domenica, gennaio 20, 2008

LA DIVINA PASTORA [6]



Sive: Historia Ecclesiastica Anglorum

Una curiosità tutta puritana nei confronti del Cattolicesimo è stata provocato dalla buona novella della pia sottomisione alla Chiesa Cattolica Romana dell'anglicano Tony Blair (ex primo ministro di Sua Maestà britannica) avvenuta a Londra il venerdì 21 dicembre 2007 per mezzo dell'Arcivescovo di Westminster il Cardinale Cormac Murphy-O'Connor nella di lui cappella privata del palazzo arcivescovile.
L'interesse si è rivolto più che altro sul responsabile per l'ecumenismo dell’arcidiocesi di Westminster meglio noto come "il Grande Convertitore" o "il cappellano delle celebrità": il cinquantenne francescano padre Michael Seed. Per suo tramite si sono convertite al cattolicesimo molte personalità assai note sul suolo britannico, nonchè aristocratici tra cui la Duchessa di Kent, parente stretta della "papessa" Elisabetta II.

Per i buoni uffici del "Father" francescano sono approdati tra le materne braccia di Santa Romana Chiesa molti pastori anglicani che non hanno accettato il sacerdozio femminile.

Intervistato ("the Indipendent", 15 gennaio 2008 ) padre Michael Seed ha dichiarato che adesso anche le "pretesse" anglicane passano alla Chiesa Cattolica Romana perché sono "trattate come spazzatura nella loro Chiesa".

Padre Seed ha "confessato" che lui personalmente ha ricevuto la professione di fede cattolica di due donne prete che hanno, così, preferito essere semplici laiche nella Chiesa di Roma che essere ministri del culto anglicano ma oggetto di "apartheid" da parte dei confratelli maschi! Anzi, secondo padre Michael Seed ci sarebbero molte altre donne prete che si sarebbero fatte cattoliche sulla spinta della "persecuzione" di cui erano vittima nella Chiesa d'Inghilterra:
"Ci sono altri preti cattolici che hanno avuto a che fare con casi simili. Le donne prete anglicane generalmente sono scioccate dal modo in cui vengono trattate. Questo non è il Terzo Segreto di Fatima. La persecuzione delle donne prete è ben nota tra i sacerdoti, i vescovi e i laici anglicani".


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martedì, dicembre 11, 2007

Benedictus benedicat IV

Sive: "Spe salvi"



"Hai visto l'ultimo Spiritual Journal?", chiese a voce bassa il numero 1 al numero 2.
Il numero 2 l'aveva appena letto.
"Articolo davvero notevole", disse il numero 1, "quello sul letto di morte del papa".
"Nessuno è irrecuperabile", rispose il numero 2.
"Ne ho sentito parlare, ma non l'ho visto", disse il numero 3.
Pausa.
"Di che cosa parla?" chiese Reding.
"Di papa Sisto XVI", disse il numero 3; "pare che sia morto da credente".
Sensazione. Charles sembrava volerne sapere di più.
"Il Journal la dà per certa, la notizia! disse il numero 2;
"Mr O'Niggins, Presidente della Associazione degli opuscoli, Settore della conversione dei preti romani, era a Roma durante la sua ultima malattia. Chiese un'udienza al papa, che gli fu concessa. Cominciò subito della necessità di cambiare il cuore, di credere nell'unica speranza che hanno i peccatori, e di lasciar perdere ogni mediatore umano. Gli annunciò la buona novella, assicurandogli che era perdonato. Lo mise in guardia contro la fandonia della rigenerazione battesimale; poi, procedendo ad applicare la parola, lo esortò, seppur all'undicesima ora, a ricevere la Bibbia, tutta la Bibbia e null'altro che la Bibbia.
Il papa ascoltava con grande attenzione, mostrando molta emozione. Alla fine espresse a Mr O'Niggins la sua ardente speranza che loro due non sarebbero morti senza trovarsi nella stessa comunione, o qualcosa di simile. Dichiarò inoltre, cosa stupefacente, che poneva tutta la sua speranza in Cristo, "fonte di ogni merito", diceva: espressione davvero notevole".

"In che lingua hanno parlato?", domandò Reding.
"L'articolo non lo dice", rispose il numero 2; "ma sono sicuro che Mr O'Niggings conosce molto bene il francese".
"A me non pare" disse Charles, "che le ammissioni del papa siano più grandi di quelle che fanno continuamente certi membri della nostra Chiesa, che però vengono accusati di papismo".
"Ma a loro vengono estorte", disse Freeborn, "mentre quelle del papa sono volontarie"."Questi qui tornano dentro le tenebre", disse il numero 3; "il papa invece veniva verso la luce".
"Nel papista autentico tutto va interpretato nel senso migliore", disse Freeborn, "ma nel seguace di Pusey tutto va interpretato nel senso peggiore. E' questione di carità e di buon senso".

"Ma non è tutto", proseguì il numero 2; "convocati i cardinali, dichiarò che desiderava dal profondo del cuore la gloria di Dio, che la religione interiore era tutto, e che senza la contrizione del cuore le forme non servivano a niente, e che sperava di essere presto in paradiso - con questa frase, notate, negava la dottrina del purgatorio".
"Salvato in tempo, mi auguro", disse il numero 3.

"S'è detto spesso", disse il numero 4, "anzi, l'idea ha colpito anche me, che il modo migliore per convertire i cattolici romani è quella di convertire per primo il papa".
"Metodo sicuro, nulla da dire", disse Charles sommessamente, temendo di aver detto troppo; ma nessuno colse la sua ironia.

[John Henry Newman, romanzo "Perdita e Guadagno"]

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sabato, giugno 23, 2007

vite parallele /11

Sive: Historia Ecclesiastica Anglorum


Morta nel 1901 la Regina Vittoria l'ormai attempato Principe di Galles diventato Re Edoardo VII , dopo aver atteso il tempo tradizionalmente stabilito per il lutto e assolte le farraginose cerimonie per l'incoronazione in Westminster (1902), iniziò una lunga serie di viaggi internazionali che lo condussero presso tutte le capitali europee, aiutato dal fatto che di tutti i monarchi europei egli era parente stretto.
Nel primo viaggio del 1903, dopo essere passato da Parigi, arrivò a Roma ove, dopo esser stato omaggiato dai Savoia al Quirinale, si recò ad omaggiate il "prigioniero in Vaticano": evento di portata storica poichè era la prima volta dopo lo scisma di Enrico VIII che un Re d'Inghilterra incontrava un Papa. Edoardo ben consapevole dell'etichetta (e dei principi del diritto feudale) si inginocchiò e baciò la mano di Leone XIII.
Il bianco vegliardo, quale segno di favore, donò al monarca britannico una propria fotografia con dedica autografa.

Scriveva il seminarista Angelo Roncalli (futuro papa Giovanni XXIII) nel suo "Giornale dell'Anima" in data 29 aprile 1903:

"In questi giorni la Roma ufficiale è in festa per la venuta di Edoardo VII, re d'Inghilterra .[...]
Quest'uomo è rivestito di una grande autorità, egli è un re di una delle più grandi nazioni e perciò merita che gli si faccia onore, lo si rispetti. Ma è sempre un povero uomo questo re d'In­ghilterra, questo imperatore dell'Indie, e, per somma umiliazione, questo protestante, capo di una religione che non è la vera ed al quale un mondo ufficiale che si dice cattolico, per combattere la propria Chiesa, presenta le sue corone, il suo tributo di applausi.

Il mondo fa baccano intorno a questo uomo, che piace per­ché è ben vestito e sfarzosamente accompagnato, e crede che tutto finisca qui quanto vi ha di bello e di grande, non si pensa che sulla cima di monte Mario non si sente, non si distingue più nulla di quanto avviene in città; e tanto meno si pensa che al di sopra di monte Mario, e di tutti i monti della terra dove non si sa nulla delle bagatelle di quaggiù, vi ha un Dio che vede ed ascolta tutto, e dinnanzi al quale tutti questi gaudenti d'oggi, ed anche lui, que­st'uomo, sono come atomi di polvere; un Dio che un giorno li giu­dicherà, e staranno umiliati, annichiliti, schiacciati.
Ah, come è stolto il mondo nei suoi apprezzamenti, come è cieco nei suoi giu­dizi! Lo scintillare di una livrea, un ondeggiare di pennacchio lo commuove, lo mette in visibilio, e nessuno intanto pensa a Dio, se non per offenderlo e per bestemmiarlo, e anche le persone serie si lasciano trascinare, distrarre come gli uomini del secolo.

Anch'io l'ho veduto, questo uomo; ma tutta questa baldo­ria mi ha annoiato, lasciato il cuore scontento. Il rapido passaggio dei cocchi sfarzosi della gran corte delle maestà reali mi ha ricor­dato più evidente il «sic transit gloria mundi» (IC 2.6) e il «va­nitas vanitatum et omnia vanitas» (Qo 1,2).

Eppure questo uomo, tuttoché protestante, qualche cosa di ve­ramente buono l'ha fatto qui in Roma.
E che cosa ha fatto? Ren­dendosi superiore a certe voglie tendenziose dell'anticlericalismo italiano e straniero, egli nel fastigio della sua grandezza non si ver­gognò, anzi se l'ebbe ad onore, di visitare e di chinarsi davanti ad un altro uomo, ad un povero vecchio perseguitato, ma che egli ha riconosciuto siccome più grande di sé: davanti al Papa, al vicario di Gesù Cristo.

E questo fatto oggi è così solenne da segnare una pagina gloriosa nella storia del pontificato romano; fatto altamente figu­rativo, questo, di un re eretico dell'Inghilterra protestante e da più che tre secoli persecutrice della Chiesa cattolica, che va a presenta­re personalmente i suoi omaggi al povero vecchio Papa, tenuto co­me prigioniero in casa sua.

È un segno dei tempi (Mt 16,4) che dopo una notte burrasco­sa si irradiano di una luce novella sorgente dal Vaticano, un ritor­no lento ma vivo e reale delle nazioni in braccia al Padre comune che da tanto tempo le attende, piangendo la loro stoltezza, un trion­fo di Cristo Re che sollevato sulla croce trae un'altra volta a sé tutte le cose (Gv 12,32). E per questo la visita del re Edoardo mentre mi conferma nella vanità dei rumori mondani, mi eccita a ringraziare il buon Dio che tiene le chiavi del cuore umano e, attraverso a tutti gli intrighi del­la politica, trova modo di far risplendere la gloria del suo nome e della sua Chiesa cattolica."
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A seguito di un accordo all'interno del Partito Laburista, dopo dieci anni, da leader del partito e leader governativo, Tony Blair avrebbe dovuto lasciare le consegne a Gordon Brown, in data 24 giugno cedergli la carica di leader laburista e il seguente 27 giugno la carica di Primo Ministro. Nei due ultimi mesi del suo Governo quindi Blair ha pianificato un vero e proprio "tour" mondiale conclusosi con la visita in Vaticano. Sabato 23 giugno 2007 l'uscente premier britannico Tony Blair è stato ricevuto in udienza ufficiale dal Sommo Pontefice.

L'udienza è stata particolarmente attesa dai media a causa delle voci insistenti di una conversione di Blair al credo cattolico professato dalla consorte Charie (e nel quale sono stati battezzati ed allevati i loro figli). Conversione di cui si sarebbe volutamente dare nunzio solo dopo la fine del mandato politico dell'ufficialmente anglicano primo ministro britannico, per non mettere in crisi il proprio Governo -cioè il Governo di sua Maestà Britannica la quale è anche Capo della Chiesa d'Inghilterra- poichè, seppur godendo di un regime democratico, non di meno, costituzionalmente l'Inghilterra è una teocrazia, al pari del'Iran.

