sabato, dicembre 29, 2007

Pro Missa Bene Cantata [5]

Sive: Non nobis! non nobis Domine! sed Nomini Tuum da gloriam!

Monsignor Piero Marini (presidente del pontificio comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali) che dal 1987 al 2007 è stato il "Maestro delle Cerimonie pontificie" cioè l'organizzatore ed il regista per vent'anni di tutte le cerimonie religiose presiedute da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, da "principe dei liturgisti", quale egli si considera, ha messo per iscritto le proprie riflessione sullo "spirito della liturgia".
Dato alle stampe (curiosamente) solo in lingua inglese per i tipi della Liturgical Press, "A challenging Reform" cioè "Una riforma che pone sfide", in data 14 dicembre 2007 in quel di Londra, del tomo è stata fatta solenne presentazione presso la residenza ufficiale del cardinale arcivescovo di Westminster, alla presenza dell'autore e dello stesso padrone di casa cardinal Murphy O’Connor e di una pletora di eccellentissimi ecclesiastici.


Nel suo intervento Monsignor Piero Marini ha sostenuto "la temeraria dottrina" secondo la quale: i padri conciliari del Vaticano II approvando prima di ogni altro documento la costituzione liturgica "Sacrosantum Concilium" lo fecero perchè per loro «la riforma liturgica non era intesa o applicata solo come riforma di alcuni riti» ma «la base e l’ispirazione degli obiettivi per cui il Concilio era stato convocato».


Joseph Ratzinger, che al Concilio Vaticano II partecipò come teologo personale del cardinale Joseph Frings, arcivescovo di Colonia, descrive in modo molto diverso il perchè si decise di iniziare i dibattiti conciliari con lo schema sulla liturgia. Il "rinnovamento liturgico" era considerato -in primis dalla Curia Romana- l'argomento in assoluto che avrebbe creato meno scontro e polemiche tra i padri conciliari:

"Il Papa aveva indicato solo in termini molto generali la sua intenzione riguardo al Concilio lasciando ai Padri uno spazio quasi illimitato per la concreta configurazione: la fede doveva tornare a parlare a questo tempo in modo nuovo, mantenendo pienamente l’identità dei suoi contenuti, e, dopo un periodo in cui ci si era preoccupati di fare definizioni restando su posizioni difensive, non si doveva più condannare, ma “usare la medicina della misericordia”. C’era, certo, un tacito consenso circa il fatto che la Chiesa sarebbe stato il tema principale dell’adunanza conciliare, che in tal modo avrebbe ripreso e portato a termine il cammino del concilio Vaticano I, precocemente interrotto a causa della guerra franco-prussiana del 1870. I cardinali Montini e Suenens predisposero dei piani per un impianto teologico di vasto respiro dei lavori conciliari, in cui il tema “Chiesa” doveva essere articolato nelle questioni “Chiesa ad intra” e “Chiesa ad extra”.
La seconda articolazione tematica doveva permettere di affrontare le grandi questioni del presente dal punto di vista del rapporto Chiesa-mondo.

Per la maggioranza dei padri conciliari la riforma proposta dal movimento liturgico non costituiva una priorità, anzi per molti di loro essa non era nemmeno un tema da trattare. Per esempio, il cardinale Montini, che poi come Paolo VI sarebbe divenuto il vero papa del Concilio, presentando una sua sintesi tematica all’inizio dei lavori conciliari aveva detto con chiarezza di non riuscire a trovare qui alcun compito essenziale per il Concilio. La liturgia e la sua riforma erano divenute, dalla fine della prima guerra mondiale, una questione pressante solo in Francia e in Germania, e più precisamente nella prospettiva di una restaurazione la più pura possibile dell’antica liturgia romana; a ciò si aggiungeva anche l’esigenza di una partecipazione attiva del popolo all’evento liturgico. Questi due paesi, allora teologicamente in primo piano (a cui bisognava ovviamente associare il Belgio e l’Olanda), nella fase preparatoria erano riusciti a ottenere che venisse elaborato uno schema sulla sacra liturgia, che si inseriva piuttosto naturalmente nella tematica generale della Chiesa. Che, poi, questo testo sia stato il primo a essere esaminato dal Concilio non dipese per nulla da un accresciuto interesse per la questione liturgica da parte della maggioranza dei Padri, ma dal fatto che qui non si prevedevano grosse polemiche e che il tutto veniva in qualche modo considerato come oggetto di un’esercitazione, in cui si potevano apprendere e sperimentare i metodi di lavoro del Concilio.

A nessuno dei Padri sarebbe venuto in mente di vedere in questo testo una “rivoluzione”, che avrebbe significato “la fine del medioevo”, come nel frattempo alcuni teologi hanno ritenuto di dover interpretare. Il tutto, poi, era visto come una continuazione delle riforme avviate da Pio X e portate avanti, con prudenza, ma anche con risolutezza, da Pio XII. Le norme generali come “i libri liturgici siano riveduti quanto prima” (n. 25) intendevano appunto dire: in piena continuità con quello sviluppo che vi è sempre stato e che con i pontefici Pio X e Pio XII si è configurato come riscoperta delle classiche tradizioni romane. Ciò comportava naturalmente anche il superamento di alcune tendenze della liturgia barocca e della pietà devozionale del secolo XIX, promuovendo una sobria sottolineatura della centralità del mistero della presenza di Cristo nella sua Chiesa.
In questo contesto non sorprende che la “messa normativa”, che doveva subentrare all’Ordo missae precedente, e di fatto poi vi subentrò – venne respinta dalla maggioranza dei Padri convocati in un sinodo speciale nel 1967.


Che poi, alcuni (o molti?) liturgisti, che erano presenti come consulenti, avessero fin dal principio intenzioni che andavano molto più in là, oggi lo si può dedurre da certe loro pubblicazioni; sicuramente, essi però non avrebbero avuto il consenso dei Padri conciliari a questi loro desideri. In ogni caso di essi non si parla nel testo del Concilio, anche se in seguito si è cercato di trovarne a posteriori le tracce in alcune delle norme generali.

Il dibattito sulla liturgia fu tranquillo e procedette senza vere tensioni. Vi fu, invece, uno scontro drammatico quando venne presentato per la discussione il documento sulle fonti della rivelazione."

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giovedì, ottobre 11, 2007

Gaudet Mater Ecclesia! [3]

Sive: Dicebamus heri...

[dal "Diario del Concilio" di monsignor Neophytos Edelby (1920-1995) vescovo cattolico arabo di rito bizantino]



Giovedì 11 ottobre 1962. - E' il giorno dell'apertura solenne del Concilio. Non posso descrivere tutta al cerimonia.
[...] Il corteo è durato quasi un'ora, dalle 8.30 alle 9.30.
In San Pietro non c'è stato il tempo di assegnare a ciascuno il suo posto. Ci siamo trovati tutti sullo stesso lato e sulla stessa fila. Così la Chiesa Melchita era rappresentata da un gruppo compatto che si distingueva molto facilmente in mezzo a quelle migliaia di mitre bianche.
[...]
Il banco riservato ai patriarchi si sistingueva da quello del resto della gerarchia solamente per una tappezzeria verde tesa sul davanti dell'inginocchiatoio e dello schienale. E' il primo banco tra quelli riservati alla gerarchia. Ma è nettamente inferiore a quelli riservati ai cardinali, sia quanto alla posizione sia quanto al decoro. Malgrado tutti i nostri sforzi, non è stato possibile ottenere che Roma conceda ai patriarchi il rango che fu loro accordato dai primi Concilii ecumenici. Ma non disperiamo che un giorno lo si potrà ottenere. L'assenza del nostro patriarca è stata notata. Quelli che sono al corrente delle cose hanno rapidamente indovinato che la salute non è l'unico motivo.

