venerdì, gennaio 18, 2008

Cardinali in vacanza (della Sede Apostolica) /4

Sive: Deus lo vult!


Al cardinale che in Conclave superi il quorum previsto per l'elezione a pontefice, è previsto che il Cardinale Decano (o in caso di qualche impedimento il cardinale più anziano nell'ordine dei cardinali vescovi), si prensenti davanti al suo scranno e gli pongano la fatale domanda: "Acceptasne electionem de te canonice factam in Summum Pontificem?" .
La legislazione ecclesiastica non prevede una "formula di rito" con cui il neoeletto debba manifestare la propria accettazione. Basterebbe un laico "si" ma spesso i neoeletti pontefici hanno preferito più diffusamente argomentare la volontà di accettare la tiara.
Come avvenne, che in quel pomeriggio del 19 aprile 2007 il Cardinal Ratzinger abbia argomentato il proprio si alla chiamata dello Spirito Santo per voce del Cardinale vicedecano Angelo Sodano , il neoeletto Benedetto XVI non lo ha rivelato, manifestando così tutto così il proprio spirituale pudore.

Mercoledì 19 dicembre 2007, è stato il Cardinale Michele Giordano (Arcivescovo emerito di Napoli), in occasione della presentazione del libro “Compromettiti con Dio. La rivoluzione di Benedetto XVI” (L’Orientale Editrice) del giornalista Francesco Antonio Grana, a svelare la formula usata dal Cardinale Joseph Ratzinger per l’accettazione del soglio pontificio da parte.

Innanzitutto il cardinal Giordanio ha testimoniato tutta la riluttanza del settantottenne Cardinal Decano alla sola idea di una propria candidatura alla successione di Giovanni Paolo II, infatti racconta il porporato:
“Prima che il Cardinale Ratzinger fosse eletto, siccome oramai si pensava già a lui, io, con la confidenza che avevo, mi sono avvicinato a lui e gli ho detto, avendo anch’egli superato i 75 anni che è l’età in cui noi andiamo a riposo, “ma se dovesse capitare qualche cosa a lei, mica ci fa qualche scherzo?”. Lui si turbò in volto e mi disse: “Eminenza, non posso, non posso accettare. Per favore, non pensate a me, non pensate a me”.
E poi dopo che il Conclave lo ha eletto, disse “Propter voluntatem Dei accepto”, con la serenità che gli veniva dal sapere che Dio lo aveva prescelto”.

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venerdì, dicembre 14, 2007

CASTRUM DOLORIS, XI



Nella solennità mariana dell'8 dicembre il prefetto della Congregazione per il Clero (il dicastero vaticano che si occupa di monitorare l'universo clero) ovvero il "brasileiro" cardinale Claudio Hummes ha indirizzato ad ogni e singolo vescovo dell'universo mondo una Lettera intorno al tema della "santificazione del Clero".

Si vede che ormai la Congregazione per il Clero ha così tanti problemi nella gestione del materiale umano di propria pertinenza che non sà più (come suol dirsi) a che santo votarsi:
"nella consapevolezza che l’agire consegue all’essere e che l’anima di ogni apostolato è l’intimità divina, si intende avviare un movimento spirituale che, facendo prendere sempre maggior consapevolezza del legame ontologico fra Eucarestia e Sacerdozio e della speciale maternità di Maria nei confronti di tutti i Sacerdoti, dia vita ad una cordata di adorazione perpetua, per la riparazione delle mancanze e per la santificazione dei chierici e ad un nuovo impegno delle anime femminili consacrate affinché, sulla tipologia della Beata Vergine Maria, Madre del Sommo ed Eterno Sacerdote e Socia nella Sua opera di Redenzione, vogliano adottare spiritualmente sacerdoti per aiutarli con l’offerta di sé, l’orazione e la penitenza.

Secondo il dato costante della Tradizione, il mistero e la realtà della Chiesa non si riducono alla struttura gerarchica, alla liturgia, ai sacramenti e agli ordinamenti giuridici. Infatti la natura intima della Chiesa e l’origine prima della sua efficacia santificatrice, vanno ricercate nella mistica unione con Cristo."

"...proprio a partire dal posto occupato e dal ruolo svolto dalla Vergine Santissima, nella storia della salvezza - si intende, in modo tutto particolare, affidare a Maria, la Madre del Sommo ed Eterno Sacerdote, ogni Sacerdote, suscitando, nella Chiesa, un movimento di preghiera che ponga al centro l’adorazione eucaristica continuata, nell’arco delle ventiquattro ore, in modo che, da ogni angolo della terra, sempre si elevi a Dio, incessantemente, una preghiera di adorazione, ringraziamento, lode, domanda e riparazione, con lo scopo precipuo di suscitare un numero sufficiente di sante vocazioni allo stato sacerdotale e, insieme, di accompagnare spiritualmente - al livello di Corpo Mistico -, con una sorta di maternità spirituale, quanti sono già stati chiamati al sacerdozio ministeriale e sono ontologicamente conformati all’unico Sommo ed Eterno Sacerdote, affinché sempre meglio servano a Lui e ai fratelli, come coloro che, ad un tempo, stanno “nella” Chiesa ma, anche, “di fronte” alla Chiesa tenendo le veci di Cristo e, rappresentandoLo, come capo, pastore e sposo della Chiesa.

Si chiede, quindi, a tutti gli Ordinari diocesani che, in modo particolare, avvertono la specificità e l’insostituibilità del ministero ordinato nella vita della Chiesa, insieme all’urgenza di un’azione comune in favore del sacerdozio ministeriale, di farsi parte attiva e di promuovere - nelle differenti porzioni del popolo di Dio loro affidate - , veri e propri cenacoli in cui chierici, religiosi e laici, si dedichino, uniti fra loro e in spirito di vera comunione, alla preghiera, sotto forma di adorazione eucaristica continuata, anche in spirito di genuina e reale riparazione e purificazione."



Non ho dubitato che una tal lettera "allo scopo di promuovere l’adorazione eucaristica in riparazione e per la santificazione del Clero", considerato l'ascetico argomento, avrebbe avuto scarsa risonanza sui mass media poichè molto disgustano argomenti tanto pii alle orecchie degli spiriti carnali. Epperò avrei creduto che avrebbe almeno suscitato "sensazione" il sapere che il mittente di tali richieste ai vescovi e richiamo ai fedeli tutti di vivere la propria fede e devozione in prospettiva altamente mistica non veniva dal capo dei levebriani o dal prelato dell'Opus Dei bensì da colui che dagli esperti di cose vaticane durante il conclave del 2007 veniva additato come il "papabile" più anticonformista, il campione di ogni possibile rinnovamento progressista. Quando, poi, appena giunto a Roma, chiamato dal sedici volte Benedetto per supervisionare l'operato dei preti cattolici sparsi nel mondo, si lasciò sfuggire la massima ovvietà, ovvero che il celibato non è una legge divina ma è una legge ecclesiastica, tutti i mass media furono lesti a suonare rumorosamente la gran cassa del sensazionalismo preannunciando aperture ai preti sposati se non addirittura la possibile abolizione del celibato grazie all'opera del rivoluzionario "compagno" cardinale.

Ecco che poi, quando il progressista Hummes firma un documento in cui invita a costruire gruppi di preghiera che costantemente e continuitamente si riuniscano in adorazione davanti al Santissimo Sacramento per offrire a Gesù "Ostia divina" le proprie preghiere in riparazione ed in espiazione dei peccati del clero... ecco che la macchina masmediatica tace! Eppure i peccati dei preti dovrebbero suscitare sempre molto morboso interesse.


La lettera è accompagnata da un vademecum agiografico in cui si enumerano varii profili di benemeriti ecclesiastici, che dichiararono essere la propria vocazione sacerdotale il frutto delle preghiere di pie donne, assieme a densi ritratti di donne venerabili, beate e sante che ebbero la vocazione di offrirsi per i sacerdoti (mentre ormai sempre più spesso la massima aspirazione di una devota parrocchina è quella di offrirsi al sacerdote).

Il vademecum "Adorazione, riparazione, maternità spirituale per i sacerdoti " così eloquentemente principia:

"Indipendentemente dall’età e dallo stato civile, tutte le donne possono diventare madre spirituale per un sacerdote e non soltanto le madri di famiglia. È possibile anche per una ammalata, per una ragazza nubile o per una vedova.
In maniera particolare questo vale per le missionarie e le religiose che offrono tutta la loro vita a Dio per la santificazione dell’umanità. Giovanni Paolo II ringraziò perfino una bambina per il suo aiuto materno: “Esprimo la mia riconoscenza anche alla beata Giacinta di Fatima per i sacrifici e le preghiere fatte per il Santo Padre, che ella aveva visto tanto soffrire” (13 maggio 2000).

Ogni sacerdote è preceduto da una madre, che non di rado è anche una madre di vita spirituale per i suoi figli. Giuseppe Sarto, per esempio, il futuro Papa Pio X, appena consacrato vescovo, andò a trovare la mamma settantenne. Lei baciò con rispetto l’anello del figlio e all’improvviso, facendosi meditativa, indicò la propria povera fede nuziale d’argento: “Sì, Peppo, però tu adesso non lo porteresti, se io prima non avessi portato questo anello nuziale”.
Giustamente S. Pio X confermava dalla sua esperienza: “Ogni vocazione sacerdotale viene dal cuore di Dio, ma passa attraverso il cuore di una madre!”..."

Una "NOTA EXPLICATIVA" fornisce le indicazioni concrete sulla creazione e strutturazione dei pii sodalizi espiatori.

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domenica, dicembre 02, 2007

le quote porpora /9


"- Chi è sua eminenza? - domandò Agnese.

- Sua eminenza, - rispose don Abbondio, - è il nostro cardinale arcivescovo, che Dio conservi.

- Oh! in quanto a questo mi scusi, - replicò Agnese: - ché, sebbene io sia una povera ignorante, le posso accertare che non gli si dice così; perché, quando siamo state la seconda volta per parlargli, come parlo a lei, uno di que' signori preti mi tirò da parte, e m'insegnò come si doveva trattare con quel signore, e che gli si doveva dire vossignoria illustrissima, e monsignore.

- E ora, se vi dovesse tornare a insegnare, vi direbbe che gli va dato dell'eminenza: avete inteso? Perché il papa, che Dio lo conservi anche lui, ha prescritto, fin dal mese di giugno, che ai cardinali si dia questo titolo. E sapete perché sarà venuto a questa risoluzione? Perché l'illustrissimo, ch'era riservato a loro e a certi principi, ora, vedete anche voi altri, cos'è diventato, a quanti si dà: e come se lo succiano volentieri! E cosa doveva fare, il papa? Levarlo a tutti? Lamenti, ricorsi, dispiaceri, guai; e per di più, continuar come prima. Dunque ha trovato un bonissimo ripiego."
Nel capitolo XXXVIII dei Promessi Sposi così Manzoni mette in scena la decisione di Urbano VIII di appellare "Sua Emimenza" i membri del Sacro Collegio.
Fu proprio all'epoca che venne coniata in Francia la maliziosa locuzione di "eminenza grigia" per designare il potentissimo ma schivo frate cappuccino padre Giuseppe da Parigi: il braccio destro del primo ministro (l'eminenza rossa) Cardinale Richelieu.
Ma dare dell'eminenza grigia al padre Giuseppe non voleva tanto indicare una -poi divenuta proverbiale- potenza occulta quanto il pronosticare la porpora anche al fido collaboratore del Richelieu.
Più di una volta Luigi XIII aveva sollecitato la berretta rossa per il padre cappuccino poichè nella mente del sovrano e di Richelieu era stato designato "in pectore" quale futuro primo ministro di Francia.
Poichè le condizioni di salute di Richelieu si aggravavano ciclicamente, la Corona auspicava di avere già a disposizione un cardinale-ministro in caso di improvviso decesso di Richelieu ma la Corte di Roma aveva prudentemente declinato la richiesta poichè nel sacro collegio c'era già un cardinale dell'ordine cappuccino (nonchè fratello del papa regnante) e Urbano VIII non volevano proteste e lagnanze da parte degli altri ordini (innanzitutto gli altri ordini francescani).

Ma proprio quando giunse ufficiosamente a Parigi la notizia che il desiderio del Re Cristianissimo stava per essere accolto, la salute dell'eminenza grigia stava declinando così rapidamente che un sollecito burocrate indirizzò una urgente missiva a Roma pregando di non più procedere alla creazione cardinalizia dell'ormai agonizzante padre Giuseppe: il numero dei "Cardinali della Corona" cioè dei cardinali creati dal papa su esplicita richiesta delle potenze cattoliche era assai limitato per cui era politicamente assai dannoso sprecare un titolo tanto importante per un moribondo.
Il Re di Francia e il Cardinal Richelieu avrebbero quanto prima indicato il nome di un altro candidato alla porpora fisicamente prestante e dall'eccellente stato di salute nella persona dell'allora ancora "oscuro" Giulio Mazzarino.