Di fronte al tamtam mediatico proprio sabato mattina a Roma, prima di recarsi dal Papa, per la prima volta Blair ha parlato "papale-papale" della sua presunta conversione ai microfoni della Bbc dichiarando che il suo passaggio al cattolicesimo «non è ancora definito». Nel frattempo il Times usciva con un'intervista al medesimo Blair il quale affermava che il passaggio formale alla Chiesa Cattolica Romana è una questione «in sospeso» e altresì "rassicurava" che non ci sarebbe stato un annuncio formale dopo la visita a San Pietro (rassicurando il puritano uditorio britannico che sabato 23 giugno non ci sarà nessuna fumata bianca è che il cardinale protodiacono potrà starsene tranquillamente a casa sua).


Blair è arrivato in Vaticano poco prima delle undici.
Sedutosi alla scrivania della Bibilioteca dell'appartamento pubblico di fronte al candido pontefice che si congratulava per il successo dell'appena conclusosi vertice europeo di Bruxelles, Tony Blair forse un pò disturbato degli insistenti flash dei fotografi pontifici ha confessato al venerando Pontefice: "A volte mi sembra che passiamo tutta la vita sotto i riflettori".
I commentatori vi hanno letto uno sfogo del cuore del pio Tony addolorato per la continua disamina con cui della sua più intima vita spirituale e religiosa si pascolano cinicamente i media.

Singolare anche la dinamica dell'incontro, infatti dopo circa venticinque minuti di colloquio privato tra Pontefice e Primo ministro inglese, e' stato introdotto nella Biblioteca anche il cardinale Murphy O'Connor arcivescovo di Westmister e primate cattolico d'Inghilterra e il colloquio a tre e' proseguito per altri dieci minuti. Solo dopo e' entrata la moglie di Blair e le altre persone del seguito.

"Emblematico" è stato valutato il dono del'uscente Primo ministro britannico: un quadretto con tre foto d'epoca del cardinale John Henry Newman ovvero il più celebre anglicano convertito al cattolicesimo dell'età vittoriana e "padre spirituale" di tutti i successivi "ritorni a Roma" degli anglicani nell'ultimo secolo e mezzo.
Compiaciuta del fatto che il sedici volte Benedetto abbia assi gradito l'omaggio è intervenuta nel dialogo Cherie "la cattolica": "Questa è la firma di Newman!" ha sottolineato la moglie del premier britannico,indicando una firma apposta sopra una delle tre foto.
Benedetto XVI ha contraccambiato con rosari e medaglie del pontificato.

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giovedì, giugno 14, 2007

Historia Ecclesiastica Anglorum, VI



Il criptocattolicesimo di Tony Blair.
Storia, indizi e tempistica di una conversione annunciata.
Ovvero: come sul Foglio di mercoledì 14 giugno Richard Newbury spiega il perchè mai a Londra molti danno il Primo Ministro uscente Tony Blair per convertito al cattolicesimo:

«In Francia c’è una sola religione e cento salse; in Inghilterra una sola salsa e cento religioni” scrisse Voltaire dal suo esilio londinese.
L’Inghilterra ha un libero mercato delle confessioni cristiane: il cattolicesimo irlandese vi è penetrato con l’immigrazione di operai, minatori e scioperanti circa 150 anni fa, esattamente come fecero gli ebrei dell’Europa orientale cinquant’anni dopo e i musulmani, gli indù e i sikh hanno iniziato a fare a partire dagli anni Sessanta del Novecento.
Tra tutti questi, i cattolici irlandesi sono coloro che hanno impiegato più tempo a diventare membri del mondo professionale, della politica e dell’establishment. Al funerale della Regina Madre, cui parteciparono tutte le confessioni, per la prima volta dal funerale di Maria “la sanguinaria” (1558) prese parte anche un sacerdote cattolico: il cardinale d’origine irlandese Cormac Murphy O’Connor.
Per di più, la bara della Regina Madre fu trasportata dalle guardie (irlandesi repubblicane) del reggimento di cui ella stessa era comandante in capo: le Guardie Irlandesi, un reggimento cattolico reclutato nella Repubblica di Irlanda.

La chiesa scozzese è presbiteriana, ma anche qui vi è una minoranza cattolica (venti per cento), anch’essa in gran parte frutto dell’immigrazione irlandese nel XIX secolo: ecco perché a Glasgow il Celtic è cattolico e i Glasgow Rangers sono protestanti.
In Galles, dove la chiesa anglicana non è chiesa di stato, la maggioranza è non conformista, vale a dire, battista, metodista e presbiteriana.
La conversione al cattolicesimo, quindi, non doveva più sembrare un’opportunità per quei Feniani irlandesi che negli anni Ottanta del XIX secolo spararono alla regina Vittoria, misero una bomba nella nuova metropolitana e fecero saltare in aria uffici postali.

E non è certo la stessa cosa che ammettere, come un “left-footer”, un’imbarazzante preferenza sessuale. Comunque, non è al primo posto in una lista di mosse giuste per fare carriera nel Regno Unito.

Il ruolo di Cherie

Anthony Howard, commentatore politico e biografo del cardinale Basil Hume, ritiene che Tony Blair, “una volta dimessosi da primo ministro entrerà ufficialmente nella chiesa cattolica”. E’ stata Cherie Blair a portare il marito nel Partito laburista. Ora, a quanto sembra, è ancora lei a portarlo dentro la chiesa cattolica romana, per quanto il suo cattolicesimo sembri una miscela tra un adottato nazionalismo irlandese, cristalli New Age e mantelline spagnole – come un iberico che indossasse il kilt.

Tony Blair non soltanto ha fatto una scelta cattolica per la propria moglie, ma anche la stessa politica del suo New Labour è stata decisamente “cattolica” nel senso di genericamente universale, ossia una chiesa vasta, la terza via e la concentrazione sui “valori” anziché sull’ideologia. E come il Partito laburista ha fatto fatica a digerire Tony, anche la sua nuova chiesa potrebbe ritenere minaccioso il suo cattolicesimo “inclusivo".

Quando Tony Blair ha iniziato a frequentare la messa cattolica insieme a sua moglie e ai suoi figli, e a ricevere la comunione, il compianto cardinale Basil Hume, arcivescovo di Westminster, gli ha detto che non gli era permesso di farlo. Blair ha risposto accettando il richiamo, ma domandando che cosa avrebbe pensato Nostro Signore o san Paolo di questo divieto.
Una risposta tipicamente protestante. Il concetto chiave della fede protestante è la responsabilità personale diretta nei confronti di Dio. Il concetto fondamentale di quella cattolica è l’obbedienza nei confronti del vicario di Cristo sulla terra.

Nel Consiglio delle chiese di Cambridge, dove vivo, sono rappresentate 22 diverse confessioni ma non i cattolici. Il motivo per cui i cattolici rifiutano di farne parte sta in ciò che fin dall’inizio ha diviso i protestanti dai cattolici: la messa.
Per i cattolici la messa è la ripetizione dei poteri redentori del Cristo sulla croce. Per i protestanti è un agape, una commemorazione del supremo sacrificio compiuto da Cristo per i nostri peccati.

L’uomo che è riuscito a convincere il protestante Paisley e il cattolico McGuinnes a formare un governo insieme in Irlanda del nord può riuscire anche nell’impresa di far quadrare il cerchio nel cuore stesso della Riforma? Oppure sta cercando di ripetere il suo più grande successo politico – la pace in Irlanda – riunificando la cristianità occidentale? O forse, più semplicemente, vuole soltanto andare in chiesa la domenica con sua moglie e i suoi figli, ed è pronto a entrare nel partito/chiesa che gli permette di realizzare questo desiderio?

In Gran Bretagna i partiti non hanno affiliazioni politiche; come disse Alistair Campbell allo stesso Tony Blair che voleva terminare un discorso con la frase “Dio vi benedica tutti”: “Noi non facciamo la parte di Dio!”.
Nelle ultime elezioni i tre candidati alla carica di primo ministro erano un anglicano, un ebreo e un cattolico. Ma la cosa strana era che erano tutti e tre praticanti – fatto piuttosto inconsueto nella storia della Gran Bretagna moderna.

Alla Durham Cathedral School, anglicana, o alla Fettes School (l’Eton scozzese), nella Edimburgo presbiteriana, Blair non mostrò mai alcun interesse per la politica o la religione.
Fu a Oxford, patria dell’anglo-cattolicesimo del XIX secolo o della cosiddetta High Church anglicana, che Blair cadde sotto l’influenza del reverendo Peter Thomson, il quale lo introdusse all’anglicanesimo e anche al socialismo cristiano del filosofo scozzese John MacMurray (autore di “Communitarianism”).
Per qualche tempo, lo studente di legge Blair rimase indeciso se fare il prete o il politico. Quando fece le cresima nella cappella del St. John College, il cristianesimo era per lui come “l’unione tra l’individuo e la comunità”, come la conferma del fatto che “non siamo abbandonati in un impotente isolamento, ma abbiamo un dovere nei confronti di noi stessi e degli altri”. “La santa cena conferma che non cresciamo in completa indipendenza, ma in modo interdipendente”.
L’inclusione di tutti (classi, religioni, generi sessuali) nella comunità, con responsabilità nei confronti degli altri, secondo il principio dei diritti individuali, è il centro vitale che ha spinto verso la politica Tony Blair, definito sarcasticamente come il Vicario di St. Albione.

E’ compito del Converter General della cattedrale cattolica di Westminster verificare queste utili generalizzazioni contro la dottrina cattolica se non si vuole che l’ammissione di Tony sia bocciata dal Catholic Club. Il frate francescano Michael Seed, noto come il prete delle celebrità (ma che sfrutta questi contatti anche per gestire un istituto di carità per i senzatetto, The Passage), ha un passato che piacerebbe a Blair. E’ nato a Manchester nel 1957, figlio di una povera ragazza madre. Ha preso il nome dai suoi genitori adottivi, ma la madre adottiva si è suicidata quando lui aveva appena otto anni. Dopo essere stato sballottato da una famiglia adottiva all’altra, è finito in una scuola per bambini disadattati.
Fu licenziato dal suo primo lavoro in una stazione di servizio autostradale per avere rotto troppe stoviglie, poi da un altro per avere messo a scaldare un bollitore elettrico su una cucina a gas. Il suo viaggio spirituale lo condusse all’Esercito della Salvezza, alla chiesa anglicana e ai battisti. Si accostò al cattolicesimo per la prima volta nel 1974 quando un barbone di un ostello nel quale lavorava gli diede un opuscolo sulle locali organizzazioni cattoliche. Entrò nei frati francescani nel 1979. Dopo un periodo di formazione negli Stati Uniti, nel 1986 divenne cappellano cattolico nell’ospedale di Westminster; poi, nel 1988, fu nominato consigliere ecumenico dell’arcivescovo Hume nella cattedrale di Westminster, proprio quando l’ammissione delle donne al sacerdozio da parte degli anglicani scatenò una corsa del clero anglicano (e spesso sposato) a Roma.

Se davvvero Blair chiederà di entrare nella chiesa cattolica molti si chiederanno il perché di questo “ritardo”. Un ritardo dovuto non soltanto al fatto di non voler mettere alla prova la posizione costituzionale determinata dalla condizione di essere il primo premier cattolico, il quale deve segnalare i candidati per l’episcopato anglicano alla Civil Service Appointments Commission.

La chiesa cattolica e lo stesso Blair ritengono che sarebbe stata un’inutile provocazione.
Ed è vero, se si tiene inoltre conto del fatto che il presbiteriano Gordon Brown ha già detto che vuole rinunciare al compito di raccomandare vescovi alla Regina, mentre il futuro Carlo III ha dichiarato che presterà giuramento a difesa non della chiesa d’Inghilterra ma di tutte le fedi.
Soprattutto, Blair non ha voluto mettere in pericolo la sua più grande eredità: l’accordo di pace in Irlanda del nord. Con una madre irlandese protestante e una moglie cattolica ha un piede su entrambe le sponde.

Ha passato ore a discutere sulla Bibbia con il reverendo Ian Paisley, e altrettante ore a parlare con McGuinnes e Adams per convincerli a fare il miracolo.
Cambiare cappotto improvvisamente avrebbe rischiato di far andare tutta quella faticosa costruzione di fiducia in fumo e sparatorie, anzi, in un terribile inferno.»

