domenica, gennaio 20, 2008

LA DIVINA PASTORA [6]



Sive: Historia Ecclesiastica Anglorum

Una curiosità tutta puritana nei confronti del Cattolicesimo è stata provocato dalla buona novella della pia sottomisione alla Chiesa Cattolica Romana dell'anglicano Tony Blair (ex primo ministro di Sua Maestà britannica) avvenuta a Londra il venerdì 21 dicembre 2007 per mezzo dell'Arcivescovo di Westminster il Cardinale Cormac Murphy-O'Connor nella di lui cappella privata del palazzo arcivescovile.
L'interesse si è rivolto più che altro sul responsabile per l'ecumenismo dell’arcidiocesi di Westminster meglio noto come "il Grande Convertitore" o "il cappellano delle celebrità": il cinquantenne francescano padre Michael Seed. Per suo tramite si sono convertite al cattolicesimo molte personalità assai note sul suolo britannico, nonchè aristocratici tra cui la Duchessa di Kent, parente stretta della "papessa" Elisabetta II.

Per i buoni uffici del "Father" francescano sono approdati tra le materne braccia di Santa Romana Chiesa molti pastori anglicani che non hanno accettato il sacerdozio femminile.

Intervistato ("the Indipendent", 15 gennaio 2008 ) padre Michael Seed ha dichiarato che adesso anche le "pretesse" anglicane passano alla Chiesa Cattolica Romana perché sono "trattate come spazzatura nella loro Chiesa".

Padre Seed ha "confessato" che lui personalmente ha ricevuto la professione di fede cattolica di due donne prete che hanno, così, preferito essere semplici laiche nella Chiesa di Roma che essere ministri del culto anglicano ma oggetto di "apartheid" da parte dei confratelli maschi! Anzi, secondo padre Michael Seed ci sarebbero molte altre donne prete che si sarebbero fatte cattoliche sulla spinta della "persecuzione" di cui erano vittima nella Chiesa d'Inghilterra:
"Ci sono altri preti cattolici che hanno avuto a che fare con casi simili. Le donne prete anglicane generalmente sono scioccate dal modo in cui vengono trattate. Questo non è il Terzo Segreto di Fatima. La persecuzione delle donne prete è ben nota tra i sacerdoti, i vescovi e i laici anglicani".


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giovedì, dicembre 06, 2007

Pacco, contropacco e contropaccotto / 10


Provenienti da tutto il mondo per presenziare al secondo concistoro del sedici volte Bededetto, durante l'intera giornata di venerdì 23 ottobre nell'Aula nuova del Sinodo in Vaticano, gli Eminentissimi Cardinali hanno partecipato ad una giornata di intensi colloqui attorno al tema dell'Ecumenismo. Il tema è stato scelto da Benedetto XVI ed introdotto da una relazione puntuale e puntuta dell' eminentissimo teutonico Walter Kasper, presidente del pontificio consiglio per l'unità dei cristiani.
Degna di lode la chiarezza con cui il Cardinal Kasper ha fatta un'epitome della storia delle post-conciliari relazioni ecumeniche.

Per quanto riguarda i rapporti con l'ortodossia bizantina:

"Il dialogo con le Chiese ortodosse di tradizione bizantina, siriana e slava è stato avviato ufficialmente nel 1980. Con tali Chiese abbiamo in comune i dogmi del primo millennio, l’Eucaristia e gli altri sacramenti, la venerazione di Maria madre di Dio e dei santi, la struttura episcopale della Chiesa. Consideriamo queste Chiese, insieme alle antiche Chiese orientali, come Chiese sorelle delle chiese locali cattoliche. Differenze esistevano già nel primo millennio, ma non erano percepite in quell’epoca come un fattore di divisione all’interno della Chiesa. La separazione vera e propria è avvenuta tramite un lungo processo di allontanamento e di alienazione, a causa di una mancanza di comprensione e di amore reciproci, come ha osservato il Concilio Vaticano II (UR 14). Quello che avviene oggi è dunque, necessariamente, un processo inverso di mutua riconciliazione.

I primi importanti passi sono stati compiuti già durante il Concilio. Va ricordato ad esempio l’incontro e lo scambio di corrispondenza tra papa Paolo VI ed il patriarca ecumenico Athenagoras, il famoso “Tomos agapis”, e la cancellazione dalla memoria della Chiesa delle scomuniche reciproche del 1054, nel penultimo giorno del Concilio. Su tali basi, è stato possibile riprendere alcune forme di comunione ecclesiale del primo millennio: lo scambio di visite, di messaggi e di missive tra il papa ed i patriarchi, tra cui soprattutto il patriarca ecumenico; la cordiale coesistenza e collaborazione in molte chiese locali; la concessione per uso liturgico di edifici di culto da parte della Chiesa cattolica a cristiani ortodossi che vivono da noi nella diaspora, in segno di ospitalità e di comunione. Durante l’Angelus pronunciato in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo del 2007, papa Benedetto XVI ha sottolineato che con queste Chiese siamo già in una comunione ecclesiale pressoché piena.

Nei primi dieci anni del dialogo, dal 1980 al 1990, è stato puntualizzato ed evidenziato ciò che abbiamo in comune a proposito dei sacramenti (soprattutto dell’Eucaristia) e del ministero episcopale e sacerdotale. Tuttavia, la svolta politica del 1989-90, invece di semplificare le nostre relazioni, le ha complicate. Nel ritorno alla vita pubblica delle Chiese cattoliche orientali, dopo anni di brutali persecuzioni e di eroica resistenza pagata anche al prezzo del sangue, è stata vista dalle Chiese ortodosse la minaccia di un nuovo “uniatismo”. Così, negli anni novanta, nonostante gli importanti chiarimenti apportati dall’incontro di Balamand (1993) a Baltimora (2000) il dialogo si è arenato. La situazione di crisi si è acuita soprattutto nelle relazioni con la Chiesa ortodossa russa dopo l’erezione canonica di quattro diocesi in Russia nel 2002.

Grazie a Dio, dopo molti sforzi condotti con pazienza, lo scorso anno è stato possibile riavviare il dialogo; nel 2006 si è tenuto un incontro a Belgrado e circa un mese fa ci siamo nuovamente riuniti a Ravenna. In tale occasione, è emerso un decisivo miglioramento a livello di atmosfera e di rapporti, nonostante la partenza della delegazione russa per motivi inter-ortodossi. È iniziata così una promettente terza fase di dialogo.

Il documento di Ravenna, intitolato “Conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa”, ha segnato una svolta importante. Per la prima volta, gli interlocutori ortodossi hanno riconosciuto un livello universale della Chiesa ed hanno ammesso che anche a questo livello esiste un protos, un primate, che può essere soltanto il vescovo di Roma secondo la taxis della Chiesa antica. Tutti i partecipanti sono consapevoli che questo è soltanto un primo passo e che il cammino verso la piena comunione ecclesiale sarà ancora lungo e difficile; tuttavia, con questo documento abbiamo posto una base per il dialogo futuro. Il tema che verrà affrontato nella prossima sessione plenaria sarà: “Il ruolo del vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio”.

Per quanto riguarda più specificatamente il patriarcato di Mosca della Chiesa ortodossa russa, le relazioni negli ultimi anni si sono sensibilmente appianate. Possiamo dire che non c’è più gelo ma disgelo. Dal nostro punto di vista, un incontro tra il Santo Padre ed il patriarca di Mosca sarebbe utile. Il Patriarcato di Mosca non ha mai escluso tale incontro categoricamente, ma ritiene opportuno risolvere prima i problemi che esistono a suo parere in Russia e soprattutto in Ucraina. Va ricordato comunque che molti incontri hanno luogo anche ad altri livelli. Tra questi menzioniamo la recente visita del patriarca Alexij a Parigi, considerata da entrambe le parti un passo importante.

Riassumendo, possiamo affermare che saranno ancora necessarie una continua purificazione della memoria storica e molte preghiere affinché, sulla base comune del primo millennio, riusciamo a colmare la frattura tra oriente ed occidente ed a ripristinare la piena comunione ecclesiale.
"



Orsù, dunque!
Riassumendo: il grande scoglio al dialogo com l'Ortodossia bizantina è il Patriarcato di Mosca che a causa della sua preminenza numerica pretende la preminenza decisionale sugli altri patriarchi. Inoltre nel campo del dialogo ecumenico cioè del dialogo teologico essa pretende di fare il bello e il cattivo tempo in base all'agenda delle prioità interne alla propria Chiesa locale.
Lo dice chiaramente il cardinal Kasper quando dice papale-papale che prima di qualsiasi fraterno incontro tra "Sua Santità" il Patriarca di Mosca ed il "pari-grado" di Roma bisognerebbe "risolvere prima i problemi che esistono a suo parere in Russia e soprattutto in Ucraina". Problemi "a suo parere" appunto, cioè problemi per la Chiesa russa ma non reputati tali dalla Chiesa cattolica Romana.

Si tratta sempre della arcinota querelle teologica del "Territorio Canonico".
Un problema ecclesiologico e non dogmatico, quindi, viene indicato dai vertici delle gerarchie religiose russe come causa di dissapori con il cattolicesimo! Non è per le (a loro inaccattabili) definizioni del magistero romano sul "filioque" o sulla "immacolata concezione" che si turba la coscenze del Patriarca di Mosca, e degli altri metropoliti russi al pensiero di abbracciare il Papa di Roma! No, il "vero" ostacolo è dato dall presenza di fedeli cattolici e di conseguenza di una gerarchia cattolica nei territori della federazione Russa: il famigerato territorio "canonico" del Patriarcato "di tutte le Russie"!

Quel "gelo" (che per l'eminentissimo Kasper sarebbe in fase di disgelo)si produsse esattamente l'11 febbraio 2002 quando le quattro "Amministrazioni apostoliche" istituite in Russia dal Papa subito dopo il crollo del regime sovietico vennero normalizzate ricevendo lo status di "diocesi". Praticamente non era cambiato assolutamente nulla poichè in base al Codice di Diritto Canonico l'amministrazione canonica è una struttura ecclesiastico-giuridica per definizione "temporanea" il cui fine è di "normalizzarsi" divenendo "Diocesi".
Nel febbraio 2002 in realtà nella struttura della Chiesa Cattolica in Russia nulla era mutato tranne il nome della struttura. Non cambiò nè il numero dei fedeli cattolici,non il numero dei preti, il numero delle parrrochie rimase identiche così come identica la loro estenzione: soltanto che la somma delle parrocchie non si chiamò più "Amministrazione apostolica" bensì "Diocesi"; il vescovo non si chiamava più "amministratore apostolico" bensì vescovo "ordinaro". Sorprese moltissimo, pertanto, e creò serio imbarazzo in Vaticano la durissima (ed irrazionale) protesta del Patriarcato di Mosca che accusava la Chiesa cattolica di aver "invaso" la Russia volendo sostituire una propria gerarchia alla gerarchia della Chiesa ortodossa ed il cui fine era perciò il "proselitismo" cioè convertire i russi al cattolicesimo.
In realtà nulla era mutato per il Vaticano tranne i nomi mentre per la chiesa ortodossa cambiando il nome tutto era mutato.

A chi ha controbattuto che anche la Chiesa Ortodossa Russa ha creato diocesi in territorio canonico cattolico ( Vienna, Parigi, Bruxelles) senza imbarazzi e senza chiedere prima il permesso al papa di Roma, Mosca ha risposto che quelle diocesi servono alla cura pastorale dei russi emigrati mentre le diocesi cattoliche in Russia non sono state istituite per la cura pastorale degli "stranieri" ma dei russi.
Una tale impostazione ecclesiologica non tiene conto che popolazioni etnicamente non russe e di confessione cattolica che nei secoli passati furono assoggettate all'impero russo o che successivamente sotto lo stalinismo sono state deportate e sballottate per ogni landa desolata dell'immemza terra russa nel XXI non dolo parlano solo il russo ma sono ormai cittadini russi a tutti gli effetti; la Chiesa Ortodossa non può perciò continuare sciovinisticamente a considerare ogni cittadino russo come naturaliter fedele del patriarcato di Mosca!
L'accusa di "proselitismo" rivolto al cattolicesimo, perciò, trae origine da un profondo errore ecclesiologico che solo formalmente vuol difendere i sacri canoni della Chiesa antica che vietavano ad un patriarcato di creare diocesi nel territorio "canonico" di una "chiesa sorella" quando invece, nella sostanza, ubbidiscono a quell'atteggiamento spirituale (ed ideologico) che il Trono Ecumenico nel 1872 anatemizzò dandogli il nome di "Filetismo", ovvero l'eresia per cui si confonde l'appartenenza di fede con l'appartenenza ad una etnìa!
Esempli eclatanti un tale "imperialismo religioso" sono le proteste per la visita nel 2003 di Giovannni Paolo II in Ucraina, poichè seppur nazione indipendente è considerata territorio canonico di Mosca, o la recente teatrale protesta della delegazione russa per la presenza ai colloqui teologici cattolico-ortodossi di Ravenna del settembre 2007 della delegazione della Chiesa Autocefala Estone di cui Mosca non acceta l'indipendenza poichè continua a considerare i Paesi Baltici parte integrante del proprio territorio canonico.


