dedurre da certe loro pubblicazioni; sicuramente, essi però non avrebbero avuto il consenso dei Padri conciliari a questi loro desideri. In ogni caso di essi non si parla nel testo del Concilio, anche se in seguito si è cercato di trovarne a posteriori le tracce in alcune delle norme generali.
Il dibattito sulla liturgia fu tranquillo e procedette senza vere tensioni. Vi fu, invece, uno scontro drammatico quando venne presentato per la discussione il documento sulle fonti della rivelazione."
giovedì, dicembre 27, 2007
CASTRUM DOLORIS XII

Entrando nella (già "patriarcale") Basilica romana di Santa Maria Maggiore, definita molto suggestivamente quale "il più antico santuario dela Madre di Dio in Occidente", si è presi dalla profonda impressione di star respirando un'arcaico profumo di cristiana devozione che quasi trasuda dai marmi secolari impregnati dall'incenso delle liturgie che, nell'augusta e più solenne Aula Regia edificata in onore della Madre di Dio nell'Urbe, quotidianamente si susseguono da quando, intorno all'anno 440, la basilica fu donata "al popolo di Dio" per opera della devozione mariana di papa Sisto III (come si legge al vertice del mosaico dell'arco trionfale).
La motivazione prossima dell'erigenda basilica fu quella di rimarcare da parte della Chiesa di Roma la dichiarazioni dogmatiche del Concilio di Efeso del 431, cioè che essendo la persona umana di Gesù di Nazaret, che fu partorito a Betlemme dalla Vergina Maria, la stessa e medesima eterna Seconda Persona della Santissima Trinità ciò significa che veramente (e non solo metaforicamente o per analogia) la madre di Gesù è realmente "Madre-di-Dio".
La basilica sorse sulle rovine di una più piccola chiesa edificata dal Papa Liberio, secondo la nota tradizione nel luogo di una miracolosa nevicata avvenuta sulla cima del colle Esquilino il 5 agosto dell'anno 351 : da qui l'origine della devozione e del culto per la "Madonna della neve".
Il nuovo tempio cristiano fu adornato con le colonne ioniche di marmo pario che originariamente formavano il peristilio del vicino tempio di Giunone Lucina: ovvero la dea romana protrettrice delle partorienti.
Ben presto nella devozione popolare così come del cerimoniale pontificio la chiesa "maggiore" della Vergine Maria in Roma divenne la Betlemme dell'Urbe in cui solennemente si recavano i pontefici il 24 dicembre per presiedere la solenne messa della vigilia di Natale.
Il Liber Pontificalis narra che a causa dell' invasione persiana della Palestina i monaci della Basilica della Natività di Betlemme, per salvare la reliquia della magiatoia in cui era nato Gesù Cristo da sicura distruzione, pensarono bene di mandarla al papa Teodoro I (642-649) già monaco "greco" che prima di giungere a Roma era vissuto presso la comunità cenobitica di Betlemme.
Quei monaci non potevano certo sospettare che dalle distruzione capillare di tutti i santuari cristiani di Terra Santa i persiani avrebbero risparmiato solo la loro Basilica della Natività poichè profondamente impressionati dal mosaico, all'ora presente sulla facciata, che raffigurava i Magi venuti da Oriente abbigliati alla maniera dei sacerdoti persiani del culto di Zoroastro.

Giunta che fu a Roma papa Teodoro ritenne conveniente destinare la reliquia della mangiatoia (per essere archeologicamente più esatti trattasi di parte di una antichissima culla di legno d'acero!) alla chiesa della "Madre di Dio". Perciò nel medioevo la basilica romana fu universalmente nota come Sancta Maria "ad praesepe" cioè Santa Maria presso la mangiatoia.
Difficile districare la storia sacra dalle pie leggende, difficile provare che fu l'arrivo della reliquia a fare di Santa Maria Maggiore un luogo natalizio per antonomasia o fu il contrario come invece sostengono gli antichi agiografi. Il fatto è che nella basilica vi era un precipuo altare su cui i Papi pontificavano la notte di Natale; esso era rivolto ad oriente e racchiuso in un piccolo sacello tutto adorno di sassolini strapati dalla grotta sottostante la basilica di Betlemme e portati a Roma dai pellegrini di ritono dai luoghi santi.
L'altare papale di Santa Maria Maggiore non era nè al centro del presbiterio ne tanto meno "verso il popolo" poichè l'altare era rivolto a quell'Oriente da cui - come dice il vangelo di San Luca- "sorge un sole per illuminare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra di morte".