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sabato, giugno 09, 2007

Historia Ecclesiastica Anglorum, V

Ovvero: come Giulio Meotti, sul Foglio di sabato 9 giugno 2007, ci dipinge lo stato attuale di quella Chiesa d'Inghilterra che venne fondata per risolvere le questioni di alcova di Enrico VIII.
Appaiono sempre più tremendamente lucide le analisi che del deplorevole stato della Chiesa d'Inghilterra - un gregge senza pastore- che ne tracciava il santo Cardinal John Henry Newman!


"Nella chiesa anglicana l’ortodossia è gay friendly, lo scisma conservatore"

In cima ai pensieri del primate anglicano Rowan Williams c’è soprattutto il sorpasso dei cattolici in Inghilterra.
A fermare l’emorragia ci aveva provato il reverendo gay friendly Robert Runcie, che ha una moglie che sulla Bbc parla spesso di sesso. Contro di lui si espose l’evangelico George Carey.
Gli anglicani oggi sono sull’orlo di uno scisma sulla questione omosessuale, a cui Time Magazine dedica la copertina con il titolo “Guerra santa”. Carey provò a placare il malumore conservatore richiamando il principe Carlo alla castità e facendo autocritica fino al punto di definire la sua chiesa “anima di una nazione atea”.
Nel 1998 a Lambeth si svolse la decennale conferenza anglicana e il risultato fu la linea dura contro l’ordinazione dei gay. Il Parlamento aveva abbassato a sedici anni l’età in cui vengono considerati leciti gli atti omosessuali e alcuni vescovi si dimostrarono molto concilianti.
Cinque anni dopo la guida degli anglicani episcopaliani Katharine Schori, la prima donna a capo di un ramo della chiesa in cinque secoli, consacrò il vescovo Gene Robinson, convivente gay e divorziato e per il quale Gesù era uno che “viaggiava con un gruppo di uomini”. Schori parlò anche di “madre Gesù”.

Williams non ha mai fatto mistero di aver ordinato sacerdoti gay e nel 1989 predicava la necessità di “allontanarsi dall’idea che il sesso riproduttivo sia una norma”. I vescovi conservatori non hanno mai digerito il suo savoir fair di hippy scozzese.
A Time, Williams dice ora che la chiesa non è mai stata così “fragile e vulnerabile”. La sua leadership non si estende oltre le province “bianche” perché nel conservatore Global South regna il primate nigeriano Peter Akinola, che parla del “vizio liberal” di considerare “la propria agenda più importante dell’obbedienza alla parola di Dio”. Negli anni 70 c’erano 5 milioni di anglicani in Nigeria e 16 diocesi. Oggi sono 18 milioni e 80 diocesi. Nei paesi “bianchi” sono fermi a tre milioni.

I leader anglicani emergenti in Inghilterra sono l’ugandese John Sentamu, arcivescovo di York, e il pakistano Michael Nazir Ali, arcivescovo di Rochester. Contro i predicatori islamisti Sentamu ha detto: “Non importa quale Dio adori, se ti manda a uccidere della gente mi chiedo: che genere di Dio è questo?”.
Nel dicembre scorso sette parrocchie in Virginia, contrarie alla nomina di Robinson, abbandonarono gli episcopaliani per seguire Akinola, il quale ha detto: “In Nigeria obbediamo alla Scrittura, sia conveniente o meno. Non è negoziabile”.

Secondo lo studioso Philip Jenkins è la marcia dell’islam a determinare il giudizio sull’omosessualità: “I musulmani convertono dicendo che l’occidente è sessualmente irresponsabile. Se la chiesa anglicana accetta i vescovi gay, i musulmani guadagnano terreno in Africa. Akinola sa che sotto attacco è l’esistenza della cristianità, l’equilibrio fra islam e cristianesimo”.
Nei giorni scorsi c’è stato un altro scandalo. Una collaboratrice di Williams, il reverendo Emma Loveridge, ha annunciato di essere incinta. Il problema è che non è neanche sposata.

Il prossimo anno a Lambeth si terrà un’altra conferenza. Williams non ha invitato né Robinson né il conservatore della Virginia, Martyn Minns, nominatoda Akinola. Si parla di una punizione per lo scisma: “Il mio nome è sinonimo di dissenso” aveva detto Minns. “Se la chiesa non evangelizza è morta” ripete Akinola. Il contrario di Williams, che ieri si incatenava alle basi dell’esercito americano e oggi allo spirito del tempo, mentre la maggioranza di fedeli conservatori va dalla parte opposta.
Quando Williams avallò la legge inglese sui gay, Akinola abrogò dallo statuto nigeriano la frase “in comunione con Canterbury”. “Se vogliono creare una nuova religione, good luck”.

Gli anglicani si sono divisi su tutto: sacerdozio, gay, aborto, islam, Israele, dialogo con i cattolici e dogmi. E’ come se lo scisma si fosse consumato e si trattasse di formalizzarlo. Basta pensare alle reazioni sulle caricature di Maometto. A Time, Williams ripete che bisogna capire la risposta di un “membro di una comunità musulmana isolata”. Quando in Nigeria i soggetti in questione passarono a bruciare le chiese, Akinola parlò un’altra lingua: “Ai fratelli musulmani diciamo che non hanno il monopolio della violenza”.

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giovedì, maggio 24, 2007

Historia Ecclesiastica Anglorum, IV

TONY BLAIR CATTOLICO?

"Pare che Tony Blair annuncera' presto pubblicamente la sua conversione al cattolicesimo.
Nessuna sorpresa. Gia' moglie e figli sono cattolici e lui stesso frequenta regolarmente la messa con la propria famiglia e da solo.
In occasione di un incontro privato con Giovanni Paolo II ricevette la comunione dal Papa stesso, cosa piuttosto insolita per un non cattolico.
La spiegazione piu' plausibile e' che, gia' accolto nella Chiesa, prima di annunciarlo pubblicamente abbia aspettato di lasciare l'incarico di Primo Ministro e di leader del Labour Party per evitare polemiche in un Paese di forti tradizioni e pregiudizi anticattolici.
Vedremo ..."


Sempre Angelo "pietate superna" ci annuncia una nuova conversione al cattolicesimo: il luterano Robert C. Koons, professore di filosofia alla "University of Texas", abiurata l'eresia, si è piamente sottomesso alla Sede Romana.

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martedì, maggio 22, 2007

Amicus Plato sed magis amica Santippe, V


La BBC nel 2006 mandò in onda un reportage sugli abusi sessuali dei preti cattolici in Irlanda, Stati Uniti e Brasile o meglio sull'esistenza di precisi ordini dati dal Vaticano per occultare i fatti e così "salvare" i preti pedofili. La tesi venne immediatamente e apertamente sconfessata dalla Conferenza episcopale inglese, la quale invitò la Bbc a "vergognarsi per lo standard giornalistico usato nell'attaccare senza motivo Benedetto XVI."

Guarda caso, subito dopo il grande successo del "cattolico" Family Day ecco che alcuni giornali hanno annunciato che uno dei video più scaricati da Video Google era proprio quel servizio giornalistico della BBC, messo in rete e appositamente sottotitolato in italiano da Bispensiero (sito di amici siciliani di Beppe Grillo), chiedendosi retoricamente come mai quella inchiesta giornalistica non era mai stata trasmessa dalle TV italiane (come se ci fosse una convenzione internazionale che obbligasse Rai, Mediaset e La7 a ritrasmettere i programmi della BBC!).

Da un punto squisitamente giornalistico "le notizie" riportate dalla BBC sono assi datate: l'esplosione dello scandalo pedofilia che ha coinvolto la Chiesa cattolica in Irlanda e negli Stati Uniti risale al 2001 ed anche del prete pedofilo brasiliano che aveva scritto un piccolo trattato su come attirare le sue ingenue vittime ebbe a suo tempo giustamente ampio risalto sui Media.

E' purttroppo assolutamente evidente a chiunque che dai processi per pedofilia contro membri del clero cattolico emerge tristemente che i vescovi o i superiori religiosi spessissimo avevano già ricevuto segnalazioni da parte delle vittime di abusi e dai loro familiari e per mettere la cosa a tacere avevano trasferito il presunto pedofilo ad altra parrocchia (e al massimo magari ordinando di sottoporsi a qualche colloquio psicologo).
Non c'è bisogno però di ipotizzare un codificata strategia vaticana che imponesse ai Vescovi di insabbiare il tutto. Il recente dibattuto, presunto e clamoroso caso di pedofilia a carico delle maestre di Rignano Flaminio ne è un esempio magistrale: sia le maestre accusate sia le colleghe non fanno altro che piangere la loro estraneità a i fatti, mentre sia il sindaco e i cittadini del piccolo Comune alle porte di Roma - pur non essendo degli ecclesiastici- non fanno altro che provare fastidio per tanto clamore senza dolersi troppo per i bambini abusati ma anzi screditando la validità delle testimonianza degli infanti!

Quando i casi di pedofilia travolsero la Chiesa statunitense e molti vescovi e pure un cardinale dovettero dimettersi, Giovanni Paolo II intervenne emanando "Motu proprio" la Lettera Apostolica "Sacramentorum sanctitatis tutela" cioè un nuovo documento in cui tra le più gravi colpe di un prete veniva ribadita anche la pedofilia che veniva ancor di più sanzionata e per questo -a norma del Codice di diritto canonico- entrava a far parte di quei "delitti" che per la loro gravità non erano più demandati al giudizio del vescovo locale ma riservati immediatamente alla Santa Sede (ovviamente per "riservati" non si intende che questi non debbano essere resi pubblici ma si parla del fatto quei preti che peccano gravemente contro il sacramento dell'Eucaristia e della Confessione non possono essere assolti da nessun prete e nemmeno dal vescovo ma che sono “avocati” al Papa: cioè che la loro estrema gravità solo il Papa può "giudicare"!).

A questo documento pontificio -che è indirizzato ai vescovi- venne allegata una lettera del Cardinal Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, in cui dopo aver elencato i delitti "riservati alla Santa Sede" si puntualizza che "Ogni volta che l'ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un'indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all'ordinario o al gerarca, dettando opportune norme, di procedere" e così si veniva a modificare la precedente normativa poiché "l'istruzione "Crimen sollecitationis" finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant'Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici".

Il 18 maggio 2001 ecco che, mercé l'Eminentissimo Ratzinger, l'universo mondo veniva a conoscenza di una Istruzione del Sant'Uffizio che spiegava come indagare, processare e nel caso punire quegli ecclesiastici che si erano macchiati del "Crimen sollecitationis" cioè "crimine di provocazione": ovvero avessero usato della loro autorità in Confessione per costringere il penitente ad avere rapporti sessuali e, più in generale, nei casi di denunce di chierici che avessero avuto rapporti sessuali con donne, uomini, bambini e animali.

E' evidente che nel 1962, vista la delicatezza dell'argomento, ai vescovi era comandato che l'istruzione fosse:
"servanda diligenter in archivio secreto Curiae pro norma interna non pubblicanda nec ullis commentariis agenda".

In un'epoca in cui anche i decreti pontifici con cui si autorizzava l'uso delle lingue e delle danze indigene nelle messe dei Paesi di Missione dovevano essere dai vescovi tenuti segreti, sotto pena di scomunica, figurarsi se il Vaticano poteva rendere noto all'opinione pubblica che c'era la possibilità che dei preti avrebbero potuto avere rapporti sessuali con animali!

La tesi del progranna della BBC «Sex crimes and Vatican» è che il "crimen sollecitationis" fosse il documento che istruiva i vescovi su come insabbiare le accuse di pedofilia e che comandasse la rimozione "per promozione" del prete pedofilo come strategia abituale per mettere a tacere le dicerie ed inoltre si desse istruzione di fare pressione psicologica sulle vittime per evitare che parlassero.
Non solo! Il nuovo documento del 2001, avocando a Roma le inchieste per accuse di pedofilia non avrebbe fatto altro che aumentare l'omertà della Chiesa cattolica in materia e accrescere la mafiosa e criminale protezione dei preti pedofili: "deus ex machina" di questa diabolica strategia non sarebbe altri che il pontefice "ccioiosamente" regnante, per vent'anni prefetto dell'ex-Sant'Uffizio!