La messa de Spiritu Sancto è stata cantata dal card. Tisserant, decano del sacro collegio.
E' seguita la professione di fede, detta all'inizio dal papa, ripetuta dopo, a nome di tutti i padri del Concilio, da mons. Pericle Felici, segretario generale del concilio.
Poi si è svolta la cerimonia dell'obbedienza. Uno ad uno i cardinali sono andati a baciare la mano del papa. I patriarchi hanno fatto esattamente come loro. Due arcivescovi e due vescovi, a nome dei loro confratelli, gli hanno baciato il ginocchio destro. Due superiori generali gli hanno baciato il piede.

Si è celebrato in seguito un piccolo ufficio latino per l'inaugurazione del Concilio. Poi è stata cantata una supplica orientale, l'Ektenìa, di rito bizantino. Il papa ha presieduto e ha letto la sua parte in greco. Tre vescovi bizantini celebravano: mons. Hakim, che ha letto la prima preghiera in arabo, mons. Katkoff, che ha cantato un Ekfonesi in slavo, e mons. Gad, che ha terminato in greco. Due diaconi dicevano le litanie in greco. E' stata una Ektenìa piuttosto abbreviata, poichè la cerimonia durava già da cinque ore, ma i canti sono riusciti bene e la cerimonia greca è piaciuta a tutti: felice innovazione dovuta all'amore del papa per l'Oriente.

Tutta questa lunga cerimonia è stata conclusa da un lungo discorso del papa in latino. Il papa ha detto delle cose molto belle. Ma era in latino e molti padri del Concilio comprendono difficilmente il latino, e poi eravamo stanchi. Certi vescovi già dormivano. Gli altri erano manifestamente spossati. Non ce la facevamo più, quando dovemmo metterci in coreteo per lasciare la basilica. Erano già le 2.00 del pomeriggio. Bella cerimonia dopo tutto, così grandiosa e così commovente. Per la prima volta nella storia si vedevano 2500 vescovi riuniti per un concilio. Al precedente Concilio Vaticano ce n'erano 700 [...]

Sabato 13 ottobre 1962.- Oggi, a San Pietro, 1a congregazione generale del Concilio, cioè prima riunione di lavoro.
Mons. Florit, arcivescovo di Firenze, celebra una messa bassa de Spiritu Sancto . Sua beatitudine ha deciso di assisistere a questa riunione. Fuori piove a torrenti. Dopo la messa il segretario generale del Concilio prega i padri di scrivere sul quaderno che è loro stato distribuito i centosessanta nomi di coloro che vogliono come menbri delle dieci commissioni conciliari.
[...] Ma scrivere centosessanta righe di latino rappresenta una o due ore di lavoro. Inoltre nessuno era pronto. I vescovi non si conoscono abbastanza.
[...] Tutti sono visibilmente imbarazzati. All'improviso si alza il card. Liènart, vescovo di Lille. Propone di rinviare lo scrutinio di qualche giono, per permettere ai differenti gruppi di vescovi di presentare delle candidature e di presentare delle liste, dopo essersi consultati con i vescovi delle altre nazioni. Si applaude, sollevati.
[...]
Questa prima sessione di lavoro non sarà durata che dieci minuti. E la seduta è sciolta. Si sarebbe dovuti passare ad un'altro punto dell'ordine del giorno. Ma l'ordine del giorno pare che non ci sia.

[...]

Martedì 16 ottobre 1962. -2a congregazione generale nella basilica di San Pietro. La messa de Spiritu Sancto è celebrata dall'arcivescovo di Saragozza mons. Casimiro Morcillo Gonzàlez.

Dopo la messa si dovrebbe passare all'elezione dei menbri delle commissioni conciliari. [...] Infine si comunica che la presidenza ha deciso di cominciare i dibattiti conciliari con lo studio dello schema de sacra liturgia.
I nostri vescovi hanno finito di scrivere le loro liste. Le consegnano alla segreteria. Altri preferiscono scriverle a casa.
Lasciamo la sessione alle 10.30. Ancora una sessione che non sarà durata che un'ora.
[...]

Sabato 20 ottobre 1963. -3a congregazione generale a San Pietro. All'ingresso della basilica, possiamo finalmente ritirare il numero ufficiale del nostro posto al Concilio. Io ho il numero S205 (la lettera S indica le file di sinistra).
La messa de Spiritu Sancto è celebrata oggi da mons. Martin Jansen, olandese, arcivescovo di Rotterdam. Oggi si nota un maggior raccoglimento. I chierici di servizio restano ai loro posti. Nel corso della messa non vengono più distribuiti testi degli schemi o altro. Ci dicono che l'episcopato francese aveva inviato alla segreteria del Concilio una nota che attirava l'attenzione sul brusio e il viavai che si constatava nel corso di questa messa bassa. Si vede che ne hanno tenuto conto. Buon segno.

Dopo la messa è mons. Nabaa, nuovo sottosegretario, a intronizzare il vangelo. Poi si apre la seduta.
[...]

Lunedì 22 ottobre 1962.- Oggi, 4a congregazione generale a San Pietro. La messa de Spiritu Sancto è celebrata da mons.Jaegen, vescovo di Paderborn. Innovazione: una corale canta qualche verso. La messa è resa così un pò meno bassa.
Altra innovazione: il Vangelo che viene intronizzato all'inizio di ogni riunione, d'ora in poi viene rivolto verso l'assemblea, mentre prima era rivolto verso l'altare.
La congregazione di oggi è presieduta dal card. Girloy, arcivescovo di Sidney.
[...]
Subito dopo si comincia la discussione dello schema sulla liturgia.
Il card. Larraòna introduce brevemente la discussione, poi passa la parola al p. Antonelli, ofm, che fa un rapporto abbastanza lungo sul contenuto dello schema.
Il presidente annuncia che venticinque oratori hanno chiesto di prendere la parola sullo schema in generale.
Si sente nell'assemblea una duplice corrente: una corrente conservatrice rappresentata soprattutto dagli italiani, e dai nordamericani, e una corrente riformatrice, ma moderata, rappresentata dal resto degli europei e dai vescovi missionari. Questa seconda corrente sembra dover prevalere.
La seduta è tolta a mezzoggiorno.

[...]

Martedì 23 ottobre 1962. -Oggi 5a congregazione generale del Concilio. la messa è celebrata da S. Ecc. mons. Krol, arcivescovo di Filadelfia, con la partecipazione della corale.
Oggi l'intronizzazione del santo vangelo viene fatta con ancor maggior solennità: viene portato in processione dal fondo della Chiesa, al canto del Laudate dominum omnes gentes e del Christus vincit. Poi alla fine della seduta viene riportato solennemente.
[...]
Si comincia poi la discussione del proemio e del primo capitolo dello schema sulla liturgia. La discussione è serrata e le opinioni fortemente contrastanti. Si va dall'opposizione più sistematica all'approvazione più piena.
Gli oratori italiani vogliono rilevare nel testo degli errori o almeno delle esagerazioni dottrinali, al fine di poter rinviare il testo alla commisssione dottrinale, presieduta dal card. Ottaviani, che è accusato dalla voce pubblica di aver giàtroppo giocato di nascosto col testo.
Ma il punto più stimolante della questione è ancora la questione della lingua liturgica.
A questo punto, tre atteggiamenti si affrontano: americani, inglesi e italiani vogliono il mantenimento quasi totale del latino.
I sudamericani, gli spagnoli e i canadesi vogliono una certa estensione dell'uso della lingua parlata.
I vescovi missionari, i francesi, i tedeschi e gli austriaci difendono un uso molto largo della lingua viva.
La discussione dura più di due ore.
La parola è data alla fine al nostro patriarca, che parla in francese, con voce forte e con molta emozione.
Egli pronuncia un discorso storico: il Cristo e gli apostoli hanno parlato il linguaggio dei loro contemporanei. La Chiesa orientale ha sempre ammesso tutte le lingue nella celebrazione liturgica. Il latino è una lingua morta, ma la Chiesa è viva e deve parlare il linguaggio dei suoi fedeli di oggi.
Si sarebbe detto che una bomba era appena scoppiata a San Pietro.