Nell'epoca contemporanea è stata esclusa espressamente nonchè anatemizzata dai Romani Pontefici qualunque ingerenza laica sulla scelta e le scelte dei menbri del Sacro Collegio. Ma i problemi "politici" (anche se di mera politica ecclesiastica) non mancano neppure nelle nuove creazioni cardinalizie del XXI secolo.

L'aver esteso ai cinque continenti la provenienza dei "Principi della Chiesa" e l'aver allargato il numero degli eminentissimi elettori del Papa di ben cinquanta unità, nonchè l'aver decretato che ad ottant'anni i cardinali perdano il diritto a votare in conclave non ha facilitato il compito ai Pontefici post-conciliari.
Sicuramente l'ottantesimo genetliaco molto più di "sorella morte" è di aiuto nel produrre nuovi posti vacanti che il Pontefice regnante può riempire. Epperò pur essendo aumentato il numero dei cardinali è parimenti aumentata la rappresentatività delle Chiese locali, per cui una volta soddisfatti i monsignori della Curia vaticana e gli arcivescovi delle capitali delle nazioni del mondo intero non c'è lo spazio nè il margine in cui il Sommo Pontefice possa accondiscendere con liberalità a qualche impulso, che piace pensare, ispirato dallo Spirito Santo!

Si nominano i cardinali per tre motivi:
1) perchè sono a capo dei dicasteri della Curia Romana
2) perchè sono arcivescovi di sedi tradizionalmente cardinalizie
3)perchè sono ecclesiastici che con la loro opera e per i propri meriti hanno servito ed illustrato la Chiesa Cattolica.

Se in passato il cardinalato era il prezzo del penzionamento -in qualche caso anticipato!- dei Nunzi Apostolici presso le grandi Potenze e parimenti era l'omaggio dei Pontefici ai sommi teologi ed intellettuali cattolici, a partire dal Concilio Vaticano II una tale liberalità dei Sommi Pontefici si è molto ridimenzionata per non dire che è stata impedita dalla stessa volontà pontificio di aumentare il numero delle sedi cardinalizie in giro per il mondo nonchè di aumentare il numero dei dicasteri vaticani.

Lontani i tempi in cui un Leone XIII nel suo primo concistoro, dovendo nominare solo dieci nuovi cardinali, poteva dare la berretta rossa al grande intellettuale inglese John Henry Newman!
Non che un Benedetto XVI non sarebbe ben lieto di creare cardinale un redivivo John Henry Newman ma credo che prima di annunciarne la nomina avrebbe l'accortezza di pazientemente attendere che il candidato alla porpora avesse festeggiato l'ottantesimo genetliaco!


Paolo VI una volta decretato nel 1971 con la "Ingravescentem aetatem" che al compimento degli ott'antanni i cardinali perdono il diritto di partecipare al Conclave si guardò bene dal nominare cardinali ultra ottantenni.
Invece Giovanni Paolo II nel suo secondo concistoro del 1983 ritenne opportuno manifestare con la porpora la stima ed il plauso pontificio per due benemeriti ecclesiastici ultra ottantenni: Julijans Vaivods, vescovo lettone vissuto sotto la persecuzione sovietica, ed il gesuita Henri-Marie de Lubac, grande teologo del Vaticano II precedentemente perseguitato dal sant'Uffizio del cardinale Alfredo Ottaviani del quale divenne successore nel titolo di cardinale-diacono di S.Maria in Domnica.
Come direbbe Don Abbondio, il papa: "Dunque ha trovato un bonissimo ripiego".

Nei successivi concistori di Giovanni Paolo II non sono mai mancati ottuagenari cardinali per meriti diplomatici, per meriti accademici ed intellettuali, o per essere stati vittime di persecuzione religiosa. Ad essere esatti mancarono cardinali ultra ottantenni nel concistoro del 1988 poichè l'ottantatreenne teologo Hans Urs von Balthasar morì due giorni prima del concistoro mentre si trovava in viaggio verso Roma.

Benedetto XVI ha proseguito sulla scia del suo "venerato predecessore".
Annunciando la lista dei ventitrè cardinali del suo secondo concistoro (dei quali ben cinque superno l'ottantina) il sedici volte nonchè ottantenne Benedetto in data 17 ottobre 2007 ha lamentato la sua pena poichè "era stato mio desiderio elevare alla porpora anche l’anziano Vescovo Ignacy Jez" novantatreenne vescovo polacco che proprio il giorno prima era (improvvisamente?) morto.

E' pur vero che compito dei cardinali non è solo quello di eleggere il papa ma anche di essere suoi stretti consiglieri perciò non si vede perchè mai se un un Papa ottantenne possa "ccioiosamente" regnare egli poi non possa legittimamente usufruire dei saggi consigli di eminentissimi prelati ultraottuagenati! Rimane però l'impressione che l'elevazione alla porpora concessa a vecchi Nunzi da anni in penzione o a insigni teologi da molti lustri fuori dal mondo accademico, più che una elevazione delle loro encomiabili persone, risulti una diminutio della dignità cardinalizia al livello di quelle medaglie commemorativa che i sindaci regalano alla vecchietta centenaria: un premio alla longevità.
O peggio: la creazione di un cardinale ulta-ottantenne proveniente da una particolare parte del globo potrebbe essere solo un escamotage per mettere in scena l'irenica universalità della Chiesa Cattolica proprio quando invece non si voglia -o non si possa- creare un cardinale-elettore proveniente da quella medesima zona del pianeta!


Verrebbe da chiedere a Benedetto XVI perchè non creò cardinale nel 2006 "l’anziano Vescovo Ignacy Jez": forse che alla tenera età di novantadue anni il presule polacco non aveva ancora acquistato quelle benemerenze che un anno e mezzo dopo lo facevano degno della porpora?
E similmente se Benedetto XVI teneva tanto ad omaggiare della porpora l'ottantacinquenne teologo francescano Umberto Betti ed il gesuita ottantasettenne Urbano Navarrete perchè non si affretto a crearli nel precedente concistoro?

Nel caso un cardinale sia stato creato solo dopo che abbia da poco superato la fatidica soglia dell'ottantina qualcuno malignamente potrebbe anche sostenere che il Papa in realtà, pur elevandolo alla porpora, non lo considerava "adatto" a partecipare al conclave ma nel caso di ultraottanenni "di lungo corso" -per così dire- perchè dilazionare ancora ed ulteriormente quella che ormai per loro può essere solo una onorificenza?

Per alcuni ecclesiastici sembra quasi che il cardinalato più che un premio appaia una velata punizione nel caso in cui questa dignità venga dilazionata di concistoro in concistoro fino a quando venga superata il fatidico compleanno. Forse a questo pensava il Patriarca latino di Gerusalemme, il palestinese Michel Sabbah, mentre il 24 ottobre 2007 assisteva alla "elevazione" dell'iracheno Emauele III Delly Patriarca di Babilonia dei Caldei che -molto opportunamente- da pochi giorni aveva compiuto ott'antanni.
E se Benedetto XVI nella sua allocuzione ha tenuto a menzionare il Patriarca iracheno ed ha sottolineato che nella porpora a lui concessa c'è l'omaggio della Chiesa Cattolica a tutti i cristiani mediorientali ci si può non domandare perchè nel precedente concistoro sua Beatitudine Emanuele III non fu creato cardinale?
Perchè Benedetto non volle significare la propria vicinanza ai sofferenti cristiani arabi nel febbraio 2006 col dare la porpora all'anziano -ma forse non abbastanza!- Patriarca di Babilonia?
Certo vi è il problema del limite di centoventi ma poichè la norma è stata creata dal Sommo Pontefice egli ha sempre la possibilità di derogare come e quando vuole.

Come ai tempi delle monarchie assolute la Santa Sede continua a valutare il peso politico di una nomina cardinalizia. Ma quel che lascia più da pensare è che le le grandi e piccole potenze post-moderne, laiche e persino per nulla cattoliche, continuino a considerare "dannatamente" importante se il tale più o meno oscuro monsignore divenga o meno un Cardinale di Santa Romana Chiesa, o per meglio dire trovano dannatamente importante evitare l'imbarazzo politico che potrebbe causare l'elevazione al soglio pontificio di Tizio e di Caio.

Fino a quando i papi erano solo dei "preti italiani" il problema geopolitico era assai limitato: tutto dipendeva dal fatto se l'ennesimo papa italiano fosse più progressista o più conservatore, ci di fermava alle vecchie e stereotipate categotie del "papa religioso" o "papa politico".
Dopo l'elezione del "papa polacco" ormai tutte le cancellerie sanno che all'interno del conclave tutto e possibile. Se nel 1978 il governo comunista avesse avuto il sentore che l'arcivescovo di Cracovia fosse un papabile non gli avrebbe certo concesso di attraversare la cortina di ferro!
Sugli esiti di un conclave ormai nessuna opzione può essere più esclusa completamente e ogni nazione o sistema politico dell'era della globalizzazione, al pari degli imperi dell'ancien regime, può sentirsi danneggiato dall'elezione di un papa che venga da questa o quella parte del globo.

Durante la Sede Vacante del 2005 ciò che faceva divertire i vecchi prelati europei era l'insistenza e l'incredulo sgomento con cui i giornalisti statunitensi si informavano sul fatto che il settantacinquenne cardinale Bernard Law avesse il diritto di partecipare al conclave e virtualmente quello di essere eletto papa; erano sconvolti all'idea che un cardinale che aveva dovuto dare le dimissioni dalla carica di Arcivescovo di Boston (a seguito dello scandalo dei preti pedofili) continuasse ad avere ancora gli stessi diritti degli altri cardinale, cioè non capivano come il manager che ha fatto fallire la filiale di una società possa continuare a sedere nel consiglio d'amministazione e correre il rischio di essere persino eletto presidente di una multinazionale!
Finchè gli Sati Uniti saranno una SuperPotenza nessun cardinale americano correrà il reale "pericolo" di essere eletto papa ma gli interessi geopolitici delle super potenze sono tanti e sfaccettati.

Il percepire che i parametri con cui ragionano ed agiscono i leaders della Chiesa cattolica non possono mai essere completamente ridotti ai propri canoni provoca nelle diplomazie molto, seppur velato, nervosismo.
Probabilmente il solo - inconsisternte- pensiero che un arabo possa avere la pur minima possibilità di diventare Papa prova altrettanto raccapriccio nei politici e diplomatici statunitensi (ed israeliani!) che potrebbe dar luogo ad inutili, immotivate, conseguenze spiacevoli.
La ragione è pertanto dalla parte di don Abbondio: "E cosa doveva fare, il papa?... Dunque ha trovato un bonissimo ripiego".

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venerdì, ottobre 26, 2007

Cardinali in vacanza (della Sede Apostolica) /3


Ovvero: Il Conclave dell'Aprile 2005 nelle "Memorie e digressioni di un italia­no cardinale " (Cantagalli, pp. 640, euro 23,90) dell'Eminentissimo -ac Reversendissimo!- Cardinale Giacomo Biffi:

"I giorni più faticosi per i cardinali sono quelli che precedono immediatamente il conclave. Il Sacro Collegio si raduna quotidianamente dalle ore 9,30 alle ore 13, in un’assemblea dove ciascuno dei presenti è libero di dire tutto ciò che crede. S’intuisce però che non si possa trattare pubblica mente l’argomento che più sta a cuore agli elettori del futuro vescovo di Roma: chi dobbiamo scegliere? E così va a finire che ogni cardinale è tentato di citare più che altro i suoi problemi e i suoi guai: o meglio, i problemi e i guai della sua cristianità, della sua nazione, del suo continente, del mondo intero. È senza dubbio molto utile questa generale, spontanea, incondizionata rassegna delle informazioni e dei giudizi. Ma senza dubbio il quadro che ne risulta non è fatto per incoraggiare.
Il mio intervento

Quale fosse nell’occasione il mio stato d’animo e quale la mia riflessione prevalente emerge dal l’intervento che dopo molte perplessità mi sono deciso a pronunciare il venerdì 15 aprile. Eccone il testo:

1. «Dopo aver ascoltato tutti gli interventi – giusti opportuni appassionati – che qui sono risonati, vorrei esprimere al futuro Papa (che mi sta ascoltando) tutta la mia solidarietà, la mia simpatia, la mia comprensione, e anche un po’ della mia fraterna compassione. Ma vorrei suggerirgli anche che non si preoccupi troppo di tutto quello che qui ha sentito e non si spaventi troppo. Il Signore Gesù non gli chiederà di risolvere tutti i problemi del mondo. Gli chiederà di voler gli bene con un amore straordinario: «Mi ami tu più di costoro?» (cfr. Gv 21,15).
In una 'striscia' e 'fumetto' che ci veniva dall’Argentina, quella di Mafalda, ho trovato diversi anni fa una frase che in questi giorni mi è venuta spesso alla mente: 'Ho capito – diceva quella terribile e acuta ragazzina –; il mondo è pieno di problemologi, ma scarseggiano i soluzionologi'».

