lunedì, agosto 20, 2007

Sonètos Fùnebres, XVI

BALLATA DELL’UOMO VECCHIO

"La tristezza che c’è in me, l’amore che non c’è
hanno mille secoli.
Il dolore che ti do, la fede che non ho
hanno mille secoli.
Sono vecchio ormai, sono vecchio,
sì questo Tu lo sai, ma resti qui.

Io vorrei vedere Dio, vorrei vedere Dio
ma non è possibile:
ha la faccia che tu hai, il volto che tu hai
e per me è terribile.

Sono vecchio ormai, sono vecchio,
sì questo Tu lo sai, ma resti qui.

Ascoltami, rimani ancora qui,
ripeti ancora a mela Tua parola!
Ripetimi quella parola che
un giorno hai detto a me e che mi liberò.

Io vorrei vedere Dio, vorrei vedere Dio
ma non è possibile:
ha la faccia che tu hai, il volto che tu hai
e per me è terribile..."


E' MORTO Claudio Chieffo.



Ovvero: "Il Popolo Canta la sua liberazione"

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martedì, giugno 12, 2007

Ratione Peccati IV


[dalla relazione del professor Franco Nembrini al Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma; Arcibasilica lateranense, lunedì 11 giugno 2007]

«Dante nel Paradiso, interrogato da S. Pietro sulla fede, si sente chiedere: “Quella cara gioia sopra la quale ogni virtù si fonda, dimmi, donde ti venne?”

Perché io potevo desiderare, bambino, di essere come mio papà? Perché presentivo, sapevo che mio papà sapeva le cose che nella via è importante sapere. Sapeva del bene e del male, della verità e della menzogna, della gioia e del dolore, della vita e della morte.
Cioè senza discorsi e senza prediche mi introduceva ad un senso ultimamente positivo dell’esistenza, di tutti gli aspetti della vita. Era la testimonianza vivente di una Verità conosciuta.
Se l’educazione, come dice don Giussani nel Rischio Educativo è “introduzione alla realtà totale, cioè alla realtà fino all’affermazione del suo significato”, bene mio papà faceva esattamente questo.
E questo, mi pare, è proprio ciò che manca ai giovani oggi: sono cresciuti senza che venisse loro offerta questa “ipotesi esplicativa della realtà” e perciò paurosi, trovandosi di fronte a tutto perennemente indecisi, e tristi, e perciò così spesso violenti. Perché, lo sappiamo bene noi adulti: non si può rimanere a lungo tristi senza diventare cattivi.
Ma rendiamoci conto che la tristezza dei figli è figlia della nostra, la loro noia è figlia della nostra.

Ecco, mio padre, lo dico volutamente con un paradosso, ci ha educati perché non aveva il problema di educarci, di convincerci di qualcosa. Lo desiderava, certo, certo pregava per questo, ma era come se ci sfidasse: “io sono felice, vedete la mia vita, vedete se trovate qualcosa di meglio e decidete”. Perseguiva tenacemente la sua santità, non la nostra. Sapeva che santi a nostra volta lo saremmo potuti diventare solo per nostra libera scelta.

Ma questo non è bastato, non è bastato perché si è infilato nel rapporto tra me e loro qualcosa che lo ha incrinato. Avevo 17 anni, e nonostante l’educazione ricevuta in casa si insediò in me il dubbio, lo scetticismo, insomma, andai in crisi, una crisi profonda, di cui soffrivo molto.
La cosa che mi faceva soffrire maggiormente era che il nulla divorava ciò a cui tenevo di più, divorava mio padre e mia madre, i miei fratelli e i miei amici: era un sentimento di inconsistenza della realtà, mi franava tutto addosso.
Guardavo mia madre lavorare in casa e piangevo perché sentivo che qualcosa me la stava portando via, neanche il bene che le volevo reggeva, perdevano di consistenza tutte le cose che mi erano care.