Il patriarca conclude chiedendo l'istallazione nella basilica del sistema di traduzione simultanea, affinchè tutti i padri possano comprendere i dibattiti e prendere una parte viva al Concilio. Decine di prelati corrono a stringere la mano al patriarca e lo ringraziavano per aver osato dire quello che molti liturgisti pensavano.
I fratelli di Taizè gli vanno incontro, quando già stiamo nella macchina e gli baciano la mano: "Grazie, Beatitudine, per quello che avete fatto questa mattina in favore dell'unione".

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domenica, agosto 19, 2007

Tristitia Christi /3

Ovvero: Voi dunque pregate così: "Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà anche in terra come è fatta in cielo." (Mt, VI, 9-10)



I due Rabbini Capo di Israele, Yona Metzger e Shlomo Amar, a capo delle comunità ashkenazita e sefardita hanno scritto (a fine luglio?) una lettera a quattro mani indirizzata a Benedetto XVI per chiedergli di togliere dalle preghiere del Venerdì Santo dell messale tridentino (rimesso in onoro dal Motu Proprio "Summorum Pontificum") ogni riferimento alla conversione degli ebrei.

Il problema non è quindi -come ingenuamente pareva essere- la mera questione della presenza o meno dell'irritante espressione "perfidis judeis" nel Rito del Venerdì Santo ma la stessa esistenza di una preghiera che chieda a Dio- per Cristo nostro Signore, Amen- la conversione dei "fratelli ebrei" pur se nella versione emendata dal "Papa Buono" edita nel Messale del 1962.

A questo punto la prima domanda da porsi è come mai i leader ebraici quando Papa Giovanni XXIII tolse dalla preghiera "PRO CONVERSIONE JUDAEORUM" l'appellativo "perfidis" giubilarono soddisfatti senza pretendere ulteriori modifiche ai rituali cattolici?
Forse che quei rabbini ritenevano di non avere alcuna autorità e alcun diritto di intromettersi troppo nelle dottrine di una religione altra dalla propria, proprio come il Pontefice Romano non ha alcuna competenza per dire la propria sulle liturgie sinagogali?

Mezzo secolo dopo, forse proprio quale frutto del maggior (e miglior) dialogo tra ebrei e cristiani ecco che invece pare proprio che i leader ebrei ritengano di aver il pieno diritto di dire, e di dare il proprio parere favorevole o dissenziente sui riti e le pratiche devote precipue della Religione cattolica romana.
Riaffermo che questo parmi un progresso dovuto, nonostante i continui allarmismi di parte ebraica sui possibili rigurgiti di antisemitismo cattolico, alla maggior familiarità ed anzi ad un vero e proprio dialogo-teologico sulla ebraicità di Gesù. Anche se bisogna ammettere che il dialogo piace ai più quando è sinonimo di "mettersi d'accordo per non pestarsi i piedi a vicenda", poichè poi accade che a qualche cattolico non piace sentirsi dire che i concetti rivoluzionari predicati da Gesù non erano affatto farina del suo sacco ma erano secoli che i rabbini andavano predicando quelle cose. Così come a qualche ebreo non piace sentirsi dire che tante manifestazioni considerate tipiche del cristianesimo (quali ad esempio il "battesimo" o il "monachesimo") hanno origini genuinamente giudaiche e che l'ebraismo d'oggi è solo una porzione del variegato giudaismo precedente alla distruzione romana del Tempio di Gerusalemme (70 d.C).

Il "Vaticano" incute meno timori reverenziali e il papa è ormai un "personaggio televisivo"; non è più immaginato come un satrapo persiano che vive continuamente assiso su un alto trono e che è meglio imparare a temere, ma è ormai il simpatico vecchietto vestito di bianco che va in giro per il mondo per predicare "peace and love" per tutti. E la volta che si arrischiasse a dire in pubblico ciò che dovrebbe essere lapalissiano, cioè che, dal suo particolare quanto legittimo punto di vista, il prodotto che lui e la sua "ditta" sponsorizza è migliore di quello degli altri, ecco che quelli dell'altra "parrocchia" si offendono! C'è chi minaccia di non parlarti più e ti tiene il broncio per molto tempo; c'è chi si straccia le vesti, e purtroppo ci sono pure "quelli" che per vendetta bruciano le chiese e ti uccide il primo missionario cattolico che gli capiti nei paraggi.

Soffermiamoci ora su quelli che si stracciano le vesti:
“Preghiamo anche per gli Ebrei, affinché il Signore Dio nostro tolga il velo dai loro cuori, in modo che essi pure con noi riconoscano Gesù Cristo Nostro Signore.

Preghiamo: O Dio onnipotente ed eterno, che non rigetti dalla tua misericordia neppure gli Ebrei, esaudisci le suppliche che ti rivolgiamo per questo popolo accecato, affinché riconosciuto che Cristo è la luce della tua verità, esca così dalle tenebre”.



Non si può non comprendere che si può rimanere addirittura "feriti" nello scoprire che in quanto membro di una particolare religione sei considerato un "cieco" che vive nelle "tenebre" da chi professa una credo differente. Però si tratta di una cecità "spirituale" non di una "ottusità" intellettuale!
"La fede è un dono" - si continua a sentir dire da chi la fede non ce l'ha- che ti permette di "vedere" cose che chi non crede non riesce a vedere: i cristiani riescono a "vedere" in Gesù di Nazaret il Figlio di Dio e gli ebrei no. I cristiani vedono nell'Antico Testamento tantissime profezie che si sono pienamente avverate nella persona e nella biografia di Gesù, gli ebrei no.
La professione di fede è una cosa il dialogo un'altra, a meno che non si intenda per "dialogo tra le religioni" una specie di "bon ton" per la conversazione tra estranei che autorizzi a dire tante piccole innocue bugie al fine di complimentare gli intervenuti e così di risultare persone "cortesi" e "civili".
Ma il dialogo teologico è altra cosa: nessun timore di dire ciò in cui si crede, pur sapendo che ciò non è condiviso dall'esponente dell'altra religione (perchè se fossimo d'accordo saremmo membri della stessa religione).
Se ebrei e cattolici stessimo prendendo il thè delle cinque gli ebrei avrebbero tutto il diritto di indignarsi ( "Mi passi lo zucchero per favore?" "Dov'è la zuccheriera? Non la vedo!" "Che sei cieco? Stà lì, non la vedi?" "No, veramente no" " Aò! Ma stai cecato forte! Li mortacci tua e de tu nonno'n cariola!"); ma quì non stiamo parlando di offese gratuite ma stiamo parlando di una richiesta fatta a Dio l'Altissimo -e non quindi ai non cristiani!- affinché i non cristiani riescano a vedere ciò che per il cristiano è evidente: Gesù è il "Cristo" (cioè il Messia).

Ma andando oltre la metafora luce-tenebra (letterariamente efficace e che ha indubbiamente quali ispiratori molti passi neotestamentari) non si può rimanere meravigliati nel constatare che parrebbe quasi che ci sono fior di dotti rabbini che leggendo la preghiera del messale tridentino "per la conversione degli ebrei" sono venuti per la prima volta a conoscenza di quella "piccola" diatriba esistente da duemila anni circa, tra i seguaci di un certo Joshùa detto il Nazareno, un Rabbi della Galilea crocefisso dai romani, i cui discepoli hanno riconosciuto in lui il Messia profetizzato mentre invece la stragrande maggioranza degli ebrei non vi hanno creduto.

