venerdì, febbraio 15, 2008

Gran Rabbi nato /6

Sive: "Oremus et pro Iudaeis"


di monsignor Gianfranco Ravasi
(©L'Osservatore Romano - 15 febbraio 2008)


Un giorno Kafka all'amico Gustav Janouch che lo interrogava su Gesù di Nazaret rispose: "Questo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi". Il rapporto tra gli Ebrei e questo loro "fratello maggiore", come l'aveva curiosamente chiamato il filosofo Martin Buber, è stato sempre intenso e tormentato, riflettendo anche la ben più complessa e travagliata relazione tra ebraismo e cristianesimo. Forse sia pure nella semplificazione della formula è suggestiva la battuta di Shalom Ben Chorin nel suo saggio dal titolo emblematico Fratello Gesù (1967): "La fede di Gesù ci unisce ai cristiani, ma la fede in Gesù ci divide".

Abbiamo voluto ricreare questo fondale, in realtà molto più vasto e variegato, per collocarvi in modo più coerente il nuovo "Oremus et pro Iudaeis" per la Liturgia del Venerdì Santo. Non c'è bisogno di ripetere che si tratta di un intervento su un testo già codificato e di uso specifico, riguardante la Liturgia del Venerdì Santo secondo il Missale Romanum nella stesura promulgata dal beato Giovanni XXIII, prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Un testo, quindi, già cristallizzato nella sua redazione e circoscritto nel suo uso attuale, secondo le ormai note disposizioni contenute nel motu proprio papale "Summorum Pontificum" dello scorso luglio.

All'interno, dunque, del nesso che unisce intimamente l'Israele di Dio e la Chiesa cerchiamo di individuare le caratteristiche teologiche di questa preghiera, in dialogo anche con le reazioni severe che essa ha suscitato in ambito ebraico. La prima è una considerazione "testuale" in senso stretto: si ricordi, infatti, che il vocabolo "textus" rimanda all'idea di un "tessuto" che è elaborato con fili diversi.

Ebbene, la trentina di parole latine sostanziali dell'Oremus è totalmente frutto di una "tessitura" di espressioni neotestamentarie. Si tratta, quindi, di un linguaggio che appartiene alla Scrittura Sacra, stella di riferimento della fede e dell'orazione cristiana.

Si invita innanzitutto a pregare perché Dio "illumini i cuori", così che anche gli Ebrei "riconoscano Gesù Cristo come salvatore di tutti gli uomini". Ora, che Dio Padre e Cristo possano "illuminare gli occhi e la mente" è un auspicio che san Paolo già destina agli stessi cristiani di Efeso di matrice sia giudaica sia pagana (1, 18; 5, 14). La grande professione di fede in "Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini" è incastonata nella Prima lettera a Timoteo (4, 10), ma è anche ribadita in forme analoghe da altri autori neotestamentari, come, ad esempio, il Luca degli Atti degli Apostoli che mette in bocca a Pietro questa testimonianza davanti al Sinedrio: "In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati" (4, 12).

A questo punto ecco l'orizzonte che la preghiera vera e propria delinea: si chiede a Dio, "che vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità", di far sì "che, con l'ingresso della pienezza delle genti nella Chiesa, anche tutto Israele sia salvo". In alto si leva la solenne epifania di Dio onnipotente ed eterno il cui amore è come un manto che si allarga sull'intera umanità: egli, infatti si legge ancora nella Prima lettera a Timoteo (2, 4) "vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità". Ai piedi di Dio si muove, invece, come una grandiosa processione planetaria, che è fatta di ogni nazione e cultura e che vede Israele quasi in una fila privilegiata, con una presenza necessaria.

È ancora l'apostolo Paolo che conclude la celebre sezione del suo capolavoro teologico, la Lettera ai Romani, dedicata al popolo ebraico, l'olivo genuino sul quale noi siamo stati innestati, con questa visione la cui descrizione è "intessuta" su citazioni profetiche e salmiche: l'attesa della pienezza della salvezza "è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti; allora tutto Israele sarà salvato come sta scritto: Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà le empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati" (11, 25-27).

Un'orazione, quindi, che risponde al metodo compositivo classico nella cristianità: "tessere" le invocazioni sulla base della Bibbia così da intrecciare intimamente credere e pregare (è un'interazione tra le cosiddette "lex orandi" e "lex credendi").

A questo punto possiamo proporre una seconda riflessione di indole più strettamente contenutistica. La Chiesa prega per aver accanto a sé nell'unica comunità dei credenti in Cristo anche l'Israele fedele. È ciò che attendeva come grande speranza escatologica, cioè come approdo ultimo della storia, san Paolo nei capitoli della Lettera ai Romani (capitoli 9-11) a cui sopra accennavamo. È ciò che lo stesso Concilio Vaticano II proclamava quando, nella costituzione sulla Chiesa, affermava che "quelli che non hanno ancora accolto il Vangelo in vari modi sono ordinati ad essere il popolo di Dio, e per primo quel popolo al quale furono dati i testamenti e le promesse e dal quale è nato Cristo secondo la carne, popolo in virtù dell'elezione carissimo a ragione dei suoi padri, perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili" (Lumen gentium, n. 16).

Questa intensa speranza è ovviamente propria della Chiesa che ha al centro, come sorgente di salvezza, Gesù Cristo. Per il cristiano egli è il Figlio di Dio ed è il segno visibile ed efficace dell'amore divino, perché come aveva detto quella notte Gesù a "un capo dei Giudei", Nicodemo, "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, e non lo ha mandato per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui" (cfr Giovanni, 3, 16-17). È, dunque, da Gesù Cristo, figlio di Dio e figlio di Israele, che promana l'onda purificatrice e fecondatrice della salvezza, per cui si può anche dire in ultima analisi, come fa il Cristo di Giovanni, che "la salvezza viene dai Giudei" (4, 22). L'estuario della storia sperato dalla Chiesa è, quindi, radicato in quella sorgente.