Defunto il polacco Giovanni Paolo II tutti gli osservatori di cose vaticane hanno sentenziato che sotto il pontificato ratzingeriano sono migliorati i rapporti tra Roma e Mosca, o per meglio dire sono aumentate le dichiarazioni di apprezzamento per Benedetto XVI da parte dei gerarchi della Chiesa russa.
Ancor più viva soddosfazione e rallegramenti verso l'operato del Vaticano è stata espressa da parte del patriarca Alessio per l'avvenuta sostituzione -in data 21 settembre 2007- del polacco (cittadino bielorusso ma di etnìa polacca!) monsignor Tadeusz Kondrusiewicz, vescovo cattolico a Mosca, con l'italiano (e ciellino) don Paolo Pezzi.
Gli analisti di cose vaticani hanno sentenziato che questa sostituzione avrebbe reso migliori i rapporti ecumenici. La spiegazione che la cagione della maggior collaborazione tra il nuovo italico "Arcivescovo della Cattedrale della Madre di Dio a Mosca" ed il Patriarcato ortodosso starebbe nel fatto che avere a Mosca un vescovo italiano significa per la Chiesa ortodossa una maggior vicinanza e sintonia col Vaticano è una tautologia priva di senso!
Il dodici volte piissimo vaticanista Andrea Tornielli spiegava che: "i russi e i polacchi si sono combattuti per secoli e la presenza di un arcivescovo di origini polacco-biolorusse, seppure pienamente giustificata dal fatto che i cattolici della Russia sono in buona parte di origini polacche per essere stati deportati prima dagli zar e poi da Stalin, era vista male. Un italiano sarà accolto meglio".

Se ho ben capito, allora, il miglioramento c'è se la sostituzione dell'arcivescovo vien vista dal punto di vista del patriarcato di Mosca, ma ciò non vuol dire che un miglioramento ci sarà nel dialogo ecumenico come infatti prontamente si è visto dalle successive dichiarazioni del metropolita Kirill ( il quale viene considerato, a torto o a ragione, il "numero due" della Chiesa russa ed il più "papabile" alla successione di Alessio II).

Sabato primo dicembre 2007, il metropolita Kirill di Smolensk e Kalinigrad, capo del "Dipartimento per i rapporti esterni" del patriarcato di Mosca, nel suo intervento ad un acconcio convegno moscovita dal titolo “Chiese locali e territorio canonico: aspetti canonici, giuridici ed interreligiosi" ha detto testualmente: “Noi non le riconosceremo mai e contesteremmo sempre la presenza di diocesi cattoliche normali nel territorio della Russia e consideriamo questo una sfida alla nostra comune idea, legata al principio territoriale delle amministrazioni ecclesiastiche”.

Il ricatto ecumenico è ben congeniato: se la Chiesa Romana considera la Chiesa Russa una "chiesa sorella" è perciò ritiene valida la successione apostolica dei vescovi ortodossi, non deve nominare vescovi di rito latino nei medesimi territorii in cui ci sono vescovi ortodossi russi. Se la Chiesa Romana, invece, nomina vescovi cattolici dove ci sono già vescovi ortodossi vuol dire che la Chiesa Cattolica non considera vero il sacramento dell'Ordine amministarato col rito bizantino, perciò la pubblicizzata volontà di Roma di preseguire il dialogo ecumenico non sarebbe sincera.

Lo sviluppo del dialogo tra il Patriarcato di Mosca e la Chiesa cattolica ( o la crisi del diaologo o peggio il fallimento) pertanto sarebbe condizionato "solo" dalla buona volontà del Papa di Roma cui spetta di modificare lo status delle diocesi cattoliche in Russia ridimenzionandole allo status di "Amministrazioni apostoliche" al fine di sottolineare e ratificare la preminenza della Chiesa Russa all'interno del suo storico bacino di influenza.

Alla inevitabile replica sulla presenza di diocesi ortodosse in "territorio canonico" cattolico, Kirill ha obbiettato che: "Le diocesi del Patriarcato di Mosca nella diaspora non sono ordinarie. Sono state create per provvedere alla cura pastorale delle persone della diaspora e non hanno confini definiti. In certo senso sono diocesi inusuali, come abbiamo sempre sottolineato in occasioni di dialogo con i cattolici”.
“Se nella Chiesa ortodossa ci fosse una nozione come quella di amministrazione apostolica, le diocesi in Europa sarebbero chiamate così”.
“Il contrasto deriva dalla nostra totale incomprensione del perché un termine del tutto appropriato è stato sostituito con uno del tutto inappropriato”.

Si capisce allora la soddisfazione per avere un italiano, cioè un occidentale, e soprattutto un non slavo, quale supremo capo della gerarchia cattolica in Russia al posto di un cittadino dl CSI qual'era invece Kondrusiewicz: ecco, in faccia a tutta la Santa Madre Russia, la rassicurante testimonianza che il cattolicesimo è una religione non russa fatta da stranieri (e quindi, implicitamente, solo per stranieri).

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giovedì, ottobre 04, 2007

Pacco, contropacco e contropaccotto /9


Ai primi di Marzo 2007 l'Università di Bologna aveva deciso di conferire a Sua Santità Alessio II la laurea Honoris causa in Diritto Canonico.
Alessio II, Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie, rispose accettando con favore ma facendo presente che, essendo la città di Bologna in Italia, ed essendo l'Italia "territorio canonico" della Chiesa Cattolica Romana, per ragioni protocollari ad accogliere Sua Santità Alessio doveva esserci il "pari grado" Sua Santità Benedetto XVI in persona (e non certo un "misero" cardinale arcivescovo!).
Il "Magnifico" Pier Ugo Calzolari ha risposto con una lunga ed articolata lettera in cui, in sostanza, lo invitava a fissare la data della propria calata su Bologna senza aspettarsi preventivamente la conferma della presenza del Romano Pontefice, ammiccando, molto italianamente, che poi, come suol dirsi "da cosa nasce cosa". Per poi meglio spiegare all'algido Presule che la legge "canonica" del popolo italiano è quella dell'arte d'arrangiarsi, il Rettore a Pasqua s'è recato a Mosca assieme al professor Andrea Zanotti, il docente di Diritto canonico che ha proposto la laurea ad Honorem.

Il Patriarca ha risposto invitando nuovamente la delegazione a recarsi a Mosca a maggio per la festa dei Santi Cirillo e Metodio però questa volta in forma ufficiale così che, di solennità in solennità, al termine della divina liturgia nella basilica dell’Ascensione al Cremlino, il Patriarca ha ricevuto la delegazione bolognese nell'attiguo palazzo del Patriarcato felicitandosi per il fatto che la decisione di conferirgli la laura honoris causa fosse stata presa all'unanimità ( quasi per ispirationem sive per acclamationem).
La delegazione dello "Studium" bolognese s'è mostrato comprensiva per la necessità di Alessio II di tempo per organizzare il suo "gran tour" e per meglio significare l'ansia di accogliere il Patriarca la delegazione ha annunziato che alcuni generosi bolognesi si sono proposti di finanziare completamente i restauri dell'antica chiesa moscovita dedicata a San Clemente Papa.

Il problema del "territorio canonico" è la grande spina nel fianco del dialogo tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa russa poichè l'istituzione di vere e proprie diocesi di rito latino nel territorio dello Stato russo è considerata una violazione dei sacri canoni stabiliti dai primi concili ecumenici che vietavano ad un patriarcato di fondare diocesi nel territorio di un altro patriarcato; un patriarcato poteva creare nuove diocesi solo nei territori ancora privi di strutture ecclesiastiche; ragion per cui si accusa la Chiesa cattolica di considerare "la Santa Russia" al pari di una nazione pagana!
Il fatto che le diocesi di rito latino non abbiano il nome della corrispondenti diocesi ortodosse ma prendano il titolo dalla Chiesa cattedrale (per cui ad esempio il vescovo cattolico di Mosca non ha il titolo di "Arcivescovo di Mosca" -che è il titolo di Alessio II!- ma "Arcivescovo della Chiesa della Madre di Dio a Mosca" viene giudicato non un segno di rispetto ma solo un "bizantinismo".
Però la creazione di diocesi russe-ortodosse in "territorio canonico" cattolico non pare comporti problemi dato che vi è persino un Metropolita del Patriarcato di Mosca che si fregia del titolo di "vescovo di Vienna" quando è universalmente risaputo che Vienna da tempo immemorabile è una sede episcopale romano-cattolica!
L'antica regola che recitava: "un solo vescovo per una città" nel cattolicesimo, seppur ancora valida ed applicata, ha le opportune eccezioni quando in un medesimo territorio vi sono cattolici di differente rito (e quindi vi possono essere due o più vescovi di rito differente nella medesima città) oppure sono state create diocesi non organizzate territorialmente.
Ma anche nelle varie Chiese Ortodosse, nonostante le dichiarazioni formali di fedeltà all'organizzazione ecclesiastica stabilita quando c'era l'Impero Romano, nella realtà dei fatti anch'esse hanno costituito delle diocesi in territorio "non canonico" -alla stregua di "prelature personali"- arrivando poi a situazioni come quella dell'Ungheria dove per sopperire alle necessità pastorali della piccola minoranza ortodossa c'è un vescovo ortodosso romeno, un vescovo ortodosso russo, uno vescovo ortodosso bulgaro, uno ortodosso serbo, un vescovo poi che obbedisce al Trono Ecumenico, oltre ovviamente al vescovo della Chiesa autocefala ortodossa ungherese!

Si è detto che se il Patriarcato di Mosca tratta "a pesci in faccia" la Chiesa Romana lo fa proprio perchè la riconosce come vera Chiesa "sorella" e quindi ne riconosce la validità dei sacramenti ed anche quella della validità della successione apostolica dei vescovi: infatti il Patriarcato di Mosca non ha reagito con altrettanta virulenza di fronte alla fondazione in Russia di "sette" protestanti e non minacciandoli di interrompere il dialogo ecumenico, come invece ha fatto nei riguardi della Chiesa Cattolica!

E' poi da valutare l'atteggiamento del Patriarcato di Mosca che si fa forte del proprio primato nel numero di fedeli e ne fa un'arma egemonica di fronte a tutte le altre Chiese autocefale. Pertanto il "niet" ad un incontro del Patriarca moscovita col Pontefice romano mentre invece gli altri patriarchi ortodossi, volenti o nolenti, hanno abbracciato il Vescovo di Roma, vuol essere la prova provata che senza il consenso di Mosca è impossibile giungere ad una rappacificazione tra cattolicesimo ed ortodossia. Morale della favola: l'effettivo leader dei cristiani ortodossi non siederebbe sul Bosforo ma sulla Moscova!

La politica di ostruzionismo fino ad ora ha funzionato tanto che la prevista partecipazione congiunta del sedici volte Benedetto e del Patriarca Ecumenico Bartolomeo al summit teologico cattolico-ortodosso previsto a Ravenna dal 7 al 15 ottobre 2007 è saltata!
Se Cristo si è fermato ad Eboli Bartolomeo I è fermato a Napoli: ivi incontrerà Benedetto XVI durante la (prevista ad hoc) visita pastorale del papa alla città partenopea, domenica 21 ottobre.



Nel frattempo però anche Alessio "lento pede" si è mosso!
Per la prima volta da quando nel 1990 è stato eletto Patriarca di Mosca ha compiuto un viaggio all'estero che non fosse in un paese a maggioranza ortodossa, entrando in "territorio canonico" della Chiesa Cattolica per recarsi a Strasburgo su invito delle autorità della Comunità Europea.
Intervistato da Le Figarò (primo ottobre 2007) Alessio II ha così spiegato le ragioni del suo viaggio:
"In diciassette anni al servizio della Chiesa, ho visitato 83 diocesi della Chiesa ortodossa russa. Ho dunque sempre avuto intenzione di visitare la diocesi di Chersonèse, che si trova in Francia.
Questa visita e' stata accelerata dall'invito del presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa , che mi ha proposto di parlare all'aula. Nel visitare Strasburgo, non potevo ignorare Parigi.
Ho quindi accettato con piacere l'invito della Conferenza episcopale francese. Sono felice di potere chiarire il nostro punto di vista ed ascoltare quello della Chiesa Cattolica. La questione essenziale e' l'uomo. Noi viviamo in un mondo secolarizzato, che cerca di marginalizzare la religione. Occorre difendere i valori spirituali."