Fino alla fine del quattrocento, all'epoca di papa Sisto IV (1471-84) Santa Maria Maggiore non ebbe un altare al centro del presbiterio ma in compenso ne aveva ben due, uno di fronte all'altro ai lati della navata centrale, esattamente dove adesso si aprono i due grandi arconi che, interrompendo il ritmico succedersi delle due file di colonne, immettono alle due grandi cappelle laterali: la Cappella funeraria di Sisto V (del Santissimo Sacramento) e quella di Paolo V Borghese (dedicata alla Madonna "Salus populi romani").
I due altari erano stati in epoca gotica sormontati da due ciborii, certamente simili seppur più piccoli del ciborio che ancora sovrasta l'altare papale di San Giovanni in Laterano (e simili allo scomparso altare della Veronica nell'antica basilica vaticana).
Mentre il ciborio lateranense regge un tabernacolo ogivale che conserva busti reliquiarii dei due apostoli fondatori della Chiesa di Roma, similmente, nella "basilica liberiana" sopra ad un ciborio era conservata l'icona "Salus populi romani" veneratissima nel medioevo e la cui ostenzione al popolo romano era sempre salutato quale un grande evento. Sopra l'altro altare, l'altare del presepe, era il gotico tabernacolo che conteneva la cassa reliquiario della mangiatoia. Questo tabernacolo veniva aperto solo durante le festività natalizie e la cassa veniva solennemente calata per gli atti di venerazione.
La parte inferiore di questo ciborio che inglobava l'altare papale non deve essere immaginato come uno spazio aperto, a differenza degli altri ciborii dell'epoca, ma esso era chiuso quasi a formare una piccola stanza, anzi una grotta per via delle pietruzze che adornavano i muri.
Papa Niccolò IV nel 1288 incaricò ad Arnolfo di Cambio di adornare la parete di fronte dell'altare del presepe in Santa Maria Maggiore proprio con una raffigurazione scultorea della Natività. Essa è nota come "il primo presepe della storia" perchè mai fino ad all'ora la scena del Natale di Gesù era stata raffiguato per mezzo di sculture (cosa che invece per noi moderni parrebbe lapalissiana).
In realtà si trattava non di "statuine" a tutto tondo ma di un altorilievo marmoreo raffigurante l'ingresso dei tre Magi in una stanza in cui si trova San Giuseppe, il bue e l'asinello e Maria col Bambino. La scultura marmorea era dipinta e decorata con intarsi a mosaico.
In un unico monumento erano racchiusi, pertanto, tre venerandi manufatti in perfetto dialogo armonico: in alto il reliquiario della mangiatoia (in cui sarebbe nato il Redentore), perpendicolarmente in basso l'antico altare su cui i pontefici annualmente ne commmeravano solennemente il ricordo avendo di fronte agli occhi una delle più antiche raffigurazioni della Natività stessa.
L'equilibrio artistico devozionale fu rotto da Papa Sisto V (1585-90), papa urbanista che diede ordine al proprio architetto Domenico Fontana di erigere al lato della basilica paleocristiana una vasta cappella a croce greca sormontata da un'alta cupola. La novella cappella "Sistina" doveva soddisfare a tre finalità: essere cappella funeraria del pontefice regnante, essere Cappella per il culto del Santissimo Sacramento (in omaggio ai decreti tridentini), essere nuovo sacrario per la reliquia della Natività.

Ai piedi del nuovo altare venne scavata una piccola cripta che nella mente del pontefice sarebbe dovuto essere il nuovo sacrario per conservare l' altare medievale del presepe.
Domenico Fontana, cui era riuscito di progettare e realizzare lo spostamento dell'obelisco vaticano dal lato della basilica di san Pietro al centro della piazza, progettò un sistema per segare i marmi, staccare e trasportare in un'unico blocco l'antico altare ed il presepe di Arnolfo nella cripta della vicina cappella di Sisto V. Il trasporto si rivelò più difficoltoso e rovinoso del previsto ed il presepe di Arnolfo di Cambio andò in frantumi.