2. «Vorrei dire al futuro Papa che faccia attenzione a tutti i problemi. Ma prima e più ancora si renda conto dello stato di confusione, di disorientamento, di smarrimento che affligge in questi anni il popolo di Dio, e soprattutto affligge i 'piccoli'».

3. «Qualche giorno fa ho ascoltato alla televisione una suora anziana e devota che così rispondeva all’intervistatore: 'Questo Papa, che è morto, è stato grande soprattutto perché ci ha insegnato che tutte le religioni sono uguali'. Non so se Giovanni Paolo II avrebbe molto gradito un elogio come questo».

4. «Infine vorrei segnalare al nuovo Papa la vicenda incredibile della Dominus Iesus: un documento esplicitamente condiviso e pubblicamente approvato da Giovanni Paolo II; un documento per il quale mi piace esprimere al cardinal Ratzinger la mia vibrante gratitudine. Che Gesù sia l’unico necessario Salvatore di tutti è una verità che in venti secoli – a partire dal discorso di Pietro dopo Pentecoste – non si era mai sentito la necessità di richiamare. Questa verità è, per così dire, il grado minimo della fede; è la certezza primordiale, è tra i credenti il dato semplice e più essenziale. In duemila anni non è stata mai posta in dubbio, neppure durante la crisi ariana e neppure in occasione del deragliamento della Riforma.
L’averla dovuta ricordare ai nostri giorni ci dà la misura della gravità della situazione odierna.
Eppure questo documento, che richiama la certezza primordiale, più semplice, più essenziale, è stato contestato. È stato contestato a tutti i livelli: a tutti i livelli dell’azione pastorale, dell’insegnamento teologico, della gerarchia».

5. «Mi è stato raccontato di un buon cattolico che ha proposto al suo parroco di fare una presentazione della Dominus Iesus alla comunità parrocchiale. Il parroco (un sacerdote peraltro eccellente e benintenzionato) gli ha risposto: 'Lascia perdere. Quello è un documento che divide'. 'Un documento che divide'. Bella scoperta! Gesù stesso ha detto: 'Io sono venuto a portare la divisione' (Lc 12,51: diamerismòn). Ma troppe parole di Gesù oggi risultano censurate dalla cristianità; almeno dalla cristianità nella sua pars loquacior ».
Il conclave

E’ stata un’esperienza esaltante di comunione ecclesiale. Percepivamo di essere come avvolti dall’intensa e appassionata preghiera della moltitudine di coloro che amavano sinceramente la Chiesa. Tutto nel conclave è organizzato e predisposto al servizio della speditezza e di un garantismo assoluto; e ogni cosa perciò è facilitata. I cardinali devono solo pensare a votare.
Siamo entrati in clausura nel pomeriggio di lunedì 18 aprile e col primo scrutinio pomeridiano di martedì 19 aprile il quorum è stato raggiunto. In meno di ventiquattro ore si è avuto il nuovo Papa nella persona di Joseph Ratzinger. La nostra gioia è stata grande, come è stata grande in tutta la cattolicità la gioia dei «piccoli».

Il nostro divertimento si è poi accresciuto con la lettura delle analisi e delle previsioni dei «sapienti» e degli «intelligenti» che, in virtù della scienza infusa della loro impavida «ecclesiolalìa», «sapevano» che noi eravamo irriducibilmente divisi e contrapposti. E non si sono ricreduti neppure dopo, neppure davanti all’evento indiscutibile di una elezione così rapida, conseguita nel rispetto di una normativa che ci imponeva di superare i due terzi dei votanti: hanno continuato a parlare di grande divisione tra i cardinali. L’ideologia non si arrende mai, quale che sia l’evidenza della realtà effettuale che la smentisce."

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venerdì, ottobre 19, 2007

le quote porpora /8

Ovvero: Oh Romeo, Romeo! Perchè NON sei tu Romeo?



Anche al "profano" non è difficile prevedere i tempi opportuni alla convocazione di un Concistoro per la creazione di nuovi cardinali.

Paolo VI decretò -Motu proprio- che al compimento dell'ottantesimo anno di età i cardinali perdano il diritto di entrare in Conclave così come poi fissò a 120 il numero massimo dei cardinali elettori (tali norme furono confermate da Giovanni Paolo II nella Costituzione Apostolica "Universi dominici gregis") ragion per cui da un rapido calcolo dell'età anagrafica dei cardinali è tranquillamente ipotizzabile quando il Sommo Pontefice possa convenientemente procedere ad una "nuova infornata".
Solitamente le "creazioni" si rendono opportune quando i posti vacanti hanno superato la decina poichè si possa onorare della porpora degli ecclesiastici provenienti da tutto l'orbe cattolico al fine di visibilmente concretare e significare la sollecitudine del "Pastore Universale" verso i cattolici dei cinque continenti. E poiché al compimento degli ottant'anni del Cardinal Decano Angelo Sodano, in data 23 novembre 2007, il numero dei cardinali elettori sarebbe sceso a 103 era ben prevedibile al volgere dell'anno (o al più tardi nel febbraio 2008) il secondo Concistoro di Benedetto XVI.
Perciò ampiamente annunciato dai vaticanisti ecco che, senza cogliere di sorpresa proprio nessuno, il Sedici volte Benedetto al termine dell'udienza generale di mercoledì 17 ottobre 2007 ha avuto la "ccioia" di annunciare la lista dei novelli eminentissimi prelati che il 24 novembre seguente -primi vespri della Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo- avrebbero ricevuto la berretta rossa.

Così come è umanamente possibile col solo uso del "lume razionale" (e senza pertanto il bisogno di una divina rivelazione) prevedere orientativamente le date di un Concistoro è altrettanto possibile stilare la lista dei "papabili" alla porpora.

Innanzitutto per diventare cardinali bisogna essere cattolici -e questo dovrebbe aiuta di molto a restringere il campo d'indagine- poi (nonostante quel che ne possa dire qualche gesuita)bisognerebbe essere di sesso maschile ed aver ricevuto il sacramento dell'Ordine.
Ma poichè per consuetudine i Romani Pontefici si degnano di concedere la porpora ai capi degli organismi della burocrazia vaticana nonchè ai prelati di un centinaio di città al mondo che -per una antica o recente tradizione- solitamente sono anche cardinali, ecco che basta fare un raffronto tra il numero di posti liberi nel sacro collegio ed il numero di prelati cui per consuetudine dovrebbe spettare la nomina cardinalizia.

Per la sempre maggior volontà pontificia di rendere il Sacro Collegio espressione dell'episcopato mondiale; ed inoltre poichè i cardinali al compimento dei settantacinque anni, come tutti gli alti gerarchi, debbono presentare le dimissioni dal loro ufficio pastorale; ecco che il numero dei legittimi pretendenti risulta essere sempre maggiore dei posti disponibili!
Accade, pertanto, che l'orrida schiatta dei vaticanisti dopo aver annunciato urbi et orbi l'ufficiosa lista dei possibili neo-porporati, quando invece si trova di fronte all'elenco ufficiale ecco che trasecola, e si angustia, e non si perita di estrinsecare all'universo mondo tutte le proprie ambascie per non esser riusciti infallibilmente a scrutare nella mente del Santo Padre!

I giornalisti danno come "quasi" certe le promozioni al cardinalato del tal monsignore e poi, quando invece quel monsignore non risulta essere stato "creato" ecco che si alza il polverone delle possibili segrete motivazioni per cui il Papa abbia voluto così platealmente punire il prelato col rifiutargli la promozione!
A seguito della seconda "infornata" di Benedetto XVI, oggetto principe dei pettegolezzi da cortile (di San Damaso) dei vaticanisti è stata proprio la (clamorosa?) mancata porpora per il neo Arcivescovo di Palermo Paolo Romeo.

Si è detto che il Papa nutre acredine verso monsignor Romeo perchè quando era Nunzio Apostolico in Italia promosse un sondaggio tra i vescovi per designare il successore di Ruini a guida della conferenza episcopale (e le preferenze dei vescovi italiani non andavano certo a Bagnasco!).
Poichè il Nunzio Romeo agì sotto le espresse direttive dell'allora Segretario di Stato Sodano sarebbe ben più logico che Papa Ratzinger imputasse lo sgarbo più al mandante che all'esecutore.
E poi se realmente Benedetto XVI avesse voluto "punire" monsignor Romeo lo avrebbe potuto mandare a fare il Nunzio in Iraq o in qualche altro luogo del pianeta poco confortevole ( vedasi il caso di Monsignor Fitzgerald presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso sbattuto da Benedetto XVI a fare il Nunzio Apostolico in Egitto ad imitazione di Paolo VI che spedì Bugnini a Teheran)!

L'altro criterio assai in voga per spiegare la promozione o la non promozione al cardinalato parrebbe essere la disponibilità o meno dei prelati nell'applicazione del motu proprio "Summorum Pontificum" che liberalizza il messale pre-conciliare.
Monsignor Romeo nella settembrina riunione della Conferenza epicopale italiana si sarebbe schierato con quei vescovi che volevano mettere dei paletti alla liberazione della messa di San Pio V , provocando perciò il disgusto del piissimo Papa Benedetto.
Ma se l'accettazione "perinde ac cadaver" o meno del motu proprio "Summorum Pontificum" fosse veramente il discrimine con cui il sedici volte Benedetto ha decretato le diciotto creazioni cardinalizie non si spiegherebbero affatto l'elevazione alla porpora del "refrattario" arcivescovo di Parigi!
In una così rozza cornice "neo-integrista" la clemente e pia visione ecclesiale di Benedetto XVI appare davvero mortificata!

E' evidente che gli italiani in questo concistoro novembrino sono già troppi: 4 su un totale di 18! Ed anche se Benedetto XVI ha derogato di una unità al limite stabilito, sarebbe stata sicuramente spiacevole la percezione che si fosse derogato al solo fine di aumentare il club dei cardinali italiani! E nonostante che l'italiano Romeo non sia stato "creato" nulla vieta di pensare che la deroga sia stata già di per se stesso motivata dalla necessità di creare un ulteriore quarto neo cardinale italiano!
Romeo (probabilmente) sarà cardinale nel terzo concistoro benedettino e non è il primo caso in cui un monsignore cui spettava la berretta abbia dovuto saltare un turno: esempio ne è il neo cardinale Angelo Comastri che essendo già Arciprete della Basilica Vaticana all'epoca del concistoro del 2006 avrebbe dovuto già allora diventare cardinale poichè la carica di Arciprete di San Pietro è una carica cardinalizia.

Si potrebbe obbiettare che questa è la primissima volta in cui l'arcivescovo di una delle città italiane tradizionalmente sedi cardinalizie (Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna; Firenze, Napoli, Palermo) non viene elevato al cardinalato nel primo concistoro utile celebrato subito dopo la nomina del neo-arcivescovo!
Io risponderei che se noi andassimo a dare un'occhiata a quelle diocesi italiane che nell'Ottocento erano ritenute "tradizionalmente" sedi cardinalizie vi troveremmo città del calibro di : Montefiascone, Viterbo, Orvieto, Perugia, Ancona, Senigallia, Macerata, Forlì, Imola, Ravenna, Benevento, e tante altre italiche "metropoli" del tempo!

Palermo nei secoli ebbe il rango di capitale e fu pertanto spessissimo sede cardinalizia. Il Cardinale Arcivescovo di Palermo non solo era a capo della "conferenza episcopale" di una Regione del sud dell'Italia ma era il Primate di un vero e proprio "Regno" con propria storia, tradizione e lingua!
E se nei secoli andati il proliferare delle porpore sul suolo italico era giustificato dal fatto che il papa era "un prete italiano vestito di bianco" come lo disse Bismarck, Papa Benedetto, che di Bismarck è connazionale, si trova a pontificare nel XXI secolo sopra ad un cattolicesimo veramente globalizzato!
Ecco perciò che attorno al Papa di Roma quel ruolo preminente che prima svolgeva la Chiesa italiana dev'essere per forza di cose di molto ridimensionato ed inglobato armonicamente nel più generale beakground spirituale e culturale del cattolicesimo della "vecchia" Europa: non è forse questo il paradigma ideale che stà alla base della scelta di Papa Ratzinger di rifarsi idealmente al santo fondatore di quel monachesimo che cristianizzò l'Europa intera?
Si tenga presente che il neo porporato Angelo Bagnasco non è solo uno dei tanti cardinali residenziali d'Italia ma è soprattutto il Presidente (e perciò il rappresentante in Italia e all'estero) dell'episcopato italiano!

In questo nuovo dinamismo intelletuale e spirituale che Benedetto XVI auspica per il cattolicesimo del terzo millenio quale ruolo peculiare di preminenza universale può mai avere il cattolicesimo siculo?