Innanzitutto il Patriarca sostiene di essersi recato in visita pastorale alla sua diocesi ortodossa presente in Francia, in territorio canonico del "Patriarcato di Roma", senza che ci fosse a Parigi ad accoglierlo un Patriarca pari grado ma solo un arcivescovo della città che ancora non è nemmeno cardinale! Perchè mai il Papa di Roma non potrebbe andare a visitare i vescovi cattolici presenti nel territorio della Confederazione Russa senza curarsi di incontrare il Patriarca ortodosso?

Si obbietterà che recarsi a Bologna non è come recarsi a Parigi perchè il Papa sta in Italia e non in Francia.
Però la Francia come l'Italia, dal punto di vista caro all'ecclesiologia degli ortodossi, fa parte del "patriarcato" di Roma.
Parrebbe quasi che l'abolizione dall'Annuario pontificio del titolo di "Patriarca d'Occidente" sia servito proprio a rendere più agevole gli spostamenti di Alessio II.

Il viaggio in Francia di Alessio II dal punto di vista ecumenico potrebbe essere letto come un gesto "forte"! Potrebbe essere l'implicita accettazione da parte della Chiesa ortodossa dell'analisi storica esposta dalla Chiesa cattolica per giustificare l'abolizione del titolo di "Patriarca dell'Occidente": tale titolo fu sempre vissuto dai papi come un titolo puramente onorifico poichè diversamente da quello dell'Impero Romano d'Oriente, il cristianesimo latino non ha mai avuto una struttura organizzativa unita ed omogenea come nei patriarcati dell'oriente bizantino.
Le Chiese dell'Occidente latino seppur vedendo nel Vescovo di Roma la somma autorità si erano strutturate in macro regioni (la Chiesa visigotica di Spagna, la Chiesa gallicana etc) poi trasformandosi in "Chiese di Stato" e negli ultimi tempi configurandosi in "Conferenze episcopali nazionali".
Se così fosse, questo spiegherebbe il perchè Alessio II abbia trovato conveniente che il 3 ottobre ad omaggiarlo fosse il cardinale Jean-Pierre Ricard, arcivescovo di Bordeaux in qualità Presidente della Conferenza Episcopale francese (e non il "pari grado" Patriarca di Roma).

Nel pomeriggio un'altro sommamente significativo gesto del patriarca è stato quello di partecipare nella Basilica di Notre Dame ad una pubblica preghiera comune con l'arcivescovo di Parigi che gli ha fatto omaggio di una speciale ostensione della reliquia della corona di spine che si trovava orginariamente a Costantinopoli e fu poi comprata da San Luigi IX. Si ricordi che quando Giovanni Paolo II si recò nel 2001 in Grecia l'Arcivescovo di Atene non acconsentì a celebrare nessuna preghiera comune e solo durante l'incontro privato -a quattrocchi e senza testimoni- si arrese alla richiesta papale di recitare insieme il "Padre Nostro".

Sicuramente, da parte Ortodossa in questi pochi anni ci sono state delle positive aperture, spero solo che la causa non sia da attribuire solo alla provenienza geografica del Papa di Roma (per i Russi i Polacchi sono sempre stati i nemici storici)!

Grande meraviglia, è stata la mia, nel non trovare nei mass media italioti (tranne ovviamente nell'Avvenire) alcuna eco del discorso che il 2 ottobre Alessio II ha tenuto al Consiglio d'Europa.
Alessio II ha deprecato il «relativismo morale»:
«C'è oggi una frattura funesta tra i diritti dell'uomo e la morale. La si può vedere nella comparsa di una nuova generazione di diritti che sono in contraddizione con la morale, fino alla giustificazione di atti amorali con l'aiuto dei diritti dell'uomo»; ammonendo che di fronte ai convincimenti etici dei singolo «non c’è potere dello Stato che possa interferire in ciò».
Tra l'altro ha poi additato il pericolo di «estromettere la religione dalla sfera pubblica per relegarla nel privato» ma che anzi andrebbe incoraggiato lo studio della religione nelle scuole al fine di formare nelle nuove generazioni quei morali che sono i pilastri sui quali si regge la società.
Insomma, un discorso che pareva scritto da Benedetto XVI e che ne ha pertanto decretato la subitanea damnatio memoriae poichè a molti non pare opportuno propagandare alle masse che la Chiesa cattolica non è rimasta da sola ad ostinarsi a riproporre le sue tesi antiquate, e che pertanto non è vero -come invece l'intelighentia ci dice, martellante, ogni santo giorno! - che l'unica strada per il Cattolicesimo per essere "più ecumenico" sia quello di abbracciare le magnifiche sorti e progressive del protestantesimo!

A proposito di politically correct, ad una -in vero, poco fantasiosa- domanda rivoltagli sulla discriminazione degli omosessuali Alessio II ha risposto che sono sbagliate le di­scriminazione verso gli omosessuali ma parimenti non si può tollerare la libera propaganda di comportamenti peccaminosi che: «cambiano la personalità dell’uomo, in questo senso sono una distorsione, una malattia».
L'avesse detto il papa sarebbe stato sottoposto ad un massacro mediatico, ci sarebbero state marce di protesta e qualche attivista gay come i bonzi si sarebbe dato fuoco in Piazza san Pietro!
Ma neanche delle "medievali" dichiarazioni di Alessio II nessuna risonanza suo mezzi di comunicazione italiani di solito invece sempre solleciti al cicaleccio ecclesiastico tanto che persino la nomina del "sacrestano" del papa diventa una notizia da prima pagina!
La Chiesa ortodossa, nonostante tutto, però consente ai preti di sposarsi: meglio presentarli come tipi simpatici, no?

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lunedì, giugno 11, 2007

Pacco, contropacco e contropaccotto /8

Ovvero: Autocefalia canaglia

L'Espresso in edicola venerdì 7 giugno 2007 pubblica un "Colloquio" tra il giornalista Gigi Riva con Sua Beatitudine Crisostomo II Arcivescovo della Chiesa Ortodossa autocefala di Cipro.

Classe 1941, Crisostomo è stato eletto "Arcivescovo di Nuova Giustiniana e di tutta Cipro" il 6 Novembre 2006 dopo aver a lungo ricoperto la carica di Presidente del Santo Sinodo della Chiesa di Cipro in seguito alla grave malattia del predecessore e in tal veste di "locum tenens" nel 2005 ha partecipato ai funerali di Giovanni Paolo II e all’inaugurazione del Pontificato di Benedetto XVI il quale, a sua volta, ha mandato una delegazione ufficiale della Chiesa cattolica alla intronizzazione di Crisostomos II a nuovo capo della Chiesa cipriota.

Arcivescovo Crisostomo II, circola voce che lei sarà il mediatore dell'incontro tra Roma e Mosca. E l'itinerario del suo viaggio del resto è eloquente.

"Una premessa. Ho chiesto io di poter vedere il papa e lo ringrazio per l'opportunità. Noi vogliamo aiutarlo in ogni modo per migliorare la relazione tra le due Chiese perché siamo figli dello stesso Padre. Sarei felice se accettasse l'offerta".

Ci sono, oggi, le condizioni per l'incontro con Alessio II?

"Ogni momento è un buon momento perché lo scopo è quello di fare ciò che è meglio per entrambe le Chiese. È chiaro che si tratta di un incontro che non si organizza in 24 ore. Prima bisogna scambiarsi i delegati, mettere al lavoro i teologi. Insomma, bisogna preparare l'evento perché sia un successo. Io sono pronto a fornire il mio contributo. Farò il possibile per farli incontrare. Loro e le Chiese".

Ha avuto modo di sondare l'opinione di Alessio II al riguardo?

"Gli sono molto vicino e sono suo buon amico. Penso di poter affermare che nemmeno per lui ci sono problemi. Quando si hanno buone intenzioni, gli ostacoli si superano".

Giovanni Paolo II ci provò a superarli, ma si trovò davanti difficoltà insormontabili. Oltretutto passava per essere più favorevole al dialogo interreligioso di papa Ratzinger. Fu lui a promuovere gli incontri di Assisi.

"Durante il pontificato di Giovanni Paolo II l'allora cardinale Ratzinger forse aveva un modo differente di vedere le questioni. Ma nella posizione attuale ha un'altra responsabilità. È il papa. E, non dimentichiamolo, è un papa teologo. Conosce bene la teologia greca e questo aiuta il dialogo tra le Chiese".[...]




Orbene, prendiamo atto e rallegriamoci tutti per l'intraprendenza ecumenica dell'Arcivescovo di Cipro e per la sua costatazione della presente concordia tra tutte le Chiese autocefale.
Nel frattempo Benedetto XVI ha anche nominato un nuovo prefetto della Congregazione delle Chiese orientali in sostituzione di Sua Beatitudine il patriarca siriaco di Antiochia, il siriano Ignace Moussa Daoud.
Recatosi il 9 giugno presso il palazzo della congregazione in via della conciliazione nella festa di sant'Efrem il siro per commemorare il novantesimo della fondazione (per volontà del predecessore Benedetto XV) della congregazione dei cattolici di rito orientale, il sedici volte Benedetto ha dato l' annuncio della nomina del nuovo prefetto nella persona del Sostituto della Segreteria di Stato l'argentino Leonardo Sandri.
Sarebbe malignità pensare che questo sia per Sandri un dorato pensionamento al pari della nomina del Sostituto agli affari esteri Jean-Lous Touran a Cardinale Bibliotecario.
D'altronde non è abituale (vedi Ratzinger e Sodano) che quando un capo dicastero presenti la domanda di dimissioni al compimento dei settantacinque anni, come prevede la legge canonica, queste vengano rapidamente accettate. Forse il cardinale Daoud soffre di problemi di salute, forse preferisce tornarsene in Siria (ma che compito pastorale può avere un Patriarca "emerito"?) o, forse, proprio per la presente accellerzione del dialogo con le Chiese ortodosse, la presenza ai vertici dell Curia Romana di uno di quelli che gli ortodossi chiamano spegiativamente un "uniate" può essere un ostacolo al dialogo, e non solo un ostacolo psicologico: si ricordi che per concedere il placet al viaggio di Giovanni Paolo II ad Atene la Chiesa autocefala ellenica pretese espressamente che il cardinale Ignazio Moussa Daoud non facesse parte del seguito papale!

Probabilmente il sedici volte Benedetto si augura che un monsignore rotto a tutte le sottigliezze della concertazione diplomatiche sia assai più adatto a trattare con le chiese ortodosse e con gli stati ortodossi poichè spesso nei paesi dell'est europeo lo sciovinismo nazionalistico rende i due elementi inseparabili.


A dispetto dell'ottimismo del buon Crisostomo di Cipro, dalla Russia ha cominciato a soffiare un vento gelido "preventivo" per bocca del solito Hilarion Alfeyev Vescovo ortodosso di Vienna e dell’Austria ( nonchè rappresentante del patriarcato di Mosca presso la Comunità Europea).

In un'intervista rilasciata venerdì 8 giugno sua eccellenza Hilarion paventa il "pericolo" di un accordo tra Cattolicesimo ed Ortodossia:

“La nostra affermazione principale è questa: il primato nella Chiesa è necessario, anche a livello universale, ma a livello della Chiesa universale non può essere primato di giurisdizione, ma solo primato d’onore”, ha detto in un’intervista all’agenzia “Interfax”.

“Storicamente, il primato del Vescovo di Roma nella Chiesa cristiana, dal nostro punto di vista, era quello dell’onore, non della giurisdizione – ha spiegato –. Ciò vuol dire che la giurisdizione del Papa di Roma non è mai stata applicata a tutte le Chiese”.

“Nel secondo millennio, il Papa di Roma è diventato de facto ‘il Patriarca d’Occidente’, con questo titolo riservatogli anche de jure fino ai tempi recenti, mentre nell’Est la Chiesa era guidata da quattro Patriarchi di Chiese ortodosse locali – quelli di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme”.

Dopo la rottura con Roma, il primato nella famiglia delle Chiese ortodosse si è spostato automaticamente a Costantinopoli, anche se i canoni delle origini ascrivono al Vescovo di Costantinopoli il secondo posto dopo il Vescovo di Roma.

A proposito del primato “non possono esserci compromessi di sorta”, ha affermato ancora il Vescovo Alfeyev.

“Lo scopo del dialogo teologico non è affatto raggiungere un compromesso – ha osservato –. Il suo obiettivo per noi è piuttosto identificare la visione originale della Chiesa del primato del Vescovo di Roma”.