Lo ripetiamo: questa è la visione cristiana ed è la speranza della Chiesa che prega. Non è una proposta programmatica di adesione teorica né una strategia missionaria di conversione.

È l'atteggiamento caratteristico dell'invocazione orante secondo il quale si auspica anche alle persone che si considerano vicine, care e significative, una realtà che si ritiene preziosa e salvifica. Scriveva un importante esponente della cultura francese del Novecento, Julien Green, che "è sempre bello e legittimo augurare all'altro ciò che è per te un bene o una gioia: se pensi di offrire un vero dono, non frenare la tua mano". Certo, questo deve avvenire sempre nel rispetto della libertà e dei diversi percorsi che l'altro adotta. Ma è espressione di affetto auspicare anche al fratello quello che tu consideri un orizzonte di luce e di vita.

È in questa prospettiva che anche l'Oremus in questione pur nella sua limitatezza d'uso e nella sua specificità può e deve confermare il nostro legame e il dialogo con "quel popolo con cui Dio si è degnato di stringere l'Antica Alleanza", nutrendoci "della sua radice di olivo buono su cui sono innestati i rami dell'olivo selvatico che siamo noi Gentili" (Nostra aetate, n. 4). E come pregherà la Chiesa nel prossimo Venerdì Santo secondo la liturgia del Messale di Paolo VI, la comune e ultima speranza è che "il popolo primogenito dell'alleanza con Dio possa giungere alla pienezza della redenzione".



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Nota della Segreteria di Stato


Con riferimento alle disposizioni contenute nel Motu proprio "Summorum Pontificum", del 7 luglio 2007, circa la possibilità di usare l'ultima stesura del Missale Romanum, anteriore al Concilio Vaticano II, pubblicata nel 1962 con l'autorità del beato Giovanni XXIII, il Santo Padre Benedetto XVI ha disposto che l'Oremus et pro Iudaeis della Liturgia del Venerdì Santo contenuto in detto Missale Romanum sia sostituito con il seguente testo:

Oremus et pro Iudaeis

Ut Deus et Dominus noster illuminet corda eorum, ut agnoscant Iesum Christum salvatorem omnium hominum.

Oremus. Flectamus genua. Levate.

Omnipotens sempiterne Deus, qui vis ut omnes homines salvi fiant et ad agnitionem veritatis veniant, concede propitius, ut plenitudine gentium in Ecclesiam Tuam intrante omnis Israel salvus fiat. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

Tale testo dovrà essere utilizzato, a partire dal corrente anno, in tutte le Celebrazioni della Liturgia del Venerdì Santo con il citato Missale Romanum.
Dal Vaticano, 4 febbraio 2008.


(©L'Osservatore Romano - 6 febbraio 2008)

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domenica, agosto 26, 2007

Dialogo ebraico-cristiano /3

Ovvero: 26 Agosto. Memoria liturgica di Santa Teresa di Gesù "nella Trasverberazione del suo cuore"


"Poichè i battesimi dei neofiti costituiva uno spettacolo di grande richiamo per il pubblico, oltre ad essere un'occasione religiosa e un atto di vasta portata politico-ideologica, dei casi più straordinari o eccezionali venivano diffuse descrizioni e relazioni, anche a stampa [...] Della cerimonia celebrata il 12 marzo 1704 da papa Clemente XI in S.Pietro ci resta una minuta relazione redatta da Francesco Posterla [...] Ma per capire le ragioni della pubblicazione e del rilievo che, attraverso di essa,era dato all'evento bisogna prima chiarire il contesto più ampio da cui essa uscì.

L'11 marzo 1704, infatti, cioè il giorno antecedente a quello in cui fu celebrato il solenne battesimo fu pubblicata dal pontefice la bolla Propagandae per universum[...]

L'Istorico Ragguaglio della solenne Funzione fatta nel darsi il Battesimo dalla Santità di Nostro Signore Papa Clemente XI a tre persone ebree alla nostra Santa Fede iniziava, sulla falsariga del documento papale, con l'esaltazione dello zelo apostolico e evangelizzatore di papa Clemente XI esplicato sia nei confronti di eretico ed infedeli, attraveso le missioni spedite «fino nelle Regioni più barbare, e più remote», sia nei confronti del più vicino popolo ebreo[...] L'Istorico Ragguaglio ricorda anche la nuova bolla papale emanata l'11 marzo -il giorno prima della cerimonia che si accingeva a descrivere- aveva ribadito e soprattutto ampliato il decreto cinquecentesco di Paolo III relativo ai privilegi dei neofiti «quanto ai beni temporali», privilegi concessi per facilitare le conversioni «degl'Infedeli, e particolarmente degl'Ebrei». Risulta perciò ulteriormente confermato come il decreto pontificio mirasse proprio a questi ultimi che costituivano il vero nodo della tematica conversionistica.


La sacra liturgia del 12 marzo 1704 riguardava un facoltoso mercante ebreo di Livorno, Angelo Vesino, che si era convertito al cristianesimo insieme con la moglie Bianca e la figlia Anna di quattordici anni.
La relazione era scandita in due parti.
Nella prima, con andamento sapientemente narrativo e con forte uso di colpi di scena e di moduli retorici, si raccontava la storia dei tre neofiti e della "miracolosa" conversione.
Nella seconda parte, invece, lo svolgimento della lunga e complicata cerimonia del battesimo. Entrambe le sezioni della relazione obbedivano tanto alla funzione politico-religiosa di propaganda e di apologia svolti da tali racconti, quanto anche nella loro cifra narrativa di lettura godibile e, nello stesso tempo, edificante rivolta ad un vasto pubblico. Era evidente, infatti che gli obbiettivi sia delle cerimonie che delle loro descrizioni a stampa erano non soltanto la comunità ebraica da «confondere» con gli esempi e gli incentivie, soprattutto, da convertire, ma anche l'intera comunità cristiana dei fedeli. essa andava consolidata e rafforzata nella fede attraverso il grandioso "teatro" del trionfo della vera religione.