Nella più totale ignoranza dei metodi "inquisitoriali" di Santa Romana Chiesa si è fatto passare il richiamo alla discrezione e alla segretezza che indagini tanto delicate impongono con il comando di sottrarre alla giustizia civile e penale i chierici colpevoli di abusi sessuali tanto che negli Stati Uniti qualcuno ha chiesto di processare "il cittadino" Ratzinger con l'accusa di aver voluto intralciare la giustizia americana.
Ovviamente a prendere la palla al balzo ci pensarono quei laidi laici dei Radicali italiani che nel 2005 organizzarono una conferenza stampa in Texas cui parteciparono l'avvocato David Shea, il legale di Houston che denunciò in sede civile il cardinale Joseph Ratzinger davanti alla Corte distrettuale del sud del Texas per la presunta copertura data ai membri del clero responsabili di abusi sessuali; Maurizio Turco, Segretario di Anticlericale.net ed ex deputato, il deputato Daniele Capezzone; l'europarlamentare Marco Cappato e Rita Bernardini attualmente Segretario dei Radicali Italiani (olè!)!
Si vede che dopo il fallimento politico della contro-manifestazione dell'orgoglio laico di piazza Navona del 12 maggio non c'era di meglio da fare che rimestare nel torbido per far passare il messaggio che è meglio affidare i propri figli ad una coppia di gay, atei materialisti dialettici e fumatori di spinelli che invece mandarli all'Oratorio dei preti!


Però a me una cosa non è chiara della ricostruzione storica operata dai giornalisti della BBC: se la Chiesa cattolica ha per cinquant'anni coperto i preti pedofili, come proverebbe il documento approvato "ex audentia Santissimi die 16 Martii 1962", perchè il grande colpevole "storico" deve essere individuato nel cardinal Ratzinger?

Quando il beato e "papa buono" Giovanni XXIII emanò quel "documento pro-pedofili" Joseph Ratzinger era solo un prete professore "progressista" di teologia in Germania.
E' pur vero che dal 1981 divenuto prefetto il cardinal Ratzinger non modificò quella legislazione canonica ma bisogna ricordare che il superiore del prefetto della congregazione della Dottrina della fede è il papa in persona; Karol Woytjla "il buono" "il bravo" e "il bello", avrebbe potuto sin dal primo giorno del suo pontificato, abrogare quella normativa di cui sicuramente doveva essere a conoscenza sin dal 1962 poichè all'epoca era già vescovo in Polonia!

Non solo, se come sostengono i curatori di «Sex crimes and Vatican» le nuove norme emanate da Giovanni Paolo II nel 2001 hanno ancor di più aumentato la protezione ecclesiastica verso i preti pedofili ciò non solo aggraverebbe il giudizio sull'operato di Ratzinger ma ancor più nei confronti di un Karol Wojtyla falso e ipocrita che nei suoi discorsi ufficiali deprecava e condannava la pedofilia chiedendo ai vescovi di usare "tolleranza zero" verso i preti pedofili e contemporaneamente imponeva agli stessi vescovi una legislazione canonica che andava nel senso opposto!

Ragion per cui se la tesi dei giornalisti della BBc fosse vera non solo Benedetto XVI sarebbe un mostro ma anche i suoi predecessori "di santa memoria" non avrebbero avuto un contegno meno mostruoso! Si chieda pertanto di sospendere il processo di beatificazione del servo di Dio Karol Woytjla seduta stante.
Se Pio XII non viene considerato degno di essere elevato agli altare per la semplice ragione che, pur aiutandoli concretamente, non fece nessun proclama ufficiale contro l'olocausto degli ebrei, come si potrà senza scrupolo di coscienza beatificare chi fu il sommo connivente per (almeno) 27 anni dei crimini dei preti pedofili?

E, soprattutto, se Giovanni XXIII non solo "si è degnato di approvare e confermare questa Istruzione" ma ha anche comanda che quelle norme fossero "rispettate" (sic!) come lo si potrà continuare a considerare un santo distributore di miracoli per i suoi milioni di devoti? Si proceda pertanto all'eliminazione del suo nome dall'albo dei beati, il suo corpo incorrotto venga sottratto alla venerazione dei fedeli, bruciato, e le sue ceneri sparse nel Tevere!

Se a lor signori giornalisti della BBC tali richieste parranno esose e spropositate vorrà dire che anche Benedetto XVI potrebbe -il più tardi possibile!- essere un degnissimo candidato agli onori degli altari!

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giovedì, dicembre 28, 2006

Historia Ecclesiastica Anglorum, III


Propongo ai piissimi lettori un lunghissimo articolo di Roberto Persico (il Foglio; 6 luglio 2006)che ripercorre la vita del Venerabile cardinal Newman.


La notizia era tutt’altro che inaspettata; ma suscitò ugualmente notevole scalpore: il reverendo dott. John Henry Newman, canonico di Oxford era passato nelle file di Roma.

Enfant terribile della teologia anglicana, da tempo i suoi sermoni erano al centro delle controversie religiose – e culturali, e politiche – del mondo britannico. Da tempo molte delle sue tesi erano sospettate di cedimento al nemico papista. E il 9 ottobre 1845 Newman fece il grande passo.

Il suo nome aveva cominciato a circolare agli inizi degli anni Trenta.

Era nato a Londra il 9 febbraio del 1801. Suo padre era stato un banchiere di discreto successo, prima di fallire e dedicarsi alla distillazione della birra. Sua madre, di antica famiglia ugonotta, lo aveva cresciuto nella lettura della Bibbia. Verso i quattordici anni il ragazzino – sveglio e precoce – aveva letto pagine di Thomas Paine, David Hume e forse Voltaire, ed era stato attratto dalla loro incredulità.
Era stato il suo professore di greco e latino, il reverendo Walter Myers, a rinsaldare le sue convinzioni religiose; ma con le tesi dello scetticismo illuminista avrebbe fatto i conti per tutta la vita.
Nel 1817 era riuscito a entrare al Trinity College a Oxford – uno dei santuari della teologia anglicana – e nel 1825 era diventato pastore della chiesa d’Inghilterra.
Dominava allora la scena culturale il gruppo detto dei “noetici di Oxford”. La sfida, s’è accennato, era il razionalismo d’origine settecentesca, con la sua serrata critica a dogmi, miracoli, rivelazioni e affini. I “noetici” s’erano accodati, pensando di difendere il cristianesimo depurandolo di tutto ciò che non fosse razionalmente sostenibile; erano approdati a una concezione che ben s’accordava con “La ragionevolezza del cristianesimo” del venerato John Locke, “una religione naturale governata da un sovrano saggio e prudente, e priva di mistero”.

Inevitabilmente, il giovane Newman viene coinvolto nella congrega; ma già nel 1826 ne prende le distanze. Pronuncia infatti in quell’anno il primo della serie di “Sermoni universitari“, che costituiscono oggi la prima parte del volume dedicato ai suoi “Scritti filosofici” dall’editore Bompiani (seguono il “Quaderno filosofico”, una collazione di appunti su argomenti vari, e la fondamentale “Grammatica dell’assenso”).

Nel “Sermone” predicato il 2 luglio 1826 nella chiesa universitaria dedicata a St. Mary the Virgin abbozza dunque il giudizio sul suo tempo e il campo di ricerca nei decenni a venire. “Il cristianesimo è stato rappresentato come un sistema che ostacola la strada del miglioramento in politica, nell’educazione e nella scienza; come se fosse stato adatto alla condizione della conoscenza, e avesse contribuito alla felicità, nell’età in cui fu introdotto, ma fosse un vero e proprio male in tempi più illuminati”, per cui oggi molti “sembrano considerare gli interessi del genere umano del tutto inconciliabili con quelli della chiesa cristiana; e benché pensino sia indecoroso o insensibile attaccare apertamente la religione, tuttavia sembrano attendere fiduciosamente che il progresso delle scoperte e il generale avanzamento dello spirito umano debbano risolversi nella caduta del cristianesimo”. Al contrario, ribatte, la filosofia e la scienza moderne sarebbero impensabili senza la tradizione cristiana. Perché “la scienza e la Rivelazione concordano nel supporre che la natura sia governata da leggi uniformi e stabili. La Scrittura, se interpretata correttamente, è decisiva nell’eliminare tutti quegli elementi di irregolarità che si suppone che interrompano a loro piacimento l’ordine della natura”, cioè le svariate divinità capricciose che popolano le altre cosmologie. E perché “benché sembri così ovvia la posizione secondo la quale nel formare una seria teoria sulla natura, dobbiamo iniziare dall’indagine, escludendo la speculazione immaginaria o la deferenza all’autorità degli uomini, non fu generalmente conosciuta o accettata come tale finché un filosofo cristiano non la impose all’attenzione del mondo. E sicuramente egli fu sostenuto dall’uniformità del linguaggio di tutta la Bibbia, che ci dice che la verità è cosa troppo sacra e religiosa per essere sacrificata alla mera gratificazione dell’immaginazione o al divertimento della mente”. Ciononostante, scienza e religione oggi sembrano andare ciascuna per conto suo; “perché [questo male] non aumenti, dobbiamo guardare a quella primitiva educazione religiosa alla quale non ci può essere dubbio che tutte le persone dovrebbero sottomettersi”.
Negli anni seguenti, Newman si dedica anima e corpo – letteralmente – a ritrovare “quella primitiva educazione religiosa”, vale a dire allo studio accanito dei Padri. Si appassiona così alla tradizione della chiesa delle origini, prima delle lacerazioni che hanno segnato la sua storia moderna. Comincia a domandarsi se nel ritorno a quelle fonti non sia possibile ritrovare un’unità. Fra il 1832 e il 1833 compie un lungo viaggio nel Mediterraneo: Malta, Grecia, Corfù, Napoli, Roma. In Sicilia si ammala gravemente e sembra in punto di morte; poi si riprende, si imbarca per Marsiglia, attraversa la Francia in carrozza a tappe forzate. “Ho un lavoro da fare in Inghilterra” ripete. Dal soggiorno riporta a casa una severa repulsione per gli aspetti superstiziosi del cattolicesimo latino; ma anche ammirazione per la serietà dei seminari romani o per la semplicità e la bellezza della partecipazione del popolo alla liturgia. Pochi giorni dopo il suo rientro a Oxford, un sermone predicato dal suo amico John Keble, “Apostasia nazionale”, dà il via a quello che diventerà il “Movimento di Oxford”.

Due sono i bersagli del discorso di Keble, condivisi da una cerchia di giovani chierici: il liberalismo teologico – la riduzione della fede a sentimento religioso, privo di qualsiasi contenuto dottrinale vincolante – e la sottomissione della chiesa anglicana al governo – inevitabile conseguenza: se la religione non ha contenuto, è lo stato che ne detta le regole. L’obiettivo dei teologi è ambizioso: restituire al credo cristiano un saldo fondamento, rivendicare l’autonomia dalla politica, rispondere alle sfide del positivismo incombente.

Newman diventa rapidamente il leader riconosciuto del gruppo; i “Sermoni” che inizia a predicare regolarmente nella chiesa di St. Mary un punto di riferimento per molti. “Nessuno che abbia ascoltato i suoi sermoni”, ricorda un frequentatore assiduo, “può dimenticarli. Di rado erano direttamente teologici. Newman parlava a noi di noi stessi, delle nostre tentazioni, delle nostre esperienze. Sembrava rivolgersi alla coscienza più segreta di ciascuno di noi – come gli occhi di un ritratto sembrano guardare ogni persona in una stanza. Un tono non di timore, ma di infinita pietà, correva fra tutti”.