La cattolica Sicilia non può certo vantare la piaga del malaffare malavitoso quale scusa per pretendere che debba essere proprio un Eminentissimo Principe della Chiesa Romana a dover stendere il proprio manto purpureo quale propriziatrice cura dei cronici mali della Sicilia stessa (quasi che invece lo sfoggio del solo viola prelatizio possa significare un vulnus all'azione evangelizzatrice e moralizzatrice dell'intera Chiesa siciliana)!

Se la vocazione precipua di un "Cardinale di Palermo" dev'essere quella di significare, in seno al supremo senato del cattolicesimo mondiale, il gridi di dolore delle genti afflitte dalla disoccupazione, dalla corruzione e dalla criminalità organizzata, una tale vocazione - pultroppo!- potrebbe tranquillamente trovare tanti legittimi rappresentanti ne vescovi di tante disgraziate realtà del Mezzoggiorno (ad esempio: Catanzaro, Crotone, Bari) e principalmente nell'Arcivescovo di Napoli.
Ecco, ritengo che ormai nel XXI secolo a rappresentare il "Regno delle due Sicilie" un solo Cardinale basti e avanzi.

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domenica, settembre 23, 2007

A SECRETIS, IV

Ovvero: Bertone mormorò: non passa "Lo Straniero"!


Ai vespri del venerdì 21 settembre 2007, a Roma nella splendida cornice extraterritoriale dell'Aula Magna della Pontificia Università Urbaniana si è svolta la presentazione ufficiale de L'ultima veggente di Fatima. I miei colloqui con suor Lucia” (Edizioni Rai-Eri e Rizzoli, Milano 2007, pp. 196, Euro 17,50): libello del Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato di sua Santità, scritto a quattro mani con il Vaticanista del Tg1 Giuseppe De Carli; tomo che si fregia dell'augusta presentazione del sedici volte Benedetto.
Moderatore della serata il "gesuitico" direttore della Sala Stampa Vaticana padre Federico Lombardi.

Gli interventi sono stati aperti dal "padrone di casa" monsignor Ambrogio Spreafico, rettore dell' Urbaniana, che ha laudato l'importanza ecclesiale e culturale del felice evento.
Il Vescovo emerito di Leiria-Fatima, monsignor Serafim de Sousa Ferreira e Silva, ha raccontato del come e quando ha personalmente acconpagnato nell'anno 2000 l'allor monsignor Bertone a Coimbra da Suor Lucia per i colloqui propedeutici alla rivelazione del "Terzo Segreto": "Lei le verificò attentamente, riconoscendo le pagine scritte di proprio pugno 56 anni prima, e riconoscendo persino la carta”.
Poi è stato il turno del giornalista Vittorio Messori "Arci-scrittore-cattolico" che, dal suo "emporio" di nozioni mariologiche, ha tracciato un alato excursus della costante presenza parallela della Madre celeste nelle vicende terrestri.
Il vaticanista televisivo De Carli ha presentato due documenti video: prima un reportage tutto girato nel monastero di clausura di Coimbra, dove Suor Lucia a partire dal 1950 visse stabilmente fino alla morte, poi una video-intervista con monsignor Capovilla.
L'antico segretario personale di Papa Roncalli nonchè unico sopravvissuto alla lettura del "terzo segreto" fatta da Giovanni XXIII nel 1959, e che è stato -forse- l'involontaria leva su cui si sollevata la diatriba sulla possibile esistenza di un ulteriore "messaggio" di Nostra Signora di Fatima, ha nuovamente e solennemente smentito categoricamente l'esistenza di un "Quarto Segreto": “Quando ho sentito parlare di 'Quarto Segreto' sono rimasto strabiliato. Non mi era mai passato per la testa che esistesse un quarto segreto. Nessuno me lo ha detto né io ho affermato una cosa del genere”.
Anche Messori ha escluso che che vi possa essere ancora un "Quarto segreto" occulto ed occultato.
Personalmente prendo piacevolmente atto della svolta "razionalistica" del cattolico Messori che fino a non pochi anni addietro pubblicava libelli infarciti di apocalittiche profezie di Madonne, di Santi, e quel che è più grave, di proprie congetture su catastrofiche palingenesi della Chiesa e del Mondo!

Dulcis in fundo -o se si preferisce: in cauda venenum!- l'Eminentissimo Bertone, introdotto dall'onorevole Francesco Rutelli, ha tenuto a giustificare la somma prudenza adottata dalla Chiesa nei casi di fenomeni soprannaturali per evitare delirii collettivi “di tipo 'apocalittico'”, così come il “protagonismo da parte dei 'veggenti'”. “Bisogna evitare il pericolo di una 'Chiesa delle apparizioni' diffidente della Gerarchia della Chiesa".

Volenti o nolenti, insomma, ha aleggiato sulle teste dell'eletto uditorio l'espressione "Quarto segreto" nonchè il fantasma dell'innominato suo coniatore: Antonio Socci. Giornalista, ardente cattolico, nonchè fumantino toscano assai facile all'infervoro, Antonio Socci per la verità non s'è paventato all'Urbaniana solamente sotto specie ed accidenti ma in carne e -soprattutto- sangue!

Già i suoi colleghi vaticanisti si erano affrettati ad interperlarlo telefonicamente intorno alla possibilità di una sua eventuale "marcia su Roma" ed infatti così si esprimeva il buon Socci: "Stasera andrò alla presentazione del libro di Bertone, anche come parte in causa perchè è contro il mio libro ma chiederò al cardinale un solo minuto per rispondere a una semplice domanda, con un sì o con un no".

La fatidica domanda avrebbe dovuto essere la seguente: «Eminenza, lei è pronto a giurare sul Vangelo che alla famosa frase “In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede etc” contenuta nel Terzo Segreto di Fatima reso noto dal Vaticano nel 2000 non segua nient’altro?».
Se l'Eminentissimo Bertone in coscienza avesse ritenuto di non poter dire un "no" assoluto Socci alla fine avrebbe trionfato (assieme al Cuore Immacolato)!
Se l'Eminentissimo Bertone avesse invece detto il suo "sì" convinto, Socci avrebbe chiesto seduta stante di far ascoltare al Cardinale e all'uditorio la registrazione autentica della dichiarzione che monsignor Loris Capovilla rilasciò ad un cultore di Fatima tal Solideo Paolini, nella quale, sempre secondo l'adamantino Socci, Monsignor Capovilla dichiarava papale-papale: «oltre alla quattro paginette, c’era anche qualcos’altro, un allegato, sì» .

Pertanto -nell'attesa di constatare se Tarcisio Bertone fosse capace di esercitare la virtù della pazienza nel grado eroico di una Giovanna Melandri- prima che principiasse la presentazione, Socci varcava il portone della gianicolense Università pontificia chiededendo gentilmente che l'Eminentissimo concedesse la grazia di farsi porre la mistica questione ma poichè gli è stato risposto che nessuno avrebbe avuto la libertà di interrogare l'Eminentissimo ospite d'onore, il perseverante Socci ha aspettato paziente nel cortile dell'Università Urbaniana l'arrivo del Cardinal Bertone per ottenere soddisfazione in faccia ai giornalisti e ai teleoperatori schierati, ma invano poichè l'Eminentissimo, avvertito "del pericolo" incombente, è sgattaiolato velocemente all'interno dell'Urbaniana!

Rimasto fuori dell'Aula Magna nel cortile dell'Urbaniana, come San Pietro nel Cortile del Palazzo del Sommo Sacerdote, a differenza dell'Apostolo, Antonio Socci non si è sottratto all'interrogatorio dei colleghi giornalisti! A quel punto è intervenuto il discreto personale della sicurezza vaticana che -con fermezza- ha pregato Socci di non dare spettacolo e di accomodarsi (assieme a chi lo stava ad ascoltare) fuori dal cancello dell'università Urbaniana che a norma dei Patti lateranensi sorge su proprietà extraterritoriale della Santa Sede. Ma poichè l'autore del "Quarto Segreto di Fatima" (Rizzoli) si mostrava palesemente insensibile verso le ragioni delle norme concordatarie e del diritto internazionale è stato, contro la proria volontà, ricondotto "in partibus infidelium".



Dalla meditazione di questo ennesimo "Fioretto" dal sapore francescano della biografia di Antonio Socci bisogna ricavare tre gravi condiderazioni:

1) La totale mancanza di solidarietà da parte del mondo giornalistico, financo da parte di quei giornalisti anticlericali che trattandosi del caso particolare dell'inviso Socci hanno plaudito (poichè hanno detto: "è la prova che anche l’assolutismo serve a qualcosa") mentre se un Gad Learner o un Michele Santoro, un Eugenio Scalfari od anche un'umile Barbara Palombelli fossero stati sbattuti fuori dal territorio vaticano poichè -legittimamente!- ritenuti ospiti non graditi, noi oggi staremmo assistendo ad una campagna stampa per l'abolizione del Concordato e per l'occupazione di San Pietro manu militari!

2) Non si può non rimanere sorpresi per il fatto che il Cardinal Bertone non batta ciglio ma anzi si compiaccia nel sentire il nonagenario Capovilla che, per dare ragione alla tesi Bertone, riaffermare esattamente -ed anzi direi: "canonizza"- ciò che è sostenuto nel libro di Socci: ovvero che ci furono due distinte date in cui Paolo VI aprì la busta del "terzo segreto" solo che una delle due date non compare nella documentazione del Sant'Uffizio!
Ma se questo fosse vero vorrebbe dire che è tranquillamente possibile ipotizzare che anche altre volte quella busta uscì dalla "Suprema Congregazione" senza che nei registri della medesima Congregazione del Sant'Uffizio rimanesse traccia!
Questo vorrebbe dire che Bertone non può più sostenere, solo sulla base delle carte d'archivio, ad esempio che Papa Luciani non lesse il Terzo Segreto o che Papa Wojtyla lo lesse solo dopo l'attentato del 13 maggio 1981!

3) Terzo -vero!- "mistero" su cui interrogarsi relativamente alla serata del 21 Settebre all'Urbaniana è stata "l'apparizione" al fianco di Bertone, al tavolo dei relatori, del vice-premier Francesco Rutelli!

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domenica, luglio 01, 2007

Tristitia Christi /2


Sive:"Oremus et pro cardinale Lehmann"

Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Karl Lehmann, Arcivescovo di Mainz(Magonza) e presidente -ad libitum- della conferenza episcopale tedesca si è reso autore di una clamorosa figuraccia "coram Santissimo"!

Il sedici volte Benedetto, infatti, con un eroico esercizio della virtù della pazienza; che lo rassomiglia a quel Cristo -di cui è Vicario in Terra- che sopportò mitemente le molestie verbali dei membri del Sinedrio; dopo mesi in cui mille obbiezioni gli sono state rivolte da molti membri del Sacro Collegio ha finalmente ravvisato che fosse arrivato il tempo favorevole acchè fosse pubblicato il "Motu Proprio" che liberalizzi la possibilità per i fedeli cattolici che lo desiderino -cioè senza più il bisogno dell'autorizzazione del vescovo diocesano- di poter celebrare pacificamente la messa secondo il rito romano detto "di San Pio V" secondo l'ultima versione del messale tridentino (cioè precedente alla riforma liturgica approvata da Paolo VI) pubblicato nel 1962 da papa Giovanni XXIII.

Tra le molte difficoltà espresse da tanti Eminentissimi -ac Reverendissi- padri porporati ha brillato quella appunto del cardinal Lehmann, che di fronte al "ritorno" della messa in latino s'era fatto voce presso la Santa Sede del vivo disagio delle comunità ebraiche per il ritorno a quella messa pre-conciliare (cioè prima di quel Concilio Vaticano II che ha assolto gli ebrei dall'accusa di deicidio), quella messa elaborata da quella controriforma che contemporaneamente rinchiudeva gli ebrei nel ghetto, messa in cui nelle preghiere del Venerdì Santo si trovava la celeberrima espressione: «perfidis judaeis».

Se certamente non possiamo pretendere dagli ambienti ebraici una approfondita conoscenza della storia antica e recente della liturgia cattolica, certamente stupisce che l'arcivescovo di Magonza prima di farsi pubblicamente portavoce del "grido di dolore" dell'ebraismo ignorasse completamente, e perciò non sia stato capace di rispondere ai suoi fratelli maggiori, che già nel 1959 nella sua prima Settimana Santa come pontefice papa Giovanni XXIII aveva dato ordine che si mutasse l'espressione: "Oremus et pro perfidis Judaeis" in "Oremus et pro Iudaeis"; la riforma venne quindi recepita nella nuova edizione del messale tridentino di tre anni dopo.
Essendo stato ordinato prete il 10 Ottobre del 1963 c'era da ritenere che Karl Lehmann non conoscesse il messale di San Pio V solo per averne letto sui libri di scuola ma che, novello sacerdote, avesse celebrato molte messe in latino!

