venerdì, gennaio 18, 2008

Cardinali in vacanza (della Sede Apostolica) /4

Sive: Deus lo vult!


Al cardinale che in Conclave superi il quorum previsto per l'elezione a pontefice, è previsto che il Cardinale Decano (o in caso di qualche impedimento il cardinale più anziano nell'ordine dei cardinali vescovi), si prensenti davanti al suo scranno e gli pongano la fatale domanda: "Acceptasne electionem de te canonice factam in Summum Pontificem?" .
La legislazione ecclesiastica non prevede una "formula di rito" con cui il neoeletto debba manifestare la propria accettazione. Basterebbe un laico "si" ma spesso i neoeletti pontefici hanno preferito più diffusamente argomentare la volontà di accettare la tiara.
Come avvenne, che in quel pomeriggio del 19 aprile 2007 il Cardinal Ratzinger abbia argomentato il proprio si alla chiamata dello Spirito Santo per voce del Cardinale vicedecano Angelo Sodano , il neoeletto Benedetto XVI non lo ha rivelato, manifestando così tutto così il proprio spirituale pudore.

Mercoledì 19 dicembre 2007, è stato il Cardinale Michele Giordano (Arcivescovo emerito di Napoli), in occasione della presentazione del libro “Compromettiti con Dio. La rivoluzione di Benedetto XVI” (L’Orientale Editrice) del giornalista Francesco Antonio Grana, a svelare la formula usata dal Cardinale Joseph Ratzinger per l’accettazione del soglio pontificio da parte.

Innanzitutto il cardinal Giordanio ha testimoniato tutta la riluttanza del settantottenne Cardinal Decano alla sola idea di una propria candidatura alla successione di Giovanni Paolo II, infatti racconta il porporato:
“Prima che il Cardinale Ratzinger fosse eletto, siccome oramai si pensava già a lui, io, con la confidenza che avevo, mi sono avvicinato a lui e gli ho detto, avendo anch’egli superato i 75 anni che è l’età in cui noi andiamo a riposo, “ma se dovesse capitare qualche cosa a lei, mica ci fa qualche scherzo?”. Lui si turbò in volto e mi disse: “Eminenza, non posso, non posso accettare. Per favore, non pensate a me, non pensate a me”.
E poi dopo che il Conclave lo ha eletto, disse “Propter voluntatem Dei accepto”, con la serenità che gli veniva dal sapere che Dio lo aveva prescelto”.

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venerdì, ottobre 26, 2007

Cardinali in vacanza (della Sede Apostolica) /3


Ovvero: Il Conclave dell'Aprile 2005 nelle "Memorie e digressioni di un italia­no cardinale " (Cantagalli, pp. 640, euro 23,90) dell'Eminentissimo -ac Reversendissimo!- Cardinale Giacomo Biffi:

"I giorni più faticosi per i cardinali sono quelli che precedono immediatamente il conclave. Il Sacro Collegio si raduna quotidianamente dalle ore 9,30 alle ore 13, in un’assemblea dove ciascuno dei presenti è libero di dire tutto ciò che crede. S’intuisce però che non si possa trattare pubblica mente l’argomento che più sta a cuore agli elettori del futuro vescovo di Roma: chi dobbiamo scegliere? E così va a finire che ogni cardinale è tentato di citare più che altro i suoi problemi e i suoi guai: o meglio, i problemi e i guai della sua cristianità, della sua nazione, del suo continente, del mondo intero. È senza dubbio molto utile questa generale, spontanea, incondizionata rassegna delle informazioni e dei giudizi. Ma senza dubbio il quadro che ne risulta non è fatto per incoraggiare.
Il mio intervento

Quale fosse nell’occasione il mio stato d’animo e quale la mia riflessione prevalente emerge dal l’intervento che dopo molte perplessità mi sono deciso a pronunciare il venerdì 15 aprile. Eccone il testo:

1. «Dopo aver ascoltato tutti gli interventi – giusti opportuni appassionati – che qui sono risonati, vorrei esprimere al futuro Papa (che mi sta ascoltando) tutta la mia solidarietà, la mia simpatia, la mia comprensione, e anche un po’ della mia fraterna compassione. Ma vorrei suggerirgli anche che non si preoccupi troppo di tutto quello che qui ha sentito e non si spaventi troppo. Il Signore Gesù non gli chiederà di risolvere tutti i problemi del mondo. Gli chiederà di voler gli bene con un amore straordinario: «Mi ami tu più di costoro?» (cfr. Gv 21,15).
In una 'striscia' e 'fumetto' che ci veniva dall’Argentina, quella di Mafalda, ho trovato diversi anni fa una frase che in questi giorni mi è venuta spesso alla mente: 'Ho capito – diceva quella terribile e acuta ragazzina –; il mondo è pieno di problemologi, ma scarseggiano i soluzionologi'».

2. «Vorrei dire al futuro Papa che faccia attenzione a tutti i problemi. Ma prima e più ancora si renda conto dello stato di confusione, di disorientamento, di smarrimento che affligge in questi anni il popolo di Dio, e soprattutto affligge i 'piccoli'».

3. «Qualche giorno fa ho ascoltato alla televisione una suora anziana e devota che così rispondeva all’intervistatore: 'Questo Papa, che è morto, è stato grande soprattutto perché ci ha insegnato che tutte le religioni sono uguali'. Non so se Giovanni Paolo II avrebbe molto gradito un elogio come questo».

4. «Infine vorrei segnalare al nuovo Papa la vicenda incredibile della Dominus Iesus: un documento esplicitamente condiviso e pubblicamente approvato da Giovanni Paolo II; un documento per il quale mi piace esprimere al cardinal Ratzinger la mia vibrante gratitudine. Che Gesù sia l’unico necessario Salvatore di tutti è una verità che in venti secoli – a partire dal discorso di Pietro dopo Pentecoste – non si era mai sentito la necessità di richiamare. Questa verità è, per così dire, il grado minimo della fede; è la certezza primordiale, è tra i credenti il dato semplice e più essenziale. In duemila anni non è stata mai posta in dubbio, neppure durante la crisi ariana e neppure in occasione del deragliamento della Riforma.
L’averla dovuta ricordare ai nostri giorni ci dà la misura della gravità della situazione odierna.
Eppure questo documento, che richiama la certezza primordiale, più semplice, più essenziale, è stato contestato. È stato contestato a tutti i livelli: a tutti i livelli dell’azione pastorale, dell’insegnamento teologico, della gerarchia».

5. «Mi è stato raccontato di un buon cattolico che ha proposto al suo parroco di fare una presentazione della Dominus Iesus alla comunità parrocchiale. Il parroco (un sacerdote peraltro eccellente e benintenzionato) gli ha risposto: 'Lascia perdere. Quello è un documento che divide'. 'Un documento che divide'. Bella scoperta! Gesù stesso ha detto: 'Io sono venuto a portare la divisione' (Lc 12,51: diamerismòn). Ma troppe parole di Gesù oggi risultano censurate dalla cristianità; almeno dalla cristianità nella sua pars loquacior ».
Il conclave

E’ stata un’esperienza esaltante di comunione ecclesiale. Percepivamo di essere come avvolti dall’intensa e appassionata preghiera della moltitudine di coloro che amavano sinceramente la Chiesa. Tutto nel conclave è organizzato e predisposto al servizio della speditezza e di un garantismo assoluto; e ogni cosa perciò è facilitata. I cardinali devono solo pensare a votare.
Siamo entrati in clausura nel pomeriggio di lunedì 18 aprile e col primo scrutinio pomeridiano di martedì 19 aprile il quorum è stato raggiunto. In meno di ventiquattro ore si è avuto il nuovo Papa nella persona di Joseph Ratzinger. La nostra gioia è stata grande, come è stata grande in tutta la cattolicità la gioia dei «piccoli».

Il nostro divertimento si è poi accresciuto con la lettura delle analisi e delle previsioni dei «sapienti» e degli «intelligenti» che, in virtù della scienza infusa della loro impavida «ecclesiolalìa», «sapevano» che noi eravamo irriducibilmente divisi e contrapposti. E non si sono ricreduti neppure dopo, neppure davanti all’evento indiscutibile di una elezione così rapida, conseguita nel rispetto di una normativa che ci imponeva di superare i due terzi dei votanti: hanno continuato a parlare di grande divisione tra i cardinali. L’ideologia non si arrende mai, quale che sia l’evidenza della realtà effettuale che la smentisce."