La vicenda della «mirabile conversione» iniziava da Angelo che, si diceva, da molti anni aveva dimostrato forte inclinazione verso la religione cristiana fino a decidersi di convertirsi dopo le pressioni esercitate dal granduca di Toscana in persona, Cosimo III de'Medici, e di un parente del papa stesso. Tuttavia, la moglie e soprattutto la figlia, che «aveva col latte succhiata ogni Ebraica superstizione», si mostravano «ostinate» e rifiutavano di seguirlo nella scelta del battesimo: era così ribadita anche nel modulo narrativo la realtà della maggiore resistenza femminile alla conversione.
Inoltre a conferma dell'ulteriore diffuso e ben noto stereotipo cristiano della «ostinazione» degli ebrei in genere nell'errore e della loro «dura cervice», lo stesso rifiuto venne anche dall'anziano padre David: co lui «fu lo stesso che persuadere uno scoglio, e pregare un'Aspido sempre sordo alle voci, sempre duro all'incanto». Mentre Angelo si trasferiva a Roma ove, accolto con grandi feste e onore dallo stesso pontefice, ricevette la sua istruzione cristiana preso il noviziato dei gesuiti, le donne, pur restando «ostinate», accettarono però di raggiungerlo nell'Urbe per assistere al battesimo e poi tornarsene a Livorno: ma già questo cedimento fu interpretato dal mondo cristiano come un «un occulto lavoro della Divina provvidenza. che le chiamava nel Gran Capo del Mondo e nella Reggia della Cattolica Religione per farle rinascere a Dio».
provviste per ordine del Granduca di abiti e di ogni cosa necessaria per il viaggio, «per maggiormente disporle ad abbacciare la Fede Cattolica», e dotate di due comode lettighe con accompagnatori, servitori ed altro seguito, le due donne partirono cariche di regali e gioielli. Nel corso del viaggio, mentre la madre accettava di convertirsi, la figli continuò a mostrarsi «pertinace, e costante nella Giudaica superstizione», non accettando neppure di nutrirsi con i cibi che le venivano offerti.

L'ingresso a Roma delle due donne, da Ponte Milvio, si configurò come una vera entrata trionfale, del tutto simile agli ingressi solenni nell'urbe di sovrani e ambasciatori.
La relazione racconta che, per ordine del papa, fu loro mandato incontro un esponente della nobiltà romana, il cinte Filippo Rinaldi, maestro di camera del cardinale sacripante, con carrozze e cavalli e che dunque le due ebree fecero la loro entrata, al tramonto, con un corteo di quattro lettighe, due carrozze, tre calessi, sette soldati e tre servitori. attraversata in lungo la città, percorrendo l'asse del Corso, furono condotte, per esservi accolte e ospitate, al palazzo del duca Mattei, peraltro assai vicino al ghetto romano.
Restava però il problema della fanciulla «pertinace».


La giovane fu accompagnata in giro per Roma a visitare le chiese della città, «per procurare d'affezionare anche per questo mezzo alla nostra Santa fede», e finalmente accade il "miracolo".
Infatti, proprio nel «memorabile» giorno anniversario della conversione di S.Paolo, fu condotta alla visita della chiesa di Santa Maria della Vittoria dove le fu innanzi tiutto mostrata la miracolosa immagine mariana, detta della vittoria, che vi era conservata. L'immagine era quella che, dopo il trionfo della lega cattolica contro i riformati di Boemia e Palatinato nella battaglia della Montagna Bianca (1620), nel corso della guerra dei Trent'anni, era stata portata dalla Boemia a Roma come trofeo.
Successivamente, la giovane fu accompagnata davanti alla famosa statua di Gian Lorenzo Bernini che raffiguta santa Teresa in estasi e trafitta nel cuore dalla lancia dell'angelo, collocata nella cappella Cornaro; davanti ad essa, la ragazza venne esortata alla preghiera.

La giovane ebrea venne così a trovarsi di fronte al tema iconografico più celebre e noto relativo alla santa e che, peraltro, era stato anche raffigurato nello stendardo della canonizzazione del 1622.


Il ruolo delle due immagini per la conversione della fanciulla fu determinante, perchè - racconta l'autore del Ragguaglio- la fanciulla «dalla Vergine Santissima della Vittoria apprese a riportar Vittoria di se stessa, e da Santa Teresa a farsi piagare il Cuore da un santo amore innocente, che allora solamente sa godere quando ferisce».


La dimenzione retorica del racconto, con le sue palesi metafore simboliche, non nasconde però un fenomeno reale e costante nel tempo, fino ad oggi poco indagato, quale quello dell'importanza centrale delle immmagini e della iconografia in genere nelle conversioni.

Se per Teresa - la grande santa della Controriforma fondatrice dell'ordine riformato delle carmelitane scalze e di numerosi conventi femminili, oltre che grande scrittrice- la visione del Cristo sofferente aveva determinato la sanzione definitiva delle grazie mistiche ricevute, così era ora la visione di Teresa estatica e annichilita, sospera tra cielo e terra, tra gioia e sofferenza, ad essere rappresentata come una vera apparizione in grado di accendere la conversione della giovane ebrea."