Non fingo di ignorare che per gli ebrei che si sono pronunciati sulla questione il problema non è se Gesù sia o non sia "Il Figlio di Dio" ma che la Chiesa Cattolica inviti i suoi fedeli a pregare affinché gli ebrei credano nella divinità di Gesù.
Forse che gli ebrei in questione hanno paura che Domine Iddio possa esaudire le preghiere dei cattolici?
Perché tante degnissime voci dell'ebraismo non manifestano la propria pubblica costernazione (se non indignazione almeno costernazione si!) per le strambe dottrine diffuse dai telepredicatori protestanti americani per i quali il fine del sostegno allo Stato di Israele è quello di provocare la fine del mondo e la conseguente seconda venuta di Gesù Cristo?

Sono tornato perciò a leggermi le dichiarazioni apparse sulla stampa nazionale subito dopo la liberalizzazione della messa di San Pio V (e pertanto della "liberalizzazione" anche della preghiera "pro conversione judeorum".

Maestosa nella sua sfacciata ovvietà la dichiarazione "a caldo" del Segretario della Congregazione della Dottrina della fede mons. Angelo Amato di fronte ai malumori di parte ebraica:
«Lo stesso Gesù nel Vangelo di san Marco afferma: "Convertitevi e credete al Vangelo", e i suoi primi interlocutori erano i suoi confratelli ebrei»

Illuminante nella sua mancanza di lucidità le dichiarazioni (L'Unità; 10/7/07) di Tullia Zevi :
«Sperare nella conversione è legittimo ed è nella natura del cattolicesimo. Ciò che non è accettabile è operare per la conversione. O si converte o si dialoga. Per questo sono preoccupata per il ripristino deciso da Benedetto XVI della preghiera per gli ebrei “da convertire”».

Bontà loro, si riconosce al Cattolicesimo il diritto di "sperare" nella conversione ma non di "operare" per raggiunge tale scopo. Ora, il fatto è che -a me pare, poi se sbaglio "mi corrigerete"- che il "pregare" appartenga più alla categoria dello "sperare" che dell'"operare".
A meno che non si confondano le preghiere che la Chiesa cattolica impone di recitare ai propri fedeli con le "prediche coatte" cui gli ebrei erano obbligati a d ascoltare ai tempi del "Papa Re". Non ci troviamo, pertanto, di fronte ad un reale problema che influirà in qualche modo nella vita concreta degli ebrei quanto invece ci si trova a dover constatare l'emergere di atavici timori.
Forse che quei cattolico del XXI secolo una volta usciti da una chiesa dopo aver assistito ai riti del Venerdì Santo celebrati in latino, possano precipitarsi ai citofoni delle case degli ebrei, sulla falsariga dei Testimoni di Geova, per invitarli alla conversione o peggio, per minacciarli di morete accusandoli di deicidio?

Ci vorrebbe una sfrenata fantasia per immaginarsi una simile prospettiva ma proprio questo spettacolo desolante emerge dalla lettura delle dichiarazioni di sconforto (Il Corriere della Sera, 10/07/2007) del rabbino Giuseppe Laras:
«Ci ho creduto e ci credo ancora, al dialogo. Ci mancherebbe. Però questo è un colpo forte, si torna indietro. Molto indietro. Il motu proprio del Papa, la piena cittadinanza al Messale con la preghiera per la "conversione" dei giudei suona assai pericolosa. Anche se è facoltativa, può alimentare e incoraggiare l’antisemitismo: se li si vuole fare uscire dall’" accecamento", come dice il testo, significa che gli ebrei sono fuori dalla luce. E da lì alla storia dei deicidi il passo è breve».
[...] «è un passo indietro rispetto a Paolo VI, che aveva cancellato quei passi, e un passo indietro nel dialogo, c’è poco da fare», sospira il rabbino. Il pericolo è duplice: «Da una parte i cristiani potrebbero sentirsi incoraggiati a covare sentimenti antisemiti. Dall’altra si favoriscono coloro che hanno sempre remato contro il dialogo sia fra i cattolici sia fra gli ebrei. Un dialogo che era già abbastanza delicato e fragile ». Laras, per parte sua, ne sa qualcosa: «Come fra i cristiani, anche nell’ambito dell’ebraismo ci sono componenti che non hanno mai creduto al confronto. Quelli che dicono: Da qui alla storia dei deicidi il passo è breve. Così si torna molto indietro è solo un artificio dei cattolici per attirare gli ebrei e convertirli. E ora arriva questo documento! Tanti sforzi, tanti anni a convincere le due parti ad avvicinarsi e adesso non si può più fare niente...».


Quindi col metro di valutazione attuale Giovanni XXIII sarebbe stato definito "Il Papa Buono, sì ma non abbastanza".

Però dal "rabbino capo di Israele" in giù tutte le personalità ebraiche hanno disapprovato la reintroduzione dell'orazione pre-conciliare additandola come un passo indietro rispetto alle aperture di Giovanni XXIII e del "suo" Concilio, ricordato al Papa Benedetto i contenuti della dichiarazione "Nostra Aetate" del Concilio Vaticano II. E la cosa avrebbe del ridicolo e del comico se non avesse invece molto di naiffe il voler insegnare al "teologo" Ratzinger cosa sia conforme alla dottrina cattolica e cosa invece non lo sia.

C'è di fondo un qui pro quo generalizzato che appunto. come dice Tullia Zevi: se i cattolici vogliono dialogare con gli ebrei non possono al contempo cercare di convertirli altrimenti, come lamentato da rav. Laras, il dialogo sarebbe una proselitismo mascherato (ignoravo però la denunciata "paura" degli ebrei di venir convertiti surrettiziamente).
L'errore dell'analisi della Zevi, ed affini, sta nel fatto che la sincera volontà di dialogo e di una mutua comprensione, fosse anche "dialogo teologico" si pone su di un piano diverso rispetto al dovere cristiano di testimoniare ciò in cui si crede. E se si crede che Gesù sia il Messia preannunziato dalle Sacre Scritture e se si desideri che tutti -nessuno escluso- abbraccino la medesima professione di fede, ciò non vuol dire che si sarà meno fedeli agli insegnamenti del Concilio Vaticano II che chiede ai cattolici di avere verso gli ebrei "mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo".

Mi chiedo sempre se coloro che citano la Nostra Aetate l'abbiano mai veramente letta. E se sì, se abbiano capito che mentre il Cattolicesimo condanna solennemente la tradizionale accusa di "deicidio" (dato che la colpa per la crocifissione di Cristo "non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo"); mentre la Chiesa "deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque"; e mentre si proclama che l'Antica Alleanza Tra Dio ed Israele non è stata revocata poichè "secondo l'Apostolo, gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento", pur tuttavia la Chiesa Cattolica non ha fatto nessun passo indietro rispetto alle sue bimillenarie posizioni teologiche poichè:
"Come attesta la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata";
la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e « lo serviranno sotto uno stesso giogo » (Sof 3,9)";
"la Chiesa è il nuovo popolo di Dio";
"Essa confessa che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell'esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell'Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l'Antica Alleanza, e che essa stessa si nutre dalla radice dell'ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell'ulivo selvatico che sono i gentili. La Chiesa crede, infatti, che Cristo, nostra pace, ha riconciliato gli Ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso. Inoltre la Chiesa ha sempre davanti agli occhi le parole dell'apostolo Paolo riguardo agli uomini della sua razza: « ai quali appartiene l'adozione a figli e la gloria e i patti di alleanza e la legge e il culto e le promesse, ai quali appartengono i Padri e dai quali è nato Cristo secondo la carne» (Rm 9,4-5), figlio di Maria vergine."

Tutte proposizioni contenute nel paragrafo della "Nostra Aetate" dedicato all'Ebraismo, e tutte proposizioni inaccettabili per l'Ebraismo partendo dall'ultima elencata: la verginità di Maria.