L'antico altare cosmatesco su cui per secoli i papi avevano celebrato e, nei tempi moderni, davanti al quale San Gaetano ebbe l'apparizione della Vergine che gli poneva il Bambinello tra le braccia dopo avervi celebrato la propria prima messa il 6 gennaio 1517; lo stesso altare che aveva visto celebrare la prima messa sant'Ignazio di Loyola nella Notte di natale del 1538, venne posto nella nuova cripta. Per pala d'altare venne scolpita una moderna natività per nulla rispondente al modello antico mentre i personaggi del presepe di Arnolfo di Cambio, ridotti a statuine, furono posti quasi come reliquie in un vano rettangolare scavato nel muro del corridoio che gira attorno alla nuova cripta.

Venti anni dopo papa Sisto, Papa Paolo V Borghese fece edificare una cappella gemella per meglio onorare l'antica icona della Vegine "Salus populi Romani". Questa, calata per l'ultima volta dal tabernacolo gotico, il 27 gennaio 1613 venne portata processionalmente per le vie di Roma e al suo ritorno in basilica sistemata al centro del maestoso altare della Cappella Paolina.
Quasi cento cinquantanni dopo la basilica divenne nuovamente un cantiere per volontà di Papa Benedetto XIV che, in vista del giubileo del 1750, affidò all'architetto Ferdinando Fuga il "restauro" esterno ed interno del vetusto edificio. Il Fuga pertanto si ripropose di ridisegnare l'assetto del presbiterio. e fece abbattere tutti e tre i ciborii per erigere sopra quattro grandi colonne di granito rosso un magniloquente baldacchino roccocò di preziosi marmi e bronzi dorati.

Per la cassa reliquiario della mangiatoia non venne trovata alcuna nuova collocazione nella rimodernata basilica, pertanto essa venne spostata in un ambiente della Sacrestria dalla quale usciva per essere esposta alla venerazione dei fedeli durante il Tempo Natalizio per poi tornare ad essere negletta per il resto dell'anno. Solo la sensibile indole religiosa di Pio IX venne a porvi rimedio col riproporre in forme maestose la stessa idea di Sisto V. Papa Mastai, infatti, diede ordine al proprio architetto Virgilio Vespignani di scavare davanti all'altare maggiore una "Confessione" cioè una cripta sul modello di quelle presente in San Pietro (e in altre basiliche) per conservarvi le reliquie della mangiatoia che nel frattempo erano state composte in un artistico reliquiario in cristallo ed argento dorato della scuola del Valadier.
La "Confessione" riccamente decorata da intarsi marmorei e pietre dure, fu inaugurata nel 1864 da papa Pio IX. Non senza giusto motivo ivi, di fronte all'altare della Sacra Culla venne poi posto il monumento funerario di Pio IX. Raffigurato in atteggiamento orante l'immagine di Papa Mastai Ferretti indirizza verso il reliquiario la curiosità del turista e l'attenzione del pellegrino.

Ma se nell'ipogeo sotto l'altare papale della basilica di Santa Maria Maggiore il Natale dura tutto l'anno ecco che proprio tra il 24 dicembre ed il 6 gennaio il reliquiario viene solennemente traslato nella sovrastante aula basilicale per un particolare atto di venerazione ed omaggio alla "memoria" del presepe in cui nacque Gesù Cristo.
Il Capitolo liberiano, ovvero i monsignori che formano il clero della basilica di S. Maria Maggiore, nella Natività del Signore dell'anno 2007 dell'Incarnazione ha decretato di non traslare la reliquia a causa degli evidenti segni di "un preoccupante deterioramento" sia dell'urna reliquiario sia del legno contenutovi. Si è voluto non sottoporre il reliquiario agli inevitabili scossoni ed a sbalzi termici. Monsignor Franco Gualdrini, prefetto della sagrestia di Santa Maria Maggiore, ha spiegato che il reliquiario del Valadier risulta seriamente "compromesso" e abbisogna di urgente restauro mentre le cinque assicelle di di legno d'acero appartenenti ad una culla del I secolo circa si stanno sbriciolando: "ci siamo accorti che era necessario un lavoro di analisi e di restauro di questo oggetto tanto caro alla pietà dei romani e di tutti i cristiani".
I fedeli che la notte di Natale 2007 hanno partecipato al solenne pontificale in Santa Maria Maggiore, non potendo venerare la Sacra Culla, hanno avuto la specialissima e singolare possibilità di venerare un'altra reliquia della Natività da moltissimo tempo tolta alla venerazione dei fedeli: il "Panniculum Chisti", il "pannolino" di Gesù. Conservato in un prezioso reliquiario (sempre dono di Pio IX!) trattasi di un brandello di stoffa, di circa 20x15 cm che, secondo la medievale tradizione, sarebbe una piccola porzione delle fasce con cui Maria ha avvolto Gesù Bambino prima di porlo nella mangiatoia.