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venerdì, giugno 01, 2007

A SECRETIS, III

ovvero: visioni private

La sera dell'ultimo giorno del mese mariano, mentre su Raidue si concludeva la tanto deprecata trasmissine Anno Zero di Michele Santoro intorno al famigerato "Sex crimens and the Vatican" su Raiuno invece il serafico Bruno Vespa appariva alla Madonna di Fatima, verrebbe da dire se non chè qualcuno non ritenesse l'espressione blasfema.

L'antico volpone di un conduttore di Porta a Porta, rivolto all'eminentissimo cardinal Tarcisio Bertone che gli appariva "come in uno specchio" chiede "la busta" e ci manca poco che Bertone replichi come un Mike Bongiorno d'antan : "vuole la uno, la due o la tre?"
Il cardinal Segretario di stato, infatti, prima mostra la busta con il testo della traduzione italina del terzo segreto di fatima, ma non la apre e non la mostra; Bruno vespa legge la data sulla busta: 1967.
Poi apre la grande busta in cui era conservato il segreto presso il vescovo di Leiria e che nel 1958 fu trasferito al Sant'Uffizio "per conservarlo meglio".
All'intero una busta su cui Suor Lucia scrisse che "per ordine di Nostra Signora" il segreto poteva essere rivelato dopo il 1960 dal vescovo di Leiria-Fatima o dal patriarca di Lisbona. All'interno un'altra busta su cui la medesima veggente aveva scritto il medesimo "ordine" di Nostra Signora e poi finalmente ecco spuntare tra le candide mani del porporato -in prima visione mondiale- le originali quattro paginette del racconto della visione del vescovo vestito di bianco colpito a mortre da arma da fuoco e frecce.

Una prima considerazione di chi vede Porta a Porta è quella di scoprire che il terzo segreto nei piani di Nostra Signora non doveva per forza essere rivelato solo al papa.
Sul perchè il cardinal Ottaviani "in illo temore" disse che il segreto era composto di un solo foglio di venticinque righe, Bertone non sà proprio come spiegare un lapsus del genere. Inoltre per avvalorare il fatto che quello da lui presentato nel 2000 è l'unico possibile terzo segreto di Fatima (e non vi è un "quarto segreto")sostiene che Ottaviani non era l'unico oltre al papa a conoscere il testo del segreto ma era stato letto e discusso da tutti i cardinali membri della plenaria del sant'Uffizio.
Saremo anche noi ignoranti delle procedure inquisitoriali del sant'uffizio al pari dei giornalisti della Bbc ma questa è la prima volta in cui Bertone fa emerge questo aspetto della procedura che precedette la decisione giovannea di non rivelare il Segreto nel 1960.
Di una cosa però il telespettatore "veggente" di Porte a Porta che ha letto il libro di Socci si è convinto: che cioè è umanamente impossibile poter intravedere in controluce il testo del segreto addirittura attraverso tre diverse buste e sostenere tranquillamente che all'interno vi era un unico foglio con un testo di circa venti righe come invece affermò di aver fatto nel 1958 il vescovo coadiutore di Leiria-Fatima.

Post Scriptum: Ovviamente c'è la possibilità che la busta fosse un'altra come argomenta beatamente il buon Antonio Socci che Vespa non ha opportunamente invitato in trasmissione (per evitargli la scomunica dato che di fronte agli incalzanti "Perchè? perchè? perchè!!!" di Socci sicuramente Bertone avrebbe reagito con meno carità cristiana di Giovanna Melandri).

BERTONE NEL “VESPAIO” : "...a un certo punto il prelato mostra le buste che sono state aperte nel 2000, quando fu svelata la parte del terzo segreto con la visione del “vescovo vestito di bianco”. Ebbene, su queste buste manca qualcosa che doveva assolutamente esserci: una frase di papa Giovanni. Infatti monsignor Capovilla, segretario di Giovanni XXIII, riferì in due interviste a Orazio la Rocca (Repubblica, 26.6.2000) e a Marco Tosatti (nel libro “Il segreto non svelato”) che quando – nel 1959 – papa Roncalli lesse il Terzo segreto e decise di secretarlo, disse allo stesso Capovilla di “richiudere la busta” scrivendoci sopra “non dò nessun giudizio” perché il messaggio “può essere una manifestazione del divino e può non esserlo”.

Ebbene dov’è la scritta voluta da Giovanni XXIII ? Nelle buste mostrate da Bertone non c’è. Dunque sta altrove..."

E poi: "...Bertone a “Porta a porta” ha fornito involontariamente un’ altra prova, ancora più clamorosa, che il “quarto segreto” esiste. Infatti della busta contenente il testo della visione ha dato le misure: “9 centimetri per 14”. Il prelato evidentemente ignora che dal 1982 all’Archivio del Santuario di Fatima è conservato un documento di monsignor Venancio il quale portò materialmente la busta col “quarto segreto” alla nunziatura per inviarlo a Roma. Il monsignore trascrisse le esatte misure della busta di Lucia che era di 12 centimetri per 18. Dunque dagli atti ufficiali risulta che quella era un’altra busta".

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sabato, maggio 19, 2007

DEVOTIO MODERNA [6]

Bologna "la rossa" nasconde un segreto: la secolare devozione per la Madonna di San Luca che la veglia dall'alto del Santuario sul Colle della Guardia.
Una settimana all'anno, però, la Madonna scende in città ai primi vespri della V domenica dopo Pasqua e questo accade sin dal 1433, quando era vescovo di Bologna il beato Nicolò Albergati.
La venerata immagine, dunque, scende processionalmente nel pomeriggio del sabato dal colle della Guardia, percorrendo il portico -composto da seicentosessantasei arcate- edificato tra il 1706 e il 1715. Viene accolta dal Cardinale Arcivescovo, dal clero e da tutta la città a Porta Saragozza; poi l'Icona, traversando il centro di Bologna, viene condotta in solennissimo corteo sino alla Cattedrale di San Pietro, dove resterà fino alla domenica dell’Ascensione quando con simile processione il clero e il popolo scortano la loro celeste patrona fino al varco di Porta Saragozza (dove comincia -assai ripida!- la salita al Santuario).

Durante la settimana di permanenza in città la Santa Vargine accoglie nella Cattedrale di San Pietro il popolo fedele, uscendo solo nel pomeriggio del mercoledì per fare un salto al Duomo di San Petronio dove per l'intercessione della Madre di Dio viene impartita la benedizione solenne a tutti i bolognesi.


Nell'anno di Grazia 2007 qualcosa è andato storto: cadendo l'annuale "discesa" il 12 maggio e cioè in concomitanza con la manifestazione del Familiy Day di Roma alcune decine di "fedeli" di Rifondazione Comunista e dei Verdi hanno salutato il passaggio della processione della Madonna di San Luca alzando cartelli di contestazione alla CEI lamentando l'ingerenza clericale che affliggerebbe l'Italia.

I laici ed "illuminati" disturbatori non sono stati graditi nè a Destra ma nemmeno a Sinistra tant'è che il Sindaco Cofferati ha lamentato la "interferenza vistosa ai danni di un culto molto sentito dai bolognesi". Il "rosso" sindaco della "rossa" metropoli romagnola era infatti menbro di quella processione (con tanto di fascia tricolore) al fianco del purpureo arcivescovo Caffarra: "Le manifestazioni religiose - ha detto Cofferati - non devono essere mai disturbate. I promotori delle contestazioni devono fermarsi a riflettere".

Rifondazione Comunista e i Verdi hanno riflettuto e poi hanno risposto che si era trattato solo di una fortuita casualità che l'iniziativa dell'orgoglio laico "alla bolognese" incrociasse lo storico percorso della plurisecolare processione cattolica.

Poi arriva il giovedì 17 che oltre ad essere uno di quegli otto giorni in cui La cattedrale di Bologna accoglie i devoti della Santa Vergine, è anche la giornata mondiale contro l´omofobia dalchè i 350 iscritti alle associazioni gay e lesbiche di Bologna -essendo come suol dirsi: "dell'altra parrocchia"- per evitare di "incontrare per caso" la Madonna di San Luca hanno scelto di recarvici in corteo: sgranando la lista dei morti per omofobia intercalati da poco devote invocazioni a monsignor Bagnasco, presidente della CEI.

Poichè "Lo zelo per la Tua casa mi divora" l'Eminentissimo Caffarra non ha posto tempo in mezzo per biasimare l'accaduto:

"L’incivile gazzarra avvenuta ieri davanti al portone della Cattedrale, spalancato per permettere ai fedeli l’accesso per pregare davanti alla venerata immagine della Madonna di San Luca, resterà come una macchia che non si cancella nella storia luminosa e commovente dell’amore di Bologna verso la sua Patrona.
Ieri la città è stata offesa.
E’ stata offesa nel suo sentimento religioso profondo; un sentimento che davanti all’immagine della Beata Vergine sempre sa accantonare divisioni politiche e disuguaglianze sociali, ricomponendo il consorzio umano nella più profonda unità dell’amore orante a Maria.
E’ stata offesa anche nella sua tradizione civile che ha sempre visto nella Madonna di San Luca il suo più alto vessillo identitario; una tradizione mai interrotta in 531 anni di discese della Venerata Immagine dal Colle della Guardia. E’ stata offesa nella sua virtuosa e permanente pratica della tolleranza e dell’ordine civico.
Ed è tanto più grave che tale incivile manifestazione, nella quale sono state esibite persino scritte al limite del blasfemo, abbia avuto per protagonisti anche due deputati al Parlamento nazionale e alcuni esponenti politici locali.
Come Vescovo di questa città, ritengo doveroso denunciare che simili episodi sono segno evidente di un degrado civico prima d’ora qui sconosciuto, e richiamare le autorità cui compete a far rispettare quelle regole di convivenza che la città e la Nazione si sono date per il bene comune.
Invito i fedeli e tutti coloro che tengono tra gli affetti più preziosi quello per la Madonna di San Luca a pregare perché il Signore conforti chi – autorità ecclesiastiche e semplici fedeli – ieri è stato oggetto di dileggio e di offese, e perché Egli si lasci incontrare con il suo perdono, sulla via della conversione del cuore, da chi ha agito forse senza sapere quello che stava facendo.


Bologna, 18 maggio 2007
+Carlo Card. Caffarra
Arcivescovo Metropolita di Bologna

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martedì, maggio 15, 2007

A SECRETIS, II

Ovvero: la paura fa 90!



Sul quotidiano LIBERO del 12 maggio 2007, alla vigilia del novantesimo anniversario della prima apparizione della Santa Vergine a Fatima, in un suo articolo il buon Antonio Socci come un novello Giobbe ha espresso tutte le sue doglianze contro le invettive lanciategli contro nientemeno che dall'Eminentissimo Bertone Segretario di Stato di sua Santità.

Socci è l'autore di un ormai celeberrimo panphlet "Il quarto segreto di Fatima" che analizza la suggestiva ipotesi di un terzo segreto composto di due parti: il testo della visione pubblicata nel 2000 e un testo con le parole della Santa Vergine a commento della visione (cioè il "vero" segreto) ancora secretato.

Il libro, che è stato assunto ad un clamore ed una fama certamente insperata dall'autore, ha il suo punto di forza proprio nella sincera ed autobiografica analisi della propria costernazione di fronte (alle incongruenze tra ciò che per quarant'anni era trapelato intorno al Terzo Segreto di Fatima e cio che poi si è rivelato essere), e soprattutto, alla mancanza di trasparenza con cui monsignor Tarcisio Bertone, l'allora Segretario della Congregazione per la dottrina della Fede, aveva gestito la pubblicazione del segreto e massimamente i suoi incontri di ore con la nonagenaria Suor Lucia di cui ben poco è trapelato.

E' capitato spessissimo, con suor Lucia viva ma soprattutto con suor Lucia morta, che se qualcuno avanzi un'ipotesi temeraria o meno sulla vicenda delle apparizioni di Fatima ecco subito scendere in campo monsignor Bertone nel frattempo divenuto cardinale di Genova e e poi Segretario di Stato vaticano, a puntualizzare, smentire, chiarificare la verità dei fatti in virtù di ciò che Suor Lucia gli ha detto nelle lunghe ore di "interrogatorio" cui fu sottoposta per mandato di Papa Giovanni Paolo II il quale con una missiva rassicurava la veggente di rispondere senza reticenze al monsignore inviatio da Roma.

Niente vieta di credere in buona fede alle dichiarazioni del cardinal Bertone anche se è opinione non condannabile quella di chi ritiene che colloqui così importanti avrebbero dovuto essere registrati accuratamente, e che se sono stati verbalizzati (cosa di cui Bertone diede indiretta conferma in un'intervista dopo la morte di suor Lucia) avrebbero dovuto essere resi pubblici dato che "l'interrogatorio" cui Bertone sottopose la novantenne carmelitana riguardava solo ed esclusivamente il cosiddetto "terzo segreto di Fatima" intorno al quale dopo il 13 maggio 2000 non ci dovrebbero essere più segreti.