Vissi un anno o due in una crisi molto profonda, abbandonando evidentemente la pratica religiosa, che non mi diceva più niente, anzi, sfidando con cattiveria una mia sorella che nel frattempo aveva incontrato Comunione e Liberazione, dicendole: “Dimmi da che cosa ti avrebbe salvato il Salvatore, da che cosa ti avrebbe redento il Redentore? Siete come gli altri, anzi peggio degli altri, soffrite e morite come gli altri: dove sta la salvezza? Da che cosa ti avrebbe salvato? Quando esci la domenica dalla Messa che cosa puoi dire di te stessa più di quello che posso dire io?”
Non poteva evidentemente dire allora (aveva 19 anni), non poteva rispondermi quello che oggi, risponderemmo insieme: che il di più che Gesù ha portato nella vita è semplicemente l’io, l’io, una persona che prima non c’era, una coscienza di sé e delle cose che prima non c’era, e che era quello che io stavo cercando.»

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giovedì, maggio 24, 2007

Breve ai Principi, II


Il Foglio di Sabato 19 maggio 2007 pubblicava le trascrizioni della prima argomentazione del filosofo Flores d'Arcais e della prima contro-argomentazione dell'"immenso" Giuliano Ferrara con cui principiò il loro dialogo addì giovedì 10 maggio 2007 all’Auditorium del Parco della Musica di Roma in occasione del "Festival della filosofia". La diatriba verteva intorno alla compatibilità di Dio con la democrazia o addirittura della di Lui necessità per essa!
A corollario, sul Foglio di giovedì 24 maggio, appare una lettera al direttore di "don Ciccio" Ventorino, "longa mano" (benedicente) di CL alle falde dell'Etna:

"...Il suo interlocutore sostiene che l’operazione proposta da Benedetto XVI, quella del tornare a vivere “come se Dio ci fosse” sarebbe una proposta assurda, che ci farebbe addirittura ripiombare nel buio dei secoli passati, segnati dalle guerre di religione; mentre basterebbe – per fondare una vera democrazia – un “nucleo di valori condivisi”, secondo quel principio liberale “una testa un voto”, che implica l’uguale dignità di ciascun individuo. Ma è proprio l’insufficienza a garantire la dignità di ciascun individuo e la democrazia stessa di questo principio – come dimostra la storia dei totalitarismi del secolo scorso, che si sono affermati proprio in forza di “valori condivisi” e quindi, si può dire, “democraticamente” – che il Papa attuale ha voluto evidenziare con la sua provocante proposta, alla quale è giunto con un cammino che viene da lontano.
Quando era ancora il professore Joseph Ratzinger in una conferenza pubblicata nel 1972, citando i “Colloqui con Hitler” di Hermann Rauschning, che nel 1933-34 era presidente del Senato della libera città di Danzica, riferisce la seguente dichiarazione che il dittatore avrebbe fatto: “Io libero l’uomo dalla costrizione di uno spirito diventato scopo a se stesso; dalle sporche ed umilianti autoafflizioni di una chimera chiamata coscienza morale, e dalle pretese di una libertà a autodeterminazione personale, di cui ben pochi sono all’altezza”. E così la commentava:
“La coscienza era per quest’uomo una chimera dalla quale l’uomo doveva essere liberato; la libertà che egli prometteva doveva essere una libertà dalla coscienza. […] La distruzione della coscienza è il vero presupposto di una soggezione