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mercoledì, dicembre 19, 2007
La Ceremonia del Besamanos [2]

Ovvero : ...entre todas las mujeres!
Rute è un piccolo "pueblo" andaluso in provincia di Cordova che nell'ultimo trimestre dell'anno ospita una fiera del cioccolato intitolata "Belèn de chocolate" (una Betlemme di cioccolato!): la fiera dolciaria, infatti, si conclude alla vigilia di Natale.
Per circa tre mesi gli andalusi, e gli spagnoli tutti, sono perciò invogliati a visitare la cittadina di Rute mercè il dolce richiamo delle artistiche sculture ed architetture di grandi presepi rigotosamente realizzate col cioccolato.
Ogni anno c'è anche l'usanza di realizzare una statua di cioccolato raffigurante a grandezza naturale un personaggio famoso. Nell'anno di grazia 2007 due maestri cioccolatai -con tre mesi di lavoro!- hanno dato vita alla dolce icona di donna Letizia Ortiz "principessa consorte" delle Asturie.
La consorte dell'erede al trono di Spagna è stata immortalata con l'abito e la pettinatura con cui partecipò (il 14 Maggio 2004) al matrimonio del principe Federico erede al trono di Danimarca.
La perfetta somiglianza tra la Letizia "di Borbone" e la Letizia "di bombòn" non si estende anche al peso poichè "la dolce Letizia" pesa ben 320 chilogrammi!

La muliebre scultura, davanti alla quale sono sfilati quasi processionalmente più di ventimila incuriositi spagnoli, è stata la causa di un forte incremento del numero dei visitatori della già nota mostra dolciaria.
La statua di cioccolato non è però stata messa in vendita, nonostante non siano mancate richieste al riguardo.
Gli organizzatori dell'evento hanno puntualizzato che è tradizione che la annuale scultura in cioccolato venga poi fusa per farne dono ai bambini durante le festività carnascialesche.