( Marina Caffiero; Battesimi forzati; Viella)

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domenica, agosto 19, 2007

Tristitia Christi /3

Ovvero: Voi dunque pregate così: "Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà anche in terra come è fatta in cielo." (Mt, VI, 9-10)



I due Rabbini Capo di Israele, Yona Metzger e Shlomo Amar, a capo delle comunità ashkenazita e sefardita hanno scritto (a fine luglio?) una lettera a quattro mani indirizzata a Benedetto XVI per chiedergli di togliere dalle preghiere del Venerdì Santo dell messale tridentino (rimesso in onoro dal Motu Proprio "Summorum Pontificum") ogni riferimento alla conversione degli ebrei.

Il problema non è quindi -come ingenuamente pareva essere- la mera questione della presenza o meno dell'irritante espressione "perfidis judeis" nel Rito del Venerdì Santo ma la stessa esistenza di una preghiera che chieda a Dio- per Cristo nostro Signore, Amen- la conversione dei "fratelli ebrei" pur se nella versione emendata dal "Papa Buono" edita nel Messale del 1962.

A questo punto la prima domanda da porsi è come mai i leader ebraici quando Papa Giovanni XXIII tolse dalla preghiera "PRO CONVERSIONE JUDAEORUM" l'appellativo "perfidis" giubilarono soddisfatti senza pretendere ulteriori modifiche ai rituali cattolici?
Forse che quei rabbini ritenevano di non avere alcuna autorità e alcun diritto di intromettersi troppo nelle dottrine di una religione altra dalla propria, proprio come il Pontefice Romano non ha alcuna competenza per dire la propria sulle liturgie sinagogali?

Mezzo secolo dopo, forse proprio quale frutto del maggior (e miglior) dialogo tra ebrei e cristiani ecco che invece pare proprio che i leader ebrei ritengano di aver il pieno diritto di dire, e di dare il proprio parere favorevole o dissenziente sui riti e le pratiche devote precipue della Religione cattolica romana.
Riaffermo che questo parmi un progresso dovuto, nonostante i continui allarmismi di parte ebraica sui possibili rigurgiti di antisemitismo cattolico, alla maggior familiarità ed anzi ad un vero e proprio dialogo-teologico sulla ebraicità di Gesù. Anche se bisogna ammettere che il dialogo piace ai più quando è sinonimo di "mettersi d'accordo per non pestarsi i piedi a vicenda", poichè poi accade che a qualche cattolico non piace sentirsi dire che i concetti rivoluzionari predicati da Gesù non erano affatto farina del suo sacco ma erano secoli che i rabbini andavano predicando quelle cose. Così come a qualche ebreo non piace sentirsi dire che tante manifestazioni considerate tipiche del cristianesimo (quali ad esempio il "battesimo" o il "monachesimo") hanno origini genuinamente giudaiche e che l'ebraismo d'oggi è solo una porzione del variegato giudaismo precedente alla distruzione romana del Tempio di Gerusalemme (70 d.C).

Il "Vaticano" incute meno timori reverenziali e il papa è ormai un "personaggio televisivo"; non è più immaginato come un satrapo persiano che vive continuamente assiso su un alto trono e che è meglio imparare a temere, ma è ormai il simpatico vecchietto vestito di bianco che va in giro per il mondo per predicare "peace and love" per tutti. E la volta che si arrischiasse a dire in pubblico ciò che dovrebbe essere lapalissiano, cioè che, dal suo particolare quanto legittimo punto di vista, il prodotto che lui e la sua "ditta" sponsorizza è migliore di quello degli altri, ecco che quelli dell'altra "parrocchia" si offendono! C'è chi minaccia di non parlarti più e ti tiene il broncio per molto tempo; c'è chi si straccia le vesti, e purtroppo ci sono pure "quelli" che per vendetta bruciano le chiese e ti uccide il primo missionario cattolico che gli capiti nei paraggi.

Soffermiamoci ora su quelli che si stracciano le vesti:
“Preghiamo anche per gli Ebrei, affinché il Signore Dio nostro tolga il velo dai loro cuori, in modo che essi pure con noi riconoscano Gesù Cristo Nostro Signore.

Preghiamo: O Dio onnipotente ed eterno, che non rigetti dalla tua misericordia neppure gli Ebrei, esaudisci le suppliche che ti rivolgiamo per questo popolo accecato, affinché riconosciuto che Cristo è la luce della tua verità, esca così dalle tenebre”.



Non si può non comprendere che si può rimanere addirittura "feriti" nello scoprire che in quanto membro di una particolare religione sei considerato un "cieco" che vive nelle "tenebre" da chi professa una credo differente. Però si tratta di una cecità "spirituale" non di una "ottusità" intellettuale!
"La fede è un dono" - si continua a sentir dire da chi la fede non ce l'ha- che ti permette di "vedere" cose che chi non crede non riesce a vedere: i cristiani riescono a "vedere" in Gesù di Nazaret il Figlio di Dio e gli ebrei no. I cristiani vedono nell'Antico Testamento tantissime profezie che si sono pienamente avverate nella persona e nella biografia di Gesù, gli ebrei no.
La professione di fede è una cosa il dialogo un'altra, a meno che non si intenda per "dialogo tra le religioni" una specie di "bon ton" per la conversazione tra estranei che autorizzi a dire tante piccole innocue bugie al fine di complimentare gli intervenuti e così di risultare persone "cortesi" e "civili".
Ma il dialogo teologico è altra cosa: nessun timore di dire ciò in cui si crede, pur sapendo che ciò non è condiviso dall'esponente dell'altra religione (perchè se fossimo d'accordo saremmo membri della stessa religione).
Se ebrei e cattolici stessimo prendendo il thè delle cinque gli ebrei avrebbero tutto il diritto di indignarsi ( "Mi passi lo zucchero per favore?" "Dov'è la zuccheriera? Non la vedo!" "Che sei cieco? Stà lì, non la vedi?" "No, veramente no" " Aò! Ma stai cecato forte! Li mortacci tua e de tu nonno'n cariola!"); ma quì non stiamo parlando di offese gratuite ma stiamo parlando di una richiesta fatta a Dio l'Altissimo -e non quindi ai non cristiani!- affinché i non cristiani riescano a vedere ciò che per il cristiano è evidente: Gesù è il "Cristo" (cioè il Messia).