e di una signoria totalitaria. Dove vige una coscienza, esiste anche una barriera al dominio dell’uomo sull’uomo e all’arbitrio umano, qualcosa di sacro che rimane inattaccabile e che è sempre sottratto all’arbitrio, sottraendosi ad ogni dispotismo proprio o estraneo. Solo l’assolutezza della coscienza è l’opposto assoluto nei riguardi della tirannide; solo il riconoscimento della sua inviolabilità protegge l’uomo nei confronti dell’uomo e nei confronti di se stesso; solo la sua signoria garantisce la libertà” (“Chiesa, ecumenismo e politica”, Edizioni Paoline, Milano 1987, p. 159).
Ma per Ratzinger la coscienza non andava intesa come un tribunale soggettivo e arbitrario, ma come il luogo in cui echeggia la voce di Dio. Il riconoscimento dell’assolutezza della coscienza è, quindi, legato al riconoscimento dell’Assoluto.
E’ per questo che, qualche giorno prima che divenisse Papa Benedetto XVI, ha lanciato da Norcia quella sfida che ha fatto inorridire Flores D’Arcais e l’ha così motivata:
“Il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo. Dovremmo allora capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita “veluti si Deus daretur”, come se Dio ci fosse. […] Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno” (“L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture”, Libreria Vaticana e Edizioni Cantagalli, Roma – Siena, Maggio 2005, pp. 62-63).
Svolgeva così le sue “Tesi per una Europa futura”, che aveva enunciato molti anni prima:
“Ricordo un’importante frase di Bultmann: ‘Uno stato non cristiano è fondamentalmente possibile, ma non uno stato ateo’, non in ogni caso come tale, come duraturo stato di diritto. Ciò implica che Dio non venga relegato incondizionatamente alla sfera privata, ma che venga riconosciuto anche pubblicamente come valore supremo. Ciò include senz’altro – e vorrei sottolinearlo con decisione – la tolleranza e lo spazio anche per le persone atee e non può avere nulla a che fare con la costrizione alla fede. […] Io sono convinto che alla lunga non esistono chances per la sopravvivenza dello stato di diritto sotto un dogma ateo in via di radicalizzazione e che qui è necessaria una riflessione sulla natura radicale: come questione di sopravvivenza.
Allo stesso modo oso affermare che la democrazia funziona unicamente se funziona la coscienza e che questa coscienza ammutolisce se non si orienta secondo la validità dei fondamentali valori etici del cristianesimo, i quali sono realizzabili anche senza esplicita professione di cristianesimo, anzi anche nel contesto di una religione non cristiana” (“Chiesa, ecumenismo e politica, cit., p. 219).
Del resto anche Karl Löwith, da lei citato nel suo intervento, aveva già mostrato come, addirittura secondo Feuerbach, “al di fuori della religione cristiana, lo stato profano diventa necessariamente la ‘totalità di ogni realtà’, l’‘essere generale’ e la ‘provvidenza dell’uomo’. Lo stato è ‘l’uomo in grande’, lo stato in confronto a sé è ‘l’uomo assoluto’; esso diventa a un tempo una realtà e una confutazione pratica della fede” (Karl Löwith, “Da Hegel a Nietzsche”, Einaudi, Torino 1969, p. 141).