lunedì, dicembre 17, 2007
Parole sante, Signora mia! 5

Ad un anno dall'uscita del suo famigerato libro sul "Quarto segreto di Fatima" il buon Antonio Socci "appare" (mai termine fu più azzeccato!) sempre più convinto che la nostra epoca sia un'epoca: di grandi calamità, di grandi sconvolgimenti, di grandi destabilizzazioni, ma anche sia al contempo epoca di "magni" pontefici al timone della mistica navicella della Chiesa. Ovvero, sia un'epoca in cui -come sempre!- il soprannaturale vuole entrare prepotentemente nella storia feriale per trasfigurarla in storia sacra.
In un suo appassionato (e meno apocalittico del solito) articolo -su Libero di venerdì 14 dicembre 2007- il buon Socci esprime tutto il proprio giubilante stupore, nonchè intimo compiacimento, nel sottolineare e rimarcare doviziosamente le espressioni usate nell'omelia di sabato 8 dicembre 2007 dall'Emimentissimo Ivan Dias, delegato pontificio all'apertura delllo speciale giubileo per il centocinquantesimo anniversario delle apparizioni di Lourdes.
Così ci istruisce il buon Socci:
"Si tratta delle apparizioni della Madonna a Bernadette Soubirous, che iniziarono l'11 febbraio 1858. Nella solenne circostanza l'inviato del Papa ha portato «il saluto molto cordiale di Sua Santità» e poi ha detto: «La Madonna è scesa dal Cielo come una madre molto preoccupata per i suoi figli... È apparsa alla Grotta di Massabielle che all'epoca era una palude dove pascolavano i maiali ed è precisamente là che ha voluto far sorgere un santuario, per indicare che la grazia e la misericordia di Dio superano la miserabile palude dei peccati umani. Nel luogo vicino alle apparizioni, la Vergine ha fatto sgorgare una sorgente di acqua abbondante e pura, che i pellegrini bevono e portano nel mondo intero significando il desiderio della nostra tenera Madre di far arrivare il suo amore e la salvezza di suo Figlio fino all'estremità della terra. Infine, da questa Grotta benedetta la Vergine Maria ha lanciato una chiamata pressante a tutti per pregare e fare penitenza e così ottenere la conversione dei poveri peccatori». Il cardinale ha inquadrato queste apparizioni nel «contesto della lotta permanente, e senza esclusione di colpi, tra le forze del bene e le forze del male». Una lotta che sembra arrivata, nella nostra generazione, all'epilogo finale, preparato dalla «lunga catena di apparizioni della Madonna» nella modernità, iniziate «nel 1830, a Rue du Bac, a Parigi, dove è stata annunciata l'entrata decisiva della Vergine Maria nel cuore delle ostilità tra lei e il demonio, come è descritto nei libri della Genesi e dell'Apocalisse».
È un vero affresco di teologia della storia quello tracciato dal cardinale che richiama anche Fatima e - ritengo - Medjugorje:
«Dopo le apparizioni di Lourdes, la Madonna non ha smesso di manifestare nel mondo intero le sue vive preoccupazioni materne per la sorte dell'umanità nelle sue diverse apparizioni. Dovunque, ha chiesto preghiere e penitenza per la conversione dei peccatori, perché prevedeva la rovina spirituale di certi Paesi, le sofferenze che il Santo Padre avrebbe subìto, l'indebolimen to generale della fede cristiana, le difficoltà della Chiesa, la venuta dell'Anticristo e i suoi tentativi per sostituire Dio nella vita degli uomini: tentativi che, malgrado i loro successi splendenti, sono destinati tuttavia all'insuccesso».
È una frase breve, ma folgorante questa del prelato: la Madonna è apparsa così frequentemente in questo tempo «perché prevedeva» una grande aposta- sia dalla fede, le persecuzioni alla Chiesa, la sofferenza del Papa e - testualmente - «la venuta dell'Anticristo».
È una frase dirompente che si rifà, evidentemente, alle parole pronunciate dalla Vergine in qualcuna delle apparizioni citate. (...) Nel Nuovo Testamento questa figura non si colloca necessariamente alla fine dei tempi. Gesù stesso preannuncia l'arrivo di «falsi cristi e falsi profeti» capaci di «indurre in errore, se possibile, anche gli eletti» e profetizza «una grande tribolazione», mai vista così terribile nella storia umana (Mt 24, 24). San Paolo spiega che si verificherà l'«apostasia» (2 Tes. 2, 3), ovvero l'abbandono di Dio e della Chiesa, quindi esploderà «la manifestazione dell'uomo iniquo», «il figlio della perdizione», colui che «nella potenza di Satana... si contrappone a Dio» fino a sedersi «nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio» (2 Tes. 2, 3-4)..."
"Il cardinale Dias nella clamorosa omelia di sabato spiegava: «Qui, a Lourdes, come dovunque nel mondo, la Vergine Maria sta tessendo un'immensa rete nei suoi figli e figlie spirituali per lanciare una forte offensiva contro le forze del Maligno nel mondo intero, per chiuderlo e preparare così la vittoria finale del suo divin Figlio, Gesù Cristo. La Vergine Maria oggi ci invita ancora una volta a fare parte della sua legione di combattimento contro le forze del male». Il monito di Wojtyla
Il prelato ripete - se non fosse chiaro - che «la lotta tra Dio e il suo nemico è sempre rabbiosa, ancora più oggi che al tempo di Bernadette, 150 anni fa» e «questa battaglia fa delle innumerevoli vittime». Quindi rivela delle parole - forse inedite - pronunciate dal cardinale Karol Wojtyla il 9 novembre 1976, pochi mesi prima di essere eletto Papa: «Ci troviamo oggi di fronte al più grande combattimento che l'umanità abbia mai visto. Non penso che la comunità cristiana l'abbia compreso totalmente. Siamo oggi davanti alla lotta finale tra la Chiesa e le Anti-Chiesa, tra il Vangelo e gli Anti-Vangelo».
Parole clamorose. Un'ulteriore conferma.
Sembra evidente che il Vicario di Cristo e i suoi più stretti collaboratori conoscano qualcosa di più e desiderino preparare i cristiani a quella "lotta finale". I loro ripetuti appelli a rispondere alla chiamata della Madonna sono già sufficienti per riflettere seriamente su ciò che sta accadendo e che accadrà alla Chiesa e al mondo. Un futuro prossimo che noi non conosciamo, ma che, spiega Dias, sarà vittorioso grazie a Maria. Come lei stessa annunciò a Rue du Bac: «Il momento verrà, il pericolo sarà grande, tutto sembrerà perduto. Allora io sarò con voi»."