Ma andando oltre la metafora luce-tenebra (letterariamente efficace e che ha indubbiamente quali ispiratori molti passi neotestamentari) non si può rimanere meravigliati nel constatare che parrebbe quasi che ci sono fior di dotti rabbini che leggendo la preghiera del messale tridentino "per la conversione degli ebrei" sono venuti per la prima volta a conoscenza di quella "piccola" diatriba esistente da duemila anni circa, tra i seguaci di un certo Joshùa detto il Nazareno, un Rabbi della Galilea crocefisso dai romani, i cui discepoli hanno riconosciuto in lui il Messia profetizzato mentre invece la stragrande maggioranza degli ebrei non vi hanno creduto.

Non fingo di ignorare che per gli ebrei che si sono pronunciati sulla questione il problema non è se Gesù sia o non sia "Il Figlio di Dio" ma che la Chiesa Cattolica inviti i suoi fedeli a pregare affinché gli ebrei credano nella divinità di Gesù.
Forse che gli ebrei in questione hanno paura che Domine Iddio possa esaudire le preghiere dei cattolici?
Perché tante degnissime voci dell'ebraismo non manifestano la propria pubblica costernazione (se non indignazione almeno costernazione si!) per le strambe dottrine diffuse dai telepredicatori protestanti americani per i quali il fine del sostegno allo Stato di Israele è quello di provocare la fine del mondo e la conseguente seconda venuta di Gesù Cristo?

Sono tornato perciò a leggermi le dichiarazioni apparse sulla stampa nazionale subito dopo la liberalizzazione della messa di San Pio V (e pertanto della "liberalizzazione" anche della preghiera "pro conversione judeorum".

Maestosa nella sua sfacciata ovvietà la dichiarazione "a caldo" del Segretario della Congregazione della Dottrina della fede mons. Angelo Amato di fronte ai malumori di parte ebraica:
«Lo stesso Gesù nel Vangelo di san Marco afferma: "Convertitevi e credete al Vangelo", e i suoi primi interlocutori erano i suoi confratelli ebrei»

Illuminante nella sua mancanza di lucidità le dichiarazioni (L'Unità; 10/7/07) di Tullia Zevi :
«Sperare nella conversione è legittimo ed è nella natura del cattolicesimo. Ciò che non è accettabile è operare per la conversione. O si converte o si dialoga. Per questo sono preoccupata per il ripristino deciso da Benedetto XVI della preghiera per gli ebrei “da convertire”».

Bontà loro, si riconosce al Cattolicesimo il diritto di "sperare" nella conversione ma non di "operare" per raggiunge tale scopo. Ora, il fatto è che -a me pare, poi se sbaglio "mi corrigerete"- che il "pregare" appartenga più alla categoria dello "sperare" che dell'"operare".
A meno che non si confondano le preghiere che la Chiesa cattolica impone di recitare ai propri fedeli con le "prediche coatte" cui gli ebrei erano obbligati a d ascoltare ai tempi del "Papa Re". Non ci troviamo, pertanto, di fronte ad un reale problema che influirà in qualche modo nella vita concreta degli ebrei quanto invece ci si trova a dover constatare l'emergere di atavici timori.
Forse che quei cattolico del XXI secolo una volta usciti da una chiesa dopo aver assistito ai riti del Venerdì Santo celebrati in latino, possano precipitarsi ai citofoni delle case degli ebrei, sulla falsariga dei Testimoni di Geova, per invitarli alla conversione o peggio, per minacciarli di morete accusandoli di deicidio?

Ci vorrebbe una sfrenata fantasia per immaginarsi una simile prospettiva ma proprio questo spettacolo desolante emerge dalla lettura delle dichiarazioni di sconforto (Il Corriere della Sera, 10/07/2007) del rabbino Giuseppe Laras:
«Ci ho creduto e ci credo ancora, al dialogo. Ci mancherebbe. Però questo è un colpo forte, si torna indietro. Molto indietro. Il motu proprio del Papa, la piena cittadinanza al Messale con la preghiera per la "conversione" dei giudei suona assai pericolosa. Anche se è facoltativa, può alimentare e incoraggiare l’antisemitismo: se li si vuole fare uscire dall’" accecamento", come dice il testo, significa che gli ebrei sono fuori dalla luce. E da lì alla storia dei deicidi il passo è breve».
[...] «è un passo indietro rispetto a Paolo VI, che aveva cancellato quei passi, e un passo indietro nel dialogo, c’è poco da fare», sospira il rabbino. Il pericolo è duplice: «Da una parte i cristiani potrebbero sentirsi incoraggiati a covare sentimenti antisemiti. Dall’altra si favoriscono coloro che hanno sempre remato contro il dialogo sia fra i cattolici sia fra gli ebrei. Un dialogo che era già abbastanza delicato e fragile ». Laras, per parte sua, ne sa qualcosa: «Come fra i cristiani, anche nell’ambito dell’ebraismo ci sono componenti che non hanno mai creduto al confronto. Quelli che dicono: Da qui alla storia dei deicidi il passo è breve. Così si torna molto indietro è solo un artificio dei cattolici per attirare gli ebrei e convertirli. E ora arriva questo documento! Tanti sforzi, tanti anni a convincere le due parti ad avvicinarsi e adesso non si può più fare niente...».


Quindi col metro di valutazione attuale Giovanni XXIII sarebbe stato definito "Il Papa Buono, sì ma non abbastanza".