“L’atteggiamento di Newman dal pulpito” rincara un autorevolissimo uditore, William Ewart Gladstone, nonancora primo ministro ma già deputato ai Comuni “era tale che, a considerarne i diversi aspetti separatamente, non si arriva a una conclusione soddisfacente. C’era poca enfasi nella voce e nessuna teatralità; i sermoni venivano letti, e quasi non alzava gli occhi dal testo. Eppure, se consideravi l’uomo nell’insieme, c’era in lui come un timbro, un sigillo; una solenne dolcezza e una musica nel tono; un’unità nella figura, nell’atteggiamento, che rendeva il suo modo di porsi singolarmente affascinante”.
Filo conduttore delle riflessioni il rapporto tra fede e ragione. Il quarto è diretto contro “le usurpazioni della ragione”, che non può essere che al servizio della fede. Ma gradualmente la sua posizione si sviluppa verso una nozione più ampia del concetto di ragione. Nel decimo distingue la fede come principio di azione, di condotta della vita, dalla ragione come strumento di riflessione.
La settimana seguente spiega che la fede è “il ragionare di uno spirito religioso, che agisce in base a supposizioni piuttosto che a prove, che specula e rischia sul futuro di cui non può essere certo”: “la fede è un atto della ragione”, che in un campo dove non è possibile avere certezze categoriche si basa sulle conclusioni più probabili, che vengono verificate non dalla logica ma nella vita.

Nel 1841 il primo ministro Robert Peel propone l’istituzione di conferenze pubbliche per l’educazione delle masse, in cui vengano illustrate le nuove scoperte scientifiche, la cui meraviglia susciterà una fede non confessionale nell’Architetto dell’Universo. Newman reagisce veementemente: “Il cuore è colpito non dalla ragione ma dall’immaginazione, dalla testimonianza di fatti ed eventi, dalla storia, dalle descrizioni. Siamo influenzati da una persona, affascinati da una voce, soggiogati da una cosa vista, infiammati da un’azione. Molti uomini possono vivere e morire per un dogma; nessuno accetterà il martirio per una conclusione. Una conclusione non è che un opinione. La logica non è che una triste retorica; è più facile far quadrare un cerchio che convertire con un sillogismo”.

La polemica tiene banco sulle prime pagine del Times per settimane. Nel frattempo si sviluppa la riflessione sul rapporto tra chiesa d’Inghilterra e cattolicesimo, affidata a una serie di pamphlet, “Tracts for the Times”. Nei primi, l’anglicanesimo viene indicato come una “via media” tra gli eccessi – teologici, morali, liturgici – dei “papisti” e gli altrettanto eccessivi rigori protestanti; ma poco a poco gli oxonensi inclinano sempre più verso Roma.

L’ultimo dei “Tracts”, che propone una lettura cattolica dei Trentanove Articoli, il
cuore della professione di fede anglicana, suscita un pandemonio. Per evitare una condanna formale, Newman sospende le pubblicazioni, e si ritira a Littlemore, a poche miglia da Oxford, in una reclusione quasi monastica. Approfondisce i suoi amati studi patristici, e realizza che le “vie medie” non hanno mai avuto grandi argomenti: né i quasiariani, né i monofisiti moderati avevano solidi fondamenti. Le ragioni stavano dalla parte dell’ortodossia.

Nel febbraio 1843 pronuncia l’ultimo “Sermone anglicano”, su “La teoria degli sviluppi nella dottrina religiosa”. Contro la teologia protestante che riconduce il contenuto della Rivelazione alla “sola scriptura”, “le mezze frasi del Vangelo” afferma “la sua sovrabbondanza linguistica, ammettono uno sviluppo, hanno una vita loro che si mostra in progresso”.

La dottrina della Trinità, la devozione alla Vergine, il culto dei santi, la fede nel purgatorio non sono aggiunte arbitrarie, ma lo sviluppo coerente di una verità inesauribile che comprende sempre più a fondo se stessa.

E’ aperta la strada per abbracciare la fede cattolica. Newman però vuole essere ben
certo di quello che fa. Occorreranno altri due anni di meditazione e preghiera prima che chieda di ricevere il battesimo secondo il rito romano.
Diversi suoi compagni di studi lo seguiranno. Dopo un breve soggiorno a Roma, fonderà in Inghilterra un “Oratorio” dell’ordine di san Filippo Neri.

Neanche in casa cattolica avrà però vita facile.
Nel 1859 pubblica un articolo “Sulla consultazione dei fedeli in materia di dottrina”, dove ricorda che nella grande controversia ariana del IV secolo la maggioranza dei vescovi aveva ceduto all’eresia; solo la solida, semplice fede del popolo aveva permesso all’ortodossia di resistere. Parla del passato, ma si rivolge al presente, ai tanti vescovi che flirtano con le ideologie alla moda.

Non è un testo fatto per attirargli simpatie.
Per i suoi scritti sullo sviluppo della dottrina viene denunciato alla Santa Sede per “liberalismo”. Sono gli anni cruciali in cui il termine è sinonimo di “empio”, “infedele”.

Nel 1864 esce il “Sillabo” che condanna “gli errori dell’epoca moderna”. Il dibattito che segue è infuocato. Lord Acton, paladino del cattolicesimo liberale, gli rimprovera di avallare un dogmatismo cieco; Newman replica proponendo una lettura minimalista – pur rispettosa – del testo, e riconoscendo che il Papa potrebbe esercitare la sua missione anche senza lo Stato del Vaticano. Al che il cardinale Manning – un altro grande convertito – deplora la sua scarsa lealtà verso la Santa Sede.

Un polemista protestante lo accusa di infischiarsene della verità. La replica di Newman è l’“Apologia pro vita sua”. Tutti i cambiamenti di cui lo si rimprovera, scrive, dipendono proprio e solo dall’amore per la verità: non si è mai accontentato finché non ha trovato quel che cercava.
Il libro suscita a Roma grande apprezzamento, e l’autore è invitato a partecipare ai lavori in vista del Concilio. Newman tergiversa: c’è a tema l’infallibilità, e lui è perplesso. Finisce per declinare l’offerta, con il motivo che sta lavorando a un nuovo libro.
Nel 1870 il Vaticano I proclama l’infallibilità del Papa; quando legge la formulazione del dogma, Newman tira un sospiro di sollievo, perché è rigorosamente circoscritto, e lo difenderà sempre a viso aperto.

Lo stesso anno esce il “Saggio in aiuto a una grammatica dell’assenso”, dove la riflessione sulla ragionevolezza dell’atto di fede viene sviluppata sistematicamente.

L’assenso che prestiamo alle verità di fede – spiega Newman – non è che un caso particolare di come ciascun uomo abitualmente ragiona. Quasi tutto ciò che un uomo comune sa, infatti, e soprattutto ciò in base a cui orienta la sua vita, non è conosciuto secondo i metodi della logica o della scienza. Queste non sono il paradigma di ogni conoscenza, ma casi particolari da applicare nel proprio ambito. Sul fatto che la Gran Bretagna sia un’isola, che siano esistiti i classici latini, che dovremo morire – prosegue – la maggior parte di noi non ha certezze “scientifiche”, basate su prove dirette e dimostrazioni inconfutabili, ma certezze o evidenze che definisce “morali”: fondate su un’infinità di molteplici fattori, troppo complessi e sottili per essere ridotti a sillogismi, nessuno dei quali da solo sarebbe sufficiente a suscitare l’assenso; ma la cui molteplicità e “convergenza” verso un unico punto diventa fonte di una certezza più forte e impegnativa per la vita di qualsiasi conoscenza scientifica.

“La dimostrazione per una certezza morale è un complesso di indici il cui unico senso adeguato, il cui unico motivo adeguato, la cui unica lettura ragionevole è quella certezza” ripeterà instancabilmente un secolo più tardi don Luigi Giussani a migliaia di studenti, riprendendo pressoché alla lettera la formulazione newmaniana.



Nel 1879 Leone XIII gli impone la porpora cardinalizia.
Nel discorso di accettazione, Newman riassume il senso di tutta la sua opera nella “lotta contro il liberalismo” (dove il termine ha, evidentemente, un’accezione totalmente religiosa): “Il liberalismo in religione è la dottrina secondo cui non esiste verità positiva in religione, ma un credo vale l’altro e questa è la dottrina che sta acquistando forza e sostanza nei nostri giorni. Essa è incompatibile con qualsiasi riconoscimento di qualsiasi religione come vera. Essa insegna che tutto deve essere tollerato, perché tutto è opinabile. Religione rivelata non è verità, ma un sentimento e un gusto, non un fatto oggettivo, non un fatto miracoloso; ed è diritto dell’individuo di fargli dire solo quello che colpisce la sua fantasia”.

Così ebbe a commentare quasi cent’anni dopo Paolo VI: “Molti dei problemi che Newman affrontò con saggezza – anche se fu spesso malcompreso e male interpretato – sono stati l’oggetto della discussione e dello studio dei Padri del Concilio Vaticano II. Non solo il Concilio, ma anche il tempo presente può essere considerato in modo speciale ‘l’ora di Newman’”.

Non aveva tutti i torti.

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sabato, novembre 11, 2006

visioni private /11

Ovvero: Fiction criminale del Cristianesimo


"Contrordine.
Sul più importante canale della più importante rete di servizio pubblico inglese parlare di kamikaze, scherzare sui kamikaze o ironizzare sui kamikaze è possibile.

Sulla Bbc, è possibile produrre una fiction dove si parla di kamikaze, dove tre uomini organizzano un attentato con un aereo, dove con il terrorismo si scherza, si piange, ci si innamora, si uccide, si sorride. La fiction, molto bella, si chiama “Spooks” e va in onda ogni lunedì sera alle ventuno su Bbc One. Si parla di aerei, religione, attentati, dirottamenti.
Nessun problema ma a patto, si capisce, che i terroristi non siano di colore, non siano islamici, non siano gay e non siano, soprattutto, musulmani. Nell’episodio andato in onda lunedì primo novembre, in una scena, l’attore Shaun Dingwall uccide un uomo in preghiera. L’uomo di fronte a lui è un musulmano. Dingwall interpreta la parte di un fondamentalista. Cristiano, ovviamente.

Solo un caso? Non proprio. Poco tempo fa, la stessa fiction, sulla stessa rete, allo stesso orario, aveva fatto di più.
La scena è questa: due terroristi organizzano un attentato con aerei, coltelli, pistole. Dicono ai musulmani, go home, andate a casa, vi taglieremo la testa, vi ammazziamo, andate via, fuori. Poi si schiantano con l’aereo, realizzano un video ma piuttosto che mandarlo su al Jazeera, il video va in onda direttamente sulla Bbc. L’attentato è contro una moschea. La voce di uno degli attentatori dice così: “Desidero informarvi che stiamo per combattere una guerra contro quella ‘religione di pace’ che si chiama islam”. E poi: “Questa è una dichiarazione di guerra, contro l’islam”.

Ora, il discorso è molto semplice. Parlare di kamikaze e parlare di terrorismo eccita, fa audience, piace, non si cambia canale. Alla Bbc, ovviamente, lo sanno. Ma parlare di terrorismo, parlare di kamikaze e parlare di islam eccita sì, ma spaventa pure. Pochi giorni fa il presidente della Bbc, Michael Grade, aveva spiegato che nella sua personalissima interpretazione del significato da dare al multiculturalismo, sarebbe stato preferibile parlare male dei cristiani, piuttosto che parlare male dei musulmani. Questione di sensibilità, spiegava. I musulmani si arrabbiano, quindi meglio non provocarli. I cristiani non si arrabbiano, quindi si possono pure provocare.