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venerdì, dicembre 14, 2007
CASTRUM DOLORIS, XI

Nella solennità mariana dell'8 dicembre il prefetto della Congregazione per il Clero (il dicastero vaticano che si occupa di monitorare l'universo clero) ovvero il "brasileiro" cardinale Claudio Hummes ha indirizzato ad ogni e singolo vescovo dell'universo mondo una Lettera intorno al tema della "santificazione del Clero".
Si vede che ormai la Congregazione per il Clero ha così tanti problemi nella gestione del materiale umano di propria pertinenza che non sà più (come suol dirsi) a che santo votarsi:
"nella consapevolezza che l’agire consegue all’essere e che l’anima di ogni apostolato è l’intimità divina, si intende avviare un movimento spirituale che, facendo prendere sempre maggior consapevolezza del legame ontologico fra Eucarestia e Sacerdozio e della speciale maternità di Maria nei confronti di tutti i Sacerdoti, dia vita ad una cordata di adorazione perpetua, per la riparazione delle mancanze e per la santificazione dei chierici e ad un nuovo impegno delle anime femminili consacrate affinché, sulla tipologia della Beata Vergine Maria, Madre del Sommo ed Eterno Sacerdote e Socia nella Sua opera di Redenzione, vogliano adottare spiritualmente sacerdoti per aiutarli con l’offerta di sé, l’orazione e la penitenza.
Secondo il dato costante della Tradizione, il mistero e la realtà della Chiesa non si riducono alla struttura gerarchica, alla liturgia, ai sacramenti e agli ordinamenti giuridici. Infatti la natura intima della Chiesa e l’origine prima della sua efficacia santificatrice, vanno ricercate nella mistica unione con Cristo."
"...proprio a partire dal posto occupato e dal ruolo svolto dalla Vergine Santissima, nella storia della salvezza - si intende, in modo tutto particolare, affidare a Maria, la Madre del Sommo ed Eterno Sacerdote, ogni Sacerdote, suscitando, nella Chiesa, un movimento di preghiera che ponga al centro l’adorazione eucaristica continuata, nell’arco delle ventiquattro ore, in modo che, da ogni angolo della terra, sempre si elevi a Dio, incessantemente, una preghiera di adorazione, ringraziamento, lode, domanda e riparazione, con lo scopo precipuo di suscitare un numero sufficiente di sante vocazioni allo stato sacerdotale e, insieme, di accompagnare spiritualmente - al livello di Corpo Mistico -, con una sorta di maternità spirituale, quanti sono già stati chiamati al sacerdozio ministeriale e sono ontologicamente conformati all’unico Sommo ed Eterno Sacerdote, affinché sempre meglio servano a Lui e ai fratelli, come coloro che, ad un tempo, stanno “nella” Chiesa ma, anche, “di fronte” alla Chiesa tenendo le veci di Cristo e, rappresentandoLo, come capo, pastore e sposo della Chiesa.
Si chiede, quindi, a tutti gli Ordinari diocesani che, in modo particolare, avvertono la specificità e l’insostituibilità del ministero ordinato nella vita della Chiesa, insieme all’urgenza di un’azione comune in favore del sacerdozio ministeriale, di farsi parte attiva e di promuovere - nelle differenti porzioni del popolo di Dio loro affidate - , veri e propri cenacoli in cui chierici, religiosi e laici, si dedichino, uniti fra loro e in spirito di vera comunione, alla preghiera, sotto forma di adorazione eucaristica continuata, anche in spirito di genuina e reale riparazione e purificazione."