Non si può certo dare agli ebrei "la croce addosso" per il fatto che legittimamente tentino di ostacolare qualunque cosa possa loro apparire foriero di antisemitismo. C'è invece da prendersela con i grandi alfieri ecclesiali ed ecclesiastici del "dialogo" e dell'"ecumenismo" i quali con le loro dichiarazioni allarmistiche sul "ritorno" della messa "pre-conciliare" hanno fatto credere a chi cattolico non è che realmente ci fosse al vertice del Cattolicesimo il pericolo di un golpe restauratore e reazionario.
Queste grandi eminentissime voci "progressiste" del cattolicesimo mondiale, invece di cercare di smorzare i toni e di spiegare da par loro -con la loro somma autorevolezza- che anche dopo il Concilio Vaticano II per i cattolici pregare per le conversioni dei non cattolici non è "reato", e che così facendo non si tradisce nè "lo spirito" nè men che meno "la lettera" degli insegnamenti conciliari!
Invece tutti lì a dire che il messale di San Pio V non è immutabile e che l'orazione potrà essere modificata o bellamente sostituita dalla nuova orazione che si trova nel "Novus Ordo Missae".
Preghiera tanto lodata dagli esponenti ebraici proprio perchè non chiederebbe a Dio di convertire gli ebrei al cattolicesimo:
"Preghiamo per gli Ebrei: il Signore Dio nostro, che un tempo parlo ai loro padri, li aiuti a progredire sempre nell'amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza".


Io non sono profeta nè figlio di profeta ma prevedo che verrà il giono in cui Giuseppe Laras con tutto il suo consiglio rabbinico, e Tullia Zevi con tutti i presidenti delle comunità ebraiche, oltre che il latino impareranno a leggere anchè l'italiano, ed allora prenderanno in mano il nuovo messale approvato da Paolo VI e scopriranno che ciò che essi hanno lodata non è la vera e propria preghiera "per gli ebrei" ma è solo l'invito alla preghiera fatto dal "lettore" cui dopo un acconcio momento di silenzio così risponde il sacerdote cattolico "post-concilare" :
"Dio onnipotente ed eterno, che hai fatto le tue promesse ad Abramo e alla sua discendenza, ascolta benigno la preghiera della tua Chiesa, perché quello che un tempo fu il tuo popolo eletto possa giungere alla pienezza della redenzione. Per Cristo nostro Signore."

E' stupefacento come in sole due righe ci sia materiale a sufficienza affinchè i Gran Rabbini d'Israele chiedano al Pontefice di "mettere all'Indice" anche la messa di Paolo VI.

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sabato, luglio 07, 2007

Gaudet Mater Ecclesia! [2]

[dal "Diario del Concilio" di monsignor Neophytos Edelby (1920-1995) vescovo cattolico arabo di rito bizantino]

Lunedì 12 novembre 1962. - Oggi, a San Pietro, 17a congregazione generale del Concilio.
Gradevole sospresa: la messa è celebrata in rito romano, ma in lingua paleoslava (glagolitica) secondo l'uso secolare ancora mantenuto in sette diocesi di Croazia (in Jugoslavia). I canti erano eseguiti dal collegio russo di Roma. Questo ha fatto un'impressione enorme nei padri del Concilio. Perché è un mese che i fanatici del latino-lingua liturigica si sforzano di dimostrare ai padri del Concilio che se si adottassero nel rito romano le lingue vive, l'unità della Chiesa cattolica pericliterebbe, i dogmi sarebbero in pericolo, ecc....

"Peraltro - mi confida il mio vicino mons. Ursi, arcivescovo italiano - la Chiesa romana stessa, attraverso uno dei suoi prelati jugoslavi, ha appena dimostrato il contrario. Ecco, mi dice, una messa di rito romano al cento per cento celebrata al cento per cento in una lingua altra dal latino, a conoscenza della Santa Sede che stampa a sue spese il messale paeloslavo. Ma l'unità della Chiesa non è stata spezzata; i dogmi non hanno corso alcun pericolo; l'ostia è stata consacrata, e i canti sono molto belli.
Quello che si è appena fatto davanti a noi in paleoslavo, perché non lo si potrebbe fare in italiano, affinchè il povero popolo vi capisca qualcosa?
La gente deve farsi beffe di noi, quando ci sente discutere molto seriamente per sapere se si autorizzerà la lettura dell'epistola o del Vangelo in un'altra lingua dal latino".

Il mio vicino è sovraccitato. E' uno dei rari vescovi tra gli italiani e gli americani a essere a favore dell'adozione delle lingue vive nella liturgia.

Io gli spiego: "Voi sapete inoltre, monsignore, che i fratelli Cirillo e Metodio, che hanno adottato per i moravi il rito romano ma in lingua viva, sono stati inviati in missione da Fozio. Colui che voi considerate come il padre dello scisma bizantino è così il grande apostolo degli slavi. Fu anche un grande teologo, un uomo di Dio, pio e disinteressato. D'altronde è morto in unione con Roma...".

Il mio vicino non si capacitava. Alza le braccia al cielo e mi dice: "Occorreva dunque che un uomo pio di questo genere fosse coinvolto in uno scisma che ancora divide la Chiesa. Oh! I disegni della Provvidenza!", conclude.

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lunedì, dicembre 04, 2006

Nel nome di Allah, Clemente [Mastella] e Misericordioso /2

A nome del Goveno italiano, il Ministro della Giustizia, Clemente Mastella ha omaggiato Benedetto XVI ai piedi della scaletta dell'aereo che, poco dopo le ore nove del 28 novembre 2006 (e con un anno di ritardo!), è decollato alla volta della Turchia.
Salito a bordo il sommo pontefice "ccioiosamente" regnante si è recato a salutare i giornalisti (ovvero: l'orrida schiatta dei "vaticanisti").
"Cari amici" ha esordito il sedici volte Benedetto rispondendo a tre selezionate domande che gli hanno dato la possibilità di chiarire, alle mai troppo ottuse menti dei giornalisti al seguito del papa, che il suo non era un viaggio politico ma con finalità eminentemente religiose.

Il sedici volte ed ancor più Benedetto ha, inoltre, lodato il degno compito dei giornalisti che parlano e scrivono intorno al Papa: cioè quello di essere "mediatori culturali"; compito del "vaticanista" è quello di spiegare, chiarire e delucidare all'opinione pubblica il significato delle parole e dei gesti conpiuti dal Romano Pontefice.
Così facendo Benedetto XVI ha principiato il suo viaggio pastorale con un gesto veramente ascetico: il porgere l'altra guancia a coloro a causa dei quali la sua "lectio ratisbonense" è diventata causa di lutti e di sofferenze.
Si! Il papa ha chiamato i cronisti "amici", con lo stesso appellativo con cui Gesù si rivolse a Giuda Iscariota nel momento straziante del supremo tradimento.
Non sò quanto realmente papa Ratzinger nutrisse fede nella capacità di analisi dei giornalisti al seguito, comunque ci ha provato a spiegare che sempre egli agisce -ed anche in passato ha agito!- per la concretizzazione di un "autentico" dialogo tra credenti e non credenti, cristiani e non cristiani, cattolici e non cattolici. Dopo di che, lasciando il settore riservato ai giornalisti li avrà affidati, nella preghiera, alla Divina Misericoria.

Prima del Concilio Vaticano II l'interesse mediatico per il Vaticano specialmente fuori dall'Italia era molto scarso, anche l'annuncio della convocazione del concilio non provocò fremiti. Lo storico viaggio in treno del 4 ottobre 1962 di Giovanni XXIII fece sensazione perchè era la prima uscita fuori Roma dall fine dello Stato Pontificio ma l'opinione pubblica non colse la stretta relazione dell'evento con l'imminente inaugurazione del XXI concilio della cristianità.
Il segretario di papa Giovanni, Loris Capovilla, organizzò un'intervista del papa con Indro Montanelli pregandolo di porre a papa Roncalli domande sugli scopi e le prospettive del Concilio Vaticano II, ma Montanelli si limitò a interrogare il papa intorno alla "distenzione" e sull'apertura a sinistra della DC.