Però dal "rabbino capo di Israele" in giù tutte le personalità ebraiche hanno disapprovato la reintroduzione dell'orazione pre-conciliare additandola come un passo indietro rispetto alle aperture di Giovanni XXIII e del "suo" Concilio, ricordato al Papa Benedetto i contenuti della dichiarazione "Nostra Aetate" del Concilio Vaticano II. E la cosa avrebbe del ridicolo e del comico se non avesse invece molto di naiffe il voler insegnare al "teologo" Ratzinger cosa sia conforme alla dottrina cattolica e cosa invece non lo sia.

C'è di fondo un qui pro quo generalizzato che appunto. come dice Tullia Zevi: se i cattolici vogliono dialogare con gli ebrei non possono al contempo cercare di convertirli altrimenti, come lamentato da rav. Laras, il dialogo sarebbe una proselitismo mascherato (ignoravo però la denunciata "paura" degli ebrei di venir convertiti surrettiziamente).
L'errore dell'analisi della Zevi, ed affini, sta nel fatto che la sincera volontà di dialogo e di una mutua comprensione, fosse anche "dialogo teologico" si pone su di un piano diverso rispetto al dovere cristiano di testimoniare ciò in cui si crede. E se si crede che Gesù sia il Messia preannunziato dalle Sacre Scritture e se si desideri che tutti -nessuno escluso- abbraccino la medesima professione di fede, ciò non vuol dire che si sarà meno fedeli agli insegnamenti del Concilio Vaticano II che chiede ai cattolici di avere verso gli ebrei "mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo".

Mi chiedo sempre se coloro che citano la Nostra Aetate l'abbiano mai veramente letta. E se sì, se abbiano capito che mentre il Cattolicesimo condanna solennemente la tradizionale accusa di "deicidio" (dato che la colpa per la crocifissione di Cristo "non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo"); mentre la Chiesa "deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque"; e mentre si proclama che l'Antica Alleanza Tra Dio ed Israele non è stata revocata poichè "secondo l'Apostolo, gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento", pur tuttavia la Chiesa Cattolica non ha fatto nessun passo indietro rispetto alle sue bimillenarie posizioni teologiche poichè:
"Come attesta la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata";
la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e « lo serviranno sotto uno stesso giogo » (Sof 3,9)";
"la Chiesa è il nuovo popolo di Dio";
"Essa confessa che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell'esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell'Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l'Antica Alleanza, e che essa stessa si nutre dalla radice dell'ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell'ulivo selvatico che sono i gentili. La Chiesa crede, infatti, che Cristo, nostra pace, ha riconciliato gli Ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso. Inoltre la Chiesa ha sempre davanti agli occhi le parole dell'apostolo Paolo riguardo agli uomini della sua razza: « ai quali appartiene l'adozione a figli e la gloria e i patti di alleanza e la legge e il culto e le promesse, ai quali appartengono i Padri e dai quali è nato Cristo secondo la carne» (Rm 9,4-5), figlio di Maria vergine."

Tutte proposizioni contenute nel paragrafo della "Nostra Aetate" dedicato all'Ebraismo, e tutte proposizioni inaccettabili per l'Ebraismo partendo dall'ultima elencata: la verginità di Maria.

Non si può certo dare agli ebrei "la croce addosso" per il fatto che legittimamente tentino di ostacolare qualunque cosa possa loro apparire foriero di antisemitismo. C'è invece da prendersela con i grandi alfieri ecclesiali ed ecclesiastici del "dialogo" e dell'"ecumenismo" i quali con le loro dichiarazioni allarmistiche sul "ritorno" della messa "pre-conciliare" hanno fatto credere a chi cattolico non è che realmente ci fosse al vertice del Cattolicesimo il pericolo di un golpe restauratore e reazionario.
Queste grandi eminentissime voci "progressiste" del cattolicesimo mondiale, invece di cercare di smorzare i toni e di spiegare da par loro -con la loro somma autorevolezza- che anche dopo il Concilio Vaticano II per i cattolici pregare per le conversioni dei non cattolici non è "reato", e che così facendo non si tradisce nè "lo spirito" nè men che meno "la lettera" degli insegnamenti conciliari!
Invece tutti lì a dire che il messale di San Pio V non è immutabile e che l'orazione potrà essere modificata o bellamente sostituita dalla nuova orazione che si trova nel "Novus Ordo Missae".
Preghiera tanto lodata dagli esponenti ebraici proprio perchè non chiederebbe a Dio di convertire gli ebrei al cattolicesimo:
"Preghiamo per gli Ebrei: il Signore Dio nostro, che un tempo parlo ai loro padri, li aiuti a progredire sempre nell'amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza".


Io non sono profeta nè figlio di profeta ma prevedo che verrà il giono in cui Giuseppe Laras con tutto il suo consiglio rabbinico, e Tullia Zevi con tutti i presidenti delle comunità ebraiche, oltre che il latino impareranno a leggere anchè l'italiano, ed allora prenderanno in mano il nuovo messale approvato da Paolo VI e scopriranno che ciò che essi hanno lodata non è la vera e propria preghiera "per gli ebrei" ma è solo l'invito alla preghiera fatto dal "lettore" cui dopo un acconcio momento di silenzio così risponde il sacerdote cattolico "post-concilare" :
"Dio onnipotente ed eterno, che hai fatto le tue promesse ad Abramo e alla sua discendenza, ascolta benigno la preghiera della tua Chiesa, perché quello che un tempo fu il tuo popolo eletto possa giungere alla pienezza della redenzione. Per Cristo nostro Signore."

E' stupefacento come in sole due righe ci sia materiale a sufficienza affinchè i Gran Rabbini d'Israele chiedano al Pontefice di "mettere all'Indice" anche la messa di Paolo VI.

