domenica, agosto 26, 2007

Dialogo ebraico-cristiano /3

Ovvero: 26 Agosto. Memoria liturgica di Santa Teresa di Gesù "nella Trasverberazione del suo cuore"


"Poichè i battesimi dei neofiti costituiva uno spettacolo di grande richiamo per il pubblico, oltre ad essere un'occasione religiosa e un atto di vasta portata politico-ideologica, dei casi più straordinari o eccezionali venivano diffuse descrizioni e relazioni, anche a stampa [...] Della cerimonia celebrata il 12 marzo 1704 da papa Clemente XI in S.Pietro ci resta una minuta relazione redatta da Francesco Posterla [...] Ma per capire le ragioni della pubblicazione e del rilievo che, attraverso di essa,era dato all'evento bisogna prima chiarire il contesto più ampio da cui essa uscì.

L'11 marzo 1704, infatti, cioè il giorno antecedente a quello in cui fu celebrato il solenne battesimo fu pubblicata dal pontefice la bolla Propagandae per universum[...]

L'Istorico Ragguaglio della solenne Funzione fatta nel darsi il Battesimo dalla Santità di Nostro Signore Papa Clemente XI a tre persone ebree alla nostra Santa Fede iniziava, sulla falsariga del documento papale, con l'esaltazione dello zelo apostolico e evangelizzatore di papa Clemente XI esplicato sia nei confronti di eretico ed infedeli, attraveso le missioni spedite «fino nelle Regioni più barbare, e più remote», sia nei confronti del più vicino popolo ebreo[...] L'Istorico Ragguaglio ricorda anche la nuova bolla papale emanata l'11 marzo -il giorno prima della cerimonia che si accingeva a descrivere- aveva ribadito e soprattutto ampliato il decreto cinquecentesco di Paolo III relativo ai privilegi dei neofiti «quanto ai beni temporali», privilegi concessi per facilitare le conversioni «degl'Infedeli, e particolarmente degl'Ebrei». Risulta perciò ulteriormente confermato come il decreto pontificio mirasse proprio a questi ultimi che costituivano il vero nodo della tematica conversionistica.


La sacra liturgia del 12 marzo 1704 riguardava un facoltoso mercante ebreo di Livorno, Angelo Vesino, che si era convertito al cristianesimo insieme con la moglie Bianca e la figlia Anna di quattordici anni.
La relazione era scandita in due parti.
Nella prima, con andamento sapientemente narrativo e con forte uso di colpi di scena e di moduli retorici, si raccontava la storia dei tre neofiti e della "miracolosa" conversione.
Nella seconda parte, invece, lo svolgimento della lunga e complicata cerimonia del battesimo. Entrambe le sezioni della relazione obbedivano tanto alla funzione politico-religiosa di propaganda e di apologia svolti da tali racconti, quanto anche nella loro cifra narrativa di lettura godibile e, nello stesso tempo, edificante rivolta ad un vasto pubblico. Era evidente, infatti che gli obbiettivi sia delle cerimonie che delle loro descrizioni a stampa erano non soltanto la comunità ebraica da «confondere» con gli esempi e gli incentivie, soprattutto, da convertire, ma anche l'intera comunità cristiana dei fedeli. essa andava consolidata e rafforzata nella fede attraverso il grandioso "teatro" del trionfo della vera religione.



La vicenda della «mirabile conversione» iniziava da Angelo che, si diceva, da molti anni aveva dimostrato forte inclinazione verso la religione cristiana fino a decidersi di convertirsi dopo le pressioni esercitate dal granduca di Toscana in persona, Cosimo III de'Medici, e di un parente del papa stesso. Tuttavia, la moglie e soprattutto la figlia, che «aveva col latte succhiata ogni Ebraica superstizione», si mostravano «ostinate» e rifiutavano di seguirlo nella scelta del battesimo: era così ribadita anche nel modulo narrativo la realtà della maggiore resistenza femminile alla conversione.
Inoltre a conferma dell'ulteriore diffuso e ben noto stereotipo cristiano della «ostinazione» degli ebrei in genere nell'errore e della loro «dura cervice», lo stesso rifiuto venne anche dall'anziano padre David: co lui «fu lo stesso che persuadere uno scoglio, e pregare un'Aspido sempre sordo alle voci, sempre duro all'incanto». Mentre Angelo si trasferiva a Roma ove, accolto con grandi feste e onore dallo stesso pontefice, ricevette la sua istruzione cristiana preso il noviziato dei gesuiti, le donne, pur restando «ostinate», accettarono però di raggiungerlo nell'Urbe per assistere al battesimo e poi tornarsene a Livorno: ma già questo cedimento fu interpretato dal mondo cristiano come un «un occulto lavoro della Divina provvidenza. che le chiamava nel Gran Capo del Mondo e nella Reggia della Cattolica Religione per farle rinascere a Dio».
provviste per ordine del Granduca di abiti e di ogni cosa necessaria per il viaggio, «per maggiormente disporle ad abbacciare la Fede Cattolica», e dotate di due comode lettighe con accompagnatori, servitori ed altro seguito, le due donne partirono cariche di regali e gioielli. Nel corso del viaggio, mentre la madre accettava di convertirsi, la figli continuò a mostrarsi «pertinace, e costante nella Giudaica superstizione», non accettando neppure di nutrirsi con i cibi che le venivano offerti.

L'ingresso a Roma delle due donne, da Ponte Milvio, si configurò come una vera entrata trionfale, del tutto simile agli ingressi solenni nell'urbe di sovrani e ambasciatori.
La relazione racconta che, per ordine del papa, fu loro mandato incontro un esponente della nobiltà romana, il cinte Filippo Rinaldi, maestro di camera del cardinale sacripante, con carrozze e cavalli e che dunque le due ebree fecero la loro entrata, al tramonto, con un corteo di quattro lettighe, due carrozze, tre calessi, sette soldati e tre servitori. attraversata in lungo la città, percorrendo l'asse del Corso, furono condotte, per esservi accolte e ospitate, al palazzo del duca Mattei, peraltro assai vicino al ghetto romano.
Restava però il problema della fanciulla «pertinace».


La giovane fu accompagnata in giro per Roma a visitare le chiese della città, «per procurare d'affezionare anche per questo mezzo alla nostra Santa fede», e finalmente accade il "miracolo".
Infatti, proprio nel «memorabile» giorno anniversario della conversione di S.Paolo, fu condotta alla visita della chiesa di Santa Maria della Vittoria dove le fu innanzi tiutto mostrata la miracolosa immagine mariana, detta della vittoria, che vi era conservata. L'immagine era quella che, dopo il trionfo della lega cattolica contro i riformati di Boemia e Palatinato nella battaglia della Montagna Bianca (1620), nel corso della guerra dei Trent'anni, era stata portata dalla Boemia a Roma come trofeo.
Successivamente, la giovane fu accompagnata davanti alla famosa statua di Gian Lorenzo Bernini che raffiguta santa Teresa in estasi e trafitta nel cuore dalla lancia dell'angelo, collocata nella cappella Cornaro; davanti ad essa, la ragazza venne esortata alla preghiera.

La giovane ebrea venne così a trovarsi di fronte al tema iconografico più celebre e noto relativo alla santa e che, peraltro, era stato anche raffigurato nello stendardo della canonizzazione del 1622.


Il ruolo delle due immagini per la conversione della fanciulla fu determinante, perchè - racconta l'autore del Ragguaglio- la fanciulla «dalla Vergine Santissima della Vittoria apprese a riportar Vittoria di se stessa, e da Santa Teresa a farsi piagare il Cuore da un santo amore innocente, che allora solamente sa godere quando ferisce».


La dimenzione retorica del racconto, con le sue palesi metafore simboliche, non nasconde però un fenomeno reale e costante nel tempo, fino ad oggi poco indagato, quale quello dell'importanza centrale delle immmagini e della iconografia in genere nelle conversioni.

Se per Teresa - la grande santa della Controriforma fondatrice dell'ordine riformato delle carmelitane scalze e di numerosi conventi femminili, oltre che grande scrittrice- la visione del Cristo sofferente aveva determinato la sanzione definitiva delle grazie mistiche ricevute, così era ora la visione di Teresa estatica e annichilita, sospera tra cielo e terra, tra gioia e sofferenza, ad essere rappresentata come una vera apparizione in grado di accendere la conversione della giovane ebrea."

( Marina Caffiero; Battesimi forzati; Viella)

Etichette: , , ,

martedì, luglio 31, 2007

Sonetos Fùnebres, XV



In festo Sancti Ignatii de Loyola - Propongo qui di seguito un tornito ritratto del "Generale" Pedro Arrupe eseguito da Maurizio Crippa
(Il Foglio, sabato 28 aprile 2007)

Ovvero: IL GESUITA TROPPO OTTIMISTA

"...Nel marzo scorso (2007, ndr) la Congregazione per la Dottrina per la fede ha reso nota la condanna di alcune tesi “erronee e pericolose” di Jon Sobrino, gesuita di San Salvador di origine basca e ultimo mohicano della teologia della liberazione.
Oggi il problema principale per la chiesa latinoamericana non è certo la deriva marxista (preoccupa di più la legalizzazione dell’aborto in Messico) e la condanna di Sobrino potrebbe apparire un po’ un accanimento su un reduce. Non fosse che la marginale vicenda del professore gesuita è l’ultima eco di una stagione ecclesiale e teologica che ha sconquassato la chiesa, non solo in Sudamerica, e in modo particolare la Compagnia di Gesù, la milizia scelta dei Papi.

Sullo sfondo si staglia ancora oggi, tutta da indagare, la figura di un altro gesuita basco. Per la precisione il secondo basco a guidare l’ordine, il padre generale del quale i suoi numerosi nemici interni dicevano “un basco ha fondato la Compagnia, un basco la chiuderà”: il padre Pedro Arrupe.

Appassionato di musica, conoscitore di sette lingue, animatore infaticabile e viaggiatore pellegrino nelle più remote province, spirituale e a suo modo romantico, Arrupe era stato in precedenza missionario per ventisette anni in Giappone e testimone della bomba atomica.
Ma è all’America Latina – intesa come idealtipo della terra di missione, del continente dei poveri da privilegiare, del luogo provvidenziale in cui alla chiesa è offerta l’occasione di riscattare se stessa dai suoi compromessi con la Ricchezza e il Potere – che è legato il suo nome e molta parte del suo lungo e controverso “generalato”.


Padre Arrupe riposa dal 1993 nella chiesa del Gesù, ed è noto ai più come intestatario del Centro di accoglienza per rifugiati politici di Roma, o dell’Istituto di formazione politica palermitano da cui, negli anni bui delle guerre di mafia e della stagione degli onesti, pontificavano, nella caricatura nostrana della teologia della liberazione, i gesuiti del padre Bartolomeo Sorge.

Eppure ci fu un tempo in cui il ventisettesimo successore di Ignazio si guadagnava le copertina di Time e dello Spiegel come “uomo dell’anno”, rilasciava interviste ai giornali di tutto il mondo, parlava con l’autorevolezza (e l’audience) che si addicono a un Papa nero. Il primo Papa nero a comparire in televisione, suscitando non poche perplessità dei confratelli per una lunga intervista a ruota libera concessa, poco dopo la sua elezione, a Ugo Zatterin per “TvSette”.

Uomo mite, aperto, coinvolgente e generoso, è stato Preposto generale della Compagnia di Gesù dal 1965 al 1983.
Lo era diventato a sorpresa, eletto dalla trentunesima Congregazione generale, il “conclave” dell’ordine, il 22 maggio 1965, mentre il Concilio ancora era aperto. “Gli stessi gesuiti che lo votarono erano convinti di aver eletto un robusto conservatore”, disse anni dopo padre Sorge.
Di certo la sua elezione fu “un segno di forte discontinuità e di rottura con le aspettative e i desiderata dell’establishment curiale romano e all’interno dello stesso ordine”, scrive lo storico Gianni La Bella.
Del Vaticano II era stato protagonista vivace, seppure non di primissimo piano (intervenne sul tema della lotta all’ateismo, suscitando brividi tra i tradizionalisti e pure tra i moderati).
Dell’“attuazione del Concilio” – “il nuovo inizio” – dentro il suo ordine e nella chiesa fece la sua missione. Ne fu propugnatore spirituale indefesso, sincero, radicale, generoso, profetico. Ottimista.
Una lunga teoria di aggettivi che compaiono più volte nei ventisei saggi che compongono il corposo volume (1084 pagine) edito dal Mulino, “Pedro Arrupe – Un uomo per gli altri”. Non una biografia, ma un mosaico di voci – studiosi e gesuiti testimoni dei fatti – che dopo l’esaustiva introduzione di Gianni La Bella rileggono vita e opere del generale che ha segnato il periodo più controverso e drammatico della Compagnia dal tempo della sua ricostituzione, nel 1814.