Mi chiedo quando il vescovo Hilarion vorrà aprire un serio dibattito teologico per chiarire il ruolo del Patriarcato di Mosca durante il primo millennio dell'era cristiana!

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sabato, giugno 09, 2007

Historia Ecclesiastica Anglorum, V

Ovvero: come Giulio Meotti, sul Foglio di sabato 9 giugno 2007, ci dipinge lo stato attuale di quella Chiesa d'Inghilterra che venne fondata per risolvere le questioni di alcova di Enrico VIII.
Appaiono sempre più tremendamente lucide le analisi che del deplorevole stato della Chiesa d'Inghilterra - un gregge senza pastore- che ne tracciava il santo Cardinal John Henry Newman!


"Nella chiesa anglicana l’ortodossia è gay friendly, lo scisma conservatore"

In cima ai pensieri del primate anglicano Rowan Williams c’è soprattutto il sorpasso dei cattolici in Inghilterra.
A fermare l’emorragia ci aveva provato il reverendo gay friendly Robert Runcie, che ha una moglie che sulla Bbc parla spesso di sesso. Contro di lui si espose l’evangelico George Carey.
Gli anglicani oggi sono sull’orlo di uno scisma sulla questione omosessuale, a cui Time Magazine dedica la copertina con il titolo “Guerra santa”. Carey provò a placare il malumore conservatore richiamando il principe Carlo alla castità e facendo autocritica fino al punto di definire la sua chiesa “anima di una nazione atea”.
Nel 1998 a Lambeth si svolse la decennale conferenza anglicana e il risultato fu la linea dura contro l’ordinazione dei gay. Il Parlamento aveva abbassato a sedici anni l’età in cui vengono considerati leciti gli atti omosessuali e alcuni vescovi si dimostrarono molto concilianti.
Cinque anni dopo la guida degli anglicani episcopaliani Katharine Schori, la prima donna a capo di un ramo della chiesa in cinque secoli, consacrò il vescovo Gene Robinson, convivente gay e divorziato e per il quale Gesù era uno che “viaggiava con un gruppo di uomini”. Schori parlò anche di “madre Gesù”.

Williams non ha mai fatto mistero di aver ordinato sacerdoti gay e nel 1989 predicava la necessità di “allontanarsi dall’idea che il sesso riproduttivo sia una norma”. I vescovi conservatori non hanno mai digerito il suo savoir fair di hippy scozzese.
A Time, Williams dice ora che la chiesa non è mai stata così “fragile e vulnerabile”. La sua leadership non si estende oltre le province “bianche” perché nel conservatore Global South regna il primate nigeriano Peter Akinola, che parla del “vizio liberal” di considerare “la propria agenda più importante dell’obbedienza alla parola di Dio”. Negli anni 70 c’erano 5 milioni di anglicani in Nigeria e 16 diocesi. Oggi sono 18 milioni e 80 diocesi. Nei paesi “bianchi” sono fermi a tre milioni.

I leader anglicani emergenti in Inghilterra sono l’ugandese John Sentamu, arcivescovo di York, e il pakistano Michael Nazir Ali, arcivescovo di Rochester. Contro i predicatori islamisti Sentamu ha detto: “Non importa quale Dio adori, se ti manda a uccidere della gente mi chiedo: che genere di Dio è questo?”.
Nel dicembre scorso sette parrocchie in Virginia, contrarie alla nomina di Robinson, abbandonarono gli episcopaliani per seguire Akinola, il quale ha detto: “In Nigeria obbediamo alla Scrittura, sia conveniente o meno. Non è negoziabile”.

Secondo lo studioso Philip Jenkins è la marcia dell’islam a determinare il giudizio sull’omosessualità: “I musulmani convertono dicendo che l’occidente è sessualmente irresponsabile. Se la chiesa anglicana accetta i vescovi gay, i musulmani guadagnano terreno in Africa. Akinola sa che sotto attacco è l’esistenza della cristianità, l’equilibrio fra islam e cristianesimo”.
Nei giorni scorsi c’è stato un altro scandalo. Una collaboratrice di Williams, il reverendo Emma Loveridge, ha annunciato di essere incinta. Il problema è che non è neanche sposata.

Il prossimo anno a Lambeth si terrà un’altra conferenza. Williams non ha invitato né Robinson né il conservatore della Virginia, Martyn Minns, nominatoda Akinola. Si parla di una punizione per lo scisma: “Il mio nome è sinonimo di dissenso” aveva detto Minns. “Se la chiesa non evangelizza è morta” ripete Akinola. Il contrario di Williams, che ieri si incatenava alle basi dell’esercito americano e oggi allo spirito del tempo, mentre la maggioranza di fedeli conservatori va dalla parte opposta.
Quando Williams avallò la legge inglese sui gay, Akinola abrogò dallo statuto nigeriano la frase “in comunione con Canterbury”. “Se vogliono creare una nuova religione, good luck”.

Gli anglicani si sono divisi su tutto: sacerdozio, gay, aborto, islam, Israele, dialogo con i cattolici e dogmi. E’ come se lo scisma si fosse consumato e si trattasse di formalizzarlo. Basta pensare alle reazioni sulle caricature di Maometto. A Time, Williams ripete che bisogna capire la risposta di un “membro di una comunità musulmana isolata”. Quando in Nigeria i soggetti in questione passarono a bruciare le chiese, Akinola parlò un’altra lingua: “Ai fratelli musulmani diciamo che non hanno il monopolio della violenza”.

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lunedì, marzo 05, 2007

Pacco, contropacco e contropaccotto /7

Ovvero: Autocefalia canaglia



Intervistato da AsiaNews il metropolita russo ortodosso di Vienna ed Austria Sua Eccellenza Hilarion Alfeyev( nonchè rappresentante del patriarcato di Mosca presso l'Unione Europea) ha dichiarato che il patriarcato moscovita non gradirebbe affatto la sinfonica partecipazione del Sommo Pontefice e del Patriarca Ecumenico al simposio teologico cattolico-ortodosso fissato a Ravenna nell'ottobre 2007.


"Lei sarà il massimo esponente della Chiesa russo-ortodossa a Ravenna, dove si è parlato di un comune intervento del Papa e del Patriarca ecumenico.

È vero, c’è la possibilità che Bartolomeo I, Patriarca di Costantinopoli, e Benedetto XVI vadano insieme a questo appuntamento. Ma io penso che sia improbabile che il Papa vada a Ravenna, perché questo creerebbe più difficoltà che benefici.
Gli altri membri della Commissione sentirebbero di lavorare con un’eccessiva pressione alla presenza di entrambi; la compresenza del Papa e di Bartolomeo I, senza quella di altri patriarchi creerebbe l’errata impressione che i due siano i capi delle due Chiese. Mentre la struttura della Chiesa ortodossa è differente da quella della chiesa cattolica: essa è fatta di chiese autocefale ognuna guidata da un primate e tutti sono uguali, c’è un certo ordine di importanza, ma nessuno è subordinato agi altri.
Noi rispettiamo la supremazia di Bartolomeo I, come Patriarca ecumenico, coordinatore delle varie chiese, ma non vi è una supremazia giurisdizionale o amministrativa. Se c’è un incontro tra i due va letto come l’incontro tra la guida della Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli. Ma non quello tra i leader della Chiesa cattolica e ortodossa."



La precedente sessione della Commissione mista cattolico-ortodossa per il dialogo teologico s’è infatti chiusa a Belgrado il 24 settembre 2006 con le vibrate proteste proprio di Hilarion, quale rappresentante del Patriarcato ortodosso "di tutte le Russie", trovatosi in minoranza rispetto all'opinione degli altri teologi ortodossi proprio sul ruolo del Trono Ecumenico.

Il tema dibattuto era storico-ecclesiologico: partendo dall'analisi di come venga convocato un "Concilio Ecumenico" si traevano le conseguenze di cosa volesse significare concretamente per una Chiesa l'essere o non essere in "comunione" con un'altra Chiesa partendo dal secondo concilio di Nicea del 787, il settimo ecumenico ( nonchè l'ultimo riconosciuto come ecumenico dagli ortodossi!) le cui decisioni furono approvate dal patriarca di Costantinopoli e dai legati papali (nonchè dai legati degli altri patriarchi ormai sotto dominio mussulmano.

Or bene: se è certo che il concilio iconodulo fu l'ultimo universalmente "Ecumenico" esso non fu certo l'ultimo concilio! Dopo lo scisma del 1054 tra i vescovi di Roma e di Costantinopoli, sia il Pontefice romano sia il Patriarca costantinopolitano continuarono a convocare concilii se non più "ecumenici" almeno "generali" per discutere e risolvere controversie ecclesiali. Concilii a cui partecipavano i gerarchi e i teologi di quelle Chiese locali che si consideravano in comunione con l'una o con l'altra Chiesa. Roma e Costantinopoli perciò sarebbero da considerare nei fatti, prescindendo da qualunque potere di infallibilità, i centri "di gravità permanente" rispettivamente di tutte le Chiese di rito latino e di tutte le Chiese di rito bizantino.

E' evidente che, come anche il patriarcato di Mosca deve ammettere, se nel 1054 Roma e Costantinopoli ruppero la comunione tra loro e pertanto tra cristianità occidentale e cristianità orientale, è quindi dovere proprio del Vaticano e del Fanar di ristabilire l’unità!
La dichiarazione teologica proposta a Belgrado sul ruolo del Trono ecumenico quale unico possibile presidente di un eventuale concilio pan-ortodosso doveva quindi essere proprio la pezza d'appoggio su cui istituzionalizzare il ruolo del Fanar quale supremo referente del Vaticano nel dialogo con la giuridicamente frantumata ortodossia bizantina.

Quando si è tratta di votare l'articolo che definiva il ruolo del Trono Ecumenico all'intero dell'Ortodossia bizantina i delegati di Mosca si sono trovati da soli ad esprimere voto contrario: 2 voti contro 30!
Hilarion ha lamentando che la commissione teologica non teneva affatto conto delle reali proporzioni delle singole Chiese autocefale e che non era accettabile che venisse approvata una decisione a cui erano invece contrari i rappresentanti della Chiesa che da sola rappresenta il 70% dei cristiani ortodossi.

Sua Eccellenza Hilarion aveva dichiarato ai tempi della visita di Benedetto XVI al Fanar, e cioè due mesi dopo l'incontro teologico di Belgrado, che:"La Chiesa ortodossa non ha un unico Primate. Essa consiste di 15 Chiese autocefale, ciascuna diretta da un proprio Patriarca, Arcivescovo o Metropolita.

In questa famiglia di Chiese, il Patriarca di Costantinopoli è “primus inter pares”, ma il suo primato è di natura onorifica, non giurisdizionale, in quanto egli non ha autorità ecclesiale sulle altre Chiese. Pertanto, quando talvolta viene presentato come “capo” della Chiesa ortodossa nel mondo, si tratta di un’immagine fuorviante. Altrettanto fuorviante è considerare il suo incontro con il Papa di Roma come un incontro tra i due vertici della Chiesa ortodossa e della Chiesa cattolica.

Storicamente, fino allo scisma del 1054, il Vescovo di Roma godeva di una posizione di preminenza tra i vertici delle Chiese cristiane. I canoni della Chiesa orientale – in particolare il famoso 28° canone del Concilio di Calcedonia – assegnano il secondo posto e non il primo al Patriarca di Costantinopoli.

Inoltre, il contesto in cui questo secondo posto è stato concesso al Patriarca di Costantinopoli era di natura puramente politica: quando Costantinopoli divenne la “seconda Roma”, capitale dell’Impero bizantino, si decise che il Vescovo di Costantinopoli dovesse occupare il secondo posto dopo quello del Vescovo di Roma.

Dopo la rottura della comunione tra Roma e Costantinopoli, il primato nella famiglia ortodossa orientale si è trasferito sul “secondo in lista”, ovvero il Patriarca di Costantinopoli. Fu pertanto attraverso un evento storico che egli divenne “primus inter pares” per la parte orientale del mondo cristiano.

Personalmente ritengo che, affianco ai rapporti con il Patriarcato di Costantinopoli, sia egualmente importante che la Chiesa cattolica romana rafforzi le relazioni bilaterali con le altre Chiese ortodosse, e in particolare con la Chiesa ortodossa russa. Quest’ultima è la seconda Chiesa cristiana più grande al mondo, i cui fedeli assommano a circa 160 milioni di persone."


Traducendo: il Patriarcato di Mosca reputa di essere il vero, unico e legittimo rappresentante dell'ortodossia bizantina, con i suoi 160 milioni di cittadini russi, cioè il 70%di tutti gli ortodossi, di contro alle poche decine di greco-ortodossi che abitano ad Istanbul.