Ecco perché condivido pienamente le conclusioni alle quali lei perviene, cioè che “la democrazia è opera di Dio […] cioè della presenza di un concetto di Dio nella storia”; mentre il totalitarismo, “culmine di un processo moderno ammalato e degradato, è invece l’anticristo, l’anticristianesimo”.
don Francesco Ventorino"

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domenica, agosto 20, 2006

Concupiscenza e Liberazione/2

ovvero: San Tommaso d'Aquino sostiene che se non ci fosse stato il Peccato Originale il piacere sessuale sarebbe stato ancora più gagliardo! Parola di "DON CICCIO" VERTORINO(*)


["Il Foglio"; mercoledì 12 luglio 2006]


«Nel Medioevo si discuteva appassionatamente di tutto ciò che riguardava la verità sull’uomo e su Dio, delle questioni ultime dell’esistenza, cioè di quelle connesse al senso e al destino della vita umana.
Tra queste i teologi dissertavano su cosa sarebbe stato l’uomo se fosse rimasto nello stato d’innocenza in cui era stato creato e in particolare se in quello stato la vita umana si sarebbe moltiplicata per generazione da parte dell’uomo e della donna e se questa sarebbe avvenuta attraverso l’unione sessuale.

Molti teologi erano schierati contro questa ipotesi, a causa della “turpitudine che si riscontra nell’atto sessuale” e pensavano che il genere umano si sarebbe moltiplicato in maniera diversa, come furono moltiplicati gli angeli, cioè per un diretto intervento divino.
...san Tommaso d’Aquino aveva avversato questa posizione.
“Questa opinione non è ragionevole. Infatti le attribuzioni di ordine naturale non sono state né sottratte, né conferite all’uomo a motivo del peccato. Ora, è evidente che, secondo la vita animale posseduta anche prima del peccato era naturale per l’uomo generare mediante la copula, allo stesso modo che per gli altri animali perfetti. Ne abbiamo la riprova negli organi naturali, destinati a tale funzione. Non si dica, quindi, che prima del peccato essi non sarebbero stati usati” (Tommaso d’Aquino, “Summa Theologiae”, I, q. 98, a. 2).

Per quanto riguardava, poi, l’obiezione che alcuni facevano circa la possibilità di un atto sessuale che fosse privo di peccato, perché “in qualsiasi atto venereo c’è un eccesso di piacere, il quale assorbe la ragione al punto che, a detta di Aristotele (settimo libro dell’Etica), ‘in esso è impossibile intendere qualcosa’”, Tommaso rispondeva che
“la sovrabbondanza del piacere che è nell’atto sessuale conforme all’ordine della ragione, non è contraria al ‘giusto mezzo’ della virtù […]. Né è contraria alla virtù per il fatto che la ragione non può compiere un atto libero di conoscenza intellettiva contemporaneamente a quel piacere. Non è infatti contrario alla virtù che l’atto della ragione sia talvolta interrotto per un qualcosa che avviene secondo ragione: altrimenti sarebbe contrario alla virtù abbandonarsi al sonno” (Ibid. II-II, q. 153, a. 2, ob. 2, ad 2).

Mi ha sorpreso ancora di più il passaggio successivo, nel quale l’Aquinate sostiene che nel Paradiso – per l’imperturbabile attività dello spirito – il piacere connesso all’atto generativo sarebbe stato ancora più gagliardo, conformemente al superiore affinamento della natura e alla superiore sensibilità del corpo. “Alla ragione – infatti – non spetta rendere minore il piacere dei sensi, ma impedire che la facoltà del concupiscibile aderisca sfrenatamente al piacere dei sensi; e sfrenatamente qui significa oltre i limiti della ragione […]. Questo è il senso delle parole di sant’Agostino che non vogliono escludere dallo stato di innocenza l’intensità del piacere, ma l’ardore della libidine e l’inquietudine dell’animo” (Ibid. I,q. 98, a. 2, ad 3.).

Ecco, dunque, la vera questione: l’uso della facoltà sessuale contro o oltre l’ordine della ragione genera nell’uomo un ardore libidinoso incontrollabile che porta con sé una inquietudine profonda.

L’ordine della ragione è quello della realtà così come si manifesta all’uomo per la luce dell’intelletto di cui è dotato naturalmente e per la luce che viene dalla rivelazione di Cristo. L’arroganza per la quale l’uomo si ribella a quest’ordine proponendo il suo arbitrio come principio assoluto di comportamento genera infatti – secondo Agostino – al suo interno una ribellione di tutte le facoltà: esse divengono incontrollabili dalla ragione e perciò fonte di inquietudine e di paura oltreché di vergognosi eccessi.
“La pena di quel peccato che è la disobbedienza – scrive sant’Agostino – è stata pagata con la disobbedienza stessa. L’infelicità dell’uomo – infatti – non è altro che la disobbedienza di sé contro se stesso, cosicché egli vuole ciò che non può, perché non volle ciò che poteva” (Agostino d’Ippona, “De civitate Dei”, XIV, 15).

E con fine ironia dimostra come anche la funzione sessuale non sia più sottomessa alla decisione della volontà, cosicché “talora quell’impulso è inopportuno e non desiderato; talvolta invece pianta in asso chi sta spasimando e così nell’anima si brucia dal desiderio mentre il corpo è gelido. In tal modo, cosa davvero sorprendente, la passione non soltanto non si pone al servizio della volontà di generare, ma neanche della passione più sfrenata; e mentre il più delle volte resiste completamente allo spirito che cerca di frenarla, qualche volta entra in contrasto con se stessa e dopo aver turbato l’anima non arriva da sola a turbare anche il corpo” (Ibid., XIV, 16).