Un contributo importante per ricostruire “una figura chiave del post-Concilio” e anche per chiarirsi un po’ le idee su come andarono le cose dentro la chiesa, scossa dalle fondamenta dal vento del Vaticano II. Perché il padre Arrupe è stato un autentico paradigma della chiesa conciliare. Così come la crisi che attraversarono con lui i gesuiti è un paradigma di quanto avvenne in pressoché tutti gli ordini religiosi.
La Bella scrive che, “contrariamente a quanto spesso sostenuto”, Arrupe non è “il liquidatore” dell’ordine, il suo “esecutore testamentario”. Ma è lo stesso autore a spiegare che “la compagnia che Arrupe eredita all’inizio del suo mandato è all’apogeo della sua forza e del suo splendore”. Trentaseimila sacerdoti, il maggior numero mai raggiunto, presenti in cento paesi, quattromila scuole, università, case editrici. Un ordine potente e influente, i cui membri sono attivi in qualsiasi campo della vita sociale, ecclesiale, culturale, dalla filosofia all’astrofisica. Eppure, quando Arrupe ne la lascerà la guida, sarà a un passo dalla catastrofe.

Non tutta colpa del generale, certo: Lo splendore degli anni Cinquanta, “questa uniformità, omogeneità e compattezza” è secondo La Bella “sotto molti aspetti soltanto apparente”. I gesuiti erano un secolare albero le cui radici iniziavano a inaridirsi. Arrupe giunse alla guida dell’ordine “dominato da un’ansia di rigorosa e pura, autentica fedeltà agli insegnamenti del fondatore” e con la determinazione di rifondarlo, perché “ciò che è inutile cessa di avere una ragione di essere”. La sua è una “spiritualità antica”, con grande energia, enfasi e sincerità sprona i suoi a tornare alla radici: “Questo bisogna fare: presentare alla Compagnia la situazione nella quale essa si trova nel mondo reale”.

Rimette al centro Ignazio, così come i padri conciliari rimettevano al centro le Scritture e il Vangelo. “Ritorno alle fonti del proprio carisma e adattarsi alle mutevoli condizioni dei tempi” è il suo programma. Una vitalità integerrima, che agisce in varie direzioni: rivitalizzare la vita spirituale dell’ordine; rafforzare il compito della missione alservizio della “nuova chiesa” del Concilio; attuare quella “scelta preferenziale per i poveri” che sembra esserne la sintesi teologico-politica.

E’ un convinto assertore dell’“apertura al mondo”. Al lavoro interno affianca iniziative di grande respiro mediatico. Si batte per la pace, fonda il Jesuit Refugee Service, è in prima fila nelle campagne internazionali contro gli armamenti e contro la povertà. E’ a favore di quella della chiesa (“il contributo più sicuro e più necessario che noi possiamo dare alla riforma della chiesa universale, dice Sant’Ignazio, è di procedere il più possibile sprovvisti di cose”).

La sua è una visione spirituale e ottimista a un tempo: “Dentro, come fuori dalla chiesa, esistono segni di un rinnovamento che condurrà a un futuro migliore per il mondo e per la chiesa”, scrive, spronando a mettersi “al servizio” di questo movimento virtuoso della storia.
Ma è proprio l’esito di questa sua visione, di questa sua cura sincera per il mondo e per i suoi che, letto con gli occhiali della storia, appare oggi anche ai più benevoli esegeti del suo generalato come una sorta di enorme fraintendimento.
Come una delle più colossali eterogenesi dei fini mai realizzatesi nella storia della chiesa.

Investito dal vento del Concilio, Arrupe ne finì travolto fino al totale fallimento, simboleggiato dalla malattia che lo colpì negli ultimi anni, ma soprattutto sancito dalla doppia censura di due Papi (Luciani e Wojtyla), costretti loro malgrado a mettere le mani dove non avrebbero voluto, pur di salvare il salvabile dell’ordine che Paolo VI considerava, nonostante i dolori e i grattacapi che gli dava, una “colonna della chiesa”.

La grande accelerazione di cambiamento che Arrupe impresse alla Compagnia portò presto alla frattura tra conservatori e suoi progressisti, ma anche il “centro moderato” rimase perplesso e divenne sempre più critico. Arrupe fu accusato, più ancora che per le idee progressiste, prima ancora che per l’eccesso di visibilità pubblica, per la mancanza di chiarezza e di energia nel governo dell’ordine. Il suo stile improntato al dialogo personale, al “discernimento comune”, all’autorità “come servizio”, ebbe in quegli anni turbolenti l’effetto di un “liberi tutti” che non avrebbe potuto essere più deleterio. E non avrebbe potuto essere più lontano, soprattutto, dallo spirito e dalla tradizione dell’ordine abituato all’obbedienza “perinde ac cadaver”.

Fu soprattutto sul fronte dell’impegno teologico-politico che il “liberi tutti” divenne devastante, in un periodo in cui il cambiamento faceva premio sulla dottrina, in cui il marxismo faceva breccia ovunque.
Per un ordine così costituzionalmente impegnato nell’evangelizzazione dei paesi lontani e poveri, la tentazione della teologia della liberazione fu forte.
Arrupe non è imputabile di aver condiviso o benedetto questa deriva, che anzi contrastò con nettezza, se non proprio con efficacia. Ma è certo che le sue prese di posizione, come la famosa “Lettera sull’apostolato sociale” indirizzata nel 1966 ai gesuiti dell’America Latina (“l’enciclica di Arrupe”, la salutarono i mass-media) furono determinanti per il clima politico ed ecclesiale di quegli anni.
Nemmeno si possono contestare la buona fede e il contributo che i gesuiti hanno dato in quei decenni nei più diversi luoghi del mondo. Anzi, colpisce notare che la storia dei gesuiti, a partire proprio dal generalato di padre Arrupe, è anche una tragica e luminosa storia di martirio.
In appendice al libro del Mulino sono elencati i padri uccisi per la loro attività di missione negli ultimi trent’anni. Sono una cinquantina. Soprattutto in Africa e in America latina. Come i sei confratelli uccisi nel 1989 nell’università del Salvador (al massacro Jon Sobrio sfuggì per puro caso), uno degli episodi più gravi subiti della chiesa cattolica negli ultimi vent’anni.

Ma fu soprattutto la sua ingenua visione ottimista, a minare alle basi la Compagnia con effetti che in pochi anni si sarebbero rivelati macroscopici.
E’ un suo stretto collaboratore, Maurice Giuliani, a ricordare: “Optava per il mondo così com’era, secolarizzato, umano a tal punto da non far apparire alcun riferimento religioso… questo è il mondo d’oggi, occorre prenderlo così com’è con atteggiamento positivo”.
L’idea della secolarizzazione come un bene e l’eterno mito dello spogliarsi di sé e della tradizione sono del resto un tratto comune di molto pensiero cattolico propedeutico e successivo al Concilio. Così
la fine degli anni Sessanta segna l’esplosione della crisi per un ex esercito della fede ormai senza controllo, in cui opposte visioni si fronteggiano.

Arrupe, nel giro di pochi anni, si vede costretto a fronteggiare la crisi della “Humanae Vitae”, con i suoi maggiori teologi e riviste che attaccano apertamente e duramente la promulgazione dell’enciclica di Paolo VI. Poi la crisi degli abbandoni: tra il 1961 e il 1970 lasciano oltre mille gesuiti, compresi alcuni padri provinciali, mentre i novizi crollano a meno della metà. A Roma, tre padri della Gregoriana si dichiarano pubblicamente a favore della legge sul divorzio prima di lasciare la Compagnia.


Arrupe è debole nel reagire
Nel 1970 un preoccupato padre Gabriele De Rosa gli scrive: “Mi sembra che i nostri giovani non vengano sufficientemente formati secondo il nostro ‘stile’, all’impegno, al lavoro duro, al sacrificio, alla rinunzia a fare ciò che piace… Tutti sognano di lavorare nel campo sociale o di consacrarsi a opere che ‘suscitino scalpore per la loro novità o orginalità’. Nessuno intende dedicarsi alla predicazione della parola, alla educazione cristiana dei fanciulli e alle opere di carità”.
Le denunce che piovono al generalato e in Vaticano sono tante e tremende: si va dai conventi dove ormai si vive come in albergo alle riviste che criticano il Papa, dalle università dove continuano a insegnare come nulla fosse preti ridotti allo stato laicale, fino al giornale dei gesuiti di Newark accusato di aver pubblicato poesie blasfeme sulla Madonna.

Ma il momento forse più drammatico è la rivolta spagnola che scoppia nel 1969 in reazione al lassismo di Arrupe.
Diciotto autorevoli gesuiti chiedono formalmente di potersi staccare dalla provincia di appartenenza per continuare a vivere secondo le antiche regole della “vera” Compagnia. E’ una svolta che arriva al limite dello scisma interno e innesta una crisi profonda anche con il Vaticano, con il segretario di Stato Jean-Marie Villot che, nei primi anni Settanta, pensa seriamente alla necessità di rimuovere Arrupe.

Il 3 dicembre 1975 Paolo VI, ricevendo una delegazione di gesuiti, tiene loro un accorato discorso. Li interroga sulla loro origine: “Chi siete? Donde venite? Dove andate?”. Ricorda loro che “essere religiosi significa ancora dedizione a una vita austera”, pone infine la domanda della fede: “E allora, perché dubitate?”.

Per paradosso, il colpo definitivo alla ormai traballante posizione di Arrupe, arrivò da papa Luciani, il pontefice sorridente cui una vulgata frettolosa ha cucito addosso soltanto l’immagine del (mancato) progressista. Invece Giovanni Paolo I, fra le prime e poche cose che poté fare, scrisse un discorso di severo richiamo ai gesuiti, che non riuscì a pronunciare. Fu il suo successore a trasmetterlo, condividendolo in pieno, alla curia generalizia dell’ordine.

Giovanni Paolo II e Arrupe si incontrarono due volte nel 1981. Furono due confronti piuttosto duri. Gli eventi precipitarono.
Il 13 maggio dell’81 l’attentato al Papa; il 7 agosto, al rientro da un viaggio in estremo oriente, padre Arrupe fu colpito da un ictus cerebrale.
Fu designato al suo posto il suo vicario, il super progressista americano padre O’Keefe, “libero pensatore del momento” (Andreotti) e fresco reduce da una pessima intervista rilasciata a un giornale olandese in tema di morale. Così il Papa intervenne personalmente e “commissariò” l’ordine imponendo come “delegato pontificio” il padre Paolo Dezza, paladino dell’ala più “tradizionale” dell’ordine, incaricato di predisporre una nuova Congregazione generale, quella che nel 1983, accettate le dimissioni di Arrupe, eleggerà il padre Peter-Hans Kolvenbach.

Quel che era stato il paradigma della rivoluzione conciliare finiva non tanto per effetto di una controrivoluzione, ma per l’esausto ricadere su se stesso dell’ottimismo di un generale basco ammaliato dal Concilio."

Etichette: , ,

mercoledì, maggio 30, 2007

Storiografi in Vacanza (della Sede Apostolica)

Sive: Aperite mihi Portas Iustitiae!


Era il 18 settembre 2006 quando gli storici di professione hanno potuto per la prima volta consultare i trentamila volumi di carte dell'Archivio Segreto Vaticano relativi ai 17 anni corrispondenti al pontificato di Pio XI e cioè dal 6 febbraio 1922 al 10 febbraio 1939 (tra le "nuove" carte a disposizione degli storici spiccano i diari inediti dell'allora cardinale Segretario di Stato Eugenio Pacelli).
"In illo tempore" il prefetto dell'archivio segreto, intervistato dal "divinus" Magister, ammonì: "Vi sono infatti studiosi – per chiamarli così – che alle indagini lunghe e minuziose e all’attenzione per le sfumature dei documenti, preferiscono giudizi generali, che nel caso dei papi e della Chiesa cattolica divengono subito estremi: nero o bianco, assoluzione o condanna. Ma l’attività dei pontefici, della Santa Sede e la realtà della Chiesa non sono realtà monolitiche, o soltanto piramidali. Occorre una concezione diversa e un più maturo giudizio storico anche su Pio XI, lontano tanto dalla vuota e inutile apologia, quanto dal preconcetto o dalla parzialità. Gli studiosi seri sanno che la storia si scrive con fatica, che gli archivi non si indagano in un giorno e neppure in un mese, ma esigono anni di ricerca...".
Orbene, a soli otto mesi da quella apertura (e da quegli ammonimenti!) viene dato alle stampe per l'editore Enaudi:"Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un papa" in cui già dal sottotitolo si evince la tesi - per niente originale- dell'autrice Emma Fattorini: cioè di prospettare un papa "buono" ma anziano e malato che viene ostacolato ed impedito ad agire da una Curia "cattiva".