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domenica, luglio 22, 2007

LA DIVINA PASTORA [4]

Ovvero: "Modello Giuditta"


In una intervista al quotidiano romano 'Il Messaggero' , il direttore dei programmi in lingua tedesca della Radio Vaticana, il padre gesuita Eberhard von Gemmingen ha dichiarato -senza avere la minima percezione della ridicolosità delle proprie dichiarazioni- che vedrebbe bene un Collegio Cardinalizio formato dal cinquanta per cento dall'altra metà del cielo: ovvero che ad eleggere il Papa nel segreto della clausura della Cappella Sistina ci fossero sessanta Eminentissime (ac Reverendissime) "cardinalesse".

Oltra al fatto che gli "Eminentissimi" che per lo passato furono "creati" cardinali pur essendo "laici" ed addirittura maritati e con prole, essi furono in gran parte nominati "Cardinali dell'ordine dei Diaconi" e che niente vieta che un uomo sposato prenda gli ordini sacri e diventi diacono. Uomini che per il metro di giudizio contemporaneo erano "laici" avevano il diritto di eleggere il Papa (e potevano addirittura essere eletti pur non essendo nemmeno preti!) grazie all'escamotage di ricevere gli "Ordini Minori": in "illo tempore" a colui che veniva conferito il compito di "ostiario", "lettore" o "accolito" era a tutti gli effetti inserito nello "status" ecclesiastico". Se poi il novello "uomo di Chiesa" scarseggiava di vocazione sacerdotale non doveva far altro che rimandare sine die il conferimento degli "Ordini Maggiori". Ma ciò era loro possibile solo perchè erano maschi e la Chiesa Cattolica il sacramento dell'Ordine lo riserva solo ai cattolici di sesso maschile!

Il Cardinalato non è una una orificenza al pari del "cavalierato" ( si può infatti essere nominato "cavaliere" pur non sapendo andare a cavallo) poichè ogni novello Cardinale viene inserito in uno dei tre ordini: "Cardinali vescovi", "cardinali preti" e "cardinali diaconi" ed a loro viene concesso il "Titolo" di una chiesa romana (e ai cardinali vescovi la titolatità di una diocesi suburbicaria).

Dall'epoca di San Gregotio Magno i "Clerici Cardinales" sono, infatti, gli ecclesiastici più improtanti della "Sancta Romana Ecclesia" cioè della Diocesi di Roma. E se è pur vero che il cardinale Poletto arcivescovo di Torino non è veramente "il prete" di San Giuseppe al Trionfale e che il cardinale Antonelli arcivescovo di Firenze non è "il prete" di Sant'Andrea delle Fratte è pur vero che essi sono per designazione papale inseriti gerarchicamente nel tessuto giuridico della diocesi di Roma di cui debbono elleggere il vescovo.
Pertanto -Diritto Canonico alla mano- con quale autorità ecclesiastica una donna, fosse pure la Vergine Maria, fin quando esisterà il collegio cardinalizio, potrebbe poter proferire verbo in Conclave?

Prima osservazione: se la metà dei cardinali fossero donna ciò vorrebbe dire che, rispetto all'oggi, i papabili di un così roseo conclave sarebbero il cinquanta per cento in meno.

Seconda osservazione: passando dal discorso intorno all'elezione del Papa a quella del "Papa nero", il padre Eberhard von Gemmingen (Societatis Jesu) si è mai chiesto il perchè Sant'Ignazio non volle che ci non ci fossero delle "gesuitesse"?
A rigor di logica, se io fossi al pari di padre Eberhard von Gemmingen un gesuita devoto delle quote rosa cercherei di fare prima la rivoluzione femminista all'ombra della Casa Profesa.

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martedì, giugno 26, 2007

Ratzinger in Vacanza (della Sede Apostolica)



Ovvero: La maggioranza silenziosa

Quando il 22 febbraio 1996 Giovanni Paolo II emanò le nuove regole per il conclave ormai da anni i profeti di sventure davano per imminente la morte del papa polacco e facevano mille illazioni sui possibili papabili successori della maggioranza dei quali inopinatamente, negli anni a venire, Papa Wojtyla ebbe la ventura di presiederne i funerali.