Così si angustia il buon Socci:
"Che errore. Chissà perché il cardinal Bertone si è cacciato in questo guaio mettendo nei pasticci il Vaticano.
Personalmente dovrei essere strafelice che il Segretario di Stato (quindi il numero 2 della Chiesa) abbia pubblicato un libro, "L'ultima veggente di Fatima", per ribattere al mio "Il quarto segreto di Fatima". È un unicum. Neanche Dan Brown ha avuto un tale onore. Evidentemente quelle mie pagine devono scottare molto. Al prelato è scappata la frizione perché - con tanti saluti alla carità cristiana - inveisce contro di me: le mie sarebbero «pure farneticazioni», la mia inchiesta farebbe il gioco «dell'antica massoneria per screditare la Chiesa» ...

...
Ma qual è il cuore della nostra diatriba? Sta in questa domanda: il famoso "terzo segreto" di Fatima, contenente la profezia di ciò che dovrà accadere alla Chiesa e al mondo nel futuro prossimo, è stato pubblicato per intero nel 2000? Io ho cominciato la mia inchiesta convinto che fosse così. Poi mi sono reso conto che i fatti dicevano il contrario. Ne ho dovuto lealmente prendere atto, dichiarandolo e rilevando un quantità incredibile di "buchi" e contraddizioni della versione ufficiale. "


Ben si vede che il cardinal Bertone ha letto il panphlet socciano dove nella narrazione della secretazione ed ella dissecretazione del "terzo segreto" coloro che fanno meno bella figura sono papa Giovanni XXIII e Bertone.
Quest'ultimo, a differenza del "Papa Buono" a propria discolpa non può vantarre l'aureola della santità nè la mitezza di carattere.

Prova che la lettura de "Il quarto segreto di Fatima" ha provocato a Sua Eminenza un gran "giramento dei santissimi" è l'aver ingaggiato il vaticanista di Raiuno Giuseppe de Carli per un libro-intervista da contrappore al libro di Antonio Socci. Ecco pertanto vedere le stampe per le edizioni Rizzoli "L'ultima veggente di Fatima. I miei colloqui con suor Lucia" in cui l'Eminentissimo racconta per l'ennesima volta tutta la verità sui suoi incontri con suor Lucia. Fa problema che ogni volta che il cardinal Bertone assicura di dire "tutto" su Fatima aggiunge sempre qualcosa di nuovo!

Di ciò continua a dolersene Socci: "A Bertone, che da monsignore ebbe una parte da protagonista nella pubblicazione del segreto fatta nel 2000, chiesi un colloquio nel corso dell'inchiesta.
Pur conoscendomi bene, me lo negò e anzi si attivò subito per pubblicare un libro di risposta al mio. Come poi ha fatto in questi giorni (il 13 maggio è il 90° anniversario delle apparizioni).
Il problema è che questo libro non dà neanche una risposta agli interrogativi. E anzi pone ulteriori problemi.

Ho provato addirittura imbarazzo a leggere una cosa tanto pasticciata e autolesionista.
Per qualunque autore sarebbe un colpo eccezionale vedersi attaccato personalmente dal Segretario di Stato vaticano senza uno straccio di argomento. Ma per me è un disastro, perché mi sento prima cattolico che giornalista.

Avrei preferito aver torto marcio ed essere confutato. Oppure avrei voluto che la Santa Sede si decidesse a rivelare tutta la verità sul "terzo segreto" di Fatima, pubblicando - come la Madonna aveva chiesto - la parte ancora nascosta. Altrimenti avrei preferito essere ignorato, snobbato, boicottato. L'unica cosa sbagliata, l'unica cosa da evitare è precisamente ciò che Bertone ha fatto: esporsi pubblicamente senza rispondere a nulla e anzi aggiungendo trovate disastrose. Per lui e per il Vaticano.

Innanzitutto c'è il problema della "gestione" della testimone di Fatima, suor Lucia: per anni tutti hanno potuto strologare su Fatima tranne lei che dal 1960 è stata silenziata dal Vaticano. Cosa si temeva? Prima della pubblicazione del testo, nel 2000, il papa invia Bertone dalla suora, a Coimbra. Lo invierà ancora una volta nel novembre 2001. Infine il prelato tornerà da lei nel dicembre 2003. Questi tre colloqui erano la grande occasione perché l'unica veggente in vita, ormai quasi centenaria, lasciasse a tutti i cristiani e all'umanità la sua completa e preziosissima testimonianza sulla più importante apparizione mariana della storia. Un'opportunità epocale. Anche per mettere a tacere tante voci e leggende e per proteggere il Vaticano da accuse di manipolazione, Bertone avrebbe dovuto registrare (magari anche far filmare) questi eccezionali colloqui da lasciare ai posteri. O quantomeno disporre di verbalizzare tutto, domande e risposte, da far firmare alla veggente. Per evitare future e prevedibili contestazioni. Ma incredibilmente questi tre interrogatori, della durata - dice il prelato - di «almeno dieci ore», non furono né registrati, né filmati, né verbalizzati.

Il prelato ci spiega oggi che lui «prese appunti».
Così nei documenti ufficiali di Fatima sono riportate solo poche frasette attribuite alla suora, frasi di discussa credibilità e per nulla esaurienti perché le domande decisive, quelle che servivano per chiarire tutti i dubbi, non le furono poste, o almeno non sono riportate da Bertone ...

...
E quel che è peggio attribuisce oggi alla suora - che nel frattempo è morta e non può smentire nulla - delle frasi che non furono riportate nel resoconto ufficiale del 2000. Secondo Bertone la suora avrebbe detto, davanti al testo del 2000, che «questo è il Terzo Segreto», «l'unico testo» e «io non ho mai scritto altro».
Perché una frase così importante non fu riportata da Bertone nella pubblicazione ufficiale? E perché il prelato non chiese alla veggente se aveva mai scritto il seguito delle misteriose parole della Madonna sospese dall'eccetera («In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede ecc») che sono sempre state considerate dagli esperti l'incipit del Terzo Segreto?

Davvero strano. Come l'altra frase che oggi - e solo oggi, morta la veggente - il prelato le attribuisce, secondo cui suor Lucia, quando seppe dell'attentato al papa del 1981, «pensò subito che si era attuata la profezia del Terzo Segreto». Perché mai una conferma così decisiva non fu riportata nel resoconto ufficiale? Perché nel dossier vaticano, che pubblicava il testo della visione (col «vescovo vestito di bianco ucciso»), nessuno - né suor Lucia, né i cardinali Sodano e Ratzinger e neanche Bertone stesso - scrisse esplicitamente che l'attentato del 1981 era la realizzazione del Terzo Segreto?
E perché Ratzinger disse che tale interpretazione era solo un'ipotesi e non c'erano «interpretazioni ufficiali» della Chiesa, mentre oggi Bertone pretende di imporla come versione ufficiale?
E perché suor Lucia, nella lettera al pontefice allegata al dossier vaticano, scritta nel 1982, quindi un anno dopo l'attentato, spiegò che «non constatiamo ancora la consumazione finale di questa profezia» (del Terzo Segreto), ma che «vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi»?
Perché in quella lettera al pontefice Lucia non fa menzione dell'attentato appena verificatosi se proprio quello era la realizzazione del Segreto?

C'è chi ha sostenuto che Bertone non abbia registrato, né verbalizzato i colloqui con la veggente perché ne sarebbero emerse pressioni psicologiche, sulla suora di clausura, per indurla ad avallare certe tesi.
Mi è tornato in mente leggendo la pagina del libro di Bertone dove il cardinale ricorda che ad un certo punto la veggente era «irritata» e gli disse: «Non mi sto confessando!».
A cosa poteva rispondere con queste dure parole Lucia? Forse qualcuno ricordava all'anziana suora di clausura il potere ecclesiastico e ventilava «non assoluzioni»? Non si sa, perché il prelato - che ricorda bene la risposta (per le rime) della suora - dice di aver «rimosso» (testuale) la sua domanda. È evidente che il "quarto segreto" di Fatima (ovvero la parte nascosta del terzo) esiste e nel mio libro penso di averlo dimostrato...


...Non ho spazio qui per elencare tutte le gaffe del libro. Ma qualcuna sì. Bertone c'informa per esempio che «suor Lucia non lavorò mai col computer». Notizia preziosa perché in un'intervista alla Repubblica del 17 febbraio 2005 aveva dichiarato che Lucia «usava alla fine perfino il computer». La cosa allora serviva ad accreditare certe lettere del 1989 di suor Lucia che non erano auto- grafe e contraddicevano quanto aveva detto in precedenza sulla «consacrazione della Russia».

È curioso che il Segretario di Stato nel suo libro accrediti pure la voce che Gorbacev, nella storica visita a papa Wojtyla del 1° dicembre 1989, «abbia fatto mea culpa» davanti al papa, quando fu ufficialmente smentita dalla Sala Stampa vaticana il 2 marzo 1998. Del resto Bertone oggi accredita come autentiche addirittura le esplosive dichiarazioni sul Terzo Segreto attribuite a Giovanni Paolo II a Fulda nel novembre 1980, quando esse furono smentite sia dalla Sala Stampa vaticana che dal cardinal Ratzinger («questo incontro a Fulda è falso, non ha avuto luogo e il papa non ha detto queste cose»).
Del resto Bertone si premura di dire che «l'interpretazione del cardinal Ratzinger» relativa al Terzo Segreto «non era un dogma di fede». Ma lascia che il suo intervistatore presenti il Bertone-pensiero così: «le sue parole, davanti a tante interpretazioni del messaggio della Madonna..., sono l'imprimatur di una versione definitiva». Addirittura superiore a Ratzinger..."

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giovedì, aprile 19, 2007

panoramiche ratzingeriane /5

Ovvero: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di...
senatore a vita (eterna)!


La rivista internazionale "30 Giorni " diretta da Giulio Andreotti nel suo numero di "Marzo 2007" in occasione dell'ottantesimo genetliaco del sedici volte Benedetto è uscita in edizione monografica con i voti augurali di ventisette Cardinali

Scrive il cardinale Angelo Sodano subentrato a Joseph Ratzinger nella carica di Decano del Sacro Collegio: "Nel conclave del 2005 è toccato poi a me, come sottodecano del Collegio cardinalizio, di chiedere il consenso all’eletto. Ricordo bene la commozione con cui gli rivolsi, in latino, la domanda di rito: «Accetti la tua elezione, fatta canonicamente, a sommo pontefice?».
Un senso di gaudio interiore pervase tutti noi non appena il neoeletto pronunciò il suo “fiat”. Gli chiesi poi: «Con quale nome vuoi essere chiamato?». E chiara fu la sua risposta: «Vocabor Benedictus XVI», «Mi chiamerò Benedetto XVI»."

Il nuovo Segretario di Stato nonchè nuovo Camerlengo di Santa Romana Chiesa, il cardinal Tarcisio Bertone scrive:
"Sta scritto nella Bibbia che gli anni della vita dell’uomo «sono settanta, ottanta per i più robusti» (Salmo 89, 10). Sì, il santo padre Benedetto XVI i suoi ottant’anni li porta assai bene, ma nella categoria dei “più robusti” egli va annoverato per ben altri motivi. Il Signore, infatti, lo ha dotato di una “robustezza” davvero eccezionale in senso intellettuale e spirituale: non solo per la vasta e profonda cultura teologica, che tutti gli riconoscono, ma anche per quella sua squisita gentilezza che non ha nulla di formale, ma esprime una straordinaria attenzione alle singole persone."

Tra l'altro scrive il cardinale Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, il quale ha preso il posto di Joseph Ratzinger quale Cardinale Vescovo di Velletri-Segni che: "motivo di stima che mi è gradito esprimere al Santo Padre è per il modo bello con cui presiede le celebrazioni liturgiche, specialmente il sacrificio eucaristico, per la sua ars celebrandi, per lo spirito di preghiera e per il raccoglimento che caratterizza i suoi movimenti, per le sue profonde omelie: tutto ciò nutre la fede e aiuta a edificare la Chiesa."


Scrive il suo successore alla "Congregazione per la dottrina della fede", lo statunitense cardinal William Joseph Levada :"come tutti hanno potuto constatare, ad esempio nel discorso pronunciato nel 2006 nell’Accademia di Ratisbona sul rapporto della fede con la razionalità moderna, papa Benedetto cerca sempre il contatto con i problemi culturali e con le urgenze del momento storico presente, cosicché la sua parola risulta sempre “attuale”, anche se non si lascia mai catturare dall’attualità, perché gli occhi del cuore e dell’intelligenza sono sempre orientati e diretti al Logos eterno che, incarnandosi, ha divinizzato l’uomo, senza dissolvere il divino nelle ambiguità e nelle opacità della storia."