Il principe dei "cattivi" non può essere che quel "nazista" del cardinale Pacelli che avrebbe ostacolato l'operato del "buon" papa "antifascista"! Son certo che la signora Fattorini sarebbe la prima ad inorridire di questa epitome del suo panphlet in tutte le librerie dal 29 maggio, ma la colpa unica e sola è in vero dell'autrice stessa che ha troppo drammatizzato, senza aver alcun riscontro storico, l'idea di un Papa Ratti la cui solitaria voce si leverebbe contro fascismo e nazismo di contro a una Curia sorda ai mali dell'epoca.
Verrebbe invece da chiedersi come avrebbe fatto un papa anziano e malato a prendere le pubbliche ed ufficiali prese di posizione che prese se non avesse avuto attorno dei validi e fedeli collaboratori ed esecutori dei suoi propositi. E invece: «Pacelli elimina l’ultimo discorso di Pio XI» proclama la Fattorini: ovvero, nel febbraio 1939 il cardinal Pacelli avrebbe fatto sparire in fretta e furia il testo della allocuzine papale assai dura verso il regime fascista che Pio XI avrebbe dovuto leggere in faccia a tutto l'episcopato italiano in occasione del decennale dei Patti Lateranensi!
Come non ipotizzare invece che, viste le pessime condizioni di salute dell'ottantaduenne pontefice, non sia stato proprio Pacelli e la Segreteria di Stato ad aver confezionato quella bozza di discorso che poi, causa decesso, Pio XI non potette pronunciare?
Come ipotizzare una dicotomia tra la politica del papa "buono" e la politica del Segretario di Stato senza prima aver studiato i diari del cardinal Pacelli?

Ne scrive esaurientemente Andrea Tornielli sul Giornale di mercoledì 30 maggio 2007 ("Pio XI e Pacelli. La censura che non c'era") dopo che, in vista dell'uscita del libro dell dottoressa Fattorini, "il Sole 24ore" di domenica 27 aveva in anteprima pubblicato il testo del famigerato discorso "occultato" dal successore Pio XII.

Per avvalorare la sua tesi ad effetto: «Emma Fattorini non spiega che Eugenio Pacelli – in quel momento decaduto dall’incarico di Segretario di Stato, ma che in quanto Camerlengo aveva il compito di reggere la Sede Vacante insieme agli altri porporati per l’ordinaria amministrazione – doveva comportarsi in quel modo.
Pacelli non «distrugge» il discorso o le sue bozze, o gli appunti o le diverse stesure: altrimenti Giovanni XXIII nel 1959, e la Fattorini oggi, non avrebbero potuto rintracciarlo nell’Archivio segreto vaticano.
Ciò che il futuro Pio XII fa, e non poteva fare altrimenti, è ordinare la distruzione delle bozze a stampa e dei piombi in tipografia di un testo non ancora corretto e definitivo di un Pontefice defunto.
Il Papa era morto, non poteva più pronunciare quel testo, la commemorazione dei Patti Lateranensi era stata cancellata: né Pacelli né nessun altro aveva in quel momento l’autorità di far pubblicare un discorso postumo e non ancora definitivo.»


E' la "Sede Vacante", bellezza!

Etichette: ,

domenica, gennaio 28, 2007

Legenda /5


Ovvero: TOMI E TOMISTI.

Etichette:

sabato, dicembre 16, 2006

Parole sante, Signora mia! 2

Ovvero: Il quarto segreto di Fatima



All'inizio del suo libro, Antonio Socci narra la genesi del suo pamphlet: ovvero la volontà polemica di zittire i cosiddetti "fatimidi" che accusano il Vaticano di non aver detto tutto sui segreti di Fatima; i più oltranzisti dei quali addirittura sostengono che il testo del terzo segreto svelato nel 2000 sia null'alto che un falso!

Il libro di Socci è pertanto il frutto dell'inquieta costatazione che a guardare attentamente le carte i "fatimidi" non hanno poi tutti i torti.

Il libro è, pertanto, sconsigliato ai paladini di Giovanni XXIII così come agli estimatori del cardinal Tarcisio Bertone che, al pari del Richelieu di Dumas padre, per il buon Socci è il responsabile di errori e leggerezze madornali (o dovrei dire "madonnali" visto l'argomento?).

E' a Tarcisio Berone, oggidì cardinale Segretario di Stato di Sua Santità Benedetto XVI e allora segretario della Congregazione "per la dottrina della fede" (presieduta dall'allor cardinal Ratzinger)che da Antonio Socci vengono imputati una mancanza di chiarezza nei metodi che hanno portato alla rivelazione del terzo segreto di Fatima e soprattutto mancanza di limpidezza sul come si siano svolti i colloqui di Bertone con Suor Lucia prima e dopo il 13 maggio del 2000.

Il giallo sul "quarto" segreto di Fatima nasce proprio dalle parole di Tarcisio Bertone nella "Presentazione" del testo del segreto pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana.
Per Bertone è incontestabile che Giovanni Paolo II abbia letto il segreto solo dopo l'attentato del 13 maggio 1981. Gli fu portato dall'allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede cardinal Seper e il papa lo lesse in data 18 luglio 1981.
Fin qui nulla da eccepire. Ma poi Bertone al capoverso successivo dice che "dopo" Giovanni Paolo II volle che si facesse un solenne atto di affidamento del mondo al cuore immacolato di Maria e che scrisse di suo pugno una preghiera a tale scopo che fu letta in una celebrazione apposita in Santa Maria Maggiore in data 7 giugno 1981.
Come è possibile che Giovanni Paolo II "dopo" aver letto il segreto il 18 luglio conponga una preghiera che viene fatta leggere il 7 giugno cioè un mese e mezzo prima?
Il giallo parte da qui. E' solo una svista o Bertone è stato involontariamente troppo sincero?


La prospettiva è affacinante, ma la spiegazione che io modestamente darei a Socci (e ai suoi compari complottisti) è che monsignor Bertone non si stesse riferendo al "dopo" la lettura del segreto ma al "dopo" l'attentato del 13 maggio! Infatti la richiesta di consacrazione del mondo - in verità della Russia e solo della Russia!- al cuore immacolato di Maria non è contenuto nel terzo ma nel secondo segreto di Fatima noto fin dal 1941.

Facciamo allora un passo indietro.
Sempre nella cronistoria del segreto fatta ne 2000 da Berone egli scrive che Paolo VI lesse "il segreto" in data 27 marzo 1965 e che lo rimandò all'archivio del Sant'Uffizio. Loris Capovilla sostiene invece che Paolo VI lesse il segreto il 27 giugno del 1963.
Monsignor Capovilla era il segretario personale di Giovanni XXIII e dopo la morte del papa continuò a lavorare in Segreteria di Stato.
Papa Roncalli morì il 3 giugno 1963 ed il 21 giugno fu eletto Paolo VI. Sei giorni dopo l'elezione, quando ancora non si era svolta nemmeno la cerimonia dell'incoronazione, la mattina del 27 giugno Papa Montini ricevette in privata udienza il vescovo di Fatima. Nel pomeriggio a casa di Monsignor Capovilla dall'appartamento papale gli giunse una telefonata in cui gli si chiedeva dove fosse il terzo segreto di Fatima.
Monsignor Capovilla non rispose dicendo di chiedere al Sant'Uffizio ma rispose: "Sta nel cassetto di destra della scrivania detta Barbarigo, in stanza da letto"!
Come faceva il testo del terzo segreto a trovarsi contemporaneamente nell'archivio segreto del Sant'Uffizio e nella camera da letto del Papa? Come spiegare razionalmente tale bilocazione?

La risposta razionale che io darei sarebbe quella di ritenere la possibilità di due versioni del medesimo segreto. Giovanni XXIII dopo aver letto il segreto nel 1959 potrebbe averne fatto fare una copia in italiano che tenne presso di se rimandando l'originale al Sant'Uffizio. La mia ipotesi troverebbe una chiara conferma nel fatto che il cardinal Seper nel 1981 portò a Papa Wojtyla due buste di colore diverso una contenente la versione originale l'altra una traduzione italiana (fatta fare da Giovanni XXIII?).
Mi è parso strano (e colpevole) che questo particolare delle due buste non venga mai rivelato da Socci.



Facciamo un'altro passo indietro.
Il 4 aprile 1957 la busta con il terzo segreto assieme ad altri scritti e memorie di Suor Lucia giungono all'Archivio Segreto del sant'Uffizio guidato dal cardinal Alfredo Ottaviani. Il cardinale Ottaviani dal Sant'Uffizio portò la busta a Giovanni XXII in data 17 agosto 1959; la busta era ancora sigillata; papa Giovanni la aprì e la lesse, decise di non rivelarne il contenuto e la rimandò al Sant'Uffizio.

Però nei racconti di come avvenne e di chi fu presente a quella lettura le testimonianze divergono. Alcuni sostengono che quando Giovanni XXIII lesse il segreto era presente solo Ottaviani e che il papa capì il significato senza bisogno di traduzioni, altre versioni parlano di più persone presenti oltre ad Ottaviani e del fatto che fu chiamato un monsignore portoghese per tradurre delle "espressioni ostiche".
Come è possibile, si chiede Socci, che di uno stesso evento vengano date "letture" così poco combacianti?
A meno che le testimonianze non si riferiscano alla lettura di due diversi e distinti segreti di Fatima. Noi conosceremmo, perciò, la data in cui fu letto il segreto conservato dal sant'Uffizio.

Altro passo indietro.

Nel 1957 Pio XII diede il permesso alla rivista "Paris-Match" di realizzare un servizio fotografico nel suo appartamento privato. Quando il 14 maggio '57, cioè un mese dopo l'arrivo del terzo segreto a Roma, il fotografo Robert Serrou entrò nella camera da letto di Pio XII fu subito attratto da una piccola cassaforte di legno accanto al letto su cui era la scritta "Secretus Sancti Offici". Quando il fotografo curioso chiese spiegazioni a suor Pascalina Lehnert, la fida collaboratrice di Papa Pacelli, si sentì rispondere: "lì dentro è contenuto il terzo segreto di Fatima".

Perchè il segreto si trovava lì mentre risulta essere stato posto nell'archivio segreto del Sant'Uffizio?
Si potrebbe obbiettare che il Papa in persona era il prefetto del Sant'uffizio e perciò che se il segreto stesse presso il papa o presso "la suprema congregazione" era la medesima cosa.
Se però la cassaforte col segreto rimase nell'appartamento di Pio XII fino alla sua morte, perchè risulta che a Giovanni XXIII il segreto fu portato dal cardinal Ottaviani? E se il segreto lo aveva il Cardinal Ottaviano chi aveva osato, durante la sede vacante, aprire la cassaforte del papa nell'appartamento chiuso con i sigilli?
E' mai plausibile?
Ecco che riemerge pressante l'ipotesi che tutto diverrebbe plauisibile se si ammettesse la possibilità dell'esistenza di due differenti segreti di Fatima.



Nel 1967, nel cinquantenario delle apparizioni, il cardinal Ottaviani, uno dei pochissimi ad essere a conoscenza del segreto di Fatima, in una conferenza alla domanda su dove si trovasse materialmente "ora" il testo del segreto rispose di non saperlo e che il Santo Padre lo aveva mandato in uno di quegli archivi che sono "come un pozzo nero" dove le carte spariscono.
Dichiarazione che non può non lasciare allibiti dato che noi sappiamo che in qualità di pro-prefetto del Sant'Ufficio era lui, e il suo archivio, il responsabile della custodia del segreto! Risulta infatti dagli atti che dopo averlo letto nel 1965 Paolo VI rimandò la busta all'archivio del Sant'Ufficio e da quel medesimo archivio (della ribattezzata Congregazione per la dottrina della Fede) il cardinal Seper, successore di Ottaviani, la consegnò nel 1981 a papa Wojtyla!