Molto semplice: parliamo di terrorismo, ma non parliamo di islam. Ma lo stesso Shaun Dingwall, l’attore che spara al musulmano, aveva spiegato già a febbraio quali erano le sue paure. E se qualcuno taglia la scena in cui il cristiano uccide il musulmano? Che succede, si può? Dingwall non aveva paura di un’eventuale critica cristiana, aveva paura dell’eventuale critica islamica. Nessuna scena è stata cambiata e lunedì è andata in onda la puntata con il cristiano (cattivo) che uccide il musulmano(buono).
Ma parte della comunità musulmana non era comunque contenta.
Pur apprezzando l’originale multiculturalismo della Bbc, c’è chi non ha gradito affatto le critiche che la comunità evangelica inglese ha riservato alla puntata. E così, tra i musulmani, c’è chi ha criticato tutti coloro che si permettevano di criticare.

Sempre sulla Bbc, lo scorso anno (era domenica 9 dicembre), era andato in onda uno spettacolo che si chiama “Jerry Springer - The Opera”. Nello show, c’era un conduttore, Jerry Springer (interpretato da David Soul, l’attore che in “Starsky & Hutch” faceva Hutch) che aveva come ospiti Gesù, Maria, Adamo, Eva e Dio: tutti presi per i fondelli uno per uno. Divertente, ma qualcuno non la prese bene (alla Bbc arrivarono quarantacinquemila lettere di protesta).

Qualcun altro, invece, si poneva una domanda molto semplice: ma la più importante rete di servizio pubblico inglese, la Bbc quand’è che farà una trasmissione, una fiction o una serie tv dove al posto di Gesù, Maria, Adamo, Eva, Dio, o al posto di dirottatori fondamentalisti cristiani (su cui, sia chiaro, scherzare e ridere è ovviamente lecito), ci farà fare anche una bella risata con Maometto, Allah o un imam?
La risposta l’ha data il presidente della Bbc, Michael Grade: mai."
(Claudio Cerasa; Il Foglio; giovedì 9 novembre 2006)

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venerdì, ottobre 27, 2006

dei Sepolcri, XV

Sive:
HIC QUIESCUNT UGOLINIS PRINCIPIS O’NEILL OSSA



"C’è una chiesa a Roma che molti non conoscono, quella di S. Pietro in Montorio, in una splendida posizione sul Gianicolo. Il luogo è uno dei più belli della città. La chiesa e le strutture conventuali annesse (oggi “Accademia di Spagna”) devono la propria attuale sistemazione alla presenza dei francescani (dal 1472) e all’interessamento dei re di Spagna Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. Non è un luogo frequentatissimo e non sono tanti quelli che, entrati in Chiesa per una visita, hanno l’idea di andare a spostare la guida rossa che copre parte del pavimento. Se lo facessero troverebbero, di fronte all’altar maggiore, le sepolture di quattro “ribelli” irlandesi: Hugh O'Neill, signore di Tyrone (1540-1616), il figlio Hugh, Ruair O’Donnell, signore di Tyrconnell e suo fratello Cathbarr. Figure storiche di notevole importanza per la storia d’Irlanda...

Il 20 Luglio del 1616, si spegneva a Roma l’ultimo di quegli esuli eccellenti, nella sua lingua natale il suo nome era stato: Aodh Mor O’Neill. Colto e poliglotta, convivevano in lui due distinte figure: il capo della propria gente secondo le consuetudini ancestrali dell’Irlanda gaelica e l’umanista rinascimentale, protettore della cultura e delle arti, secondo un modello che proprio in Italia, il paese che infine lo accolse, aveva visto la sua massima espressione. Sulla lapide che indica il luogo della sua sepoltura sono scolpite le seguenti parole: D.O.M. Hic Quiescunt Ugonis Principis O’Neill Ossa."

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mercoledì, ottobre 25, 2006

Historia Ecclesiastica Anglorum II

Il multiculturalismo che regna nel Regno Unito e la pluralità di religioni che debbono convivere in un contesto democratico sta pian piano facendo emergere nella mente degli inglesi l'idea che in quella che storicamente era e che è la loro religione "di Stato" vi sia un "peccato originale" che nel XXI secolo dovrebbe solo provocare orrore e raccapriccio ad ogni persona sana di mente: La Chiesa Anglicana è stata creata allo scopo di servire il potere politico e non ad Iddio ma al potere mondano è totalmente e devotamente asservita!
Non dovrà sembrare strano, quindi, che la prima cosa che fece Enrico VIII dopo essersi proclamato capo della Chiesa d'Inghilterra, fu il dar ordine di profanare, bruciare e disperdere quel che rimaneva delle ceneri di San Tomas Beket: quell'arcivescovo di Kanterbury che, essendo a capo della Chiesa d'Inghilterra, si oppose al proprio re per salvaguardare l'indipendenza della Chiesa dal re e la libertà di obbedire al Papa di Roma.


Il Sunday Time ha rivolto agli inglesi una domanda "illuminista" (come dice William Ward in un articolo sul Foglio di martedì 24 Ottobre 2006):
"E' arrivato il momento che il Regno Unito separi Dio dallo stato? E che diventi, come gli Stati Uniti e la Francia, un paese veramente laico?

Il “pasticcio” – come lo definisce il Sunday Times – sta nelle istituzioni inglesi: c’è un capo di stato, la regina, che è anche capo della chiesa d’Inghilterra, c’è un Parlamento che apre le proprie sedute con una preghiera, c’è la Camera dei Lord, l’unica al mondo, dove 26 vescovi hanno pieno diritto di voto, e c’è un primo ministro che indica alla sovrana i chierici da promuovere.
Un’anomalia accentuata da una radicata tradizione nel sistema scolastico, composto per un terzo da scuole religiose integrate nel sistema pubblico. Un’anomalia che è all’origine di un paradosso: il Regno Unito è uno dei paesi meno religiosi al mondo, dove – nonostante il 72 per cento degli abitanti si dichiari “cristiano” – meno dell’8 per cento della popolazione si reca regolarmente in chiesa.
Come si spiega questa contraddizione?
Gli inglesi sanno che la qualità delle scuole confessionali è più alta di quella registrata nelle scuole pubbliche e sono pronti – scrive il Times – a dichiararsi devoti cristiani pur di offrire ai propri figli un’istruzione di alto livello.

Pragmatismo, tradizione e consuetudini hanno sorretto un sistema finora efficiente. Ora però, nella multiculturale Inghilterra, a proliferare sono anche le scuole islamiche: sette sono nate grazie all’aiuto del Labour e altre 150 sono a caccia di fondi pubblici e chiedono gli stessi privilegi e diritti oggi attribuiti alla stragrande maggioranza delle scuole della chiesa d’Inghilterra. Sono pronti i cittadini inglesi a finanziare con le proprie tasse scuole che i loro figli non potranno mai frequentare e in cui potrebbero crescere e studiare attentatori come quelli del 7 luglio? Non si rischia di trasformare la Gran Bretagna di oggi nell’Irlanda del nord di ieri, dove dalla segregazione nacque la violenza?


Al quesito su una più netta separazione fra fede e stato hanno risposto al Sunday Times alcuni autorevoli esponenti dell’intellighenzia britannica.

Richard Dawkins, darwinista, nel suo “The God Delusion”, divenuto un bestseller, ha lanciato “un attacco a Dio in ogni sua forma” e chiede che la religione non scompaia solo dallo stato ma dall’intera società.
Terry Sanderson, vicepresidente della National Secular Society, aggiunge: “Dobbiamo rendere laiche tutte le istituzioni. Ci vorranno probabilmente intere generazioni, ma dobbiamo fare in modo che diventi difficile che qualsiasi religione conquisti potere”.

Christopher Hitchens, inglese trapiantato negli Usa, che pubblicherà in primavera un libro su questo tema dice al Sunday Times: “Il rapporto fra religione e politica sarà la grande questione per il resto della nostra vita”. Il modello da seguire?
“Quello americano è l’ideale. Perché gli Stati Uniti non sono un paese così religioso come molti pensano. Il rifiuto dello stato di mischiarsi con la religione spinge le religioni stesse a essere più attive, ecco perché assistiamo a volte a un evangelismo aggressivo.
Non sono pigri come in Europa”. Dopo trecento anni, insomma, i rapporti con le comunità musulmane costringono gli inglesi a riaprire il dibattito fra fede e stato.


Come nella pubblicità di una utilitaria “che si crede invece una grande berlina firmata”, la chiesa anglicana, nata in seguito alla diatriba dinastico-strategica fra Enrico VIII e il Vaticano nel Cinquecento, si crede una chiesa alternativa e più evoluta rispetto a quella romana. Ne ha conservato per intero la struttura episcopale e i precetti – i 39 articoli della fondazione sono quasi tutti compatibili con santa romana chiesa – anche se da sempre ha avuto la presunzione di presentarsi come una versione migliore di quella “papista” romana.
L’unica grande differenza è il ruolo riconosciuto al sovrano come capo della chiesa e “difensor fides”, titolo dispensato dal Papa romano all’antenato Enrico VIII prima dello scisma, e tuttora presente nella iconografia reale, e riconoscibile nella sigla “DG” [Gratia Dei] sulla moneta britannica, in seguito al nome della regina Elisabetta. Ed è proprio questa connessione che il Sunday Times ha provato a mettere in discussione in un lungo reportage, ipotizzando che forse è arrivato il momento di laicizzare l’Inghilterra.

Abituata com’è alle tante correnti interne, la proposta non è tra le più sconvolgenti.
La pace interna della chiesa nazionale “eretica” è stata garantita con la creazione di scuole di pensiero diverse, spesso ostili fra di loro, per costituire una realtà variegata. Tanto che spesso si stenta a credere che due parrocchie limitrofe siano della stessa confessione, visto che di “disciplina” non si può parlare.

Ma che ne sarebbe della chiesa se fosse separata dalla regina?

La “High Church” degli anglocattolici (dove spesso addirittura il Pontefice viene nominato insieme con la rivale “usurpatrice” Elisabetta durante le preghiere) è sostanzialmente contraria all’ordinazione del clero femminile (e soprattutto a quella imminente delle “vescovesse”), mentre inarca le sopracciglia durante le diatribe da parte degli esponenti della “Low Church” (evangelici, più vicini alle altre sette protestanti come i metodisti e i battisti, oggi più vicini alla “religious right” americana) sull’ordinazione di un clero apertamente omosessuale.
Oggi, come negli Stati Uniti, è il boom degli evangelici a caratterizzare lo sviluppo della chiesa anglicana, di cui è tipico il successo straordinario dell’“Alpha Course”, un sistema di reclutamento dei non credenti attraverso seminari molto ben strutturati, sul modello delle business school: non a sorpresa, il leader dell’Alpha Course, il Rev. Nicky Gumbel, è un ex manager di famiglia patrizia. Non a caso, rimane la parte della chiesa in maggiore crescita, e ha visto (a sorpresa) la “secolarizzata” capitale “tornare a Dio” in modo assai più spettacolare rispetto alla provincia o alle periferie.

In passato (fino almeno agli anni Sessanta) esisteva un certo pregiudizio sociale che voleva i metodisti, i battisti e i presbiteriani sempre piccolo borghesi, e i cattolici o proletari irlandesi o vecchi aristocratici in via di estinzione, e la buona e l’alta borghesia anglicanissime (il concetto coniato negli anni Cinquanta di “establishment” era per eccellenza di fede anglicana). Ma oggi la vecchia alta borghesia dei grandi college (come lo stesso Gumbel, rampollo di Eton) e quella nuova di creazione thatcheriana tendono a essere “evangelical-charismatic”, molto attive in chiesa la domenica quanto nella City durante la settimana.

La “Broad church” nel mezzo, che evita sia gli “smells and bells” (incenso e campanella) sia le fastidiose emanazioni di melenso zelo evangelico degli “happy clappy” (sarcastica definizione di chi suona la chitarra, sorridendo, durante la funzione, mentre i fedeli battono il ritmo con le mani) rimane maggioritaria nel paese, e soprattutto nelle vaste parrocchie della campagna inglese.