Benedetto XVI è rimasto molto piacevolmente colpito dall'omaggio di "30gioni" dato che ha citato la rivista durante l'"incontro conviviale" nella Sala Ducale con i cardinali presenti a Roma il 16 aprile ringraziando tutti gli eminentissimi che si sono presi il disturbo di scrivere i loro pensieri augurali.

Nell'editoriale il senatore Andreotti scrive:
"Noi di 30Giorni abbiamo goduto di molte attenzioni del cardinale Ratzinger che più volte ci riservò interviste, scrisse per noi il saggio Lo splendore della pace di Francesco (gennaio 2002) e venne anche a presentare per noi presso la Camera dei deputati il libro Il potere e la grazia. Attualità di sant’Agostino.
Siamo oggi attorno a lui con grande entusiasmo, impegno e una grande coerenza. E non è certo convenevole il forte augurio: ad multos annos."

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sabato, aprile 14, 2007

Gran Rabbi nato /4

Ovvero: Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: "Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret".(Gv I, 45)



Il libro "Gesù di Nazaret" del sedici volte Benedetto ha meritato la dotta presentazione dell'Eminentissino -ac Reverendissimum Dominum!- Christoph Schönborn Arcivescovo di Vienna che devotamente ha indicato nel libro scritto dal Pontefice "ccioiosamente regnante" il tributo d'amore al Signore Gesù Cristo di un semplice ed umile lavoratore nella Sua mistica vigna che per la timida indole ha sempre preferito non esibire la propria fervorosa devozione: "Egli è poco incline ad ogni soggettivismo, gli è estranea ogni forma di esibizione della propria interiorità personale. In modo simile a S. Tommaso d'Aquino, il fuoco della sua vita di fede è nascosto, non viene esposto alla curiosità dei biografi. In primo piano sta l'instancabile confronto intellettuale, la fatica del concetto, la forza degli argomenti, la passione della ricerca oggettiva della verità, lo sforzo di dare una risposta, a tutti coloro che chiedono e cercano, del motivo della propria speranza (cf. 1Pt 3,15)."

Della presentazione del libro a cura dell'austriaco cardinale "Portatore di Cristo" mi ha molto piacevolmente colpito il seguenta passaggio:

«Gesù, il rabbino e il papa

È, Gesù stesso, coerente, credibile?
Secondo la testimonianza personale di Papa Benedetto, uno degli impulsi a scrivere questo libro è stato l'incontro con il libro del "grande erudito ebreo Jacob Neusner"(p. 99) "Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù" (Piemme, Casale Monferrato 1996, originale: A Rabby Talks with Jesus: An Intermillennial Interfaith Exchange, New York 1993). Quello che Papa Benedetto dice a proposito di tale libro, è così essenziale per la comprensione del suo stesso libro su Gesù, che vorrei citare, a questo punto, un po' più per esteso. Jacob Neusner, dice il nostro autore, "si è, per così dire, inserito tra gli ascoltatori del Discorso della montagna e ha poi cercato di avviare un colloquio con Gesù… Questa disputa, condotta con rispetto e franchezza fra un ebreo credente e Gesù, il figlio di Abramo, più della altre interpretazioni del Discorso della montagna a me note, mi ha aperto gli occhi sulla grandezza della Parola di Gesù e sulla scelta di fronte alla quale ci pone il Vangelo. Cosi… desidero entrare anch'io, da cristiano, nella conversazione del rabbino con Gesù, per comprendere meglio, partendo da essa, ciò che è autenticamente ebraico e ciò che costituisce il mistero di Gesù" (p. 99).

A questo "trialogo" il cardinale Ratzinger pensava già allorché definì il libro del rabbino Neusner come "il saggio di gran lunga più importante per il dialogo ebraico-cristiano che sia stato pubblicato nell' ultimo decennio". Il suo libro su Gesù, ora pubblicato, adempie a questa promessa.

Più che le discussioni sui metodi esegetici, a lui sta a cuore il colloquio con il rabbino. Le prime appartengono, in un certo modo, ai preamboli, ai preliminari. Joseph Ratzinger/Benedetto XVI li chiarisce, rapidamente e sinteticamente, nella prefazione, indicando i meriti e i limiti degli approcci storico-critici a Gesù. Ma già dall'introduzione, da "un primo sguardo sul mistero di Gesù", egli è là, al centro, dove è posta la Persona stessa di Gesù. Qui, nel cuore della sua meditazione su Gesù, il rabbino gli è di decisiva importanza.

"Cerchiamo ora di riprendere l'essenziale di questo colloquio per conoscere meglio Gesù e comprendere più a fondo i nostri fratelli ebrei" (p. 136). Il rabbino Neusner, "nel suo dialogo interiore, aveva seguito Gesù per tutto il giorno e ora si ritira per la preghiera e lo studio della Torah con gli ebrei di una cittadina, per poi discutere le cose sentite - sempre nell'idea della contemporaneità attraverso i millenni - con il rabbino del luogo" (p. 136). Essi ora paragonano gli insegnamenti di Gesù con quelli della tradizione ebraica. Il rabbino chiede a Neusner "se Gesù insegni le stesse cose di costoro". Neusner: "non precisamente, ma quasi". "Che cosa ha tralasciato?" "Nulla". "Che cosa ha aggiunto allora?" "Se stesso". Questo il dialogo immaginario. Proprio questo è il punto, di fronte al quale Neusner, nel suo incontro così pieno di rispetto con Gesù, indietreggia spaventato. Egli esprime il suo spavento nella frase che Gesù dice al giovane ricco: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che hai e dallo ai poveri; vieni e seguimi" (cf. Mt 19,20). Tutto dipende, dice Neusner "da chi si intenda con questo mi " (Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù, p. 114). E il nostro autore completa: "questo è il motivo centrale per cui (il rabbino Neusner) non vuole seguire Gesù e rimane fedele all''Israele eterno' " (p. 137). "La centralità dell'Io di Gesù nel suo annuncio" è dunque il motivo per cui, come scrive il rabbino Neusner nella prefazione al suo libro, egli non si sarebbe unito alla "cerchia degli apostoli di Gesù", se fosse vissuto "nel primo secolo in terra d'Israele" (op. cit., p.7). Ed egli avrebbe preso questa decisione, "per motivi buoni ed importanti", l'avrebbe ragionevolmente motivata "con argomenti e con fatti", così dice il rabbino Neusner, già nelle prime righe del suo libro (ibidem, p. 7). Questo suo No a seguire Gesù, formulato in maniera così rispettosa e comprensiva, ma tuttavia ben chiara, è motivato in Neusner, primariamente, da motivi di fede o da motivi di ragione? Tutte e due le cose sembrano essere vere. Il no all'equiparazione di Gesù con Dio è per lui un'evidenza di fede, la cui ragionevolezza è spiegabile anche "con argomenti e con fatti". Sono sia motivi religiosi che sociali a giustificare il cortese no di Neusner. Quello che Gesù richiede dai suoi seguaci "può richiederlo solo Dio da me" (Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù, p. 70). E quello che egli esige, porta infine a mettere in pericolo la forma sociale di Israele, così come la prescrive la Torah: "Sul Discorso della montagna non si può costruire nessuno Stato e nessun ordine sociale" (p. 146). Il rabbino Neusner è così importante per il libro di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, proprio perché egli oppone un netto rifiuto a tutti i tentativi di scindere il Gesù storico dal Gesù del dogma della Chiesa. Non è stata la Chiesa, e neanche l'apostolo Paolo ad innalzare un predicatore ambulante della Galilea, mite, liberale, profetico, apocalittico o come altro sia, al rango di Figlio di Dio, ma egli stesso accampa una pretesa, in tutto il suo fare e dire, che spetta solo a Dio. È questa la tematica centrale del libro. Si tratta della domanda di Gesù a Cesarea di Filippo: "Ma voi, chi dite che io sia?" (Mt 16, 15).»

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lunedì, marzo 19, 2007

Sant'Abbondio v/s Don Abbondio /2

Monsignor Alessandro Maggiolini vescovo emerito di Como, da acuto teologo qual sempre è stato, non poteva meglio solennizzare il dì della festività del patrono della Chisa Cattolica se non con un articolo pubbilicato su "Il Gionale" in cui manifesta tutta la propria angustia per le parole (cui la stampa laica ha datto molto risalto!) del suo anch'esso emerito Metropolita ambrosiano : "Se Martini tifa per i Dico e «scomunica» Ratzinger"

"Nei giorni scorsi il Cardinal Carlo Maria Martini, in pellegrinaggio a Gerusalemme con mille e trecento fedeli di Milano, ha giudicato «inopportune» le parole del Papa sui conviventi che, senza il Sacramento del matrimonio, si considerano sposati. A essere sbrigativi, si potrebbe affermare che Benedetto XVI ha tolto di mezzo uno dei sette Sacramenti: il matrimonio appunto. Il Papa continua ad attestargli la sua stima citandolo nei discorsi e ricevendolo mediamente due volte l’anno. Non solo: Martini si rivolge ai credenti milanesi - gli altri possono considerarsi esonerati - «perché io parli chiaro sino alla fine». Una frase, questa, che può essere ridetta tale e quale da Papa Ratzinger con la propria autorità suprema sulla Chiesa. A nome di Gesù Cristo.

Non è qui toccato il problema della scomunica, come è, per esempio nel caso dell’aborto. Non si può, tuttavia, negare che la struttura sociale ed ecclesiale dei Dico intende attribuire diritti pubblici senza riconoscere i doveri corrispondenti. Il ricevere l’Eucarestia in dissonanza con la gerarchia ecclesiale in questioni gravi, se non determinanti, espone al chiaro pericolo di profanazione del corpo e del sangue di Cristo resi presenti sull’altare durante la messa. È ciò che in un passato nemmeno troppo lontano si chiamava sacrilegio ed era catalogato tra i peccati più gravi.

Un Cardinale - un altro più piccolo sembra valere meno - viene rivestito della porpora e della berretta rossa a significare la disponibilità all’obbedienza al Papa fino alla prontezza a dare la vita. Rosso sangue. A questo punto sembra passamaneria il discutere della diversità tra peccato grave e peccato lieve. Quando si tocca l’autorevolezza del Santo Padre, si lede il cuore della Chiesa di cui il Romano Pontefice è responsabile sommo in dipendenza dal Signore Gesù. La gente semplice, i fedeli che recitano le orazioni del mattino e della sera, partecipano alla messa di precetto, ricevono la Comunione almeno a Pasqua e lavorano otto ore al giorno senza compulsare libri di teologia alti così, sanno che quanto è superiore l’autorità ecclesiale a cui si disobbedisce, tanto più grave è la colpa che si commette. E d’istinto sanno che cardinali sono da considerare uniti al Papa nel comando e nell’obbligo dell’obbedienza.

E allora, perché mai un cardinale tra i più alti della Chiesa si sente in diritto di passar sopra le indicazioni almeno disciplinari del Papa? I fedeli che dovrebbero seguire questo credente vestito di rosso possono impunemente staccarsi dalle indicazioni del loro vescovo, sia pure ex? Con quale coerenza si può leggere Paolo che invita all’unità della fede e dei sacramenti e non soltanto nella disciplina canonica? Che significato può avere il ripetere le frasi quasi ossessive di San Giovanni che esortano all’unità della Chiesa?

C’è qualcuno che non ricorda la stazione della Via Crucis nella quale il cardinal Ratzinger esortava a ripulire la Chiesa quasi fosse diventata una stalla lercia? Aveva torto?"


Probabilmente la maggior parte di coloro che si sono lietamente abbeverati alle recenti considerazioni del Cardinal Martini non capiranno il senso della veemente replica di monsignor Maggiolini, anzi, sosterranno che Maggiolini ha travisato lo spirito, e sin'anche la lettera del verbo martiniano!
Ma è davvero così?
Si rinnova la profezia di Gesù secondo cui i figli delle tenebre sono più scaltri dei figli della luce: perchè infatti -io domando ai figli della luce- la stampa laica non solo ha dato tanto spazio e puntualità nel citare le riflessioni dell'omelia tenuta ai pellegrini lombardi ma i giornalisti son poi corsi dal Cardinale a chiedergli di sviluppare quelle tematiche a beneficio delle proprie testate?

Rispondo: perchè i mass media vi hanno visto una radicale critica all'operato della CEI e dello stesso Papa.

Nella sua omelia betlemita il Cardinale di Santa Cecilia ha detto che Cristo ha comandato di non giudicare e lui di conseguenza non vuol emettere giudizi. Ma come possono essere interpretate le sue esternazioni se non legate a doppio filo con le pubbliche posizioni e disposizioni prese dalla presidenza della conferenza episcopale italiana o da pontifici dicasteri e accademie nelle settimane, giorni e ore precedenti? O addirittura una seppur velata critica dalla stessa esortazione apostolica "Sacramentum caritatis" di Benedetto XVI?