Sempre Ottaviani nel '67 dice che Lucia: "ha scritto su un unico foglio ciò che le ha detto la Vergine di riferire al Santo Padre".

Da questa affermazione al buon Socci scaturiscono due considerazioni:

1) Il testo reso noto nel 2000 si potrebbe anche definire "un unico foglio", ma si tratta di un foglio staccato dal mezzo di un quaderno perciò si potrebbe dire anche che sono due fogli, o anche quattro paginette di quaderno.
E se non bastassero i dubbi abbiamo la "confessione" del vescovo ausiliare di Fatima nel 1957 che, dopo aver preso la busta dalle mani dell'anziano vescovo di Fatima che si rifiutà ripetutamente di aprirla e prima di consegnarla al Nunzio apostolico, ha dichiarato di aver osservato controluce il contenuto della busta. Non è riuscito però a leggere il testo che ha dichiarato essere di venti o venticinque righe vergate su di un unico foglio.
Possiamo anche biasimare la curiosità del monsignore, ma dobbiamo riconoscere che la descrizione che ne fa è difforme dal testo a noi tutti noto.

2) Per quarantanni le alte gerarchie hanno sempre detto che il segreto non veniva rivelato perche "le parole" della Madonna avrebbero potuto impressionare ed essere mal interpretate. Lo stesso Ottaviani nel passo citato dice che Lucia mise per iscritto "un messaggio" della Madonna al Papa.

Nel processo di beatificazione dei cuginetti Francesco e Giacinta, Suor Lucia interrogata nel 1946 dichiarò che: "Il testo delle parole di Nostra Signora" fu scritto e sigillato in una busta consegnata al vescovo di Fatima.

Ma nel segreto svelato nel 2000 non ci sono parole della Madonna! E' una visione: a narrarla è Lucia che ha visto la città in rovina e il vescovo vestito di bianco cadere morto. Vede la Madonna e vede un angelo, con in mano una spada di fuoco, che dice per tre volte "Penitenza!". Le uniche "parole" sono quelle dell'angelo e non di Nostra Signora che per tutto il racconto della visione compare come attore muto.

La domanda che ci si può porre è: dove sono le parole di Nostra Signora?

Si trovano forse alla fine del "secondo segreto" dove si dice che: "In Portogallo si manterrà il dogma della fede ecc..."?
Stà forse in quell'eccetera "le parole" e "il messaggio" dell Vergine di Fatima a commento della visione del "vescovo vestito di bianco"?

L'ipotesi potrebbe essere non del tutto peregrina. Che cos'è infatti il "primo segreto di Fatima" se non la visione dell'Inferno? E che cos'è il "secondo segreto di Fatima" se non un commento e una giustificazione del perchè di quella visione?

Seguendo questo sche ma si potrebbe ipotizzare che anche per la seconda visione, il cui contenuto è stato reso noto nel 2000, la Santa Vergine abbia voluto dare ai tre pastorelli delle spiegazioni di ciò che avevano appena visto: sarebbero queste le "parole" che Pio XII conservava in camera sua e che i Papi successivi hanno letto disgiuntamente dal testo della visione conservato dal Sant'Uffizio.

Paura e...?



La grande critica che mi sento di fare a Socci e a molti altri con lui, è lo stupirsi per il fatto che la Santa Sede abbia voluto nascondere per quarant'anni il racconto- seppur allegorico- di un attentato al papa.
A me non sembra affatto che sia una rivelazione poco sensazionale perchè il mondo è pieno di pazzi esaltati che in ogni tempo e con ogni papa sarebbero stati onorati di adempiere la profezia omicida.

Il merito di Sodano -vista la ferma volontà di Giovanni Paolo II di renderla nota- è stato quello di presentare la profezia come già realizzata ottenendo tre risultati.
1)Evitare che altri fanatici in nome della Madonna di Fatima attentassero nuovamente a Giovanni Paolo II e ai suoi successori.
2) Presentare Giovanni Paolo II quale miracolo vivente poichè era "scritto" che "doveva" morire ma La Madonna lo ha salvato; implicitamente presentando tutto il pontificato wojtiliano quale opera più divina che umana.
3) A gloria della fede cattolica e della dottrina del primato pontificio e ad incremento della devozione per la Vergine Maria.

"Le parole sono importanti" e leggendo il panphlet di Socci ci si accorge che l'autore ha notato che nel 2000 da nessuna parte si dice che il terzo segreto è stato "pubblicato" ma si dice sempre che ormai è stato tutto "rivelato", dando così la stura a tutte le congetture che già sappiamo.

Socci congettura che in realtà i papi pur non rivelando le parole esatte del segreto ne hanno comunque a più riprese comunicato lo "spirito" che sarebbe l'invito alla conversione per scongiurare i castighi di Dio. Quale pezza d'appoggio cita le omelie dai riferimenti apocalittici usati sia da Paolo VI sia da Giovanni Paolo II nelle loro omelie pronunciate a Fatima.

Su questo punto bisogna tirargli le orecchie perchè Antonio Socci dovrebbe ben sapere che le omelie si fanno a commento delle letture della messa e la messa votiva della Madonna di Fatima ha la prima lettura tratta dal capitolo 12 dell'Apocalisse. Cioè la visione della donna vestita di sole, del dragone rosso, e della guerra di san Michele e dei suoi angeli contro il drago!

I papi a Fatima hanno sempre fatto delle omelie "apocalittiche" perchè stavano commentando un passo del libro dell'Apocalisse di Giovanni e non del terzo segreto di suor Lucia!

Epperò confesso che, nonostante le obbiezioni che mi son fatto, leggendo Socci il dubbio mi è venuto e non mi abbandona più.

Etichette: ,

domenica, novembre 26, 2006

Rex tremendae Majestatis


«L'imperatore, ritto in piedi accanto al trono, tese il braccio con maestosa affabilità e disse [...]
«Cari cristiani! So che molti fra voi, e non gli ultimi, hanno più caro di tutto nel cristianesimo quell'autorità spirituale che esso da ai suoi legittimi rappresentanti e non per loro particolare vantaggio, ma senza dubbio per il bene comune, poiché su questa autorità si basa il giusto ordine spirituale, nonché la disciplina morale, indispensabile per tutti. Cari fratelli cattolici! Oh, come capisco il vostro modo di vedere e come vorrei appoggiare la mia potenza sull'autorità del vostro capo spirituale! E perché non crediate che si tratti di lusinghe e di vane parole, noi dichiariamo solennemente: per nostra autocratica volontà, il vescovo supremo di tutti i cattolici, il papa romano, da questo momento è reintegrato nel suo seggio di Roma, con tutti i diritti e le prerogative di un tempo, inerenti a questa condizione e a questa cattedra e che un giorno gli furono conferiti dai nostri predecessori a cominciare da Costantino il Grande. Ma per questo, fratelli cattolici, voglio soltanto che dall'intimo del cuore riconosciate in me il vostro unico difensore ed unico protettore. Coloro che per coscienza e sentimento mi riconoscono tale vengano qui vicino a me». E indicava i posti vuoti sul palco.

Con esclamazioni di gioia - «Gratias agimus! Domine! Salvum fac magnum imperatorem» - quasi tutti i principi della Chiesa cattolica, cardinali e vescovi, la maggior parte dei credenti laici e più della metà dei monaci salirono sul palco e dopo essersi profondamente inchinati davanti all'imperatore, andarono ad occupare le poltrone loro destinate.
Ma giù, in mezzo all'assemblea, diritto e immobile come una statua di marmo, il papa Pietro II rimase al suo posto.
Tutti coloro che prima gli stavano intorno ora si trovavano sul palco. Allora la schiera ormai diradata dei monaci e dei laici, che era rimasta in basso, si spostò e si strinse attorno a lui in un anello serrato da cui si udiva un mormorio contenuto: «Non praevalebunt, non praevalebunt portae inferi».

Guardando con sorpresa il papa immobile, l'imperatore alzò di nuovo la voce: «Cari fratelli! So che fra voi ci sono di quelli per i quali le cose più preziose del cristianesimo sono la sua santa tradizione, i vecchi simboli, i cantici e le preghiere antiche, le icone e le cerimonie del culto. E in realtà che cosa vi può essere di più prezioso di questo per un'anima religiosa?
Sappiate dunque, miei diletti, che oggi ho firmato lo statuto e fissata la dotazione di larghi mezzi per il museo universale dell'archeologia cristiana che verrà fondato nella nostra gloriosa città imperiale di Costantinopoli, con lo scopo di raccogliere, studiare e conservare tutti i monumenti dell'antichità ecclesiastica, principalmente quelli della Chiesa orientale; vi prego poi che domani eleggiate fra voi una commissione con l'incarico di studiare con me le misure da prendere per riavvicinare, quanto più possibile, i costumi e le usanze della vita attuale, alla tradizione e alle istituzioni della Santa Chiesa Ortodossa!

Fratelli ortodossi! quelli che hanno in cuore questa mia volontà, quelli che per intimo sentimento mi possono chiamare loro vero capo e signore vengano qui sopra». E la maggior parte dei prelati dell'Oriente e del Nord, la metà dei vecchi credenti e più della metà dei preti, dei monaci e dei laici ortodossi salirono sul palco e con grida di gioia, dando uno sguardo di sfuggita ai cattolici che già vi stavano assisi con aria di importanza.

Ma lo starets Giovanni non si mosse e diede un forte sospiro. E quando la folla attorno a lui si fu alquanto diradata, lasciò il suo banco e andò a sedersi vicino a papa Pietro e al suo gruppo. Dietro di lui si avviarono anche tutti gli altri ortodossi che non erano saliti sul palco.

L'imperatore prese di nuovo a parlare: «Mi sono noti fra voi, cari cristiani, anche coloro che nel cristianesimo apprezzano più di tutto la personale sicurezza in fatto di verità e la libera ricerca riguardo alla Scrittura. Non occorre che mi diffonda su quello che ne penso io. Voi sapete forse che fin dalla mia prima giovinezza ho scritto sulla critica biblica una voluminosa opera, che a quel tempo ha fatto un certo rumore e ha dato inizio alla mia notorietà. Ed ecco che probabilmente in ricordo di questo fatto l'università di Tubinga in questi giorni mi ha rivolto la richiesta di accettare la sua laurea ad honorem di dottore in teologia. Ho ordinato di rispondere che accettavo con gioia e gratitudine. E oggi, insieme al decreto per la fondazione del museo d'archeologia cristiana, ho firmato quello per la creazione di un istituto universale per la libera ricerca sulla Sacra Scrittura in tutte le sue parti e da tutti i punti di vista, nonché per lo studio di tutte le scienze ausiliarie, con un bilancio annuale di un milione e mezzo di marchi.

Quelli di voi che hanno a cuore queste mie sincere disposizioni e che con puro sentimento possono riconoscermi per loro capo sovrano, li prego di venire qui, accanto al nuovo dottore in teologia». E le belle labbra del grande uomo si allungarono lievemente in uno strano sorriso.

Più della metà dei sapienti teologi si mosse verso il palco, sia pure con qualche indugio e qualche esitazione. Tutti volsero lo sguardo verso il professor Pauli che pareva abbarbicato al suo seggio. [...]
Pauli sollevò il capo, si alzò con un movimento un po' indeciso, si diresse verso i banchi rimasti vuoti e, accompagnato dai suoi correligionari che avevano tenuto fermo, venne con essi a sedersi accanto allo starets Giovanni, al papa Pietro e ai loro gruppi.

La grande maggioranza dei membri del concilio si trovava sul palco, ivi compresa quasi tutta la gerarchia dell'Oriente e dell'Occidente. In basso erano rimasti soltanto tre gruppi di uomini che si erano avvicinati gli uni agli altri e che si stringevano accanto allo starets Giovanni, al papa Pietro e al professor Pauli.

Con accento di tristezza, l'imperatore si rivolse a loro dicendo:«Che cosa posso fare ancora per voi? Strani uomini! Che volete da me? Io non lo so. Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi, condannati dal sentimento popolare; che cosa avete di più caro nel cristianesimo?».

Allora simile a un cero candido si alzò in piedi lo starets Giovanni e rispose con dolcezza: «Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui Stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità. Da te, o sovrano, noi siamo pronti a ricevere ogni bene, ma soltanto se nella tua mano generosa noi possiamo riconoscere la santa mano di Cristo».
( Vladimir Soloviev; Il Racconto dell'Anticristo )

Etichette: ,

venerdì, novembre 24, 2006

panoramiche ratzingeriane /3

Ovvero: Se sbaglio... mi contraddirete

Alle ore dodoci di martedì 21 novembre 2006, con un comunicato della Sala Stampa Vaticana , la Santa Sede ha reso noto che “il Santo Padre Benedetto XVI ha terminato di scrivere la prima parte di un libro il cui titolo è: "Gesù di Nazareth. Dal Battesimo nel Giordano alla Trasfigurazione" e lo ha consegnato, nei giorni scorsi, alla Libreria Editrice Vaticana”.