Solo dopo aver visto le immagini della cerimonia di inaugurazione ci si rese conto di trovarsi a che fare con una cosa "grossa".
Per spiegare il perchè delle disquisizioni dei 1500 vescovi sull'ecclesiologia, la liturgia e le fonti della Rivelazione, i cronisti non trovarono di meglio che dividere l'assemblea, come un qualunque parlamento, in "Progressisti" e "Conservatori" lodando perciò acriticamente ogni decisione di riforma e deprecando ogni volontà di mantenere lo "status quo".
Finito il Concilio la fame di novità si spostò sul Paolo VI e sugli "storici" primo viaggio di un papa in aereo, primo viaggio di un papa in America e tutte le prime volte a seguire. Quando poi Papa Montini fece capire che la festa delle continue riforme era finita e si doveva ritornare nella ferialità della vita ordinaria della Chiesa, l'opinione pubblica non glielo perdonò.

L'interesse mediatico per "le cose di chiesa" tornò prepotentemente in auge con i due conclavi del '78 e con le novità degli stili pontificali.

L'attore Wojtyla capì che la curiosità mediatica di cui era morbosamente oggetto poteva -ad maiorem Dei gloriam!- essere messa al servizio della nuova evangelizzazione. I Media fecero un tacito patto con Giovanni Paolo II: avrebbero dato risalto alle sue dure prese di posizione contro la contraccezione, l'aborto, l'eutanasia purchè quelle cose le dicesse sciando, indossando un sonbrero, prendeno in braccio un koala o fumando il calumè della pace intorno al fuoco con gli Indiani d'America.
I Media hanno così reinterpretato la dottrina del primato del papa nella dottina secondo cui un buon papa è quello che ha fatto qualcosa che lo renda degno del guinnes dei primati.

Le saggie considerazioni dei vaticanisti che hanno ammonito l'opinione pubblica intorno al fatto che Papa Wojtyla era il papa dei gesti mentre Papa Ratzinger è il papa delle parole, per cui bisogna far attenzione al contenuto dei suoi discorsi come suol dirsi in questi casi, sono andate a farsi benedire!

I vaticanisti stessi non hanno resistito che pochi mesi prima di manifestare le proprie elocubrazioni sulle possibili ripercussioni ecclesiologiche nonche geopolitiche del camauro o della mozzetta con o senza zibellino.

E poi è arrivata Ratisbona.


Gli esperti di cose vaticani hanno per mesi lodato la capacità dell'erudito professor Ratzinger di saper parlare ai semplici. Poi, però, quando il professor Ratzinger a Ratisbona si è rivolto in dotte elucubrazioni ad altrettanti eruditi professori, i vaticanisti avrebbero dovuto rendersi conto del pericolo che le semplificazione del discorso papale sarebbero state gravide di drammatici travisamenti.
La croce è stata, poi, addossata tutta su Benedetto XVI; era lui, si è detto, che doveva esprimersi in modo che le sue affermazioni non venissero travisate!

Epperò io mi domando come possa un giornalista, scrivere, sulla medesima testata, che a Monaco l'11 settembre il Papa ha fatto un appello ad una "Santa Alleanza" di tutti credenti in Dio -dai teocon di Bush ad Al Queida- per superare le divergenze e allearsi per schiacciare il relativismo e di conseguente il libertinismo delle opulente società occidentali dei "senza-Dio", ed il giorno dopo lo stesso e medesimo giornalista, scrivere che a Ratisbona il papa ha fatto un appello perchè tutte le forze dell'Occidente -dai lefevriani all'arcigay- si uniscano in una crociata contro l'invasione islamica!
Un papa che entro loe ventiquattr'ore fa appelli così contrastanti può essere solo uno schizzofrenico. Oppure lo schizzofrenico è il giornalista. Oppure è il giornalista a considerare i suoi lettori degli schizzofrenici.
E' l'eccessiva volontà di sintesi, l'incapacità di seguire un ragionamento che non si esprima con più di tre parole dei popoli evoluti dell'occidente, che ha fatto sì che Papa Ratzinger divenisse oggetto di odio, un odio manifestato a parole ma che verso altri cristiani nel mondo si è concretizzato in modo anche meno metaforico.

Il mondo islamico ignora profondamente tanti distinguo e sottigliezze presenti nelle gerarchie e nelle dottine cristiane. Per loro, che soffrono da un secolo di astinenza da califfato, il Papa di Roma è una specie di Califfo di tutti i cristiani, e di conseguenza capo politico dell'Occidente, che con una sola parola può muovere milioni di persone ad intraprendere una crociata anti islamica. Per questo l'opinione pubblica islamica ha sempre lodato gli appelli alla pace dei papi, perchè sono convinti che i papi possano anche fare degli appelli alla guerra!
Il mondo occidentale, lo sappiamo bene, non è un mondo poi così tanto culturalmente omogeneo, c'è soprattutto un mondo anglosassone istintivamente antipapista. Ci sono ambienti in cui non si ci fa scappare l'occasione per far fare una pessima figura al papa e al cattolicesimo, vedasi le mozioni votate dal Parlamento Europeo che dipingono il cattolicesimo come la causa di ogni male del mondo, dove si protesta per finanziamenti accordati alla Giornata Mondiale della gioventù di Colonia e dove ci si straccia le vesti se su una sulle monete dell'Euro compare il profilo del Pontefice regnante!
Se dobbiano dolerci delle violente reazioni islamiche al discorso di Batisbona dobbiamo prima ancora deprecare le Agenzie di Stampa -tutte occidentali!- che hanno diffuso la notizia che il papa aveva insultato Maometto.

I giornalisti di cose vaticane hanno fatto poi il possibile per non buttare acqua sul fuoco. Come può Marco Politi, vaticanista di Repubblica scrivere in data 13 settembre 2006 che "Il papa scomunica la spada di Maometto"?

E' vero, viviamo in una società di cultura cattolica in cui la religione è spesso usata a metafora del quotidiano, per cui una riunione politica diventa inesorabilmente un "conclave". Se, poi, un leader politico sconfessa un menbro del proprio Partito allora si dice che lo "scomunica", ma quando si torna nel campo religioso, e si parla di persone che realmente hanno l'autorità di scagliare scomuniche ed anatemi, allora bisognerebbe attenersi ai fatti ed attribuire alle parole ed ai gesti il loro proprio nome!
Anche "la spada di Maometto" non può essere considerata solo una innocua metafora perchè la spada di Maometto è un oggetto concreto che si conserva nel palazzo Topkapi ad Istanbul insieme con le altre preziose reliquie del Profeta dell'Islam!
Tra l'altro credo che il termine più acconcio per tradurre "scomunica" nel linguagio mussulmano sia "fatwua". Come lo si spiega ad un mussulmano che quando legge che il papa ha lanciato una fatwua contro la religione islamica in realtà si tratta solo di una metafora giornalistica?
Ci rendiamo conto che diventa impossibile convincerlo che quel giornalista è solo un imbecille?

No! Non è un imbecille, è uno di quei corrispondenti che sa benissimo che configurando uno scontro di civiltà ogni dichiarazione papale verrà accolta con maggior interesse dall'opinine pubblica e perciò i loro aricoli avranno maggior spazio sui giornali.
Ecco così che in questi ultimi due mesi ogni dichiarzione papale è stata letta alla luce dello scontro di civiltà anche dove solo una mente perversa poteva vederci un riferimento. Esemplare in tal senso la visita di Benedetto XVI alla Pontificia Università Gregoriana in data 3 novenbre.
Da un lunghissimo discorso pieno di laudi alle benemerenze dell'università dei gesuiti è emerso sugli organi di comunicazione l'appello papale al dialogo con l'Islam.
In realtà Benedetto XVI non ha fatto ne voleva fare alcun riferimento diretto all'Islam.