Raffigurare una Chiesa che non si occupa di fare "promozione della famiglia" perchè è tutta impegnata nella "difesa della famiglia" a me pare solo un sottile artifizio.
Di fronte ad un attacco culturale al concetto stesso di famiglia come si può pensare che il difendere il valore della famiglia come istituto naturale non abbia nulla a che fare anche con la "promozione" della famiglia stessa?
Se Martini intendeva dire che la famiglia essendo un istituto naturale ha una forza intrinseca che nessuna legalizzazione o parificazione delle unioni omosessuali al matrimonio potrà stravolgere ciò è lodevole ed encomiabile. Ma se la Chiesa Cattolica e non la Chiesa italiana ma il Papa in persona è più volte intervenuto in merito è perchè l'attacco è diretto anche e soprattutto alla natura spirituale del cristiano poichè il matrimonio per la fede cattolica continua ad essere uno dei sette sacramenti!

Che "la gente" è ormai lontana dalla Chiesa e che perciò non capisce più il senso e la lettera di tanto linguaggio dottrinario ciò sarà pur vero e compito dei pastori della Chiesa è quello di dolersene ma non certo quello di mutare dottrina per compiacere "la gente" (che inoltre è terminologia sociologica e non ecclesiale).

Concludendo, credo che la domanda di Maggiolini -ed anche la mia- al cardinale Martini sia: quando egli lamenta una Chiesa matrigna in cui gli insegnamenti "piovono dall'alto" come "parole strane, incomprensibili" si riferisce ad espressioni del tipo "coerenza eucaristica"?

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sabato, marzo 17, 2007

I libri dello "spiritoso" cristiano /3


Il cardinale Giacomo Biffi arcivescovo emerito di Bologna ha predicato gli esercizi spirituali all'inizio della Quaresima 2007 al sedici volte Benedetto e alla Curia Romana.
L’editore Cantagalli ha raccolto le meditazioni in un libro in uscita in libreria da mercoledì 21 marzo 2007.
(Il Foglio di giovedì 15 marzo ne ha dato ampia anticipazione)

Ovvero: LE COSE DI LASSÙ PER GENTE DI QUAGGIÙ

"Per questo tempo di riflessione e di preghiera vorrei suggerire una meditazione “anagogica”, che cioè ci conduca e ci sospinga verso l’alto – alle “cose di lassù”, come dice san Paolo –; e quindi proporrei di chiedere al Signore, come grazia particolare di questi giorni, una consapevolezza più viva e pungente del “mondo invisibile”.

1 - Avere il senso del mondo invisibile: è un atteggiamento elementare nel credente, quasi preliminare a ogni vita di fede; è una persuasione semplice, concreta e in qualche modo onnicomprensiva. Ed è perciò necessaria ed esistenzialmente preziosa. Al tempo stesso, il senso del mondo invisibile – come tutto ciò che è ovvio e risaputo – corre il rischio di essere relegato in un angolo della coscienza del cristiano: così sottinteso e scontato da risultare alla fine psicologicamente inoperante e quasi annullato. Perché si sa che il modo migliore per censurare – o quanto meno isterilire praticamente – una verità non è quello di negarla o comunque di contestarla anche in parte; è dire: la conosco già, non è niente di nuovo.

Noi siamo inoltre tanto più indotti a trascurare il mondo invisibile, in quanto gli uomini che di solito incontriamo – coi quali desideriamo entrare in dialogo – sembrano non dimostrare alcun interesse se non per le cose che possono vedere e toccare.

2 - In realtà, anche restando nell’ambito di una conoscenza puramente naturale, nessuno, per quanto sia ottuso e spiritualmente “ricurvo”, può evitare di chiedersi o presto o tardi, se vuol rimanere un essere del tutto ragionevole: i confini del “visibile” – cioè di quanto è attingibile con l’esperienza e con la ricerca scientifica – sono o no anche i confini dell’esistente? O, che è lo stesso, c’è o non c’è almeno la possibilità che esista qualcosa oltre al mondo di cui abbiamo più diretta notizia? C’è (almeno come possibilità) o non c’è (neppure come possibilità)?

E’ un dilemma cui non si può sfuggire: bisogna decidersi, e la decisione comporta gravi e determinanti conseguenze già all’interno della vita di ogni giorno.
Una pregiudiziale di rifiuto dell’invisibile ci rinchiude in uno spazio troppo angusto anche per le più naturali e insopprimibili esigenze umane; per esempio, viene emarginata “a priori” (e acriticamente) anche l’ipotesi dell’eventuale sopravvivenza delle persone amate e della nostra possibilità di rivederle.

Di più, la ristrettezza del mondo visibile è tale che, una volta esclusa ogni superiore evasione, ci troviamo imprigionati nell’incongruenza e anzi nella insignificanza, dal momento che è difficilmente contestabile la folgorante intuizione di Ludwig Joseph Wittgenstein: “Il significato dell’universo non sta nell’universo”.

Se non c’è senso nel mondo visibile e se non è pensabile che ci sia un “altrove”, saremmo condannati a vivere entro il non-senso. Chi invece si apre alla possibilità (anche alla sola possibilità) dell’invisibile, si affaccia su uno spazio dove le evenienze sono praticamente infinite, donde tutto si deve attendere e niente si può né prevedere né escludere. Dall’invisibile ci si può aspettare ogni sorpresa, anche l’allegria dei Cherubini e le incursioni degli arcangeli nel nostro mondo.

L’uomo che “ragiona fino in fondo” non può escludere niente “a priori”: sa che se è arduo dimostrare l’esistenza di qualche cosa che non si vede – se non ci viene data positivamente qualche notizia dall’al di là –, è ancora più arduo dimostrarne apoditticamente la non esistenza. Mentre ci si può rifiutare, per manifesta assurdità, di credere che l’umanità sia una specie di tribù di ranocchi che gracidano la loro disperazione sulle rive del niente, è consentito ipotizzare (e sperare) che i figli di Adamo vivano sul limitare di una festa cosmica di creature felici; una festa alla quale essi sono tutti invitati.

L’uomo “mondano” e secolarista possiede la più arrischiata delle certezze: la certezza di ciò che non c’è. E’ una certezza che conviene solo a Dio: solo colui che è onnisciente può elencare le cose che non ci sono. Certo, una volta condotta a termine l’esplorazione del mondo visibile, posso arrivare a una ragionevole persuasione che non esistano l’ippogrifo, i centauri e le sirene. Ma in nessun modo, se voglio restare razionale, posso convincermi che non esistano i Serafini.


3 - Sono, come si vede, argomentazioni prevalentemente “naturali”. Ma anche il credente come credente deve prendere sul serio questo discorso, se no finisce che, pur credendo di credere, a poco a poco esce dall’autentica prospettiva di fede.

Intendiamoci, le tentazioni e gli scoraggiamenti sono sempre possibili. “Sono stanchi i miei occhi di guardare in alto” (Is 38,14): ciascuno di noi in certi momenti è indotto a far sue queste desolate parole delle profezie di Isaia.

Nei cristiani uno dei segni più persuasivi di un sicuro senso dell’invisibile è dato dall’attenzione affettuosa che si riserva alla realtà degli angeli.
Mi ha sempre colpito il candore e la freschezza della visione di John Henry Newman su questo argomento; candore e freschezza che si rivelano fin dagli anni della sua infanzia: “Pensavo – egli ricorda – che la vita potesse essere un sogno, oppure io essere un angelo, e tutto questo mondo un inganno, dove i miei compagni angelici, per un giocoso stratagemma, mi si nascondevano e m’illudevano con l’apparenza di un mondo materiale”.
E ancora a trent’anni, in un sermone del 1831, così si esprimeva parlando di quelle creature celesti: “Ogni alito d’aria, ogni raggio di luce o di calore, ogni bella vista è, per così dire, l’orlo della loro veste, l’ondeggiare del manto di coloro i cui volti contemplano Dio”.

Senza dubbio la nascosta realtà degli angeli è tra le verità di fede più insidiate o addirittura derise da una cultura poco disposta a esplorare senza pregiudizi la reale ampiezza del mondo. Eppure già la policromia fantastica di questa aiuola appariscente, nella quale siamo stati provvisoriamente confinati, dovrebbe indurci almeno a sospettare anche l’esuberanza ultraterrena della divina immaginazione. Comunque la contemplazione di tale schiera misteriosa è opportuna ai fini di rivelarci l’intera bellezza della creazione e anche le vere dimensioni dell’esistenza ecclesiale. E ci aiuta a serbarne vivo il sentimento.

E’ sempre in agguato nei nostri animi la propensione a rimpicciolire l’universo, proporzionandolo alla nostra esiguità e alla nostra grettezza, e a fare della nostra inadeguata e confusa conoscenza non – come è giusto – il naufragio dolcissimo nell’oceano troppo grande della totalità
delle cose, ma l’arte infausta di immiserire il reale.


4 - Anche i cultori professionisti della sacra doctrina, a stare a ciò che talvolta dicono (o meglio non dicono) dalle cattedre e scrivono (o meglio non scrivono) nelle pubblicazioni, sembrano avere qualche allergìa nei confronti degli angeli.
Nel 1976 è uscito in Italia un Nuovo Dizionario di Teologia che, almeno nella prima edizione, non aveva la “voce” relativa a questo tema; non solo, ma il termine non compariva neppure nell’accurato indice analitico, sicché è da pensare che degli angeli in quell’opera non si parlasse nemmeno incidentalmente. E tale esclusione non doveva essere stata facile impresa, se si pensa che l’intera vita del Signore Gesù – e proprio negli episodi più decisivi e rilevanti – è segnata dall’intervento di queste creature celesti: la concezione, la nascita, la permanenza nel deserto, l’agonia nel Getsemani, la risurrezione, l’ascensione al cielo, la sua venuta trionfale alla fine dei tempi.
Mi chiedo: che cosa doveva fare di più la narrazione evangelica per convincere i credenti – e possibilmente anche i teologi – della reale e attiva esistenza degli angeli? Essi sono così coinvolti nella vicenda salvifica del Figlio di Dio che, a prenderli come personaggi mitici e quasi fiabeschi o a considerarli puramente simbolici e ornamentali, quasi come residui di una cultura oggi improponibile, si rischia di ritenere un mito o un artificio letterario tutto ciò che il nostro Redentore ha fatto per noi.

5 - Vorrei ancora aggiungere che il senso acuto e permanente del “mondo invisibile” mi è apparso sempre più importante nei molti decenni del mio impegno pastorale. Una delle cause più sottili di malessere e di avvilimento dei fedeli (e soprattutto dei sacerdoti) è l’impressione di appartenere ormai a una minoranza sociale e culturale; di dover esercitare la missione evangelica tra forze ostili soverchianti; di sentirsi propugnatori di un’utopia che i nostri contemporanei non accettano più neppure come ideale.

Nella sincerità del suo cuore il prete in cura d’anime non è molto consolato dalla ecclesiologia dominante – talvolta sarebbe più pertinente chiamarla “ecclesiolalìa” – che parla di “Chiesa aperta”, che non si lascia racchiudere in un “ghetto” e non riconosce che ci sia un “assedio” da parte delle potenze mondane con le quali anzi programmaticamente siamo in dialogo.
Non saremo un “ghetto”, – egli si dice nei momenti di onestà intellettuale – ma certo siamo un “piccolo gregge”; non sarà un “assedio”, ma è innegabile che ci sia un attacco multiforme e quasi quotidiano alla “nazione santa”. E si sente a disagio.

Il rimedio non sta nel dimenticare o addirittura nel censurare quell’idea di “mondo” come entità ostile all’iniziativa di Dio, che è ripetutamente enunciata nel Nuovo Testamento (da san Giovanni, da san Paolo, da san Giacomo); non sta cioè nel negare che esiste ed esisterà sempre sino alla fine della storia un complesso organico di forze che si oppongono sistematicamente al progetto salvifico del Padre.

Il rimedio sta nell’accogliere sul serio la parola di Gesù che ci informa che il “piccolo gregge” possiede già un Regno; sta cioè nel non perdere mai di vista la totalità delle cose come stanno, e in particolare l’effettiva estensione del mondo celeste, popolato di angeli e di santi, esuberante della divina energia da cui viene senza soste investita la terra.
Allora svanisce ogni paura e viene superata la tristezza di essere un “ghetto”, dal momento che viviamo fin d’ora non in un ghetto, ma in una comunione affollatissima, dove con le Tre Persone divine palpitano e gioiscono le miriadi delle creature beate.
Allora possiamo anche percepire quale sia il vero “assedio”: il vero assedio è quello operato invisibilmente sui cuori e sulla storia dallo Spirito Santo, effuso senza pause dal Risorto che sta alla destra di Dio; dallo Spirito Santo, che si adopera senza stanchezza a praticare nelle coscienze più indurite innumerevoli brecce segrete, perché penetri e si affermi la luce e il calore della grazia. Anzi, il popolo dei battezzati non solo può guardare, ma anche, con la conoscenza di fede, con