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domenica, luglio 01, 2007

Tristitia Christi /2


Sive:"Oremus et pro cardinale Lehmann"

Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Karl Lehmann, Arcivescovo di Mainz(Magonza) e presidente -ad libitum- della conferenza episcopale tedesca si è reso autore di una clamorosa figuraccia "coram Santissimo"!

Il sedici volte Benedetto, infatti, con un eroico esercizio della virtù della pazienza; che lo rassomiglia a quel Cristo -di cui è Vicario in Terra- che sopportò mitemente le molestie verbali dei membri del Sinedrio; dopo mesi in cui mille obbiezioni gli sono state rivolte da molti membri del Sacro Collegio ha finalmente ravvisato che fosse arrivato il tempo favorevole acchè fosse pubblicato il "Motu Proprio" che liberalizzi la possibilità per i fedeli cattolici che lo desiderino -cioè senza più il bisogno dell'autorizzazione del vescovo diocesano- di poter celebrare pacificamente la messa secondo il rito romano detto "di San Pio V" secondo l'ultima versione del messale tridentino (cioè precedente alla riforma liturgica approvata da Paolo VI) pubblicato nel 1962 da papa Giovanni XXIII.

Tra le molte difficoltà espresse da tanti Eminentissimi -ac Reverendissi- padri porporati ha brillato quella appunto del cardinal Lehmann, che di fronte al "ritorno" della messa in latino s'era fatto voce presso la Santa Sede del vivo disagio delle comunità ebraiche per il ritorno a quella messa pre-conciliare (cioè prima di quel Concilio Vaticano II che ha assolto gli ebrei dall'accusa di deicidio), quella messa elaborata da quella controriforma che contemporaneamente rinchiudeva gli ebrei nel ghetto, messa in cui nelle preghiere del Venerdì Santo si trovava la celeberrima espressione: «perfidis judaeis».

Se certamente non possiamo pretendere dagli ambienti ebraici una approfondita conoscenza della storia antica e recente della liturgia cattolica, certamente stupisce che l'arcivescovo di Magonza prima di farsi pubblicamente portavoce del "grido di dolore" dell'ebraismo ignorasse completamente, e perciò non sia stato capace di rispondere ai suoi fratelli maggiori, che già nel 1959 nella sua prima Settimana Santa come pontefice papa Giovanni XXIII aveva dato ordine che si mutasse l'espressione: "Oremus et pro perfidis Judaeis" in "Oremus et pro Iudaeis"; la riforma venne quindi recepita nella nuova edizione del messale tridentino di tre anni dopo.
Essendo stato ordinato prete il 10 Ottobre del 1963 c'era da ritenere che Karl Lehmann non conoscesse il messale di San Pio V solo per averne letto sui libri di scuola ma che, novello sacerdote, avesse celebrato molte messe in latino!

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mercoledì, giugno 13, 2007

CASTRUM DOLORIS, X

Sive: "Pueri Hebraeorum, portantes ramos olivarum..."



"Padroni in casa altrui" tale è il grido di sdegno che prorompe dall'apocalittico Maurizio Blondet:

«E' successo anche ad un ragazzo ebreo polacco che, di sabato, voleva entrare come al solito nella sua sinagoga di Kazimierz.
Sulla porta, guardie israeliane in borghese ma armate lo hanno respinto senza una parola.
Lui ha chiesto spiegazioni; loro, in silenzio, l'hanno preso a calci.
Accompagnava il ragazzo un amico di famiglia, Mikhail Urbaniak, direttore del «Forum degli ebrei polacchi» e corrispondente dalla Polonia per la European Jewish Press: «Ho visto tutto, il mio amico è stato aggredito brutalmente dagli israeliani, senza alcun motivo. E i turisti israeliani si sono limitati ad assistere alla scena».
Così la notizia di come si comportano le scorte dei turisti della razza eletta è arrivata finalmente sui giornali polacchi.»

«Ilona Dworak-Cousin, che a Gerusalemme dirige l'Associazione di amicizia israelo-polacca, ha scoperto che prima di quei pellegrinaggi (gite scolastiche al costo di 1.400 dollari a persona) gli studenti israeliani vengono forniti di un opuscolo che li istruisce con frasi come: «Dovunque ci troveremo circondati da polacchi. Essi sono complici dell'olocausto».
E ancora: «I polacchi sono i peggiori antisemiti d'Europa».
Gli studenti inoltre girano il Paese, da lager a lager, ermeticamente chiusi nei loro pullman e protetti dalla loro guardie.
Il viaggio non contempla nessuna passeggiata a piedi fra la gente per lo shopping, nessun contatto coi polacchi.
«Essendo le visite così organizzate, gli studenti finiscono per vedere la Polonia solo come una immensa tomba di ebrei, e niente più. Chi organizza questi viaggi ritiene che il contatto con gli abitanti del luogo non abbia senso. Nelle visite ai campi, i ragazzi ascoltano orribili storie familiari sulla persecuzione subìta. Gli studenti vengono indotti a far confusione, a credere che i polacchi siano autori, o complici dello sterminio».
Gli studenti israeliani dunque viaggiano dentro il Muro che il loro regime ha costruito attorno a loro in Terra Santa, portandosi dietro la loro paranoia nazionale.
La Dworak (essa stessa ebrea) racconta che i ragazzi, spesso troppo giovani per visitare un campo di sterminio dopo l'altro, diventano «aggressivi e maleducati» con la popolazione che vedono per lo più da dietro i finestrini dei loro pullman.
E' una politica deliberata di «separazione».
I pullman israeliani che portano i visitatori eletti a vedere la sinagoga di Kazimierz sostano coi motori accesi, per essere sempre pronti alla fuga in caso di attacco.
E benchè la visita alla sinagoga duri una mezz'ora, restano lì a motore acceso per delle ore, perché gli studenti israeliani ricevono la colazione sul pullman, benchè ovviamente Cracovia sia piena di bar e ristoranti.
La giornalista Anna Szulc ha visto le guardie di sicurezza circondare la sinagoga durante le visite, e respingere i passanti, anche gli abitanti del luogo»