E', ahi noi, una vecchia storia che risale al XVI secolo quando, dopo la conquista ottomana di Costantinopoli "La nuova Roma", il principe moscovita si definì l'erede dell'impero bizantino-ortodosso proclamando Mosca quale "Terza Roma" e pretendendo per la Chiesa di "Tutte le Russie" l'autonomia totale dal Patriarca di Costantinopoli (ormai divenuto un suddito degli infedeli) e per il vescovo di Mosca lo status di patriarca nonchè il titolo di "Sua Santità".

Già dall'epoca del Concilio Vaticano II l'antico attrito fra Costantinopoli e Mosca per il "primato" sugli ortodossi si è spostato in campo ecumenico, divenuto un vero campo minato per la Chiesa Cattolica dopo il crollo del comunismo sovietico.
Molti e poco edificanti "fioretti" antichi e recenti si potrebbero citare in tal proposito!
Ma ciò che a me stupisce particolarmente è la totale disinvoltura con cui il Patriarcato di Mosca dichiari "contingente" la funzione primaziale del Trono ecumenico mentre quando i greco-cattolici ucraini hanno tentato di costituire una propria struttura patriarcale questa è stata considerata un attacco alla Chiesa di Mosca che oltre mille anni or sono ebbe origine nell'attuale Ucraina.

Vorrei sapere in base a quale assunto teologicamente fondato si basa il principio che la "contingenza storica" và applicato solo quando conviene!

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mercoledì, febbraio 14, 2007

Pacco, contropacco e contropaccotto /6

Ovvero: Prefazione scritta dal metropolita Kirill di Smolensk (presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca) al libro di Joseph Ratzinger Introduzione al Cristianesimo pubblicato per la prima volta in lingua russa dalla "Biblioteca dello Spirito" per decisione del patriarcato di Mosca.


"Il libro Introduzione al Cristianesimo che proponiamo ora al lettore russo, fu pubblicato per la prima volta quasi quarant’anni fa, nel 1968. Raccoglie le lezioni tenute nel corso dell’estate 1967 all’Università di Tubinga dal sacerdote Joseph Ratzinger, che in seguito sarebbe diventato papa Benedetto XVI. Non è tuttavia l’attuale posizione dell’autore a motivare la pubblicazione di questo libro in Russia oggi.
A mio parere, la ragione principale per la quale il volume è stato più volte stampato e tradotto in diverse lingue risiede nell’attualità del tema che vi viene trattato, un’attualità che aumenta di anno in anno. Può sembrare paradossale, ma noi, cristiani dell’inizio del terzo millennio, abbiamo sempre più bisogno di un’introduzione al cristianesimo, di riscoprirne cioè i principi fondanti, di ritornare ai capisaldi, alle origini. Questa necessità è sentita in modo particolarmente acuto nel continente europeo, per secoli culla del cristianesimo, e la cui cultura e civiltà si fondano sulla fede cristiana.

Introduzione al Cristianesimo è un tentativo di chiarire in profondità il significato della fede in Cristo nel mondo moderno.
Qualcuno potrebbe obiettare che gli anni 60 del secolo scorso sono molto diversi dal contesto in cui l’umanità vive oggi. Che cosa può dire - verrebbe fatto di chiedersi - questo libro al lettore contemporaneo, all’uomo che vive nell’epoca di internet, dei telefoni cellulari e della globalizzazione?
Ahimè, il progresso tecnologico e i mutamenti sociali creano condizioni più agiate di vita materiale ma non influiscono positivamente sulla vita spirituale della gente. Al contrario, le tendenze preoccupanti che si osservavano già negli anni 60 nella condizione spirituale del mondo che soleva farsi chiamare cristiano, hanno oggi acquistato piena forza, e l’Europa si vergogna addirittura delle proprie radici cristiane.

Analizzando la situazione attuale del cristianesimo in Europa si è facilmente tentati di ricondurre le diversità e le difficoltà esclusivamente a fattori storici e politici. Tanto più che sulla situazione religiosa dei paesi dell’Est Europa, e soprattutto della Russia, hanno notevolmente influito le persecuzioni contro la fede perpetrate dai regimi totalitari. Nella prima metà del XX secolo, fu sottoposta a persecuzioni analoghe anche la Chiesa cattolica in Messico e nella Spagna repubblicana.
Va sottolineato che anche coloro che perseguitarono i cristiani a quel tempo, erano cresciuti a loro volta in un contesto cristiano, avevano avuto costantemente la possibilità di udire l’annuncio della fede. E nonostante questo, per vari motivi non accolsero «le parole di vita eterna» (Gv 6,68).
Furono loro a rifiutarlo intenzionalmente, o forse i portatori dell’annuncio cristiano vennero meno in qualche modo alla loro missione?
Penso che noi, come credenti e membri della Chiesa, che abbiamo come primo compito quello di annunziare il Vangelo, dobbiamo trarre una lezione dalla storia e decidere nuovamente, ognuno per se stesso, che cosa dire e in che modo parlare al mondo di Cristo, per poter essere ascoltati.

Mi arrischio ad asserire qui che un grave fattore che ostacola la capacità di accogliere l’annuncio cristiano nel mondo secolarizzato di oggi è il fatto che noi cristiani, in Occidente come in Oriente, ci siamo preoccupati prevalentemente di trovare un linguaggio adeguato per dialogare con il mondo, dimenticandoci nel contempo i contenuti da comunicare. In realtà, l’essenza e il significato della Buona Novella che siamo chiamati ad annunciare è la Verità stessa, la quale ha in sé una grande capacità di attirare le persone, parlando direttamente ai loro cuori. A noi tocca semplicemente presentare agli uomini la Verità in tutta la sua integrità e pienezza, e poi sarà essa stessa a farli liberi (cfr. Gv 8,32). Proprio per questo motivo è necessario tornare continuamente alle origini, alla Tradizione, che riveste un’importanza vitale per la Chiesa perché in ultima analisi scaturisce dal Dio che si è fatto Uomo.

Dobbiamo ricordare sempre che il centro del nostro annuncio dev’essere il Verbo Divino Incarnato, il nostro Signore Gesù Cristo. È Lui che prima di tutto dobbiamo far conoscere agli uomini. Se così faremo, le nostre parole troveranno sempre maggior ascolto, così come tutto il mondo prestò ascolto agli Apostoli, semplici pescatori della Galilea.

Mi pare che proprio questo sia il messaggio essenziale contenuto nel libro Introduzione al Cristianesimo. Per questo, è così importante per noi prendere in esame la personalità del suo autore. Joseph Ratzinger era noto in tutto il mondo come illustre teologo, molto prima di essere eletto Papa e anche prima di essere nominato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Per questo motivo, l’attuale pontefice ha sempre goduto di una solida fama di tradizionalista e conservatore, tanto da essere guardato con una certa diffidenza dagli ambienti liberali che, purtroppo, guadagnano sempre più posizione nel mondo cristiano contemporaneo. Per qualche ragione, infatti, la mentalità comune fa coincidere il conservatorismo con una ristrettezza di vedute, mentre questo in realtà non è assolutamente vero. Il tradizionalismo di Benedetto XVI è uno sguardo che va in profondità, una saggia capacità di cogliere l’essenza intima delle cose. Attraverso la preoccupazione che gli è propria di ritornare ai fondamenti del cristianesimo, egli non intende affatto sottrarsi ai gravi interrogativi che il mondo pone: al contrario, vi risponde con decisione, sempre fondandosi sull’eterna e immutabile Verità.
Del resto, il mondo muta solo esteriormente, e gli interrogativi che pone sono gli stessi di mille anni fa; neppure il contenuto delle nostre risposte, quindi, deve cambiare.
Questo - è mia profonda convinzione - deve essere l’atteggiamento di tutti i cristiani che desiderino rimanere fedeli all’eternamente giovane Tradizione della Chiesa a fronte dell’ennesima offensiva del relativismo totalitario di cui siamo oggi spettatori. Tale fedeltà alla tradizione è oggi professata con chiarezza dalla Chiesa ortodossa e dalla Chiesa cattolica. Questo avvicina le loro posizioni e lascia sperare in un superamento dei problemi che esistono attualmente fra di esse, affinché possano giungere a una feconda collaborazione nell’annuncio dei valori cristiani. Proprio questo spirito di fedeltà alle nostre comuni radici permea letteralmente il libro di papa Benedetto XVI, Introduzione al Cristianesimo, che raccomando calorosamente ai lettori ortodossi così a come tutti i credenti in Cristo e a coloro che sono ancora alla ricerca di una strada che conduca alla Verità."

[Tracce, gennaio 2007]

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martedì, dicembre 05, 2006

Pacco, contropacco e contropaccotto /5

Ovvero: COMUNICATO DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE CIRCA LA VISITA DI SUA BEATITUDINE CHRISTODOULOS, ARCIVESCOVO DI ATENE E DI TUTTA LA GRECIA, AL SANTO PADRE BENEDETTO XVI



Sua Beatitudine Christodoulos, Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, farà visita al Santo Padre Benedetto XVI e alla Chiesa di Roma nei giorni 13 -16 dicembre 2006. L'Arcivescovo era stato a Roma per i funerali di Sua Santità Giovanni Paolo II, di venerata memoria, ma è la prima volta che il Primate della Chiesa Ortodossa di Grecia si reca in visita ufficiale al Papa e alla Chiesa di Roma.

Il Santo Padre riceverà S. B. Christodoulos e il suo seguito nella mattinata di giovedì 14 dicembre. Con una cerimonia nella Basilica di S. Paolo fuori le Mura, sarà consegnata all'Arcivescovo parte della preziosa Catena della prigionia di S. Paolo, che si conserva in quella Basilica. L'Università Lateranense conferirà all'illustre ospite una Laurea Honoris Causa. Nel suo soggiorno, l'Arcivescovo e il suo seguito si recheranno in pellegrinaggio in alcuni luoghi santi di Roma (Basiliche, Catacombe).

Il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa di Grecia, nella sessione del 3 novembre 2006, come si riferisce nel Comunicato reso pubblico al termine dei lavori, "ha espresso la propria gioia per la realizzazione di questa visita i cui frutti saranno positivi".

L'Arcivescovo sarà ricevuto con calorosa fraternità ecclesiale e con l'onore dovuto al suo rango di Primate della Chiesa Ortodossa di Grecia.

Nell'anno 2001 il Papa Giovanni Paolo II, di venerata memoria, nel suo pellegrinaggio sulle orme di S. Paolo, si era recato all'Areopago di Atene dove, dopo una cerimonia, era stata firmata una Dichiarazione comune con S.B. l'Arcivescovo Christodoulos. Il Santo Padre era stato ricevuto nella sede del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa di Grecia.

Negli anni seguenti vi è stato uno scambio di visite fra una Delegazione del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa di Grecia venuta a Roma, e una Delegazione del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani recatasi ad Atene. A queste iniziative sono seguiti altri fraterni e intensi contatti fra la Chiesa di Roma e la Chiesa Ortodossa di Grecia.

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sabato, dicembre 02, 2006

Carenza di Bosforo /1

Sive: "Et vidit aquam egredere de Templo a latere dextro"



La giornata del 30 settembre con i suoi appuntamenti altamente simbolici è stata la vera grande giornata del viaggio papale in Turchia. C'erano spunti per scrivere pagine e pagine di giornale e per costringere i telegionali ad aprire con lunghi servizi corredi dalle sontuose immagini della liturgia bizantina, della calda ieraticità di Santa Sofia e della fredda maestosità di Sultanhamet (più nota agli infedeli come "la Moschea Blù").

Al confronto l'appuntamento del mattino dopo appariva come una qualsiasi messa in qualunque parrocchia romana. C'era tutto l'episcopato cattolico di Turchia, c'erano i capi delle chiese sorelle, in primis il Patriarca Ecumenico che durante la messa ha scambiato l'abbraccio di pace col Papa, ma il fatto non poteva fare gran che sensazione essendo l'opinione pubblica già satura degli abbracci, baci, e reciproche cortesie scambiatesi solo il giorno precedente dai due sommi gerarchi!

Bisogna poi essere un pio fedele introdotto allo "spirito della liturgia" per trovare interesse al fatto che nella cattedrale latina di Istanbul, dedicata allo Spirito Santo, Benedetto XVI abbia celebrato la messa votiva dello Spirito Santo in una cerimonia che ha evidenzato la compresenza di più riti nella comunità cattolica turca. Accanto al latino (usato nella consacrazione eucaristica mentre il resto della messa è stata celebrata in francese), gli armeni hanno cantato il «Sanctus»; i caldei il salmo responsoriale e il canto di offertorio in lingua aramaica, mentre in rito siriaco si è svolta la proclamazione del Vangelo.