L'uscita in libreria dell'opera è prevista per la primavera del 2007 e la sua diffusione mondiale sarà curata dalla casa editice Rizzoli che ha anticipato il testo della prefazione “La strada della mia interpretazione della figura di Gesù nel Nuovo Testamento”, scritta dallo stesso Ratzinger

Ha avuto subito vasta risonanza la seguente frase: "Di certo non c’è affatto bisogno di dire espressamente che questo libro non è assolutamente un atto magisteriale, ma è unicamente espressione della mia ricerca personale del “volto del Signore” (Salmo 27,8). Perciò ognuno è libero di contraddirmi."

Commenta l'ottimo blog Crossroads : «...dietro la apparente semplicità di quella frase, "ognuno è libero di contraddirmi", dietro la sua apparente modestia, si cela un secondo motivo di riflessione, che rivela tutto il mondo di Joseph Ratzinger: liberi di contraddire, si, ma... se siete in grado di farlo.

Non è arroganza, è la consapevolezza di chi si esprime sapendo che ogni sua parola ha una solida base su cui appoggiarsi.
Perchè questa, e non altra, è la grandezza del "professore" diventato "Maestro": la sua capacità di motivare le opinioni che esprime con argomenti comprensibili, logici, scientificamente fondati.

Chiunque voglia, può dire di non essere d'accordo, ma viene -implicitamente- sfidato a dimostrare la fondatezza delle sue contro-affermazioni: come si fa, come si dovrebbe fare in ogni dibattito, in ogni discussione serenamente e seriamente volta alla ricerca di una soluzione, o della verità.

Non dubito che si troveranno (soprattutto fra i filosofi da TV e i politici da corteo) molti personaggi prontissimi a raccogliere l'invito a contraddirlo; dubito fortemente, però, che saranno in grado di spiegare il perché, senza fare brutta figura».

Etichette: ,

lunedì, settembre 18, 2006

Novissima Verba /2

Ovvero: "Lettere dalla Turchia"


In Turchia, un libercolo di fantapolitica scritto dal giornalista turco Yücel Kayaha, pubblicato a fine agosto sta avento uno straordinario successo di vendite.
Il titolo del best-seller?
Attentato al papa. Chi ucciderà Benedetto XVI a Istanbul?”.

Etichette: ,

sabato, agosto 12, 2006

Scienza Infusa /2

Ovvero:I libri che non lessi

Un Romanzo sull'11 settembre... 1683


"Imprimatur":
è un romanzo storico che ruota intorno agli intrighi veri e presunti che portarono alla battaglia che il 12 settembre 1683 liberò Vienna dall'assedio degli eserciti ottomani. Gli autori sono due coniugi giornalisti italiani, Rita Monaldi e Francesco Sorti e che abitano proprio a Vienna.

Il romanzo è stato pubblicato nel 2002 ed io ne venni a conoscenza grazie alla recensione fattane dal mensile "30 Giorni" ma -oimè!- ho sempre dilazionato l'acquisto del tomo nonostante la mia antica devozione per il Beato Innocenzo XI.



Il romanzo principia nell'anno di Grazia 2040 quando al Vescovo di Como, Lorenzo Dell’Agio, viene notificato che il Pontefice regnante, essendo passato quasi un secolo dalla beatificazione decretata da Pio XII, vuole imprimere un'accellerazione al processo di canonizzazione del secentesco papa comasco Innocenzo XI Odescalchi.

Il vescovo di Como si ricorda a quel punto, che una quarantina di anni prima, intorno all'anno 2000, quand'era un giovane parroco di periferia a Roma, aveva conosciuto una coppia di giovani giornalisti che gli regalarono un manoscritto che narrava di oscuri eventi accaduti durante il pontificato di Innocenzo XI. Storie di intrighi politici e congiure che se fossero state divulgate avrebbero condizionato la decisione vaticana sul procedere o meno alla canonizzazione.

« ... Veniamo ai documenti inediti su Innocenzo XI

MONALDI e SORTI: La causa di beatificazione di questo Papa inizia dopo la sua morte, poi si blocca per secoli, fino a quando, nel 1956, viene finalmente beatificato. A bloccare per lungo tempo questa causa sono state, tra l’altro, proprio le voci che vedevano in lui uno dei finanziatori, se non il principale finanziatore, del golpe che nel 1688 ha portato al potere gli Orange e ha consegnato agli eretici l’Inghilterra.
Nelle nostre ricerche storiche abbiamo rintracciato documenti inediti che provano questo legame che si è sempre voluto negare. D’altronde è comprensibile: per la Chiesa riconoscere che un Papa aveva finanziato degli eretici contro i cattolici Stuart… Né d’altro canto questo legame poteva far piacere agli inglesi, che vedono in Guglielmo d’Orange una sorta di padre della patria.

E quali sarebbero questi documenti originali?

MONALDI e SORTI: Anzitutto i libri mastri della casa Odescalchi, la famiglia di Innocenzo XI, che svolgeva attività bancaria. In questi libri sono annotate tutte le transazioni finanziarie effettuate. Leggendoli con attenzione abbiamo notato che ingenti somme sono andate a finire, tramite vari intermediari, come i veneziani Cernezzi e Rezzonico, nelle casse degli Orange. Inoltre abbiamo rintracciato anche la documentazione cifrata che riguarda la vicenda del principato degli Orange.
In estrema sintesi, alla morte di Innocenzo XI, quando ormai gli Orange sono padroni della lontana Inghilterra, questo principato chiede al papato di passare sotto la giurisdizione pontificia e ciò proprio per porre fine al pesante drenaggio fiscale che su quella popolazione si stava effettuando per ripianare i debiti contratti dagli Orange con il Papa precedente. Offerta che ovviamente il successore di Innocenzo XI, Alessandro VIII, respinge perché troppo imbarazzante. Tra l’altro siamo rimasti molto sorpresi nello scoprire che il principato degli Orange era a ridosso dei possedimenti pontifici di Avignone, anzi questi ultimi erano una specie di enclave al suo interno ...»

Etichette:

venerdì, agosto 04, 2006

I Libri dello spiritoso cristiano /2

Eudocia Augusta
STORIA DI SAN CIPRIANO
207 pp. Adelphi, euro 13

[Recensione apparsa su "il Foglio " del 13 Giugno 2006]

Un’agiografia molto speciale questa di san Cipriano, un po’ perché l’accento è posto più sulle sue doti di mago esperto in rituali satanici, che nella sua conversione e conseguente martirio, ma soprattutto perché a raccontarcela è un’imperatrice d’Oriente del V secolo. A parte Saffo, di donne nella letteratura greca non ne conosciamo quasi, incuriosisce quindi trovarci di fronte a Eudocia Augusta, donna di potere e raffinata e sensibile poetessa.

Fa anche impressione leggendo la “Storia di san Cipriano” sentire la cadenza degli esametri, la struttura delle frasi, i paragoni, gli attributi che richiamano l’“Iliade” e l’“Odissea”, mentre invece si parla di angeli e demoni, di Dio e di Lucifero, di perfidia e redenzione, della forza della fede che vince ogni ostacolo.
La sensibilità di Eudocia poi non è affatto classica, ma piuttosto ellenistica, con un’attenzione particolare agli stati d’animo, alle esitazioni, ai turbamenti psicologici e una conoscenza e fascinazione per i culti misterici.

Il Libro I si apre con la storia di una pudica fanciulla di nome Giusta che vive nella veneranda città di Antiochia che , “trafitta nell’animo dall’amore per Dio”, si converte al cristianesimo.
Aglaide, ricco e scellerato, si innamora della fanciulla, ma lei ha per unico sposo Cristo Signore. Così il giovane chiede aiuto a “un uomo malefico, maestro dell’empia magia, Cipriano”.
Il mago è a sua volta preso dalla soave Giusta ed evoca un demone brutale. “Tu dimmi se è in tuo potere condurla al mio letto, perché la desidero tremendamente”. La vergine casta canta le lodi di Dio e respinge nel suo nome l’infame.

Cipriano chiama a sé demoni sempre più potenti, ma tutti fuggono tremando, finché anche lui è vinto dalla forza della fede, si converte, diventa vescovo e fa di Giusta la “madre di tutte le fanciulle in fiore, ministre di Cristo grande”.

Nel Libro II Cipriano racconta la sua storia in prima persona ed è molto più appassionante, “nessun uomo al mondo fu più miscredente di me”. Da Apollo ha appreso i rituali della bestia che procede sul ventre, il serpente; vive con gli dei sull’Olimpo; “i miei genitori infatti desideravano ardentemente che io venissi a conoscere tutto ciò che esiste sulla terra, per l’aria e nel mare”. A Menfi vede la terra vessata da demoni; vede la figura della lussuria, sanguinante, fatta di fegato e sperma; la gelosia, l’invidia, la menzogna, l’ingordigia, tutte terrifiche con attributi assolutamente calzanti e immaginifici.
Cipriano, che diventa pupillo del Diavolo e ne invoca il potere per sedurre la casta, sublime fanciulla, è il prototipo del Faust.

Etichette: ,

giovedì, agosto 03, 2006

Scienza Infusa /1

Ovvero: I libri che non lessi.

"Il giovane Caravaggio in Lombardia"



Costanza Colonna era la secondogenita di quel Marc'Antonio Colonna che nel 1571 comandò la flotta papale nella vittoriosa battaglia di Lepanto e che Filippo II nel 1577 nominò Vicerè di Sicilia.
A tredici anni Costanza si trovò ad essere una pedina dell'alta diplomazia. Si intavolarono, infatti, le trattative per il matrimonio della principessina figlia del Vicerè di Filippo II con il diciassettenne marchese Francesco Sforza.
I principi Colonna - araldicamemte parlando - non ci guadagnavano nulla da questo matrimonio poichè oramai gli Sforza a Milano contavano ben poco; e il futuro sposo era addirittura appartenente ad un ramo cadetto! Però questi Sforza "di seconda classe" erano i Signori del marchesato di Caravaggio: un territorio che visto sotto l'aspetto della strategia politica e militare era inportantissimo.

Colonna esitò in un primo tempo anche per la giovinezza della figlia «d’età sì tenera», come scrisse in una lettera al cardinale Alessandro Sforza, che si era fatto tramite di suo nipote Francesco. Ma dovette sciogliere tutte le sue riserve quando nella partita entrò anche il cardinale di Milano, Carlo Borromeo, che si fece convinto sponsor di quel matrimonio. Così, quando il 21 ottobre 1568 la ragazzina partì a bordo di una galera alla volta di Genova, il padre fece partire una lettera indirizzata al Borromeo, in cui esponeva tutte le sue inquietudini: «Donna Costanza mia figlia se ne viene a marito, et certo sento infinitamente questa sua lontananza, per esser così giovinetta, pur mi vo consolando la presentia di Vostra Signoria Illustrissima in Milano, dove so che mirerà per lei et ne terrà proportione». Puntualmente il cardinale, il 9 novembre, dava notizia a Marcantonio dell’arrivo della figlia a Milano: «La Signora Donna Costanza nostra giunse qua iersera, et io l’ho vista...»
...

Ma Michelangelo Merisi come entra invece nell’orbita della marchesa Costanza?

Il 14 gennaio 1571 a Caravaggio vennero celebrate le nozze di Fermo Merisi e Lucia Aratori (proprio Fermo e Lucia, come Manzoni – senza nulla sapere di questa vicenda solo ora ricostruita – chiamò inizialmente i protagonisti dei suoi Promessi sposi!).
Per quanto Fermo fosse un semplice muratore, al matrimonio, come attestano i documenti, fu presente, in qualità di testimone, anche il marchese Francesco.