Benedetto XVI ha ricordato che seppur con il passare dei secoli e degli argomenti di controversia teologica, i gesuiti debbono dare ai propri studenti gli strumenti necessari per difendere e promuovere la fede cattolica: "Oggi non si può non tener conto del confronto con la cultura secolare, che in molte parti del mondo tende sempre più non solo a negare ogni segno della presenza di Dio nella vita della società e del singolo, ma con vari mezzi, che disorientano e offuscano la retta coscienza dell’uomo, cerca di corrodere la sua capacità di mettersi in ascolto di Dio. Non si può prescindere, poi, dal rapporto con le altre religioni, che si rivela costruttivo solo se evita ogni ambiguità che in qualche modo indebolisca il contenuto essenziale della fede cristiana in Cristo unico Salvatore di tutti gli uomini (cfr At 4,12) e nella Chiesa sacramento necessario di salvezza per tutta l’umanità"(cfr Dich. Dominus Iesus, nn. 13-15; 20-22: AAS 92 [2000], 742-765)."
Quindi dalla lettura del testo emerge che il papa ha detto tutt'altra cosa rispetto ad un irenico appello al "volemosebbene" con i mussulmani! Però ai fini mediatici era necessario creare l'evento altrimenti il servizio televisivo non sarebbe stato messo in onda e l'articolo non sarebbe stato pubblicato.

Ovviamente un osservatore meno superficiale avrebbe colto che alla Gregoriana l'evento c'era e la notizia pure!
Nonostante l'accurato infiocchettamento il discorso papale è piovuto nel bel mezzo della riforma degli statuti della Università Gregoriana. Benedetto XVI ha proclamato sommessamente e gentilmente un fermissimo no ad ogni mutilazione della impostazione ignaziana della vetusta università gesuitica.
Fedeltà allo "Spirito ignaziano" che si può condenzare in due punti. L'assoluta obbedienza "perinde ac cadaver" dei professori alle decisioni della Santa Sede e la sottomissione dello studio della Pedagogia e della Psicologia al fine ultimo di meglio applicare la tecnica degli Esercizi Spirituali di Sant'Ignazio.

Ovviamente nemmeno l'Avvenire avrebbe pubblicato un articolo in cui si si disquisisce delle peculiarità della spiritualità ignaziana da quella teresiana o alfonsiana quando anche il cattolico di media cultura ha difficoltà a realizzare quale sia la peculiarità della spiritualità cristiana tout court.

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martedì, gennaio 18, 2005

Dialogo Ebraico- Cristiano/bis

In Italia, la Chiesa Cattolica ha scelto il 17 gennaio; giorno che precede l’inizio della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani; come giornata del dialogo ebraico-cristiano.
Dialogo a livello teologico: si fissa un tema “alto”quale: la giustizia divina; il perdono; il perchè del dolore e della morte; ed altre facezie dello stesso calibro su cui piace dire la propria ai teologi di ogni osservanza.
In tale occasione c’è sempre il giornalista di turno che pone l’asettica domanda di rito alla personalità ebraica – più o meno competente – che gli capita sotto mano:
A che punto sono i rapporti tra ebrei e cristiani?
Che fantasia!
Anche i fratelli maggiori non è che brillino per originalità;la risposta è una diplomatica lamentazione.
Con il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha dato una svolta radicale al millenario pregiudizio antiebraico cancellando l’ignobile accusa di deicidio; c’è da parte ebraica la volontà di un dialogo sereno, ma!

C’è sempre nell’ultimo anno trascorso qualche “magagna” a carico del Vaticano – una beatificazione, o il non aver messo all’indice un film di Gibson,o il continuare ad insegnare ai fedeli che Gesù è il Figlio di Dio – che segna un doloroso passo indietro rispetto alla “Nostra Aetate”- qualcuno che la cita, l’ha letta mai veramente?- che riporta “pericolosamente”la Chiesa Cattolica su posizioni preconciliari.

Quest’anno la vigilia di tale data non poteva avere prologo migliore:la polemica sui bambini ebrei sottratti all’epoca della shoà da cattolici che si sarebbero rifiutarono di restituirli ai parenti, con tanto di benedizione di Papa Pacelli; polemica divampata con la pubblicazione sul Corriere della sera dopo un articolo dello storico Alberto Melloni in data 28 dicembre: commemorazione liturgica dei Santi Innocenti. A me personalmente la data ha molto colpito e mi chiedo se il cattolico –mah!- Melloni non abbia cercato volutamente il parallelismo tra l’antico Erode e “l’agghiacciante”- dice lui - atteggiamento di PioXII.Ho troppa fantasia?
Il dubbio che gli ebrei centrino poco in questo discorso, e che invece si sia trattato di una polemica intracattolica al fine di provare l’esistenza di una Chiesa “matrigna” a cui si contrappone la Chiesa buona, animata da uno“spirito” democratico, parlamentare e terzomondista, nessuno potrà togliermelo dalla capoccia; ma tutti scrivono che Melloni è un uomo d’onore!

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venerdì, dicembre 03, 2004

pacco contropacco e contropaccotto/2

In principio fu Paolo VI, anzi Atenagora.

Imposto sul trono patriarcale per espresso volere di Truman -convincendo il governo turco che fosse l’uomo giusto per contrastare la strategia del Soviet supremo di sfruttare a fini politici la volontà di egemonia del patriarcato di Mosca-, “Athenagoras il Grande” nel 1949 –dopo essere stato eletto nel ’48 (mi si perdoni l’espressione) in contumacia- sbarca, dal “number one” presidenziale, all’aeroporto di Istanbul, dopo un ventennio negli Stati Uniti.

Nato in un villaggetto sperduto sui monti a nord della Grecia, li dove si confondeva l’identità greca, albanese, macedone e bulgara, stando negli USA, non prese parte alla stagione dell’odio etnico che caratterizzo il crollo dell’impero turco, ma apprezzò moltissimo il pluralismo culturale americano che gli ricordava sorprendentemente, in versione democratica, l’impero ottomano della sua giovinezza.
La lezione americana – per cui si viveva a stretto contatto con cattolici e protestanti- faceva di Atenagora, uno dei pochissimi vescovi ortodossi che non avesse terrore di tutto ciò che fosse occidentale, soprattutto non aveva la paura degli eretici, tipica invece della -ancor oggi- perdurante mentalità“bizantina” di considerarsi perennemente sotto assedio.

Convinto, come poi Giovanni XXIII, che più che i dibattiti teologici, servissero gli incontri fraterni; pur in una situazione disastrosa per il patriarcato a causa della politica antigreca di Ankara; Atenagora intraprese negli anni ’50 una serie di incontri e dialoghi, sia con gli altri capi ortodossi; e quindi anche con quelle Chiese ortodosse non bizantine( armeni, copti, siriaci etc), che gli altri patriarchi greco-ortodossi consideravano Chiese ortodosse di serieB, se non addirittura mezze eretiche; sia con le altre confessioni cristiane, in primis con quella Anglicana.

Il patriarcato costantinopolitano entra quindi nel “Consiglio Mondiale delle Chiese”, seguito a ruota da tutte le altre Chiese ortodosse (che andavano alla ricerca di quella visibilità che il Comunismo negava a casa loro), dando cosi statura veramente ecumenica ad una istituzione che prima raccoglieva solo protestanti.
Atenagora cercò di organizzare un Concilio delle chiese ortodosse, progetto che, ripreso più volte dai due successori (Demetrio I e Bartolomeo I), non si riesce ancora a realizzare; cercò di convincere Pio XII ad organizzare un incontro di tutti i cristiani e per breve tempo si illuse che il concilio indetto da Giovanni XXIII fosse la risposta alla sua idea.