Questa sarebbe la ragione per cui dopo il peccato l’uomo, “avendo perso quel potere a cui il corpo era completamente sottomesso, ma non il pudore, avvertì questa passione, la esaminò, se ne vergognò, la nascose” (Ibid., XIV, 21).


Torniamo adesso alla concezione di quell’ordine della ragione contro il quale, l’uomo con il peccato si sarebbe ribellato e continua a ribellarsi, e in particolare cosa questo comporti nei confronti della sessualità e dell’amoredell’amore umano.

Abbiamo detto che, secondo Tommaso, l’ordine della ragione è l’ordine della realtà che si manifesta all’uomo per l’intelletto di cui è dotato in quell’avvenimento che è l’evidenza, in forza della quale la realtà gli si impone nella sua innegabile verità. L’ordine della ragione non ha dunque nulla di intellettualistico, non è un sistema di pensiero, ma risulta da una esperienza elementare che tutti gli uomini possono fare, anche se storicamente, per la fragilità della condizione umana, dovuta al peccato, essi hanno bisogno di quella “purificazione della ragione” che viene operata dalla fede cristiana.
Si tratta di un compito della chiesa che, come ha recentemente ricordato Benedetto XVI nella sua prima Enciclica, non è quello di sostituirsi alla ragione; ma di servire alla sua purificazione “dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano”, in modoche “ciò che è giusto possa, qui e ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato” (Benedetto XVI, “Deus caritas est”, n. 28).

Secondo l’ordine della ragione, per Tommaso d’Aquino, l’istinto sessuale non è un male necessario, ma un bene.
Anzi la completa, radicale insensibilità a ogni genere di emozioni sessuali, che parecchi vorrebbero ritenere “vero” ideale e perfezione della vita cristiana, viene giudicata nella “Summa Theologiae” non solo difetto, ma un vizio vero e proprio
(II II, q. 142, a. 1).


L’ordine della ragione importa, dunque, in primo luogo che la funzione della forza sessuale non venga repressa, impedita, ma abbia compimento nel matrimonio.
"Il matrimonio o coniugio si dice vero, quando raggiunge la sua perfezione. Ma una cosa può avere due perfezioni. La prima consiste nella forma che dà alla cosa la sua natura specifica, la seconda invece consiste nell’operazione per cui la cosa raggiunge il suo fine. Ora la forma del matrimonio consiste nella indivisibile unione degli animi, che obbliga ciascuno dei coniugi a mantenersi perpetuamente fedele all’altro. Il fine poi del matrimonio consiste nella generazione e nell’educazione della prole: la prima mediante l’unione carnale, la seconda mediante le attività per mezzo delle quali marito e moglie si aiutano a vicenda per allevare la prole” (III, q.29, a.2, c).

In questa prospettiva la sessualità umana esprime nel matrimonio “l’indivisibile unione degli animi” e la decisione di “mantenersi fedele all’altro”. Essa è una funzione, una sorta di linguaggio con il quale ci si dice reciprocamente: “Ti amo e voglio amarti per sempre e per questo ti voglio padre/madre dei miei figli”.
Al di fuori di questa sua ratio naturalis essa non può che generare impotenza e paura, che portano a una reciproca violenza e difesa. E’ proprio quello che era stato profetizzato ai nostri progenitori dopo il peccato, secondo il libro della Genesi (3,16), quando Dio disse alla donna: “Verso tuo marito ti spingerà la tua passione, ma egli vorrà dominare su di te”.

La sessualità umana perché diventi linguaggio di amore esige una continua e profonda educazione della persona: si tratta di quel passaggio mai perfettamente compiuto dall’eros all’agape, dall’ebbrezza del possesso a una matura donazione di se stesso, di cui parla Benedetto XVI nella Enciclica già citata, che è possibile solo dentro una coscienza dell’altro, come segno della presenza di quel Mistero più grande che sta all’origine della nostra esistenza stessa e che quindi merita da noi una devozione assoluta, quasi un’adorazione, che è esattamente l’atto opposto a quella ribellione originaria e quotidiana, che nasce dal rifiuto da parte dell’uomo di appartenere a Dio.