In soccorso dei giornalisti, e del loro lavoro, è venuto in contro lo stesso sedici volte Benedetto che ha compiuto un ulteriore gesto simbolico a favore di telecamere liberando nell'azzurro cielo stanbuliota tre candide colombe.
Poi alla fine della messa ha chiesto scusa alla popolazione per il disturbo causato dai suoi spostamenti tra una sponda e l'altra del Corno d'Oro:
"Alla fine vorrei ringraziare l'intera popolazione di Istanbul e delle altre città della Turchia per la cordiale accoglienza che mi è stata ovunque riservata. Il mio ringraziamento è ancor più sentito e profondo, perché so che la mia presenza in questi giorni ha creato non pochi disagi allo svolgimento della vita quotidiana della gente. Grazie di cuore anche per la comprensione e per la pazienza dimostrata."

I cronisti potevano ritenersi soddisfatti ma c'è stato qualcuno -col senno di poi non ho fatto caso se era un inviato della Rai o di Mediaset- che si è avventurato in un commento dell'omelia papale. Secondo il giornalista televisivo il papa nella sua omelia avrebbe fatto un appello per il problema della mancanza dell'acqua.

Sinceramente ho pensato alla volontà papale di manifestare un segno di vicinanza al problema dell'approvigionamento idrico che affligge un pò tutte le popolazioni del medioriente e che si sia voluto associare alle manie ecologiste di Bartolomei I che con tutti i suoi simposi organizzati in difesa dell'ambiente si è guadagnato il nomignolo di "Patriarca verde".

Poi sono andato a leggermi l'omelia e con divertito raccapriccio ho individuato il qui pro quo.
BenedettoXVI rivolgendosi alla sparuta comunità cristiana che vive immersa in un mare islamico ha incoraggiato a mantenere viva la fede in Gesù Cristo: "E’ lui la sorgente della nuova vita che ci è donata dal Padre, nello Spirito Santo. Il Vangelo di san Giovanni l’ha appena proclamato: “Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. Quest’acqua zampillante, questa acqua viva che Gesù ha promesso alla Samaritana, i profeti Zaccaria ed Ezechiele la vedevano sorgere dal lato del tempio, per rigenerare le acque del Mar morto: immagine meravigliosa della promessa di vita che Dio ha sempre fatto al suo popolo e che Gesù è venuto a compiere."A questo punto segue immediatamente il passo "incriminato":
"In un mondo dove gli uomini hanno tanta difficoltà a dividere tra loro i beni della terra e dove ci si inizia a preoccupare giustamente per la scarsità dell’acqua, questo bene così prezioso per la vita del corpo, la Chiesa si scopre ricca di un bene ancora più grande."

Si ripropone, anche se in modo indolore, la difficoltà dei Mass Media di riportare limpidamente anche il messaggio meno accademico di Papa Ratzinger.

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Rintrono ecumenico /2

Ovvero: Avvenire radioso

Nella intervista "a caldo" rilasciata all'inviato dell'Avvenire (pubblicata il primo dicembre), a proposito dei colloqui privati tra i sommi pastori delle due "Rome", il Patriarca Ecumenico ha dichiarato:
"A questo riguardo posso dire che ho parlato con Sua Santità di qualcosa, qualcosa che potremmo fare.
Gli ho fatto una proposta che ora tuttavia non posso anticipare, in quanto aspettiamo una risposta ufficiale in tal senso; però posso dire che Sua Santità s’è dimostrato molto interessato e l’ha accolta con favore.
Speriamo che si possa realizzare, perché si muove proprio nella prospettiva di quel progresso ecumenico che, come abbiamo affermato e anche scritto nella Dichiarazione congiunta, siamo entrambi determinati a perseguire."




Sabato 2 dicembre, poi, "L'Avvenire" pubblica la seguente intervista all'archimandrita Eleuterio Fortino:

«Un concreto passo avanti verso la piena unità»

Non c'è solo la dichiarazione comune, firmata dal Papa e dal Patriarca, nel bilancio ecumenico, «ampiamente positivo», del viaggio di Benedetto XVI a Costantinopoli. Ci sono anche tanti gesti, piccoli e grandi, magari sfuggiti all'occhio «profano», ma non ad un osservatore attento come monsignor Eleuterio Fortino.

Il sottosegretario del Pontificio Consiglio per l'unità dei cristiani, esperto di dialogo tra cattolici e ortodossi, lo dice chiaramente: «Questo incontro è un concreto passo avanti verso la piena unità».

Su che cosa si basa questa sua valutazione?

«La dichiarazione comune è sicuramente interessante sia per il tono, sia per i contenuti. Ma al di là dei documenti, dei discorsi e degli incontri ufficiali, ho notato alcuni gesti che sono autentiche primizie dei rapporti tra Roma e Costantinopoli».

Ci può fare qualche esempio?

«Per la prima volta, durante la celebrazione della Divina Liturgia al Fanar, c'è stato lo scambio del segno di pace nel corso della celebrazione stessa. In passato, infatti, tale gesto era sempre stato collocato fuori della celebrazione, dato che per gli Ortodossi il segno di pace durante la liturgia esprime un impegno importante, tanto è vero che viene introdotto dal diacono con questa esortazione: "Amiamoci gli uni gli altri affinché in unità di spirito possiamo fare insieme la professione di fede". Averlo collocato nell'ambito della liturgia è un fatto molto significativo. Inoltre vorrei far notare che nella dichiarazione congiunta il Papa e il Patriarca si definiscono "pastori della Chiesa", senza altre specificazioni».

Restando alla dichiarazione, quali sono, a suo avviso, gli spunti più nuovi?

«Mi ha molto colpito che, ricordando l'abolizione delle scomuniche, Benedetto XVI e Bartolomeo I affermino: "Noi non abbiamo tratto tutte le conseguenze positive che possono provenire da quell'atto per il nostro cammino verso la piena unità".
È davvero interessante che il Papa e il Patriarca abbiano scritto una frase di questo tipo. Essi cioè hanno voluto riaffermare la loro ferma volontà di procedere nel dialogo e nella ricerca dell'unità. Altrimenti i gesti rimangono simboli vuoti».

Quali sono i passi concreti da compiere ora su questa strada?

«Nel documento sono indicati chiaramente. Continuazione del dialogo teologico, dopo la ripresa dei lavori della Commissione mista che si è riunita a Belgrado in settembre. Ricerca delle forme di esercizio del ministero petrino, perché - come già propose Giovanni Paolo II e come ha riaffermato in questi giorno Benedetto XVI - "pur rispettandone la natura e l'essenza", esso realizzi "un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri". E naturalmente una sempre più stretta collaborazione per annunciare il Vangelo, specie di fronte alle sfide del mondo contemporaneo».

Ha colpito, in particolare la riproposizione dell'idea di Papa Wojtyla rispetto al primato di Pietro.

«Sì, direi anzi che questa ricerca delle forme possibili di esercizio del primato, così da essere condiviso da cattolici e ortodossi, è una tematica decisiva per l'avvenire delle relazioni ecumeniche».

Quali reazioni arrivano da Costantinopoli dopo la visita?

«Penso che bastino le parole del Patriarca nell'intervista rilasciata ad Avvenire. Espressioni che indicano un atteggiamento di profonda soddisfazione».



Debbo sentitamente lamentare che alla fine dell'intervista il giornalista Mimmo Muolo è incorso nella solita caduta di stile dell'interrogarsi (e nell'interrogare) sulle possibili "reazioni" del Patriarcato di Mosca.
Il buon Fortino ha risposto con ammirabile circospezione:
«Io credo che tutto ciò che è stato detto e fatto dal Papa, per esprimere la considerazione della Chiesa cattolica per la tradizione spirituale, teologica, liturgica ortodossa, manifesti un atteggiamento verso tutta l'ortodossia che non può non essere gradito anche da parte del Patriarcato di Mosca».

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giovedì, novembre 30, 2006

Sive ergo Græci… III



Dall'allocuzione di Papa Benedetto XVI al Patriarca Ecumenico Bartolomeo I: «Questa Divina Liturgia celebrata nella festa di sant'Andrea Apostolo, santo Patrono della Chiesa di Costantinopoli, ci porta indietro alla Chiesa primitiva, all'epoca degli Apostoli.
I Vangeli di Marco e di Matteo riferiscono su come Gesù chiamò i due fratelli, Simone, a cui Gesù attribuì il nome di Cefa o Pietro, e Andrea: "Seguitemi, vi farò pescatori di uomini" (Mt 4,19; Mc 1,17). Il quarto Vangelo, inoltre, presenta Andrea come il primo chiamato, "ho protoklitos", come egli è conosciuto nella tradizione bizantina. È Andrea che porta da Gesù il proprio fratello Simone (cfr Gv 1, 40 ss).

Oggi, in questa Chiesa Patriarcale di san Giorgio, siamo in grado di sperimentare ancora una volta la comunione e la chiamata dei due fratelli, Simon Pietro e Andrea, nell'incontro fra il Successore di Pietro e il suo Fratello nel ministero episcopale, il capo di questa Chiesa, fondata secondo la tradizione dall'apostolo Andrea. Il nostro incontro fraterno sottolinea la relazione speciale che unisce le Chiese di Roma e di Costantinopoli quali Chiese Sorelle.»


«la mia presenza qui oggi è destinata a rinnovare il comune impegno per proseguire sulla strada verso il ristabilimento – con la grazia di Dio – della piena comunione fra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli. Posso assicurarvi che la Chiesa Cattolica è pronta a fare tutto il possibile per superare gli ostacoli e per ricercare, insieme con i nostri fratelli e sorelle ortodossi, mezzi sempre più efficaci di collaborazione pastorale a tale scopo.

I due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, erano dei pescatori che Gesù chiamò a diventare pescatori di uomini. Il Signore Risorto, prima della sua Ascensione, li inviò insieme agli altri Apostoli con la missione di fare discepole tutte le nazioni, battezzandole e proclamando i suoi insegnamenti (cfr Mt 28,19 ss; Lc 24,47; At 1,8).

Questo incarico lasciatoci dai santi fratelli Pietro e Paolo è lungi dall'essere compiuto. Al contrario, oggi esso è ancora più urgente e necessario. Esso infatti riguarda non soltanto le culture toccate marginalmente dal messaggio del Vangelo, ma anche le culture europee da lunga data profondamente radicate nella tradizione cristiana. Il processo di secolarizzazione ha indebolita la tenuta di quella tradizione; essa anzi è posta in questione e persino rigettata. Di fronte a questa realtà, siamo chiamati, insieme con tutte le altre comunità cristiane, a rinnovare la consapevolezza dell'Europa circa le proprie radici, tradizioni e valori cristiani, ridando loro nuova vitalità.

I nostri sforzi per edificare legami più stretti fra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse sono parte di questo compito missionario. Le divisioni esistenti fra i cristiani sono uno scandalo per il mondo ed un ostacolo per la proclamazione del Vangelo.»


«Simon Pietro e Andrea furono chiamati insieme a diventare pescatori di uomini. Ma lo stesso impegno prese forme differenti per ciascuno dei due fratelli.

Simone, nonostante la sua personale fragilità, fu chiamato "Pietro", la "roccia" sulla quale sarebbe stata edificata la Chiesa; a lui in maniera particolare furono affidate le chiavi del Regno dei Cieli (cfr Mt 16,18).
Il suo itinerario lo avrebbe condotto da Gerusalemme ad Antiochia, e da Antiochia a Roma, così che in quella città egli potesse esercitare una responsabilità universale. Il tema del servizio universale di Pietro e dei suoi Successori ha sfortunatamente dato origine alle nostre differenze di opinione, che speriamo di superare, grazie anche al dialogo teologico, ripreso di recente.

Il mio venerato predecessore, il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, parlò della misericordia che caratterizza il servizio all'unità di Pietro, una misericordia che Pietro stesso sperimentò per primo (Enciclica Ut unum sint, 91). Su questa base il Papa Giovanni Paolo fece l'invito ad entrare in dialogo fraterno, con lo scopo di identificare vie nelle quali il ministero petrino potrebbe essere oggi esercitato, pur rispettandone la natura e l'essenza, così da "realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri" (ibid., 95). È mio desiderio oggi richiamare e rinnovare tale invito.

Andrea, il fratello di Simon Pietro, ricevette un altro incarico dal Signore, un incarico che il suo stesso nome suggeriva. Essendo in grado di parlare greco, divenne – insieme a Filippo – l'Apostolo dell'incontro con i Greci venuti da Gesù (cfr Gv 12,20 ss). La tradizione ci racconta che fu missionario non soltanto nell'Asia Minore e nei territori a sud del Mar Nero, cioè in questa stessa regione, ma anche in Grecia, dove patì il martirio.