Era convinto che l’ecumenismo fosse, non un mezzo per ottenere visibilità al suo “Trono Ecumenico”, meschino pensarlo, ma, un grande progetto d’unione pancristiano che dovesse legittimamente stare a cuore a (leggi: essere “cavalcato da”) una antica autorità religiosa come il suo patriarcato costantinopolitano che a differenza delle altre Chiese ortodosse, non ha un carattere nazionale, etnico, ma ha una storia imperiale, in questa accezione va letto l’appellativo di “Patriarca Ecumenico”cioè sovranazionale, quindi di portata mondiale. Un titolo altisonante che stride con la realtà di vescovo di una striminzita diocesi turca, con non più di duemila fedeli, e senza alcun potere di coercizione sugli altri capi ortodossi.

Nell’Epifania del 1964 Paolo VI incontra Atenagora a Gerusalemme: dulcis in fundo anche il papa di Roma si era convertito alla politica degli abbracci. Quelle immagini che fecero il giro del mondo, resero Atenagora familiare a milioni di persone che ignoravano l’esistenza stessa di Costantinopoli e degli ortodossi. Fino al ’72 (anno della morte di Atenagora) il Trono Ecumenico godette di una esposizione mediatica, di una popolarità e di una autorità -mediatica- insperata. Grandi speranze e grande simpatie si nutriva verso quello che da noi occidentali veniva visto come una specie di papa degli ortodossi, mentre alla stregua del persecutorio governo turco, molti capi ortodossi con in testa l’arcivescovo di Atene e il patriarca di Mosca, non avrebbero versato molte lacrime per il definitivo tracollo della sede costantinopolitana.


Il 7 dicembre 1965, vigilia della definitiva chiusura del Concilio Vaticano II, Paolo VI nella basilica di san Pietro in Vaticano e Atenagora I nella cattedrale di san Giorgio al Fanàr, procedettero alla cancellazione delle scomuniche lanciate l’una contro l’altra chiesa a partire dal 1054.
Sembrava cadere un muro di incomprensioni vecchio di mille anni.
Quale pegno della sospirata unità Paolo VI aveva autonomamente deciso la “restituzione” del cranio dell’apostolo Andrea: evangelizzatore dell’Ellade e quindi presunto (e preteso) fondatore della comunità cristiana della città di Bisanzio (futura Costantinopoli) –sant’Andrea era fratello di san Pietro: importante ricordarlo ai fini della voluta simbologia- ; reliquia portata in occidente dalla famiglia imperiale bizantina in esilio, dopo la conquista ottomana del 1453, e donata a papa Pio II Piccolomini che diede asilo al santissimo cimelio in Vaticano, a pochi metri dalla tomba dell’altrettanto santo fratello.

Comunque è da notare che la reliquia non tornò da dove era venuta: cioè a Costantinopoli (che ritiene Sant’Andrea suo primo vescovo) ma (archeologicamente più correttamente) all’arcivescovo ortodosso di Patrasso:città del Peloponneso (quindi Grecia), luogo del martirio.
In Grecia la Chiesa ortodossa è “Autocefala” cioè indipendente da Costantinopoli e decisamente poco ecumenica: ciò evidenzia ancor di più la strategia diplomatica di papa Montini.

La sottolineatura del fraterno rapporto tra cattolicesimo e ortodossia fu rimarcato da altri due incontri -mediaticamente sensazionali come quello di Gerusalemme- tra i vescovi delle due capitali dell’impero romano: a Istanbul nel luglio ’67 e a Roma nell’ottobre dello stesso anno. Quest’ultimo culminò con l’ingresso solenne in S.Pietro dei due sommi gerarchi mano nella mano.

“L’incontro di Istanbul è tuttavia in un certo senso più significativo, soprattutto per mettere in evidenza l’ardimento ecumenico di Paolo VI, anche se di fatto, nonostante il colore con cui venne truccato, fu senz’altro il meno ecumenico dei tre. L’obbiettivo perseguito da papa Montini col suo inatteso viaggio in Turchia non fu infatti l’incontro col patriarca ortodosso, allo scopo di accelerare le trattative di riunione tra le due Chiese, bensì quello con gli uomini politici del Paese per perorare presso le autorità turche la salvezza del patriarcato costantinopolitano minacciato da esse in modo ultimativo. Ciò avrebbe dovuto essere evidente a degli osservatori meno superficiali, tanto più che il papa non fu affatto ospite del patriarcato del ‘piccolo Vaticano’ del Fanar, bensì del governo e che all’aeroporto non fu accolto da Atenagora, ma dalle autorità governative. D’altra parte è un fatto che il suo viaggio non era stato ipotizzato nemmeno da Atenagora, il quale non aveva chiesto a Paolo VI un intervento personale sul posto – anche perché non riteneva che il papa accettasse, per ragioni di prestigio, di muovere il primo passo verso di lui- ma semplicemente di effettuare dei passi diplomatici più pressanti ed incisivi di quelli fatti in passato. Fu merito di papa Montini di aver intuito l’eccezionalità dell’occasione che gli si porgeva di presentarsi agli ortodossi (quando ciò avrebbe potuto esser noto) come il salvatore del più famoso patriarcato e come colui che aveva preso per primo l’iniziativa dell’incontro recandosi a Costantinopoli, anziché pretendere prima la visita di Atenagora a Roma, dimostrando così alle Chiese separate quanto fosse infondato il pregiudizio che addebita al papa una rivendicazione sterilmente orgogliosa del proprio prestigio primaziale.”( Carlo Falconi 1968)

Indubbiamente il dialogo ecumenico cattolico ha notevolmente sollevato il ruolo del “Trono Ecumenico” ,visto che lo scisma fu uno scontro teologico e forse ancor più personale tra i vescovi della antica e della nuova Roma; per cui ogni sforzo della sede petrina per cercare una possibile unione con le Chiese ortodosse (ognuna indipendente e sovrana) deve obbligatoriamente avere come interlocutore il massimo rappresentante dell’ortodossia,ciò per il compiacimento dell’arcivescovo di Costantinopoli ma che provoca la stizzita reazione degli altri patriarchi che ci tengono a far presente di essere altrettanto pii, fedeli e ortodossi, e di essere a capo di Chiese nazionali che contano milioni di fedeli, rivendicando un peso geo-politico, oltre che teologico.

Così il gesto “profetico” (come direbbero quelli che parlano bene) di consegnare la testa di sant’Andrea agli ortodossi, fu la scusa per una serie di continue rivendicazioni di restituzionie di 'corpi santi', e che quindi fallì nello scopo di suscitare negli ortodossi la fiducia nei confronti dei papisti, come dimostrò nel 1969, l’increscioso fatto della distruzione del prezioso reliquiario del capo di sant’Andrea, da parte di un giovane monaco greco, allo scopo di costatarne il contenuto,convintosi che Paolo VI -come si suol dire- avesse fatto “il pacco”.

Il fatto che Atenagora “andasse arabescando devote fantasie, colorando sogni, vaticinando rosei futuri di unità, imponendo abbracci e baci di pace persino ai più scettici dei suoi intervistatori, e che poi non muovesse un sol passo, se non turistico, verso la meta del suo cuore, non prova nulla contro la sua sincerità. Era doppiamente prigioniero: del governo turco – che però sarebbe stato entusiasta di poterlo rimettere in libertà oltre confine – (ed era la prigionia più sopportabile) e dell’immobilismo dei suoi confratelli vescovi, del suo clero e dei suoi fedeli, mai così fieri come di essere se stessi e solo se stessi: << l’ortodossia >> (certamente più opprimente)." (C. Falconi1973)

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