La costituzione "Universi Dominici gregis", non si discosta di molto dalla precedente legislazione di Paolo VI, anzi in molti punti cita ampiamente la montiniana costituzione "Romani Pontifici eligendo".

I pochi punti in cui i documenti differiscono son quelli in cui si stabilisce che: non solo il Palazzo Apostolico vaticano è la sede abituale del conclave (lasciando la possibilità di convocare il conclave in altro luogo in base all'opportunità del frangente storico-politico) mentre, invece, Giovanni Paolo II canonizza una consuetudine storica decretando che solo e soltanto la Cappella Sistina sia il luogo deputato all'elezione papale. Inoltre non solo il Palazzo Papale ma l'intero Stato della Città del Vaticano dovrà sottostare al regime della clausura conclaviaria poichè non più i cardinali dovranno accamparsi alla meglio nelle sale del Palazzo Apostolico, ma risiederanno nella apposita e confortevole Residenza di Santa Marta.

Per quanto riguarda lo scrutinio, mentre Paolo VI stabiliva che iniziando il conclave di pomeriggio, gli eminentissimi cardinali dovesse solo adempiere ai giuramenti di rito e dedicardi al ripasso delle norme dello scrutinio rimandando lo scrutinio stesso alla mattina del giorno appresso, Giovanni Paolo II, invece, lasciò al Sacro Collegio la discrezionalità di procedere la sera stessa alla prima fumata o di aspettare il mattino seguente.

Ma la grande novità risulta dall'abolizione dell'elezione per acclamazione detta anche "per ispirazione" (cioè quando un cardinale proclama ad alta voce che ritiene il più degno del papato la tal eminenza e tutti gli altri porporati si uniscono unanimemente al coro) e dell'elezione per compromesso (cioè quando nella situazione di stallo viene demandata ad una ristretta commissione cardinalizia il compito di decidere a nome di tutti i porporati)-procedure in vero non più in uso da secoli-, lasciando quale unico metodo valido per l'elezione pontificia, nonchè il più confacente alla mentalità ( e all'etica) contemporanea, l'elezione per scruninio segreto.

Il numero 76 della Costituzione apostolica "Romani Pontifici eligendo " di Paolo VI recitava:

"Nel caso che i Cardinali elettori avessero difficoltà nell'accordarsi sulla persona da eleggere, allora, compiuti per tre giorni senza esito gli scrutini secondo la forma descritta (cfr. nn. 65 SS.), questi vengono sospesi al massimo per un giorno per una pausa di preghiera, di libero colloquio tra i votanti e di una breve esortazione spirituale, fatta dal Cardinale primo dell'ordine dei Diaconi. Quindi riprendono le votazioni secondo la medesima forma e dopo sette scrutini, se non è avvenuta l'elezione, si fa un'altra pausa di preghiera, di colloquio e di esortazione, tenuta dal Cardinale primo dell'ordine dei Preti. Si procede poi ad un'altra eventuale serie di sette scrutini, seguita, se ancora non s'è raggiunto l'esito, da una nuova pausa di preghiera, di colloquio e di esortazione, tenuta dal Cardinale primo dell'ordine dei Vescovi.
A questo punto il Cardinale Camerlengo di Santa Romana Chiesa consulterà gli elettori circa il modo di procedere. Non dovrà essere abbandonato il criterio di esigere, per una votazione efficace, i due terzi dei voti più uno; salvo che tutti i Cardinali elettori, all'unanimità, cioè nessuno eccettuato, si pronuncino per un diverso criterio, che può consistere nel compromesso (cfr. n. 64) o nella maggioranza assoluta dei voti, più uno, o nel ballottaggio fra i due, che nello scrutinio immediatamente precedente hanno riportato il maggior numero di suffragi."