Un grande educatore dei nostri tempi, che ha segnato decisamente tutta la mia sensibilità umana e cristiana, don Luigi Giussani, raccontava di un ragazzo, che aveva avuto come alunno quando insegnava al Seminario di Venegono, “un tipo caratteriale che non parlava con nessuno tranne che con me, che ero suo professore”, al quale aveva sempre detto: “Tu cambierai quando vorrai bene a una donna”. Incontratolo dopo tanti anni, durante un viaggio in treno, si sentì dire: “Sa che devo darle ragione: mi sono innamorato e sposato e sono contento”.
“E aveva davvero un’altra faccia”, continua don Giussani: “Ma a un certo punto gli ho visto fare, gli ho visto rifarsi la sagoma ironica che aveva in seminario: ‘Però ci sono momenti in cui penso che avevo ragione. Quando dico a mia moglie: Ti adoro, tu sei mia, io sono tuo, ti vorrò bene per sempre, mi viene da ridere, perché capisco che sono tutte balle’.
E io gli ho risposto: ‘Ma se tu guardassi alla tua donna come l’emergere in mezzo a tutto il mondo, di qualcosa di unico…, come l’emergere del mistero che fa il mondo e che tocca te, che riguarda te e vuole te. Se tu la guardassi come il punto, l’emergenza in cui il mistero predilige te, ama te, potresti dire: Ti adoro, alla tua donna! Allora puoi dirle: Ti adoro! veramente. Se lei è il segno vivente, reale del Mistero, puoi usare queste parole in modo serio’”.

E don Giussani aggiungeva: “Chi non capisce questo, non può vivere con dignità, con coscienza, con consapevolezza, responsabilità, letizia, la verginità”. (Luigi Giussani, “Affezione e dimora”, Bur, Milano 2001, pp. 117-118). Perché il senso di ogni amore è la verginità: la verginità è, infatti, l’amore verso l’altro come a quel punto in cui il mistero di Dio ti si fa più prossimo; essa è quindi un amare capace di adorare. Per cui anche il rapporto coniugale, proprio nell’atto sessuale che lo esprime e alimenta, o assume nel tempo la maturità della verginità, oppure fa ridere e quelle cose non si dicono più...»


(*)Don Francesco Ventorino è un sacerdote siciliano di 74 anni in possesso di una laurea (Università di Perugia) e di un dottorato in Filosofia (Pontificia Università Gregoriana), materia che ha insegnato per decenni nei licei etnei prima di approdare alla cattedra di Ontologia ed Etica allo Studio teologico San Paolo di Catania. Amico e discepolo di don Luigi Giussani è uno dei responsabili nazionali di Cl. Fra le sue pubblicazioni:
“Dalla parte della ragione. Questioni metafisiche” (Itaca, 1997),
“Moralità e felicità. Appunti di etica” (Itaca, 1995).
Tra le altre cose ama la montagna e la musica classica.

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sabato, marzo 04, 2006

dei Sepolcri, VIII

Ovvero: Sapessi com'è strano
avere un Santo Sepolcro a Milano.



"...«Scusate, il Famedio?», uno dei custodi del cimitero Monumentale di Milano si stacca dal gruppo di colleghi. Dà un’occhiata alla signora: «Lei cerca il prete? Vada dritto, non salga la scalinata, sotto a destra». «Grazie». La donna, spingendo il passeggino, si incammina. Davanti alla tomba comincia a pregare, sottovoce, sgranando la decina del Rosario che ha tra le mani. Pochi minuti poi si avvicina alla lapide, con la mano sfiora la fotografia del don Giuss, torna dal bimbo, gli fa fare il segno della croce: «Adesso possiamo andare». Mentre la donna se ne va arriva un signore che appoggia la ventiquattrore e prega, poi due ragazze. È un venerdì mattina di una fredda giornata di gennaio. «È sempre così - ci racconta padre Francesco, cappellano del Monumentale -. C’è sempre qualcuno davanti alla tomba di Giussani..."
[Tracce febbraio 2006 ]

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