Il 29 settembre, giorno di san Michele Arcangelo, nacque il loro primogenito, che per questo venne chiamato Michelangelo. Nacque probabilmente a Milano, dove Fermo lavorava e dove aveva casa vicino a San Vito in Pasquirolo. Ma nel 1577 l’intera famiglia era certamente tornata a Caravaggio per sfuggire alla peste che aveva colpito Milano e che Fermo non riuscì comunque a scansare: morì infatti il 20 ottobre di quello stesso anno.
Toccò così a Lucia farsi carico dei figli sopravvissuti: Michelangelo, appunto, e poi Giovan Battista e Caterina. E qui iniziano a infittirsi gli indizi di un primo contatto tra il futuro artista e la marchesa di Caravaggio. Innanzitutto il nonno materno, Giovan Giacomo Aratori, era stato nominato procuratore della famiglia Colonna-Sforza. In secondo luogo la zia Margherita (sorella della mamma di Michelangelo) era l’affezionatissima balia dei figli di Costanza: si conservano tante lettere piene di tenerezze tra lei e la marchesa. In terzo luogo a Caravaggio, su indicazione di san Carlo (ne parla lui stesso in una lettera del 18 gennaio 1570), era stata «introdutta la schola di dottrina cristiana... e la Marchesa va lei medesima a insegnarla».

Giacomo Berra, l’autore del libro da cui stiamo attingendo le notizie per questa storia del giovane Caravaggio, ne conclude che «è una notizia particolarmente interessante in quanto si potrebbe ipotizzare che qualche anno dopo la stessa Costanza abbia esposto al giovanissimo Michelangelo gli elementi fondamentali della dottrina cristiana».

Possiamo solo immaginare quale fosse la vita di un borgo che aveva nell’agricoltura la sua prima ricchezza, ma che viveva anche attorno a quel santuario che godeva di sempre maggior devozione e popolarità.
Nel 1571 sempre il Borromeo ne aveva ordinato il rifacimento per avere una chiesa più degna. Il progetto venne affidato al suo architetto di fiducia, Pellegrino Tibaldi; ma il cantiere che s’incaricò di realizzare l’opera monumentale era quello di Bartolomeo Merisi e Fermo Degano. Il primo era zio di Michelangelo: il quale, da ragazzino, è assai presumibile – essendo figlio di muratore – che abbia lavorato per qualche tempo agli ordini di Bartolomeo tra le mura del nuovo grande santuario (che è poi quello che ancor oggi è in piedi).
Comunque nel 1584 il Caravaggio prende un’altra strada: va come apprendista a Milano nella bottega di un pittore, Simone Peterzano. Nella scelta probabilmente entrò in gioco anche l’architetto di san Carlo, Pellegrino Tibaldi...


La tesi del libro di Giacomo Berra è che la Signora Marchesa si sia sempre interessata del giovane Michelangelo Merisi e che, con somma discrezione, lo abbia sempre patrocinato come nel caso del primo viaggio a Roma del pittore nell'estate del 1592. Quell'estate anche la marchesa Costanza si trovava a Roma. La prima sistemazione romana del pittore fu presso monsignor Pandolfo Pucci da Recanati: un amico dei Colonna.


"Ma gli interventi di Costanza si rivelarono ben più preziosi quando la vita di Caravaggio prese la piega drammatica dettata dal suo “cervello stravagantissimo”.

Il 29 luglio 1605, dopo il primo fatto di sangue di cui si era reso colpevole, era fuggito a Genova e qui aveva trovato rifugio e lavoro presso la famiglia Doria, cioè una famiglia legata strettamente ai Colonna.
Tornato a Roma, Caravaggio l’anno successivo si rese responsabile di un fatto ancor più grave, l’omicidio, commesso il 28 maggio, di Ranuccio Tomassoni. Per evitare la condanna fuggì da Roma trovando rifugio nel principato di Paliano, feudo dei Colonna e già proprietà del padre di Costanza (qui tra l’altro Caravaggio dipinse la Cena in Emmaus oggi conservata a Brera). E i documenti confermano che la marchesa Costanza sino al 18 ottobre di quel 1606 si era certamente fermata a Roma...

E per quale motivo poi Caravaggio nella sua fuga da Roma, lasciando Paliano, si dirige verso Napoli?
Perché sapeva di poter contare su appoggi affidabili e potenti: in particolare quello di Luigi Carafa Colonna, nipote di Costanza. La quale, puntuale, si fa trovare a sua volta a Napoli, dove è documentata la sua presenza il 14 giugno 1607.

E come va Caravaggio da Napoli a Malta proprio nel giugno 1607?
Viaggiando sulla galera di Fabrizio Sforza, figlio di Costanza, e cavaliere dell’Ordine di Malta.

Infine c’è l’atto finale, quel drammatico viaggio del 1610 da Napoli alla volta di Roma che si sarebbe concluso con la sua morte.
Nell’ottobre 1609 Caravaggio, tornato di nuovo a Napoli, era stato ferito gravemente davanti all’Osteria del Cerriglio. Per sfuggire ai suoi sicari, come documentano alcune lettere ritrovate nell’Archivio Segreto Vaticano da Vincenzo Pacelli, si sarebbe rifugiato nel palazzo Carafa Colonna di via Chiaia, lo stesso dove alloggiava con il suo seguito la marchesa Costanza. Fu lei a far da tramite con papa Paolo V per ottenere la grazia per il pittore? Non ci sono prove. Ma certo Caravaggio intraprese il viaggio fatale dell’estate del 1610 nella convinzione di poter contare ancora una volta su una mano potente che aveva sistemato i suoi pasticci."
Sempre quella marchesa di Caravaggio che secondo il Cappaccio, un cronista dell'epoca, voleva affidare al suo talentuoso suddito la decorazione della chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli.

E' bello scoprire che di queste vicende poco note ma tanto appassionanti Rai Fiction si proponga di farne opera di divulgazione. Peccato che la divulgazione sia sempre più intesa come volgarizzazione: per cui gli intensi rapporti vassallatici che legano la marchesa e il pittore suo suddito, dalla fiction prodotta dalla Rai sulla vita di Caravaggio , vengano banalizzati e "giustificati" da un legame amoroso tra la nobildonna ed lo scapigliato artista bohemien .

Etichette:

mercoledì, maggio 24, 2006

L'aringa rosa

Ovvero: "Dan Brown, ti farò pescatore di uomini"


(Propongo la traduzione di Daniela Maggioni di un articolo del filosofo ebreo ed agnostico Bernard-Henri Lévy sul Corriere della Sera di mercoledì 24 maggio 2006)

«Il Codice da Vinci... È qualcosa di più, e di peggio, della truffa intellettuale denunciata qui e là da giornalisti che si sono presi la briga di sbrogliare, nel guazzabuglio di quelli che ci sono presentati come «i fatti», la parte di documento e quella di fantasia. È un film che, puntando senza dirlo su alcuni fra i temi più ambigui dell'immaginario politico contemporaneo, flirta anche con il peggio.

Tre libri molto utili sono usciti di recente in Francia, scritti da Pierre-André Taguieff, Philippe Muray e René Rémond.


Quello di Pierre-André Taguieff, La foire aux illuminés, consente di capire come questo sfoggio di falsa scienza e semplicemente di falsità, l'accozzaglia di credenze in una congiura mondiale fomentata all'alba della Storia contemporanea e rimasta impenetrabile fino al nostri giorni, l'illusione di accedere, attraverso il libro e adesso il film, al mistero dei misteri, all'enigma assoluto, attingano a una vena complottistica che fu quella di tutti i totalitarismi.

Quello di Philippe Muray, Dix-neuvième siècle à travers les âges, naturalmente non parla del Codice da Vinci ma stabilisce la genealogia di un «occultismo politico» che ci porta ai grandi illuminati che forgiarono il corpo dottrinario dei fascismi.

E poi Le nouvel antichristianisme di René Rémond, che raccomando a tutti coloro che, cristiani o no, subodorano il cattivo profumo di regresso e di oscurantismo — massì, di oscurantismo! —, di odio del pensiero e della vera scienza che aleggia sui processi istruiti, questi ultimi tempi, contro una Chiesa che, da Pio XII a Benedetto XVI, è ritenuta colpevole di tutti i mali.
Si comincia a sapere che il famoso Priorato di Sion, che nel film occupa un posto essenziale e ci è presentato come un Ordine occulto, fondato mille anni fa da Goffredo di Buglione e votato a preservare quel Santo Graal che sarebbe stato il segreto del matrimonio di Gesù e Maria Maddalena, è un'associazione creata dopo la Seconda guerra mondiale da una banda di scansafatiche nostalgici di Vichy. Mentre si sa meno come il patronimico del personaggio di Dan Brown — il Radcliffe di Angeli e demoni — plagia quello di John Readcliff, presunto autore di un Discorso del rabbino degli anni 1860 e considerato uno dei testi precursori dei Protocolli dei Saggi di Sion.

Quel che si sa appena un po' meglio è che l'idea paranoica di una verità nascosta fin dalla notte dei tempi da potenti stirpi di congiurati, il credo scientifico alternativo in un governo mondiale con codici che spetterebbe decifrare ad alcuni iniziati rientrarono in tutte le elucubrazioni degli emuli francesi del III Reich: la lotta, non delle classi, ma delle società segrete, vero motore della Storia? Ma sì! Era la convinzione, prima di Dan Brown, del saggista Henry Coston il quale, denunciato negli anni Trenta il «pericolo ebraico», finì la sua vita, sessant'anni più tardi, ossessionato dalle sinarchie, dai governi ombra, dalle trilaterali e da altre internazionali massoniche e neomassoniche.

Quello che per ora non si vuole sapere è che spesso basterebbe sostituire, nella prosa e nelle immagini di Brown, l'Opus Dei con la Compagnia di Gesù, il personaggio di Silas con quello di Loyola, o la «guardia bianca » del Papa con gli «uomini in nero» della Compagnia di Gesù, per ritrovare il tono delle diatribe antigesuitiche che infiammarono il XIX e poi il XX secolo e culminarono con l'invio sul fronte dell'Est o a Dachau di deportati con il marchio «nzv», letteralmente «non affidabili, come gli ebrei». Il loro crimine era di essersi mostrati successivamente complici del giacobinismo, del bolscevismo, dell'internazionale ebraica e infine — ma qui era vero — di una resistenza tedesca antinazista alla quale, per esempio a Kreisau, aderirono da eroi.

Non sto difendendo l'Opus Dei, naturalmente. Ma ricordiamoci che le parole hanno una storia e che, dietro a queste parole, cioè dietro al fantasma di una confraternita di monaci mafiosi e assassini che non avevano altro obiettivo se non di sfruttare sistematicamente l'universo, c'è un peso di delirio e di crimine che evoca ricordi paurosi e contro il quale non è inutile mettere in guardia il pubblico.

Che i primi interessati non lo facciano, è una cosa. E in questo, fra parentesi, c'è un esempio di sangue freddo su cui potrebbero meditare gli altri offesi che, confrontati poco tempo fa a certe «caricature» che avevano una carica simbolica e una risonanza dieci volte minori del Codice da Vinci, reagirono con l'esagerazione che sappiamo. Ma questo non significhi, per altri, l'obbligo di tacere anch'essi! Questo non impedisca, qui, ad un agnostico ed ebreo, di dire il disgusto che gli ispira ciò che chiamerà, con Freud, la marea nera del nuovo anticattolicesimo.»

Etichette: ,

giovedì, maggio 18, 2006

Il Codice "Da Montefeltro" /3

Ovvero: come avvenne che Silvia Ronchey spiegasse in un libro il perché la Flagellazione di Piero della Francesca è il ritratto del dolore per Bisanzio perduta (da un articolo di Nicoletta Tiliacos sul Foglio di sabato 13 mggio 2006).



«La ricostruzione della storia della Flagellazione è, per Silvia Ronchey, l’occasione per raccontare in modo brillante e appassionato un mondo fatto “di grandi pensatori. Come Nicola Cusano, come Giovanni Torquemada, zio del celebre inquisitore e riformatore della disciplina dei monasteri, come Giorgio Gemisto Pletone, il filosofo che riporta inauge il platonismo dopo dieci secoli di dominio aristotelico, ed è un personaggio-chiave del Rinascimento. Grandi intellettuali affiancati da grandi capi di stato, come Ludovico Gonzaga, Niccolò d’Este, Sigismondo Malatesta, Francesco Sforza”. Rappresentanti, cioè, delle grandi famiglie italiane che, a diverso titolo e con diversi gradi di coinvolgimento, sono legate alla stirpe dei Paleologhi.
Non a caso, il libro di Silvia Ronchey prende le mosse dall’arrivo a Costantinopoli, nell’estate del 1420, delle due spose occidentali promesse da Papa Martino V a due figli dell’allora imperatore Manuele II Paleologo. Le due giovanissime Sofia di Monferrato, destinata al futuro Giovanni VIII, e Cleopa Malatesta, abbagliante, per sapienza e bellezza, promessa di Teodoro II, despota della Morea e predecessore del fratello Tommaso. E’ proprio Cleopa, dice Silvia Ronchey, “la vera eroina della storia. Tutto parte dal suo matrimonio, diretta conseguenza del Concilio di Costanza (1414-1418) e della risoluzione dello scisma d’occidente. Martino V diventa l’unico Papa, al prezzo della promessa, fatta a Bisanzio, di risolvere anche lo scisma d’oriente e il problema dell’unione delle chiese...