Il numero 74 della "Universi Dominici gregis " di Giovanni Paolo II cita pedissequamente la prima parte dell'articolo 76 del documento di Papa Montini:

"Nel caso che i Cardinali elettori avessero difficoltà nell'accordarsi sulla persona da eleggere, allora, compiuti per tre giorni senza esito gli scrutini secondo la forma descritta al n. 62 e seguenti, questi vengono sospesi al massimo per un giorno al fine di avere una pausa di preghiera, di libero colloquio tra i votanti e di una breve esortazione spirituale, fatta dal Cardinale primo dell'Ordine dei Diaconi. Quindi riprendono le votazioni secondo la medesima forma e dopo sette scrutini, se non è avvenuta l'elezione, si fa un'altra pausa di preghiera, di colloquio e di esortazione, tenuta dal Cardinale primo dell'Ordine dei Presbiteri. Si procede poi ad un'altra eventuale serie di sette scrutini, seguita, se ancora non si è raggiunto l'esito, da una nuova pausa di preghiera, di colloquio e di esortazione, tenuta dal Cardinale primo dell'Ordine dei Vescovi. Quindi riprendono le votazioni secondo la medesima forma, le quali, se non è avvenuta l'elezione, saranno sette."

Tuttavia, sul come uscire dall'empasse se ne occupa all'articolo seguente che, data l'abolizione dell' elezione "per compromesso" e "per acclamazione" (che avevano avuto nel passato appunto lo scopo di aggirare la farragginosità dello scrutinio segreto e dell'ardua soglia dei due terzi) tratta solo della possibilità di procedere allo scrutinio a maggioranza "assoluta" (ovvero a maggioranza "semplice") cioè all'elezione del papa con il cinquanta per cento più uno dei suffragi:
"75. Se le votazioni non avranno esito, pur dopo aver proceduto secondo quanto stabilito nel numero precedente, i Cardinali elettori saranno invitati dal Camerlengo ad esprimere parere sul modo di procedere, e si procederà secondo quanto la maggioranza assoluta di loro avrà stabilito.
Tuttavia non si potrà recedere dall'esigere che si abbia una valida elezione o con la maggioranza assoluta dei suffragi o con il votare soltanto sui due nomi, i quali nello scrutinio immediatamente precedente hanno ottenuto la maggior parte dei voti, esigendo anche in questa seconda ipotesi la sola maggioranza assoluta."


Anche Paolo VI, tra un'acclamazione ed un compromesso, aveva ammesso la possibilità di una elezione con la maggioranza semplice ma sotto l'ardua condizione che all'unanimità il Sacro Colleggio approvase il suggerimento del Camerlengo (che avrebbe però potuto anche suggerire il compromesso o il ballottaggio).

Per quanto riguarda il ballottaggio, si evince che per Paolo VI anche nell'elezione di uno dei due candidati più votati (nello scrutinio precedente) non si deve però derogare dal tradizionale quorum dei due terzi limitandosi a facilitare il raggiungimento del quorum col restringere al minimo la possibilità di scelta.

La norma emanata da Giovanni Paolo II invece dice che dopo la trentatreesima (o trentaquattresima) votazione, e cioè dopo tredici giorni dall'inizio del conclave, i cardinali a maggioranza semplice possono decidere (ma possono anche non decidere!) di abbassare il quorum ed inoltre procedere a ballottaggio sempre a maggioranza semplice.

Si è detto che all'elaborazione di questa norma abbia influito il "drammatico" ricordo che Giovanni Paolo II conservò del testa a testa tra Siri e Benelli nel secondo conclave del 1978 (da cui poi Wojtyla uscì eletto). A parte che quel lungo testa a testa non durò certo due settimane ma meno di quarantott'ore visto che il conclave iniziato il pomeriggio del 14 ottobre si concluse all'ottava votazione del pomeriggio del 16 ottobre. Quindi il cardinal Woytjla e i suoi colleghi cardinali nell'ottobre '78 non vissero nessuno stress supplementere dovuto al trascinarsi del conclave. Inoltre se sicuramente non fu estenuante lo scontro dei candidati Siri e Benelli c'è da chiedersi se nel segreto del Conclave quello scontro ci fu veramente e non ebbe luogo unicamente sulle pagine dei vaticanisti.
E poi, come avrebbe potuto Papa Wojtyla reputare sconveniente quelle gara tra candidature di bandira (protrattosi non più che per sei scruitini) se quello fu lo strumento che la Provvidenza utilizzò affinchè i Purpurati Patres, resi docili all'ispirazione dello Spirito Santo, volgessero lo sguardo verso un papabile d'oltre cortina?