Non ho dubitato che una tal lettera "allo scopo di promuovere l’adorazione eucaristica in riparazione e per la santificazione del Clero", considerato l'ascetico argomento, avrebbe avuto scarsa risonanza sui mass media poichè molto disgustano argomenti tanto pii alle orecchie degli spiriti carnali. Epperò avrei creduto che avrebbe almeno suscitato "sensazione" il sapere che il mittente di tali richieste ai vescovi e richiamo ai fedeli tutti di vivere la propria fede e devozione in prospettiva altamente mistica non veniva dal capo dei levebriani o dal prelato dell'Opus Dei bensì da colui che dagli esperti di cose vaticane durante il conclave del 2007 veniva additato come il "papabile" più anticonformista, il campione di ogni possibile rinnovamento progressista. Quando, poi, appena giunto a Roma, chiamato dal sedici volte Benedetto per supervisionare l'operato dei preti cattolici sparsi nel mondo, si lasciò sfuggire la massima ovvietà, ovvero che il celibato non è una legge divina ma è una legge ecclesiastica, tutti i mass media furono lesti a suonare rumorosamente la gran cassa del sensazionalismo preannunciando aperture ai preti sposati se non addirittura la possibile abolizione del celibato grazie all'opera del rivoluzionario "compagno" cardinale.
Ecco che poi, quando il progressista Hummes firma un documento in cui invita a costruire gruppi di preghiera che costantemente e continuitamente si riuniscano in adorazione davanti al Santissimo Sacramento per offrire a Gesù "Ostia divina" le proprie preghiere in riparazione ed in espiazione dei peccati del clero... ecco che la macchina masmediatica tace! Eppure i peccati dei preti dovrebbero suscitare sempre molto morboso interesse.

La lettera è accompagnata da un vademecum agiografico in cui si enumerano varii profili di benemeriti ecclesiastici, che dichiararono essere la propria vocazione sacerdotale il frutto delle preghiere di pie donne, assieme a densi ritratti di donne venerabili, beate e sante che ebbero la vocazione di offrirsi per i sacerdoti (mentre ormai sempre più spesso la massima aspirazione di una devota parrocchina è quella di offrirsi al sacerdote).
Il vademecum "Adorazione, riparazione, maternità spirituale per i sacerdoti " così eloquentemente principia:
"Indipendentemente dall’età e dallo stato civile, tutte le donne possono diventare madre spirituale per un sacerdote e non soltanto le madri di famiglia. È possibile anche per una ammalata, per una ragazza nubile o per una vedova.
In maniera particolare questo vale per le missionarie e le religiose che offrono tutta la loro vita a Dio per la santificazione dell’umanità. Giovanni Paolo II ringraziò perfino una bambina per il suo aiuto materno: “Esprimo la mia riconoscenza anche alla beata Giacinta di Fatima per i sacrifici e le preghiere fatte per il Santo Padre, che ella aveva visto tanto soffrire” (13 maggio 2000).
Ogni sacerdote è preceduto da una madre, che non di rado è anche una madre di vita spirituale per i suoi figli. Giuseppe Sarto, per esempio, il futuro Papa Pio X, appena consacrato vescovo, andò a trovare la mamma settantenne. Lei baciò con rispetto l’anello del figlio e all’improvviso, facendosi meditativa, indicò la propria povera fede nuziale d’argento: “Sì, Peppo, però tu adesso non lo porteresti, se io prima non avessi portato questo anello nuziale”.
Giustamente S. Pio X confermava dalla sua esperienza: “Ogni vocazione sacerdotale viene dal cuore di Dio, ma passa attraverso il cuore di una madre!”..."
Una "NOTA EXPLICATIVA" fornisce le indicazioni concrete sulla creazione e strutturazione dei pii sodalizi espiatori.

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