Voce tranquilla e saggia della maggioranza silenziosa, trova nella (peraltro devotissima) sovrana e nelle sue semplici e poco ostentate devozioni un punto di riferimento consolatorio e quasi immutabile.
Se la “papessa” Elisabetta ha problemi teologici con le donne (o gli omosessuali) nel clero, non lo dice mai: lascia tutto alle delibere, spesso concitate, del Sinodo della “sua” chiesa, diviso com’è in tre parti fra la gerarchia vescovile, il clero semplice e i semplici fedeli. I quali discutono del “disestablishment” della chiesa anglicana dalla corona da oltre un secolo, senza mai venirne a capo. Ma cavarsela alla giornata è sempre stata la caratteristica principale degli anglicani, cattolici “light” che si credono il migliore di tutti i mondi spirituali."

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mercoledì, giugno 14, 2006

Sonetos Fùnebres VII


«Settant’anni fa, il 14 giugno 1936, moriva Gilbert Keith Chesterton, giornalista, scrittore, umorista, critico d’arte inglese convertitosi al cristianesimo in età adulta per – si può dirlo tranquillamente senza timore di offenderne la memoria – sfuggire alla noia.

Tutta la riflessione di questo geniale pensatore inglese si è sviluppata infatti attorno al rapporto noia-gioia, come ha sottolineato uno dei suoi lettori più acuti, l’argentino Jorge Luis Borges: “Chesterton visse nel corso degli anni intrisi di malinconia a cui si riferisce con la definizione fin de siecle. Da questo ineliminabile tedio venne salvato da Whitman e da Stevenson […] Avrebbe potuto essere Kafka e Poe, ma coraggiosamente optò per la felicità”.

Trovatosi sul baratro della vita, Chesterton ormai adulto (la conversione ufficiale avviene nel 1922) si rende conto di quello che dopo di lui e sulle sue tracce sperimentò un altro grande convertito inglese, Clive Staples Lewis e cioè che, innanzitutto, “i cristiani hanno torto ma gli altri sono così noiosi!”.

Questo è il primo passo verso la conversione: scoprire l’avventurosa bellezza della fede religiosa, il tremendo brivido dell’Essere rispetto a quello disperante del Nulla.
Pieno di entusiasmo per la scoperta, Chesterton si tuffa, con la golosità di un bambino, nella fede cattolica che, continua Borges, “secondo lui, è basata sul buon senso.
Arguì che la stranezza di tale fede si attaglia alla stranezza dell’universo, come la strana forma di una chiave si adatta perfettamente alla strana forma di una serratura. In Inghilterra il cattolicesimo di Chesterton ne ha pregiudicato la fama, poiché la gente persiste nel ridurlo a un mero propagandista cattolico. Innegalmente lo fu, ma fu anche un uomo di genio, un gran prosatore e un grande poeta”.

Questo grande poeta è oggi, anche in Italia quasi del tutto sconosciuto. E’ appena uscito, ripubblicato dalla Morcelliana ottanta anni dopo la prima edizione, il suo capolavoro “Ortodossia”, che si chiude con una memorabile pagina sulla gioia, definito “il gigantesco segreto del cristiano”; ma, viene spontaneo chiedersi, quale frequentatore di librerie scoprirà l’esistenza di questo piccolo gioiello?

Un lettore che ha scoperto e fatto tesoro della riflessione chestertoniana è stato Joseph Ratzinger. Anche questo primo anno di pontificato di Benedetto XVI può essere facilmente letto e agevolmente compreso alla luce della dicotomia noia-gioia sin dal primo discorso: “Chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla, assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande […] non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo”.

La monotonia dell’eresia

Benedetto XVI, come Chesterton, ha scoperto la forza benefica del paradosso e di continuo la sua voce si è alzata per provocare, stimolare e incalzare l’uomo contemporaneo distogliendolo dalle sue pigrizie mentali. Per esempio quando ha invitato i non credenti a vivere “come se Dio esistesse”, parole da brivido sulla bocca di un pontefice.
Come quando sulle montagne della Val d’Aosta ha affermato la “fallibilità” del Papa. Oppure quando, parlando ai giovani polacchi il 27 maggio scorso, li ha esortati dicendo: “Non abbiate paura di essere saggi, cioè non abbiate paura di costruire sulla roccia!”.
Qui è fortissimo l’eco di Chesterton che in Ortodossia afferma: “Taluni hanno preso la stupida abitudine di parlare dell’ortodossia come di qualche cosa di pesante, di monotono e di sicuro. Non c’è invece niente di così pericoloso e di così eccitante come l’ortodossia: l’ortodossia è la saggezza e l’essere saggi è più drammatico che l’essere pazzi. La chiesa non scelse mai le strade battute, ne accettò i luoghi comuni, non fu mai rispettabile. E’ facile essere pazzi; è facile essere eretici; è sempre facile lasciare che un’epoca si metta alla testa di qualche cosa, difficile è conservare la propria testa; è sempre facile essere modernisti, come è facile essere snob”.
In queste battuta in effetti è racchiuso molto del significato del pontificato di Benedetto XVI, un Papa che sa che la chiesa non è mai (né può essere mai) “rispettabile”.
Alle sabbie mobili del relativismo e del nichilismo egli contrappone la chiesa fondata sulla roccia di Pietro. E qui c’è un altro paradosso, quello dell’umiltà, la più controversa delle virtù, che, come ricordava Mario Soldati quando la si ha, si crede di non averla, e come uno pensa di averla, la perde.

La roccia su cui è fondata la chiesa di Cristo, Pietro di Galilea, cioè Benedetto XVI, è una roccia molto fragile. E’ proprio Benedetto XVI a dirlo nelle ultime catechesi pubbliche del mercoledì, tutte incentrate sulla figura dell’apostolo Pietro. In particolare in quella del 24 maggio ha osservato: “La scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l’umiltà.
Anche Pietro deve imparare a essere niente! Quando finalmente gli cade la mascheramaschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione”
.
Il Papa è “niente”. Parola di pontefice.

Il filo paradossale su cui si muove il pontefice- pensatore nel compiere la sua missione, è sottile e inquietante. Solo chi vuole stare al caldo delle sue sicurezze può non farsi inquietare, solo chi non vuole vedere e ascoltare, può ancora fantasticare della “chiesa-corazzata”, chiusa nella sua intolleranza non dialogante, che si muoverebbe verso nuove terre di conquista con la forza e sotto la sferza del Papa-panzer.
Non c’è, invece, Papa più dialogante di questo piccolo uomo tedesco (come sa bene anche il suo amico Hans Kung, per ventisette anni mai ricevuto da Wojtyla e subito accolto da Ratzinger) che avverte con tremore la profondità del Mysterium Ecclesiae, quel mistero espresso efficacemente dall’ennesimo paradosso dell’inglese Chesterton: “Quando, in un momento simbolico, stava ponendo le basi della sua grande società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la sua chiesa, e le porte dell’Inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest’unica cosa, la storica chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole”.»

(Andrea Monda; Il Foglio; mercoledì 14 giugno 2006)

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domenica, giugno 04, 2006

Historia Ecclesiastica Anglorum

Come mirabilmente avvenne che, ai primordi del secolo XXI,
Taylor Marshall: prelato anglicano, nonchè famoso blogger; insieme alla moglie e ai figli; abiurata l'eresia, piamente si sottomettesse alla Santa Madre Chiesa Cattolica Romana:


Ovvero: "My Canterbury Trail to Rome"


«I was not always drawn to the Catholic Church. I once resisted it with great force. As a college student I believed that Pope John Paul II was the Antichrist and that the Catholic Church was the Scarlet Whore of Babylon described by St John in the Apocalypse...

Why would a man in his right mind want to become a Catholic?!

Fundamentally, I am a Catholic because I believe with all my heart that the Church is the Body of Christ. The Church is not the invisible Soul of Christ. There is no such thing as "an invisible Church," because the Church is defined as "the Body" which is a visible empirical reality.»
_____________


«Avevo iniziato il mio Essay on the Development of Doctrine ai primi del 1845, e ci lavorai intensamente per tutto l'anno, fino ad ottobre. Mentre procedevo, i dubbi mi si chiarirono, tanto che cessai di parlare di "cattolici romani" e li chiamai arditamente "cattolici" e basta. Prima di giungere al termine dell'opera decisi di entrare nella Chiesa cattolica e il libro è rimasto nelle condizioni di allora, cioè incompiuto»
«L'8 ottobre 1845 scrissi a molti miei amici la seguente lettera.
"...Aspetto staserapadre Domenico, dei Passionisti...
Io lo vidi per qualche minuto il giorno di San Giovanni Battista dell'anno scorso. E' un uomo semplice e pio; dotato di notevoli qualità. Non conosce le mie intenzioni, ma io intendo chiedergli di essere accolto nell'unico ovile di Cristo...
P.S. Questa lettera non partirà finchè non sarà tutto fatto. Naturalmente non aspetto risposta.»

«Dal momento in cui divenni cattolico, naturalmente non ho più da narrare una storia delle mie opinioni religiose. Con questo non intendo dire che la mia mente sia rimasta in ozio o che io abbia smesso di meditare su argomenti teologici; ma non ho più avutovariazioni da registrare; più nessuna anzia del cuore.
Ho goduto una perfetta pace e tranquiliità; non mi è venuto più un sol dubbio. Al momento della conversione non mi rendevo conto io stesso del cambiamento intellettuale e morale operato nella mia mnte. Non mi pareva di avere una fede più salda nelle verità fondamentali della rivelazione, nè una maggior padronanza di me; il mio fervore non era cresciuto; ma avevo l'impressione di entrare in un porto dopo una traversata agitata; per questo la mia felicità, da allora ad oggi; è rimasta inalterata.

Non ebbi difficoltà ad accettare gli articoli di fede che non sono inclusi nel credo anglicano. In alcuni credevo già; e nessuno rappresentò per me un problema. Al mio ingresso nella Chiesa cattolica li accettai con la massima facilità e con la stessa facilità li professo ora.

Naturalmente mi guardo bene dall'affermare che ogni articolo del credo cristiano, sia nell'interpretazione cattolica che in quella protestante, non sia irto di difficoltà; è la pura verità che io per primo non so rispondere a queste difficoltà. Molte persone sentono moltissimo la difficoltà della religione; le sento anch'io come loro, ma non sono mai riuscito a capire che rapporto ci sia tra il fatto di percepirle anche in grado molto acuto e moltiplicandole a dismisura e quello di dubitare delle dottrine a cui sono connesse. Diecimila difficoltà, secondo me, non costituiscono un solo dubbio; difficoltà e dubbi sono incommensurabili tra loro.

Naturalmente possono esserci difficoltà che riguardano l'evidenza, ma io parlo di difficoltà insite nelle dottrine stesse, o nelle loro relazioni reciproche. A un uomo può dispiacere che non riesca a risolvere un problema di matematica, di cui gli è stata o non gli è stata data la risposta, ma non per questo dubita che il problema ammetta una risposta e che una particolare e determinata risposta sia quella vera.

Fra tutte le verità di fede, per quel che mi risulta, la più irta di difficoltà è l'esistenza di Dio: eppure è anche quella che si impone con più facilità alla nostra mente.
Si dice che la dottrina della transustanziazione sia difficile a credere.
Io non credevo a questa dottrina prima di farmi cattolico. Non ebbi nessuna difficoltà a credervi non appena credetti che la chiesa cattolica romana è l'oracolo di Dio.»

«Ho detto in una pagina precedente che al momento della conversione non mi accorsi che fosse avvenuto in me nessun cambiamento di opinione o di sentimento nel campo dottrinale; ma non posso dire altrettanto nel campo pratico, e per quanto mi dispiaccia di contrariare le anime pie anglicane, debbo confessare che mi sento molto cambiato nel modo di valutare la Chiesa d'Inghilterra. Non saprei dire quando, ma certamente molto presto, fui preso da uno sconfinato stupore per aver potuto un tempo pensare che essa facesse parte della Chiesa cattolica...