Pertanto, l'apostolo Andrea rappresenta l'incontro fra la cristianità primitiva e la cultura greca. Questo incontro, particolarmente nell'Asia Minore, divenne possibile grazie specialmente ai grandi Padri della Cappadocia, che arricchirono la liturgia, la teologia e la spiritualità sia delle Chiese Orientali sia di quelle Occidentali. Il messaggio cristiano, come il chicco di grano (cfr Gv 12,24), è caduto su questa terra e ha portato molto frutto. Dobbiamo essere profondamente grati per l'eredità che è derivata dal fruttuoso incontro fra il messaggio cristiano e la cultura ellenica. Ciò ha avuto un impatto duraturo sulle Chiese dell'Oriente e dell'Occidente. I Padri Greci ci hanno lasciato un prezioso tesoro dal quale la Chiesa continua ad attingere ricchezze antiche e nuove (cfr Mt 13,52).

La lezione del chicco di grano che muore per portare frutto ha pure un riscontro nella vita di sant'Andrea. La tradizione ci racconta che egli seguì il destino del suo Signore e Maestro, finendo i propri giorni a Patrasso, in Grecia. Come Pietro, egli subì il martirio su una croce, quella diagonale che veneriamo oggi come la croce di sant'Andrea. Dal suo esempio apprendiamo che il cammino di ogni singolo cristiano, come quello della Chiesa tutta intera, porta a vita nuova, alla vita eterna, attraverso l'imitazione di Cristo e l'esperienza della croce.»


«La Divina Liturgia alla quale abbiamo partecipato è stata celebrata secondo il rito di san Giovanni Crisostomo. La croce e la risurrezione di Gesù Cristo sono state rese misticamente presenti. Per noi cristiani questo è sorgente e segno di una speranza costantemente rinnovata. Troviamo tale speranza magnificamente espressa nell'antico testo conosciuto come Passione di sant'Andrea: "Ti saluto, o Croce, consacrata dal Corpo di Cristo e adorna delle sue membra come di pietre preziose... Che i fedeli conoscano la tua gioia, e i doni che in te sono conservati...".

Questa fede nella morte redentrice di Gesù sulla croce e questa speranza che Cristo risorto offre all'intera famiglia umana, sono da noi tutti condivise, Ortodossi e Cattolici.
Che la nostra preghiera ed attività quotidiane siano ispirate dal fervente desiderio non soltanto di essere presenti alla Divina Liturgia, ma di essere in grado di celebrarla insieme, per prendere parte all'unica mensa del Signore, condividendo il medesimo pane e lo stesso calice. Che il nostro incontro odierno serva come spinta e gioiosa anticipazione del dono della piena comunione.
E che lo Spirito di Dio ci accompagni nel nostro cammino!»

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mercoledì, novembre 29, 2006

Dictatus Papae

Ovvero: Solo al Romano Pontefice debbono essere rivolte le più violente critiche quando cita uno scrittore medievale.



«Come esempio del rispetto fraterno con cui cristiani e musulmani possono operare insieme, mi piace citare alcune parole indirizzate da Papa Gregorio VII, nell’anno 1076, ad un principe musulmano del Nord Africa, che aveva agito con grande benevolenza verso i cristiani posti sotto la sua giurisdizione.

Papa Gregorio VII parlò della speciale carità che cristiani e musulmani si devono reciprocamente, poiché “noi crediamo e confessiamo un solo Dio, anche se in modo diverso, ogni giorno lo lodiamo e veneriamo come Creatore dei secoli e governatore di questo mondo(Patrologia Latina 148, 451)
Benedetto XVI

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martedì, novembre 28, 2006

eleison himàs!


PREGHIERA

San Paolo di Tarso (cosiddetta Tarzis),
san Nicola di Bari (vescovo di Mira cosiddetta Demre),
san Basilio Magno (vescovo di Cesarea cosiddetta Kayseri),
san Giovanni Crisostomo (Patriarca di Costantinopoli cosiddetta Istanbul),
san Gregorio di Nazianzo (cosiddetta Guzelyurt),
sant’Apollinare di Ravenna (da Antiochia cosiddetta Antakya),
santa Barbara (da Nicomedia cosiddetta Izmit),
santa Giuliana di Nicomedia (idem),
san Biagio martire a Sebaste (cosiddetta Sivas),
san Calogero da Calcedonia (cosiddetta Kadikoy),
santi Cosma e Damiano (martiri ad Antiochia),
sant’Eufemia (martire a Calcedonia),
san Gregorio di Nissa (cosiddetta Nysa),
sant’Ignazio di Antiochia,
san Policarpo vescovo e martire a Smirne (cosiddetta Izmir),
ci eravamo dimenticati ma adesso siamo tornati.

(Camillo Langone ; Il Foglio, martedì 28 novembre 2006)

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giovedì, novembre 23, 2006

Fortezza d'Europa /2

Ovvero: Roma e Bisanzio: nel XX secolo pace (quasi) fatta!



(Un lungo articolo di Carlo Cardia sul Foglio di di martedì 21 novembre 2006)

«La storia del patriarcato ecumenico sotto la cattività ottomana si conclude agli inizi del Novecento con un episodio e un evento del tutto particolari. Un fatto singolare si verifica nei rapporti tra Roma e Costantinopoli, nella Prima guerra mondiale, quando l’impero ottomano si allea con gli imperi centrali, tedesco e austroungarico, e combatte contro il suo nemico storico, la Russia zarista.
A Mosca si coltiva un disegno di riconquista di Istanbul e di liberazione del Patriarca di Costantinopoli che era rimasto comunque la figura più eminente e il padre spirituale di tutti gli ortodossi.
Nel progetto russo è previsto che, dopo la riconquista di Istanbul, si crei un’area extraterritoriale per trasferirvi il Santo Sinodo russo [!!!] e per creare una condizione in qualche modo analoga a quella di cui godeva il Pontefice romano all’epoca, con la legge delle Guarentigie approvata in Italia nel 1871. Una condizione, cioè, di tipo extraterritoriale che assicuri al centro dell’ortodossia autonomia e indipendenza, e ne esalti il ruolo di fronte a tutta la cristianità.

Questo disegno preoccupa Roma, soprattutto quando nel 1916 le armate russe sembrano cogliere i primi successi verso uno sfondamento in Turchia. E’ allora che la Santa Sede, violando la neutralità che osserva nel conflitto, avverte l’alto comando tedesco della situazione e chiede uno sforzo militare speciale per fermare l’avanzata russa.
Difficile commentare questo episodio.
L’interpretazione più moderata può evocare la contrarietà vaticana alla disgregazione dei grandi imperi, per le conseguenze che possono derivarne con l’esplosione dei diversi nazionalismi. La lettura più realistica spinge a considerare la scelta come l’ultimo riflesso di quelle gelosie che per secoli hanno diviso Roma dal maggior Patriarca orientale, e che ancora agli inizi del Novecento fanno temere una rinascita dell’ortodossia e della sua capacità di attrazione.

Il secondo evento è di portata più generale e cambia la condizione giuridica e politica del patriarcato. Esso si realizza in rapida successione con le svolte politiche prima della rivoluzione dei giovani turchi, poi della riforma di Kemal Ataturk, che creano la Turchia moderna.
Crolla l’impero della Sublime Porta con le sue istituzioni medievali, nascono strutture statali laiche, almeno da un punto di vista formale. Con queste riforme il patriarcato perde il carattere di istituzione imperiale (l’impero non esiste più), e con esso la giurisdizione sui patriarcati storici e sui cristiani che si trovano fuori della Turchia; diviene struttura nazionale e repubblicana con giurisdizione soltanto spirituale sui cittadini turchi di religione greco-ortodossa, cioè una infima minoranza in un paese che restava, ed è tuttora, un paese totalmente musulmano.

Vengono meno anche i residui privilegi materiali perché la laicizzazione imposta da Ataturk riduce l’importanza del patriarcato, oltre a impoverirlo di beni e possedimenti. Con l’aggiunta, un po’ curiosa, che la legge che proibisce di portare fogge ecclesiastiche in pubblico riguarda anche il Patriarca, il quale, senza più un vero popolo spirituale, si vede ridotto al rango di un qualsiasi cittadino turco.
Però, da quel momento il patriarcato d’oriente inizia a pensare e ad agire in un orizzonte diverso e più ampio: prima quello della Società delle Nazioni, poi della divisione del mondo tra est e ovest, quando la Turchia si schiera con il mondo occidentale in chiave anticomunista, infine l’orizzonte della mondializzazione e della globalizzazione dopo la caduta del comunismo in tutta Europa.

E’ del 1920 una enciclica del Patriarca ecumenico che concerne una serie di problemi tipicamente ecclesiali: dialogo tra le chiese, unità del calendario, rapporti tra scuole di teologie e tra teologi per l’accesso reciproco a scuole ecclesiastiche, congressi pancristiani, rispetto degli usi delle differenti chiese, e altre questioni relative ai matrimoni misti, alle esequie, alle attività poste in comune.

L’incontro tra Atenagora e Paolo VI

In questo quadro, a conclusione del Concilio vaticano II, si realizza la storica caduta degli steccati tra Roma e Costantinopoli.
Nell’incontro del 1965 a Gerusalemme tra il Patriarca ecumenico Atenagora e il Pontefice romano Paolo VI vengono finalmente revocate le scomuniche che le chiese d’occidente e d’oriente si erano lanciate nel 1054.
Il ritardo storico con cui matura riduce l’importanza dell’evento, tuttavia da allora nulla sarà come prima nei rapporti tra cattolici e ortodossi.

Si effettuano altri incontri, come quello tra Giovanni Paolo II e il Patriarca Demetrio nel 1979, e tra Roma e le capitali dell’ortodossia nell’ultima parte del secolo ventesimo. Si moltiplicano i riconoscimenti reciproci, anche se offuscati e frenati da tendenze proselitiche di parte cattolica nei paesi ex comunisti.

Si avverte che l’evoluzione storica pone i due centri della cristianità su un medesimo fronte ideale e strategico, si ricrea insomma una situazione analoga a quella dei primi secoli del cristianesimo.
E’ la riflessione strategica sul futuro del mondo che rende l’incontro del 28 novembre tra Bartolomeo I e Benedetto XVI un evento unico nel suo genere.
La storia universale è cambiata, è entrata in una fase nella quale l’unità del continente europeo si sta costruendo con fatica e incertezze, mentre il risveglio dell’islam costituisce una nuova emergenza per il cristianesimo e le terre d’occidente. Entrambi i problemitrovano convergenza in Turchia. Perché in discussione il suo ingresso in Europa, con tutto il carico di speranze, ma anche di diffidenze e di rischi, che comporta.


La Turchia costituisce la frontiera più fragile tra le due grandi religioni del libro, e l’ingresso di Ankara in Europa potrebbe portare una confusione di questi confini, ma ciò che si profila è una alternativa affascinante e preoccupante insieme: o la creazione di un islam moderato e liberale, o un ingresso dell’islam in Europa e nelle sue istituzioni, capace di influenzare e condizionare le nostre leggi, i nostri costumi, di travolgere il carattere laico-cristiano del vecchio continente.
L’agenda storica che apriranno nel loro incontro, chiede a Benedetto XVI e a Bartolomeo I di pensare in termini geopolitici.
L’ortodossia, come la chiesa cattolica, sta prendendo coscienza che la costruzione dell’Europa si va realizzando fuori di un orizzonte cristiano, ed è attraversata da un processo di secolarizzazione inarrestabile. D’altra parte, proprio nell’epoca in cui trionfa al suo interno una cultura razionalistica senza limiti, l’occidente assiste a un risveglio dell’islam che sembra antistorico ma che può produrre risultati paradossali; perché l’islam può penetrare in Europa, non più con le armi o con la pressione politica diretta, ma con l’immigrazione, con un fondamentalismo che pone a rischio tante conquiste europee di libertà e di autonomia dei singoli, degli stati, delle chiese.
Su questi temi l’Europa, il Papa, il Patriarca sono incerti, sia nelle analisi che nelle soluzioni da proporre. Un solo dato certo e consolidato. Gli interessi di Roma Costantinopoli non sono più divergenti.
Entrambi i centri della cristianità si trovano nuovamente a dovere affrontare problemi che li riguardano e li pressano da vicino, che mettono in discussione il futuro del cristianesimo. Per questo, il capitolo storico delle gelosie tra ortodossia e cattolicesimo si è chiuso per sempre. Sul resto, permangono i dubbi e le incertezze, anche la paura di fare passi falsi.