...Nell’“Enigma di Piero” ci sono, magnificamente raccontate, le storie intrecciate di Cleopa, di Bessarione, di Enea Silvio Piccolomini, di Tommaso Paleologo e di molti altri giganti dell’epoca.
Ma c’è, soprattutto, la storia della riconquista mancata di Bisanzio, della crociata fallita prima ancora di partire.
Secondo Silvia Ronchey, “la rimozione che ha reso così incomprensibile la Flagellazione nasce da lì, da quel fallimento causato dall’incapacità, dalla non volontà, da parte dei principi della cristianità occidentale, di dar concretezza al sogno di Enea Silvio Piccolomini e di Bessarione”. Da qui nasce anche la radice del singolare magnetismo del quadro di Piero, “perché sentiamo che racconta qualcosa che ci coinvolge, ma non sappiamo esattamente che cosa. Interpella ciò che siamo diventati. Ci fa sentire in modo segreto, a noi smaliziati contemporanei abituati alle catastrofi globalizzate dalla televisione, il peso dolente, insopportabile, di una catastrofe avvenuta più di cinque secoli fa”.
La caduta di Costantinopoli, seppure preceduta da conflitti con l’occidente e da uno scisma mai sanato, secondo Silvia Ronchey “è stata come un 11 settembre elevato all’ennesima potenza. Non è per vetero-storicismo, ma quando un quadro comunica qualcosa di così forte,questo non può che essere legato alla realtà, alla storia e alla politica del tempo in cui quell’opera è stata concepita”.



Se la Flagellazione emoziona anche lo spettatore ignaro di ogni spiegazione è per “la sua perfetta, ancorché misteriosa, incarnazione di un’idea forte. Ha a che fare con il sangue, con la perdita, con la sconfitta. Con un’amputazione, uno scollamento che il nostro mondo paga, in un certo senso, ancora oggi”.

La rimozione di Bisanzio, si diceva, “è soprattutto una rimozione ideologica. Non c’entra la chiesa cattolica, come si potrebbe essere portati a credere. E’ un Papa, Pio II, una delle menti appassionate che lavorano per non ‘dimenticare Bisanzio’, per la sua rivincita”.
E allora?
E allora c’è una specie di grande imbarazzo, che nasce dal fallimento di cui parlavamo prima. Il fallimento di qualcosa, una crociata vittoriosa, che avrebbe risolto una gran quantità di problemi. La polemica attorno alla famosa donazione di Costantino, per esempio, perché Cesare e Pietro sarebbero stati di nuovo riuniti, il potere dei Papi e quello dell’imperatore avrebbero trovato una nuova radice comune”. La posta in gioco è talmente alta, che, nel momento in cui si capisce che l’operazione è irrimediabilmente fallita, Bessarione sarà indotto a non puntare più sui principati italiani, ma sul nuovo principato russo, attraverso le nozze da lui combinate tra Zoe (poi detta Sofia) Paleologhina, figlia di Tommaso, e il Gran Principe di tutta la Russia, che di conseguenza potrà rivendicare la successione giuridica, l’eredità e il ruolo geopolitico di Bisanzio.

L’autore della Flagellazione respira quell’atmosfera intellettuale e politica: Piero è depositario non solo di una tecnica artistica, ma è personaggio dialogante con l’intero mondo, politico e storico e umano che lo circonda. Anche lui è un iniziato platonico, e sa usare la prospettiva in modo impressionate ... Il coinvolgimento intellettuale e morale aveva un suo corrispondente visivo che a sua volta era frutto di uno studio a 360 gradi sulla prospettiva. E c’era insieme un messaggio morale forte che dice: chi non è coinvolto, chi non entra, chi non si fa catturare, è come il turco”.


Piero della Francesca, Benozzo Gozzoli, Pisanello, Jacopo Bellini, Andrea Mantegna, lo stesso Carpaccio, sono tutti parte “del clan filobizantino. Sono parte, cioè, di un piano politico di salvataggio di Bisanzio, sponsorizzato dalle massime famiglie, dai massimi intelletti politici dell’epoca, italiani e non solo. Quei grandi pittori sono tutti legati mani e piedi a questi stessi committenti.
E c’è un personaggio, in Francia, che probabilmente è il vero committente della Flagellazione: il cardinale Guillame d’Estouteville, artefice della riabilitazione di Giovanna d’Arco, parente del re di Francia e candidato al soglio pontificio nella stessa elezione che incoronò Enea Silvio Piccolomini come Pio II. C’era, insomma, un grande movimento d’opinione, tra i committenti e tra i pittori che si sceglievano reciprocamente”.
Ma quello che rende straordinaria la Flagellazione di Piero e che invece non c’è, a mio avviso, in opere come il Corteo dei Magi di Benozzo, che pure fa riferimento a sua volta ai legami con Bisanzio, è il rispecchiamento della paralisi della politica. Della luttuosità e del pessimismo di fondo, dello scacco dell’agire politico.

La Flagellazione ci prende perché è avvolta in un’aura di emozione, di senso di colpa, ma il dramma è sublimato nell’arte.
La politica è, comunque, un lago di sangue. Una serie di precedenti verbali della Flagellazione, come i discorsi di Papa Eugenio IV, mi convincono poi che forse i flagellatori non sono nemmeno turchi. Possono essere i pirati, i predatori, coloro che approfittano comunque della sofferenza altrui”.
La Flagellazione è dunque il ritratto di un senso di colpa, “che nasce da una sorta di peccato originale dell’occidente. Una colpa dell’infanzia dell’età moderna, la colpa verso il mondo orientale, l’abbandono di Costantinopoli. Di qualcosa, cioè, che a un certo punto è diventato lontano ed esotico ma che fa ancora parte delle nostre radici”

Etichette:

martedì, maggio 16, 2006

Il Codice "Da Montefeltro" /2


«Non è che un piccolo dipinto, a lungo ignorato e riscoperto, all’inizio dall’Ottocento, nella sacrestia del duomo di Urbino, da un tedesco, Johann David Passavant, pittore senza genio ma viaggiatore che sapeva usare gli occhi.
Una tavola su legno di 58,4 per 81,5 centimetri, che mostra sullo sfondo un Cristo flagellato davanti a un impassibile Pilato e tre gentiluomini in primo piano. Una composizione malinconica e inusuale, nella quale sir Charles Lock Eastlake, un altro viaggiatore eccellente a caccia di capolavori italiani, a metà dell’Ottocento ravvisò “qualcosa di africano”.
Non ritenne però di doverla acquistare, sebbene gli fosse stata offerta a un prezzo vantaggioso. Poi, in capo a mezzo secolo, la Flagellazione di Piero della Francesca, oggi gemma della Galleria delle Marche di Urbino, sarebbe stata accolta nel pantheon dei capolavori assoluti dell’arte rinascimentale e di tutti i tempi, anche grazie alla lettura innamorata che ne fece, nel 1911, il critico Adolfo Venturi.

Da allora, è stata e continua a essere la protagonista di una delle più lunghe e accanite dispute tra studiosi, su un terreno di combattimento che sta a metà tra la storia e la storia dell’arte. Una diatriba spesso accorata, degna dell’emozione che quella tavola provoca in chi la osserva, e degna della densità e della complessità dei significati che in essa trovano espressione. E che appaiono come un rompicapo, un mosaico nel quale manca sempre il modo di sistemare l’ultima tessera.
Di quella disputa, ma soprattutto del mondo e del secolo nel quale la tavola di Piero della Francesca fu commissionata e composta, racconta, dando la propria personale ma assai credibile soluzione del mistero, la bizantinista Silvia Ronchey. Autrice di un libro importante e ricchissimo, frutto di otto anni di ricerche, comparazioni e studi serrati, intitolato L’enigma di Piero. L’ultimo bizantino e la crociata fantasma nella rivelazione di un grande quadro” (Rizzoli, 540 pagine, 21 euro).

..."il quadro di Piero è un quadro luttuoso.
L’impressione che comunica è di paralisi, d’impossibilità di agire sul reale. E’ il lutto dell’intellettuale che sa che non riuscirà a modificare la realtà, a incidere davvero nella politica, ma nello stesso tempo non rinuncia ad agire”.
Il lutto di cui parla la Ronchey è quello per la perdita di Bisanzio, caduta in mano turca il 29 maggio del 1453 (la tavola di Piero è del 1459-60), mentre l’azione vagheggiata è l’avvio di una crociata che doveva riportare sul trono di Costantinopoli l’ultimo dei Paleologhi: Tommaso, l’ultimo porfirogenito, “nato nella porpora” che è simbolo del potere dei discendenti di Costantino.

Tommaso, despota della Morea, arrivò esule in Italia nel 1460, in cerca d’aiuto contro il sultano. Ad accoglierlo, e ad accogliere con lui la preziosissima reliquia del cranio di sant’Andrea (patrono della chiesa d’oriente così come Pietro e Paolo lo sono di quella d’occidente), c’era Papa Pio II, al secolo il nobile Enea Silvio Piccolomini. E c’era il cardinal Bessarione, aristocratico bizantino nato a Trebisonda, antico dignitario dei Paleologhi poi convertito al cattolicesimo, si dice, per poter meglio sostenere la causa del riscatto dell’impero costantinopolitano.
Bessarione, dice Silvia Ronchey, è “un uomo in lutto per il suo secolo”. Non abbandonerà mai l’abito nero da ex monaco basiliano, e sarà il grande tessitore di alleanze diplomatiche e di matrimoni politici. E’ anche un umanista eccellente, cresciuto all’Accademia di Mistrà, la fratrìa neopagana e umanista che il filosofo Giorgio Gemisto Pletone aveva fondato nel Peloponneso, presso l’ultima e più brillante tra le corti bizantine: quella della Morea, appunto, di cui era signore Tommaso Paleologo. L’uomo “alto, biondo e di grande aspetto” e “afflitto da costante malinconia”, che mai sarebbe guarito dal dolore per l’impero perduto e che sarebbe morto senza veder realizzata la crociata voluta da Pio II e da Bessarione.
Di quella “crociata fantasma”, promossa a Mantova nel 1459 ma mai partita, la Flagellazione è il manifesto politico. Per noi occulto, incomprensibile, offuscato dai secoli ma soprattutto, dice Silvia Ronchey, “dalla grande rimozione ideologica di Bisanzio da parte dell’occidente”. Quella rimozione ha reso a lungo indecifrabile, quando non ha dato luogo a interpretazioni astratte, banalizzanti e localistiche, una simbologia che l’“Enigma di Piero” spiega in un modo avvincente e stringente, tanto da renderla del tutto trasparente.
Se altri illustri esegeti avevano già compreso e afferrato il filo che legava la Flagellazione all’umore filobizantino radicato nell’intellettualità e nelle corti italiane del Quattrocento (tra tutti, basterà citare Carlo Ginzburg e il suo “Indagini su Piero”, Einaudi), Silvia Ronchey riesce però a fare l’ultimo passo. A incastrare l’ultima tessera nel mosaico, senza nessuna concessione alla fiction e sempre nell’ambito della più rigorosa verifica filologica.

Vediamolo da vicino, allora, l’enigma svelato.

Sullo sfondo, il Cristo flagellato rappresenta Bisanzio, la cristianità d’oriente sotto attacco, l’impero conquistato dai turchi. L’uomo impassibile con i calzari rossi e l’atteggiamento inerte è Giovanni VIII Paleologo, penultimo imperatore di Bisanzio (nonché fratello di Tommaso e dell’ultimo imperatore, l’eroico Costantino XI, morto in combattimento durante la disperata difesa della città). Fu Giovanni VIII a guidare la delegazione orientale al concilio di Ferrara-Firenze che si tenne nel 1438-39, quando già su Bisanzio incombeva la prossima fine, e che doveva discutere la riunificazione delle chiese.
L’uomo di spalle, abbigliato alla turca ma a piedi scalzi (ancora privo, cioè dei calzari purpurei, simbolo della regalità bizantina) è il sultano, in procinto di violare la Grande Città.