In realtà è da tutti ritenuto la mente di quelle innovazioni il fine canonista Mario Francesco Pompedda, poi cardinale e prefetto del supremo tribunale della Segnatura Apostolica.
Ecclesiastico e giurista dotato di grande realismo; dote indispensabile per chi deve applicare la ferrea e siderea norma astratta ancorchè ecclesiastica nel vissuto prosaico del singolo cattolico peccatore; non stupisce affatto che il cardinal Pompedda abbia, su richiesta di Giovanni Paolo II, trovato nell'abbassamento del quorum (sull'esempio di come avviene nei Parlamenti che hanno il compito costituzionale di procedere all'elezioni dei Presidenti della Repubblica)la soluzione "onorevole" in caso di imperterrita e reiterata assenza di illuminazione dello Spirito Santo.

Se i Presidenti della Repubblica eletti a maggioranza semplice svolgono degnissimamente il loro ruolo istituzionale, perchè mai un Papa (il quale nel suo operare è in concreto oberato da vincoli e limitazioni assai maggiore di qualsivoglia Capo di Stato di un regime parlamentare) non potrebbe essere un degnissimo successore di Pietro e Vicario di Cristo anche se eletto con il cinquanta per cento più uno dei suffragi?

Ma già da subito l'innovazione tutta wojtiliana volta a redimere un ipotetico stallo nell'elezione papale ( stallo che nella realtà dalla prima metà dell'Ottocento in poi non s'è più registrata) ha suscitato le critiche di chi ha invece paventato proprio il pericolo che la possibilità di un'elezione a maggioranza semplice possa invece portare acchè un gruppo di "grandi elettori" in grado di controllare la metà dei suffragi si possa incaponire su una candidatura per 34 votazioni di seguito, non sentendo ragione di spostare i propri voti su un candidato di più amplia convergenza, al fine di ottenere lo scrutinio a maggioranza semplice e quindi imporre l'elezione a papa del proprio candidato di bandiera.

Papa Wojtyla (e il cardinal Pompedda) probabilmente ha ritenuto che simili ipotesi di manifestazioni plateali di cinismo cardinalizio non siano nemmeno degne di essere prese in considerazione dato che, lontani i tempi dei veleni dei Borgia e delle militari inprese di Giulio II, spoglio da qualunque bramosia mondana finalmente nel XXI secolo il potere del trono di Pietro si mostra nella sua adamantina essenza spirituale.

Probabilmente il cardinal Ratzinger - nel suo ruolo di "difensore della fede cattolica"- non aveva altrettanta fiducia nelle "magnifiche sorti e progressive" della moralità dei gerarchi cattolici se per ben due volte una richiesta di modifica di quella singola norma della Universi Dominici Gregis fu inviata dalla Congregazione della dottrina della fede alla Segretaria di Stato guidata dal cardinal Sodano.

Morto nel 2005 Giovanni Paolo II ed eletto papa proprio Ratzinger ( e morto il cardinal Pompedda nel 2006) ecco che Benedetto XVI in data 11 giugno 2007 ha potuto accogliere e sottoscrivere il parere del Cardinale Ratzinger dando ordine alla Segreteria di Stato (non più diretta da Sodano) di emanare la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio "DE ALIQUIBUS MUTATIONIBUS IN NORMIS DE ELECTIONE ROMANI PONTIFICIS" che modifica solo e soltanto l'articolo 75 della "Universali Dominici Gregis" e quindi "ripristina la norma tradizionale circa la maggioranza richiesta nell’elezione del Sommo Pontefice. Secondo tale norma, perché il Papa possa considerarsi validamente eletto, è sempre necessaria la maggioranza dei due terzi dei Cardinali presenti".

Giunti pertanto al temuto momento di stallo dopo quattro cicli di scruini, il Papa sedici volte Benedetto ha decretato che si procedano a un ballottaggio tra i due candidati usciti in testa nel precedente voto: l’eletto sarà colui che ottiene almeno i due terzi dei voti.
I due candidati in lizza non partecipano al ballottaggio pur rimanendo presenti in "Sacellum Sixtinum".