Se, ad esempio, la Turchia non entrasse in Europa essa verrebbe ricacciata dentro un confine islamico saturo di fondamentalismo e integralismo, e svanirebbero le speranze in una sua evoluzione in senso liberale e occidentale.
Nessuno vuole correre questo rischio, e soprattutto nessuno vuole apparire responsabile di un simile fallimento.
Ma i pericoli di un ingresso frettoloso della Turchia in Europa non sono meno gravi. Perché la Turchia, è stata certamente laicizzata da Kemal Ataturk e ha mantenuto un ordinamento diversificato rispetto a quelli islamici del vicino oriente. Ma la società turca è rimasta impermeabile a quel movimento di trasformazione civile e religiosa che ha investito gli ordinamenti occidentali.

Il problema della libertà religiosa in Turchia

Soprattutto dal punto di vista della libertà religiosa, il profilo istituzionale nasconde una realtà sostanziale ancora oggi compattamente musulmana.

La libertà religiosa non consiste soltanto nel rispetto giuridico delle minoranze, ma nell’apertura al nuovo, al proselitismo religioso, ideologico.
Libertà religiosa vuol dire consentire l’apertura di giornali, case editrici, l’accesso ai media, vuol dire accettare pienamente la diffusione di altre idee religiose. Tutto ciò in Turchia non esiste.

D’altronde, se si uccidono preti, si minacciano ritorsioni contro il Papa, si manifesta a favore dell’islam più intransigente, tutto ciò non può essere imputato soltanto a singoli perché è il frutto di un clima, di una cultura, di una “appartenenza” che è quella di sempre, alla “umma” e alla terra dell’islam. Per questo motivo il Papa romano e il Patriarca ecumenico sanno che il rischio più serio è che, entrando la Turchia in Europa, non sia la prima a modificarsi e aprirsi, ma sia la seconda a farsi influenzare, condizionare, contaminare nelle proprie istituzioni, nel proprio tessuto sociale, nella propria identità più profonda che resta laica e cristiana. Da quando l’Europa è diventata cristiana non ha avuto dubbi sulla propria identità.

Oggi Roma e Costantinopoli devono affrontare con realismo e coraggio l’interrogativo che molti si pongono: se l’islam penetrerà in Europa con il suo bagaglio di aggressività e di ostilità al cristianesimo, o se l’Europa laica e cristiana cambierà l’islam trasformandolo in una religione libera, evoluta, ricca soltanto di spiritualità. Forse nel rapporto con la Turchia, e nelle risposte che si confideranno il Papa e il Patriarca sta la cifra per rispondere a questa domanda».

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martedì, settembre 26, 2006

Rintrono ecumenico

Della serie: "pacco contropacco e contropaccotto".
Ovvero: ATTONITI ATHONITI



Un articolo di Maria Gilda Lyghounis
[Il Foglio; sabato 26 agosto 2006]

Siamo perseguitati. Per favore aiutateci!
Ci hanno tagliato luce, cibo, telefoni, assistenza medica, combustibile per scaldarci, farmaci. Cinque di noi sono morti negli ultimi tre mesi”.

Questo sos non viene da una sfortunata regione del pianeta in guerra, ma da un monastero: quello di Esfygmenou, sul monte Athos, la Repubblica teocratica che, con i suoi venti conventi millenari, gode di uno statuto autonomo in Grecia. E’ una specie di stato nello stato, sulla punta orientale della penisola Calcidica, dove non può entrare nessuna donna, né altri rappresentanti del “sesso debole”: niente mucche, capre o galline per non “profanare gli sguardi” dei 1.600 monaci, oltre a quelli di una ventina di eremiti che abitano grotte o capanne a picco sull’Egeo.
Non si tratta di misoginia (...) La penisola è consacrata alla Vergine da quando, narra la leggenda, una tempesta la costrinse a rifugiarsi sul promontorio, coperto di fiori e dal profumo di pino. “In questo luogo accoglierò tutti coloro che vogliono dedicarsi alla salvezza dell’anima”, promise la Madonna ai fedeli. Ma a un patto: “La Regina del cielo esige la vostra totale devozione. E non vuole spartirla con nessuna delle sue immagini terrene”.

Tuttavia, mentre gli altri diciannove monasteri sono il regno della preghiera e del silenzio, a Esfigmenou sta succedendo di tutto. I monaci in tonaca nera, dai capelli raccolti in uno chignon – età media 80 anni – sono assediati. E non certo da donne.



“Ortodossia o morte!”, è la bandiera che hanno issato sulla fortezza dell’undicesimo secolo, l’unica sull’Athos costruita sul livello del mare. La polizia (che, in base alla Costituzione ellenica, tutela l’ordine pubblico sulla penisola) pattuglia i boschi circostanti, pronta a espellere dalla montagna sacra chi si azzarda a uscire da Esfygmenou.
Cosa è successo laggiù?

“Abbiamo criticato le aperture del patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, verso i cattolici”, spiega al Foglio padre Methodios, l’abate di Esfygmenou, 56 anni, 19 vissuti sull’Athos. E già il fatto che un eminente religioso di clausura accetti di parlare a una giornalista donna, sia pure via cellulare, dice parecchio sulla prostrazione che affligge i 105 frati assediati. “Non abbiamo nulla contro i reciproci inviti formali fra il Patriarca e il Papa – precisa il religioso – ma non vogliamo che dicano messa o preghino insieme. Per questo non ricordiamo più Bartolomeo I nelle nostre preghiere. Però abbiamo chiesto di aprire un dialogo con lui. Per tutta risposta, ci ha scomunicati. Anzi, per costringerci ad andarcene, ci ha tagliato i viveri, i farmaci e ha addirittura creato un altro monastero con lo stesso nome. Vuole cancellarci dalla faccia della terra. Ma noi resisteremo. Fino alla morte”.
Pare che l’abate non scherzi.

“Ai primi d’agosto si è spento padre Anatolios, 73 anni – ci dice Atanasio Papaghiorgou, cardiologo e docente di chirurgia all’università di Atene, da 30 anni fervente pellegrino e medico ufficiale di Esfygmenou – Me l’hanno comunicato i suoi compagni: sembra l’abbia fulminato un ictus. Dieci giorni prima era toccato a Padre Kosmas, 81 anni: aveva un tumore al pancreas in fase avanzata: è spirato fra atroci sofferenze perché l’embargo dei farmaci riguarda anche gli antidolorifici.
Poi Padre Antipas,78 anni: alla vigilia di Pasqua ha cominciato a non avere più fame. Si è lasciato morire e nessuno sa perché. Tutti deceduti senza una diagnosi precisa, figuriamoci un’autopsia.
Io lavoro come volontario nelle carceri ateniesi, ma i trafficanti di droga e gli assassini ricevono un trattamento di lusso rispetto a questi frati che hanno l’unico torto di pregare. Mi si stringe il cuore – continua il cardiologo – se penso che la polizia mi ha lasciato entrare per l’ultima volta a Esfygmenou questa primavera in occasione del panyghiri (la festa) del monastero, quando si celebra la grande messa notturna per l’ascensione di Cristo, la celebrazione maggiore sull’Athos. Ero assieme ad altri 800 pellegrini”.

Il medico è convinto che le morti continueranno, perché persone così anziane costrette a cibarsi soltanto di legumi, senza assistenza medica e con il freddo che fa lassù d’inverno, possono soltanto soccombere, spiega e racconta che la polizia ha confiscato il trattore per impedire loro di coltivare i campi, e la stessa fine farà l’unica barca dei monaci se i religiosi si azzarderanno a calarla in mare per pescare. Al momento zappano per seminare un piccolo orto interno.



“A Esfygmenou ci sono molti ultracentenari.
La realtà – spiega sempre il medico – è che le autorità mirano a vuotare il cenobio per insediarvi altri monaci venuti da fuori. E ci riusciranno senza usare la forza: semplicemente aspettando che la natura faccia il suo corso”. Al macabro conto bisogna aggiungere un giovane monaco che, all’inizio dell’anno era uscito di notte dal convento con uno zainetto per cercare cibo ed è precipitato (o è stato “spinto”, dicono voci insistenti) in un dirupo.
Il Sacro consiglio, però, che riunisce i venti monasteri accusa un esfygmenita di avere assalito, nottetempo, un prelato di un altro convento con una bomboletta di spray tossico.
Insomma, un clima da thriller.



Ma se la guerra teologica dura da tempo, adesso i monaci rischiano di essere trascinati in tribunale. L’accusa è scritta nell’ordine di comparizione fissato al 29 settembre, ricevuto dai religiosi proprio il 15 di agosto, festa della Madonna, da una corte penale di Salonicco: “Per rispondere dell’accusa di eresia e scisma”. Almeno così si legge sul sito www.esfigmenou.com, tenuto da una società di amici del monastero.
Condanna per eresia?
Da parte di uno stato laico?
(...) L’avvocato Ifigenia Kampsidou, docente di Diritto costituzionale all’università di Salonicco, difende, gratis, il gregge di Esfygmenou.
Il legale di un convento del monte Athos, luogo inaccessibile alle femmine, è una donna: un metro e 75 centimentri di formosa bellezza mediterranea, 48 anni, lunghi capelli castani, sposata, senza figli.
“Mi hanno scelto loro”, racconta al Foglio divertita la “signora Ifigenia”, come la chiama con assoluto rispetto l’abate Methodios. “Forse perché sono una delle massime esperte di Diritto costituzionale nel paese, e l’autonomia dell’Athos è protetta e racchiusa nella Costituzione greca.
Un giorno di tre anni fa ho ricevuto una telefonata, una richiesta d’aiuto dall’Aghion Oros (il nome greco della montagna sacra). Sono quasi caduta dalla sedia. Riavutami dalla sorpresa, ho risposto che, per difenderli, avevo bisogno di incontrarli, come sono abituata a fare con tutti i miei clienti. ‘Nessun problema – mi ha risposto l’abate Methodios – di nascosto verrò io da lei nel suo studio’”.
Non si sa bene come, il battagliero abate, con alcuni compagni di sventura, è arrivato a Salonicco, 130 chilometri dall’Athos, e ha raccontato alla signora Kampsidou la vicenda dell’‘eresia’.

I monaci di Esfygmenou, da oltre 30 anni rifiutano di ricordare nelle loro preghiere il Patriarca di Costantinopoli (l’odierna Istanbul, ex capitale dell’Impero bizantino fino alla conquista ottomana del 1453), leader spirituale dei 200 milioni circa di cristiani ortodossi sparsi nel mondo dalla Russia alla Grecia al medio oriente.
In particolare, il Patriarca è il referente religioso diretto dell’Athos, faro della cristianità orientale. Sulla stessa montagna sacra ci sono “case” abitateda monaci di ogni parte del mondo ortodosso: i serbi al monastero di Chilandari, fondato nel 1196 dal principe serbo Sava, che rinunciò al trono per ritirarsi qui; i russi a San Panteleimon; i bulgari al monastero di Zografu.

“Non siamo d’accordo sull’apertura alla Chiesa cattolica, non soltanto da parte di Bartolomeo I, salito al trono spirituale nel 1991, ma dei nostri ultimi tre patriarchi”, spiega al Foglio Methodios, che ricorda come tutto l’Athos abbia esposto le bandiere nere a lutto per l’incontro in Vaticano fra l’allora Patriarca Atenagora e Paolo VI, il primo tête à tête fra i due massimi prelati cristiani dopo il Grande scisma del 1054, dovuto, fra altri motivi teologici e storico-politici, al rifiuto ortodosso del primato papale romano e all’aggiunta cattolica “filioque” nella preghiera del Credo.

“Inoltre Bartolomeo I non doveva entrare nel Consiglio mondiale ecumenico delle chiese – continua Methodios – è come ammettere che ci sono molte chiese cristiane, mentre l’unica originale, voluta dalle Sante scritture, è la nostra.
E lui per farci tacere cosa ha fatto? Ha ottenuto nel 2003 dal Consiglio di stato greco un foglio di via per tutti noi, che abitiamo qui da mille anni.
Non soltanto.
Ha confiscato un terreno di nostra proprietà a Karyes (la sede amministrativa dell’Athos, dove abita anche il governatore civile, rappresentante dello stato greco, ndr) e vi ha installato cinque monaci che non hanno mai abitato precedentemente sull’Aghion Oros”.

“L’inserimento di esterni è proibito dalla Costituzione greca – spiega la professoressa Kampsidou – su questo fatto, a differenza che nel 2003, aspettiamo una sentenza a noi favorevole da parte del Consiglio di stato, in ottobre.
Ma vorrei fare di più: voglio portare, per procura, i miei monaci al Tribunale europeo dei diritti dell’uomo a Strasburgo per il trattamento crudele cui sono sottoposti. Sempre che riesca a convincerli: perché loro non vogliono infangare la reputazione della loro patria all’estero.

Quanto a quest’ultima convocazione