I tre uomini in primo piano sono invece Bessarione, l’uomo con la barba, l’unico con la bocca socchiusa, che parla per convincere e rassicurare i suoi interlocutori. Accanto a lui, la figura di giovane biondo è quella, idealizzata, di Tommaso Paleologo, vestito di porpora ma a piedi scalzi (in attesa di riavere i calzari della sovranità bizantina e l’aiuto occidentale).

All’estrema destra della tavola, infine, l’uomo dal prezioso vestito di broccato è Niccolò III d’Este, che accolse a Ferrara il concilio del 1438-39.
Agli occhi del tempo, ogni figura doveva apparire inequivocabile: “Un giovane dall’aspetto bello e nobile, vestito di porpora e con i piedi scalzi non poteva che essere un erede al trono bizantino”, spiega Silvia Ronchey, soddisfatta...


La tavola di Piero doveva dunque rappresentare un incitamento ad ascoltare il grido di dolore che arrivava da Bisanzio e dall’ultimo erede al suo trono. Rievocava il concilio di Ferrara, al quale Bessarione aveva partecipato come esponente della delegazione orientale, e così ammoniva chiunque contemplasse la scena: guai a ripetere l’errore di Ferrara, Bisanzio non doveva essere nuovamente lasciata al proprio triste destino.
Era la grande idea di Bessarione, alla quale quell’uomo geniale, ieratico e coltissimo (di lui si diceva ; “Avete mai visto Bessarione senza un libro in mano?”) lavorò tutta la vita.»

Da un articolo di Nicoletta Tiliacos sul Foglio di sabato 13 maggio 2006

Etichette:

domenica, maggio 14, 2006

Il Codice "Da Montefeltro"

Ovvero: Un purgato ed emendato estratto dell'articolo dell'orrido Camillo Langone apparso sul Foglio di sabato 6 maggio 2006 in cui si narra la sua peregrinazione urbinate sui luoghi di "Via Volta della Morte", romanzo di Aurelio Picca.



"...Piero della Francesca, l’unica attrazione urbinate che tira. Perché Raffaello, l’altro grande inquilino della Galleria Nazionale, è ancora più fuori moda dell’università. Il libraio di via Vittorio Veneto dice che di libri su Raffaello non se ne vendono più, che adesso tutti vogliono Piero. Non c’entrano le mostre, l’importanza dei quadri esposti, dev’essere un mutare di sensibilità. Raffaello appare naturale (che poi lo sia davvero è un altro discorso) quanto Piero sembra artificiale e quindi ideale fornitore di icone per il post-umano prossimo venturo.
Esoterico, matematico, su di lui è appena uscito “L’enigma di Piero” di Silvia Ronchey (sempre Rizzoli), avvicente librone anch’esso presente in ogni vetrina urbinate che si rispetti. L’autrice, dotta e scaltra come una vecchia basilissa, ha avuto l’accortezza di suddividere in tanti minicapitoli di pochissime pagine ciascuno il suo lungo lavorio attorno alla Flagellazione di Cristo, quadro cervellotico su cui si sono spaccati la testa decine di storici dell’arte e di storici tout court.
Come spesso accade, meglio il catalogo che la visione live.
A pagina 129 del Classico dell’Arte Rizzoli-Skira dedicato a Piero (soli 9,90 euri) la Flagellazione sembra chissà che quadro, nel salone della Galleria Nazionale ecco una tavoletta di legno imbarcata e tarlata, con figure microscopiche destinate a rimanere tali siccome per vederle bene bisogna avvicinare il naso alla protezione
trasparente, con inevitabile scatto dell’allarme e occhiatacce del personale.



... Nel saggio di Silvia è tutto chiaro, il colpevole è il Maomettano, allora come oggi.
Cristo alla colonna rappresenta la cristianità orientale flagellata dai turchi e i signori in primo piano sono cristiani occidentali che stanno discutendo di una crociata per salvare Bisanzio. Non lo sa quasi nessuno (non certo le scolaresche qui intorno) ma in quei pochi centimetri quadri è racchiuso l’estremo tentativo papale di respingere l’alieno di là dal Bosforo.
Col senno di poi la Flagellazione è un fallimento politico e nonostante questo o forse proprio grazie a questo un grande successo artistico. Ancora siamo qui a parlarne e a Dio piacendo le scolaresche vi transiteranno davanti ancora per molti secoli."

Etichette:

giovedì, maggio 04, 2006

Era il maggio odoroso


Ovvero: I maggi di Laura

Nel 1630 "... davanti alla porta di una ragazza di quattordici anni, Laura Fabbri, la mattina del primo maggio era stato trovato un bastone in cima al quale erano legati rami di rose canine, una piccola campana del genere di quelle che si attaccavano al collo degli asini, un paio di ciabatte, una bambola di stracci...: le ciabatte (...) alludevano al sesso femminile aperto e la "putta" di stacci voleva significare, come commentò la stessa Laura, l'epiteto "puttana" ("una putta fatta de stracci in una cuna [= culla] di carta, con quali cose chimi ha postodetto maggio,[chiariremo poi l'uso di questo termine] credo volesse inferire ch'io fussi una puttana, se ben son putta da bene"). Infine, le rose canine -dette dai testimoni anche "spini"- e le ortiche volevano indicare l'intento di "pungere" le due donne a cui erano destinate...

La madre di Laura -una vedova che viveva sola con la figlia- indicò sin dall'inizio il presunto colpevole in un certo Domenico del fu Nicolò Righi. Questi apparteneva al nucleo familiare apparentemente più dovizioso della sua piccola comunità, possedeva una casa e un mulino dati a fitto (...) e sapeva leggere e scrivere e possedeva qualche libro.
Già da tempo aveva fatto Laura oggetto di un rozzo corteggiamento di cui anche i vicini erano al corrente (...); più recentemente, durante il carnevale, aveva chiesto di sposare la ragazza ed era stato rifiutato. Per questo, offeso, aveva smesso di parlarle...
...gli oggetti posti davanti alla sua finestra dovevano costituire una vendetta ingiurioda:
Io credo che vostra signoria mi habbia fatta venir qua, perchè la notte venendo il primo di maggio, mi fu posto un maggio sotto la finestra di casa mia qui nella Villa d'Aiano in luogo detto il Pagliarolo, al qual maggio vi erano attaccate delle cose per ingiuriarmi et farmi vergogna; se bene io son putta vergine et da bene, che ho quattordici anni in circa, et sono figliola di buon padre et buona madre.
Laura interrogata, è ben consapevole dell'onorabilità sua e della sua famiglia, del pregio che essa riveste e quindi dell'insulto e del grave danno che le è stato fatto in faccia alla comunità

Quello di piantare il maggio era tradizione antica diffusa in tutta l'Europa: c'èra l'uso, la notte fra l'ultimo giorno di aprile e il primo di maggio, che i giovani della comunità piantassero rami, mazzi di fiori, giovani alberi nelle piazze dei villaggi e davanti alle case, e in particolare davanti alla porta o alla finestra della fanciulla alla quale si voleva rendere omaggio...
Era tradizione che si prestava certo a recepire in se comportamenti di segno opposto a quello di omaggio amoroso, e quindi per essere usata come per deridere od offendere donne e ragazze(...);ma possiamo immaginare che altri, più amabili omaggi, siano stati piantati a Pagliano......
Una coetanea e vicina di casa di Laura fu ben lieta del maggio di melo cotogno che le era stato messo davanti all'uscio, e la stessa Laura si era vantata ripetutamente nei giorni precedenti di un maggio di melograno che si aspettava di ricevere e che ai suoi occhi e delle sue amiche doveva apparire particolarmente prezioso.

La storia di Laura e del suo innamorato ci spiega come anche nelle aspre campagne dell'Appennino la durezza del lavoro quotidiano fosse interrotta da spazi di festa e di gioco. "Piantare il maggio" era una festa agraria di fecondità, un'occasione di corteggiamento per i giovani e di curiosità per tutti i membri delle piccole comunità, che potevano vedere esposte e pronte ad essere decifrate le reti degli affetti e dei contrasti intessute al loro interno. La mattina del primo giorno di maggio all'aprirsi delle finestre era un rincorrersi delle sorprese più o meno liete e di occasione di socialità...

C'era poi il piacere di decifrare il senso di quegli oggetti esposti, vere costruzioni di complicate metafore che diremmo di gusto barocco...

Proprio in questi anni, tuttavia, la festa del maggio -come tanti altri aspetti della vita associata- cominciava a conoscere una nuova disciplina.
In città (...) le gerarchie ecclesiastiche avevano già iniziato uno sforzo di trasformazione del rito, invitando a rivolgere alla Vergine Maria gli omaggi e le offerte floreali che i giovani avevano sino allora lasciato sotto le le finestre delle ragazze.
Fanciulle ornate di fiori erano state sino allora il simbolo della primavera e della rinascita della vita, ma ora è alla Madonna che gli angeli e gli uomini offrono fiori in segno di devozione: è questa l'origine dei culti mariani del mese di maggio che tuttora vengono praticati "


Parola di Ottavia NICCOLI, da "Storie di ogni giorno in una città del Seicento" (Ed. Laterza)

Etichette:

lunedì, gennaio 17, 2005

Dialogo Ebraico-Cristiano

<< Il convento di Sant’Alessio.
È situato sull’Aventino accanto alla basilica di Santa Sabina. Tra i conventi di Roma non c’è centro di più alta spiritualità, poiché è lo stesso spirito di Cluny che lo anima. Vi abitano molti pii Padri e grandi e santi Vescovi ne sono usciti; celebri teologi e studiosi della Sacra Scrittura fioriscono in essa. Uno di questi è Padre Egidio che conosce e legge tutti gli scritti dell’Antico Testamento nella lingua degli ebrei e spiega le profezie col compimento che esse hanno avuto nel Nuovo Testamento.

Il convento di Sant’Alessio.
La chiesa del convento ha un campanile giallognolo, sottile e slanciato verso il cielo come come quelli di S. Giorgio in Velabro e di Santa Maria in Schola greca. Dalla sua cima le rondini si lasciano cadere verso il Tevere e ne sfiorano le acque bionde con le loro ali scure giù giù fino al Pons Judaeorum, sparendo poi per un momento tra i tetti degli Ebrei.

Quando Padre Egidio diceva agli sguardi del piccolo Pietro Pierleoni di volar via dal muro del giardinetto del convento come quelle rondini, se ne andavano anch’essi come quelle nella stessa direzione. Ed il Padre non tralasciava mai allora di far osservare al ragazzo che il ghetto se ne stava laggiù presso il fiume così piccolo e nascosto nella grande Roma come il cestello di vimini in cui un giorno la figlia del Faraone trovò il piccolo Mosè e aggiungeva che anche il piccolo Pietro era stato, come Mosè, salvato, liberato cioè dal destino degli altri bimbi ebrei. Poi lo conduceva su fino alla chiesa di Santa Sabina. Là c’è quella gran porta di legno di cipresso che si chiama “la porta alta” ed è intarsiata con disegni che rappresentano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Padre Egidio mostrava al ragazzo il passaggio del Mar Rosso dei figli d’Israele e la miseranda fine dell’esercito del Faraone; gli mostrava i grandi miracoli dell’acqua scaturente da una rupe, della manna, del serpente, operati tutti nel deserto, per la forza di Dio, da quello stesso Mosè ormai diventato uomo. Anche lui, Pietro, concludeva il Padre, era destinato a compiere grandi cose per il regno di Dio e precisamente al servizio della Santa Chiesa che era stata per lui la figlia del Re, salvatrice come la figlia del Faraone per Mosè.

Una volta che il Padre gli andava di nuovo ripetendo tutto ciò, il ragazzo, fissando attentamente il passaggio del Mar Rosso, ribattè:<< Ma per il popolo della figlia del Faraone Mosè diventò non salvezza ma rovina >>.

Il pio Padre trasalì e si sgomentò davanti all’acutezza del ragazzo che distruggeva così, crudamente, il bel paragone che gli aveva proposto; ma preferì non contraddirlo. >>

(GERTRUD VON LE FORT, Il Papa del ghetto)

Etichette: ,

domenica, dicembre 19, 2004

Ratione Peccati

Si tace per tutta la vita dei fatti più essenziali. Di questo silenzio a volte si muore. A volte si ha la possibilità di parlare… e in questi casi non si può, non è ammissibile che si continui a tacere. Credo che anche il peccato originale di cui parla la Bibbia debba essere stato un silenzio del genere. Nella vita esiste una specie di menzogna primordiale; ci vuole tempo prima che ce ne rendiamo conto