Il Motu Proprio è entrato in vigore "contrariis quibusvis non obstantibus" con la pubblicazione sull'Osservatore Romano in data 26 giuno 2007.

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sabato, ottobre 28, 2006

In Nome del PAPA (MARCO)Rè [secondo]



Nella Fiction religiosa Giovanni Paolo I "Il sorriso di Dio" quale ulteriore sintomo della chiaroveggenza di Papa Luciani sulla brevità del proprio pontificato, e sulla sua intima certezza che a breve gli sarebbe successo Karol Woytjla col nome di Giovanni Paolo II, viene sottolineata l'anomalia della volontà e dell'insistenza con cui al nome di "Giovanni Paolo" venne unito il numero ordinale "Primo".
Come nella fiction spiega al papa Marcorè il monsignore esperto di araldica pontificia - e come nella realtà venne obbiettato a papa Luciani- era un errore chiamare "primo" qualcuno o qualcosa di cui non si ha un "secondo".

Per esempio: quando parliamo della Regina Vittoria, non abbiamo il bisogno di specificare che stiamo parlando di "Vittoria Prima" poichè dopo di lei non ci sono state altre regine d'Inghilterra di nome Vittoria.
Così prima del 1952 quando si parlava della "Regina Elisabetta" si intendeva universalmente riferirsi alla regina inglese vissuta nel 1500.
Solo quando Elisabetta II Winsor salì al trono la figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena cominciò ad essere chiamata "Elisabetta Prima".

Similmente solo dopo che Giovanni XXIII indisse la convocazione del Concilio Vaticano II si cominciò a chiamare "Vaticano Primo" quello che fino a quel momento era "il" Concilio Vaticano "tout court".

Se le cose stanno così allora veramente papa Luciani voleva sottolineare che il suo regno sarebbe durato il tempo di un sorriso?
Voleva profetizzare l'avvento a breve di un Giovanni Paolo II?

La risposta è: NO.
No, perchè l'errata applicazione del numero ordinale in età contemporanea è una abitudine invalsa nel mondo ecclesiastico.
E di questa errata applicazione abbiamo lampanti esempi nelle chiese ortodosse!
Sua santità Atenagora I è stato così sempre chiamato quando era in vita e alla sua morte non è stato eletto nessun Patriarca di Costantinopoli di nome Atenagora "Secondo". Ad Atenagora è successo Demetrio anche lui "primo"! A Demetrio I è successo l'attuale arcivescovo di Costantinopoli universalmente noto col nome di "Bartolomeo Primo" anche se noi tutti ignoriamo se da qui alla fine del mondo ci sarà mai un Bartolomeo II.
Allo stesso modo in Armenia Il patriarca Karekìn "Primo" era così ufficialmente chiamato anche prima che gli succedesse Karekin II.

Quando nel pomeriggio del 26 agosto '78 i tre porporati a capo dei tre Ordini cardinalizi si avvicinarono al seggio del Cardinal Luciani per chiedergli come volesse chiamarsi egli rispose : "Giovanni Paolo"
"Giovanni Paolo Primo" intervenne saccentemente il Cardinale Protoprete Giuseppe Siri.
"Giovanni Paolo I" ripetè Papa Luciani e il Cardinale Protodiacono Pericle Felici annunciò alla folla che il nuovo papa: "sibi nomen imposuit Joannis Pauli Primi" .
Non c'è nessun mistero, quindi.
O forse, dietro alla fretta di aggiungere al nome del papa il numero ordinale -non bisogna dimenticare che il Cardinale Siri fu lo sconfitto di quel conclave e la bandiera dello schieramento conservatore!- possiamo scorgere il timore di una diminutio della "maestà" del ruolo pontificio conseguente alla tendenza a ridimenzionare il ruolo del "Vescovo di Roma" rispetto ai suoi "confratelli" vescovi.
I cattolici si erano ormai fin troppo abituatia a chiamare i papi molto semplicemente "papa Giovanni " e "papa Paolo". Che i fedeli si rivolgessero al Vicario di Cristo chiamandolo familiarmente "Gianpaolo" era, da molti ecclesiastici, considerata una caduta di stile da evitare.

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