Immagino che il motivo principale fosse il contrasto che mi si presentava nella Chiesa cattolica. Qui scorsi subito una realtà che per me era assolutamente nuova. Mi resi conto che non stavo più costruendomi una chiesa con uno sforzo del pensiero; non occorreva che facessi un atto di fede nella sua esistenza; non dovevo più costringermi ad una posizione forzata. Il mio pensiero ritrovava distensione e serenità; ed io guardavo la Chiesa quasi passivamente, come una grande realtà oggettiva.
La guardavo: riti , cerimonie, precetti; e dicevo : " Questa si che è una religione"; e allora, quando riandavo col pensiero a quella povra Chiesa anglicana per la quale mi ero tanto affaticato, e ripensavo atutto quello che la riguardava, e ai vari tentativi di abbellirla dal punto di vista dottrinario ed estetico, essa mi sembrava assolutamente inesistente.
Vanità di vanità e tutto è vanità! Come posso scrivere quello che si svolgeva dentro di me, senza apparire volutamente satirico?
Eppure parlo sinceramente e seriamente...

Parlo della Chiesa anglicana senz'ombra di disprezzo, anche se a loro sembro sprezzante. Per loro, ovviamente, è un caso di aut Caesar aut nullus, ma per me no.
La Chiesa anglicana può essere una grande opera, anche se non è opera divina; e umanamente io la condidero grande. Quelli che non ammettono più il diritto divino dei re sarebbero molto indignati se per questo venissero considerati cattivi cittadini. Analogamente io vedo nella Chiesa anglicana una venerabile istituzione, ricca di illustri ricordi storici, un monumento di antica saggezza, un formidabile strumento di potenza politica, un grande organismo nazionale, fonte di grandi vantaggi per il popolo, e fino ad un certo punto, testimone e maestra di verità religiose. E credo che, da un'equa valutazione complessiva di quanto ho scritto in proposito dopo la mia conversione al cattolicesimo, apparirà chiaro che io non l'ho mai considerata in una luce diversa; con la conversione mi è invece sparita dalla mente, e ci vorebbe quasi un miracolo per farcela tornare, l'idea che la Chiesa anglicana sia qualcosa di sacro, che sia un oracolo della dottrina rivelata.»

[Venerabile John Henry Cardinal Newman;
APOPOGIA PRO VITA SUA]

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venerdì, giugno 02, 2006

L'aringa rosa /4

Ovvero: "L'opus gay"


«Ruth Kelly, grintoso ministro di 38 anni e ottima madre di cinque figli, fino a poco tempo fa era l'astro nascente del governo di Tony Blair. Oggi rischia l'eclissi politica. Motivo: la sua appartenenza all'Opus Dei. E a metterla nel mirino è stata la potentissima lobby gay.
Una rapida ascesa ministeriale per Kelly. Dopo alcuni incarichi di prestigio, un dicastero difficilissimo, quello dell'Educazione, dov'era stata obbligata a traghettare una riforma scolastica voluta dal premier riformista, ma rifiutata con sdegno dagli insegnanti.

Nel recente rimpasto di governo è stata però retrocessa a un ministero pasticciato, con deleghe sottratte al vicepremier John Prescott, criticato anche per la sua vita sessuale, secondo un'inveterata abitudine britannica. E qui sono cominciati i problemi.
Al dicastero, che decide dovendo tenere conto di comunità e governi locali, è affidata la competenza per l'«equality», un concetto un po' vago ma strategico per il pianeta neolaburista che si potrebbe tradurre con parità civile.

Ad aspettare il ministro Kelly al varco, con i coltelli affilati, gli omosessuali. Incuranti della sua bravura di amministratrice, della sua fine mente politica, del suo impegno familiare, hanno puntato su una sola cosa: la sua dichiarata appartenenza all'Opus Dei...

Dal 1997 in poi, Kelly non si è presentata in aula in occasione di 12 votazioni parlamentari su temi legati all'emancipazione dei gay. E nel 2002 ha votato un emendamento sulla nuova legge sulle adozioni, al fine di vietare questa possibilità alle coppie dello stesso sesso.
Apriti cielo! Alla vigilia dell'uscita del Codice da Vinci al cinema, sembrava profilarsi l'inedito scenario delle prime dimissioni di un ministro causate da un film. Denigrata nella pellicola hollywoodiana senza appello, l'affiliazione all'Opus Dei diventa una specie di colpa.

«È chiaro che il premier non prende più sul serio i diritti dei gay. Blair non darebbe mai una poltrona sulla parità etnica a qualcuno con un curriculum tiepido sull'antirazzismo» è la sentenza di Peter Tatchell, il militante più radicale della causa omosessuale...
Il capo d'accusa che si profila sembra quello di «concorso esterno in associazione cattolica».

Un nuovo caso Buttiglione, quindi, che sfiora la discriminazione di chi prende sul serio i dettami della propria fede nella sfera privata. Anche se il ministro Kelly svolge il suo ruolo politico «secondo il tradizionale principio politico della responsabilità collettiva governativa», vale a dire disciplina fedele alla linea del premier.
(...)la caccia alla «strega» Kelly è la prova che, di nuovo, essere cattolici nella terra di Enrico VIII non porta nulla di buono. Dai tempi della Riforma, nel 1530, i cattolici britannici sono stati spesso una minoranza perseguitata. Per alcuni secoli era loro vietato celebrare la messa secondo il rito romano, pena la morte, mentre i sacerdoti irriducibili erano costretti a vivere di nascosto. Solo nel 1829 fu promulgato il Catholic emancipation act (e questo 20 anni dopo l'abolizione della schiavitù nell'Impero britannico) che restituiva loro i diritti di culto.

Oggi quelli praticanti sono 1 milione scarso. Persistono divieti formali (il sovrano non può baciare l'anello pontificio) e veti non scritti: finora nessun «papista» è approdato a Downing Street, mentre il primo presidente della Camera dei comuni è stato eletto solo da poco. E ora, nell'epoca del trionfalismo gay, le difficoltà per i cattolici, almeno dalla vita pubblica, sembrano riprese.»

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martedì, marzo 21, 2006

dei Sepolcri, XI

In data 20 marzo 2006 è morto Humphrey: il gatto più famoso del Regno Unito. Il felino è deceduto alla veneranda età di 18 anni. L'annuncio ufficiale del decesso lo ha dato un portavoce del governo, mentre il quotidiano "Sun" gli ha reso omaggio titolando «il mondo della politica piange una leggenda».
Humphrey era un comune gatto randagio che nel 1989, mercè la compiacenza della Lady di ferro, si era insediato a Downing Street e che nel 1997 i Blair sfrattarono. È morto nel luogo segreto dove era stato mandato in esilio da Cherie Blair.

Humphrey, che aveva goduto dei favori di Margaret Thatcher e John Major, era stato nominato «acchiappatopi capo dell'ufficio di gabinetto».

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martedì, ottobre 19, 2004

trarre le conseguenze



L’amicizia è – ma non in senso peggiorativo – il meno naturale degli affetti naturali, il meno istintivo, organico, biologico, gregario e indispensabile...
Quando due persone diventano amiche significa che esse si sono allontanate, insieme, dal gregge. Senza l’eros nessuno di noi sarebbe stato generato, e senza l’affetto nessuno di noi avrebbe ricevuto un’educazione; al contrario si può vivere e riprodursi anche senza l’amicizia... Questa qualità, per così dire “innaturale”, dell’amicizia costituisce un’ottima spiegazione al fatto che essa fu esaltata in epoca antica e medievale, ma è tenuta in poca considerazione ai giorni nostri. L’ideale che permeava di sé quelle età era d’impronta ascetica, volto a una rinuncia del mondo... Unica tra tutti gli affetti, essa sembra innalzare l’uomo a livello degli dei, o degli angeli... Niente è più lontano dall’amicizia di una passione amorosa. Gli innamorati si interrogano continuamente sul loro amore; gli amici non parlano quasi mai della loro amicizia. ( ...)
L’amicizia nasce dal semplice cameratismo quando due o più compagni scoprono di avere un’idea, un interesse o anche soltanto un gusto, che gli altri non condividono e che, fino a quel momento, ciascuno di loro considerava un suo esclusivo tesoro (fardello). La frase con cui di solito comincia un’amicizia è qualcosa del genere: “Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico...”.
Il marchio della perfetta amicizia non è il fatto di essere pronti a prestare aiuto nel momento del bisogno (anche se questo si verificherà puntualmente), ma il fatto che, una volta dato questo aiuto, nulla cambia. Si è trattato di una deviazione, di un’anomalia, di una fastidiosa perdita di tempo, rispetto a quei pochi momenti – sempre troppo fugaci – in cui si può stare insieme... L’amicizia, come l’eros, non è mai inquisitrice. Si diventa amici di una persona senza sapere, né preoccuparsi, se egli sia sposato o meno, o di come si guadagni da vivere. Tali “questioni pratiche”, “affari di secondaria importanza” non hanno nulla a che vedere con la domanda fondamentale: “Vedi la stessa verità?”... Questa è la regalità dell’amicizia: in essa ci incontriamo come sovrani di stati indipendenti, fuori del nostro paese, sul terreno neutrale, svincolati dal nostro contesto... Da ciò deriva il carattere squisitamente arbitrario e l’irresponsabilità di questo affetto. Non ho il dovere di essere amico verso nessuno, e nessuno ha il dovere di esserlo nei miei confronti... L’amicizia è superflua, come la filosofia, l’arte, l’universo (Dio infatti non aveva bisogno di
creare).
(C.S. Lewis)

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sabato, ottobre 16, 2004

Viaggio in Inghilterra

Quando lo vidi, sul pullman che (ci) portava in Valle d’Aosta, quella mattina del 7 luglio ’96 ne rimasi spiazzato; affascinato da un messaggio che non riuscivo a comprendere. Non riuscivo a circoscrivere nelle mie categorie di garzoncello scherzoso, tutto quell’appassionata e dolorosa domanda di senso. Il dover nella propria carne celebrare quel “Sacrum Commercium” dell’amore e del dolore - (…) “Nell’ombra esso vapora”/ “Ed è?…” “La Vita, o cavaliere errante!”- era ciò che turbava quel fanciullino, che non ha smesso di avere un cuore tremante: “ (…) Tale è l’arte dell’oscuro Atlante:/ non è, la vedi: è, non la vedi. (…) ”.

-Il dolore di oggi fa parte della felicità di ieri!

-E’ difficile ammetterlo! E’ difficile accettarlo.

Sono parole che aprono un abisso nel quale, precipitarvi sarebbe accettare che la mia vita non è mia.Si ha paura ad abbandonarsi a ciò che non puoi controllare: la Realtà.

-Leggiamo per sapere che non siamo soli; Forse possiamo anche dire che: amiamo per sapere che non siamo soli.

-Beh, professor Lewis, io credo che qualche volta non possiamo far a meno di amare un film!E sussultare stupiti di fronte ad un dvd in vetrina, perche la Verità ti si pone davanti e ti ripropone la sua imbarazzante domanda, non curandosi del fatto che più fanciullini non siamo.

“Quella, tu dici che inseguii, non era

lei?” “No:era una vana ombra in sembiante

di quella che ciascuno ama e che spera

e che perde. Virtù di negromante!”

“Ella è qui, nel castello arduo ch’entrai?”

“Forse la tocchi o cavaliere errante!”
(G.Pascoli)


-Non voglio più vivere altrove! Non aspetto più che succeda niente. Non voglio sapere che c’è oltre la valle, né oltre la collina. Sono qui e mi basta.

-E’ questa la felicità per te Jack?

-Si, si è questa.

-Non durerà, Jack.

-Non pensiamo a questo ora.Non roviniamo i momenti che passiamo insieme.

-Non li roviniamo.Li rendiamo reali.

Fammelo dire, prima che la pioggia finisca e noi torniamo a casa.

-Che cos’è che vuoi dire?

-Che io morirò.

E voglio essere con te anche allora. E sarà così solo se riesco a parlarti di questo, adesso.

-Io me la caverò. Non preoccuparti per me.

-No, io credo che non sia abbastanza. Credo che cavarsela sia troppo poco. Quello che sto cercando di dire è che…

il dolore di domani fa parte della felicità di oggi.

Devi accettarlo.

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