«E ben altro ha saputo la giornalista parlando col personale di volo della compagnia di bandiera LOT, che porta molti di questi studenti in visita guidata alla Shoah (30 mila all'anno) in volo da Israele alla Polonia.
Lasciano gli aerei come letamai.
Sono estremamente arroganti, pretenziosi e maleducati.
Una hostess della LOT è stata schiaffeggiata da una ragazzina israeliana perché le aveva fatto aspettare troppo la sua Coca Cola.
Trattano il personale come servi goym, come sono stati evidentemente educati a fare.
Leszek Chorzewski, il capo ufficio stampa della LOT, ammette che i giovani israeliani «sono clienti difficili, esigono molta più attenzione nel servizio, e anche più precauzioni di sicurezza».
A poco a poco, il portavoce ammette che gli agenti di sicurezza sionisti che accompagnano gli insopportabili studenti sono anche più arroganti, gridano secchi ordini, pretendono obbedienza immediata.
Si comportano da padroni.
Anna Szulc ha raccolto la testimonianza di Katarzyna Lazuga, di Poznan, che studia da guida turistica.
Recentemente, mentre seguiva con altre aspiranti un corso pratico in un locale dell'aeroporto e al di là dei vetri sfilava una folla di studenti israeliani appena atterrati, le guardie giudaiche hanno fatto irruzione nella stanza dove si trovava Katarzyna con le altre, e le hanno spinte fuori brutalmente, con ordini secchi e spintoni.
La loro colpa: stavano «fissando» gli studenti della razza eletta, secondo le guardie.
«Non fissateli! Non guardate!».
Negli hotel dove questi eletti alloggiano durante la gita olocaustica, avviene di peggio.
La catena alberghiera polacca System rifiuta ormai ufficialmente gli studenti israeliani.
«Non possiamo permetterci il costo dei danni che provocano i loro soggiorni».
Piccolo elenco dei danni prodotti dai super-uomini: sedie spaccate, pareti sporcate, escrementi umani (super-umani) nei lavabi, negli asciugamani e nei cestini, evidentemente per sfregio dei sub-umani goym.
All'hotel Astoria di Cracovia, anche tappeti bruciati.
Da quando le guardie giudaiche degli «studenti» hanno cominciato ad ordinare ad altri clienti, da loro evidentemente giudicati sospetti, di andarsene dall'albergo, anche l'Astoria ha deciso di rifiutare altri israeliani.»

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mercoledì, maggio 16, 2007

Gran Rabbi nato /5

IL DIBATTITO E' MEGLIO DEL DIALOGO
Ovvero: Mercoledì 16 maggio 2007 il Foglio pubblica un (lunghissimo) articolo-intervista di Andrea Monda al rabbino che ha "illuminato" Joseph Ratzinger!


Non c’è Von Balthasar. E nemmeno Rahner e Congar (e Wojtyla). DeLubac giusto una volta, Danielou due volte e Agostino, il “suo” Agostino, tre volte soltanto.
E’ interessante, a volte, leggere un libro a ritroso, partendo dalle ultime pagine, anzi, dall’indice dei nomi. Se poi il libro è quello di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, un’occhiata alle “fonti” è tentazione troppo forte a cui resistere. E le sorprese non mancano, non solo per le assenze ma anche per le “presenze”, come quella dell’anglicano C.S. Lewis, l’autore delle “Cronache di Narnia”, ma la più notevole delle quali è senz’altro quella di Jacob Neusner a cui Benedetto XVI dedica intere pagine, proprio nel cuore del suo saggio, nel capitolo dedicato all’esame del Discorso della montagna.

Neusner, chi era costui?
Anzi, chi è, visto che il settantacinquenne Rabbi Jacob è attivo come non mai.
Nato ad Hartford nel Connecticut nel 1932, sposatosi nel 1964 e padre di quattro figli, Jacob Neusner è un rabbino culturalmente influente quanto raffinato, tra i massimi esperti delle Sacre Scritture ebree: ad oltre novecento ammontano le sue pubblicazioni su Torah, Mishnah, Talmud e sui Midrash. Ha insegnato in diverse università americane (Columbia, Wisconsin, Dartmouth…) e dal 1994 insegna Storia e Teologia del giudaismo al Bard College dello stato di New York.
Ma forse il suo ritratto migliore è quello che gli dedica il Papa a pagina 129 del suo saggio su Gesù di Nazaret quando riconosce il “grande aiuto” che ha ricevuto dalla lettura del libro di Neusner “A Rabbi Talks with Jesus: An Intermillennial, Interfaith Exchange”, New York 1993) (tradotto in italiano da Piemme, Casale Monferrato, nel 1996 col titolo “Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù” e ora, purtroppo, introvabile).

Scrive Benedetto XVI che “Neusner, un ebreo osservante e rabbino, è cresciuto in amicizia con cattolici ed evangelici, insegna all’università insieme con teologi cristiani e nutre un profondo rispetto nei confronti della fede dei suoi colleghi cristiani, ma resta saldamente convinto della validità dell’interpretazione ebraica delle Sacre Scritture.
Il profondo rispetto verso la fede cristiana e la sua fedeltà al giudaismo lo hanno indotto a cercare il dialogo con Gesù”.
Parafrasando le parole di Benedetto XVI si potrebbe dire che ora è il Papa che, spinto dal profondo rispetto verso la fede ebraica e dalla sua fedeltà al cattolicesimo, è stato indotto a cercare il dialogo con il Neusner.


Il Foglio ha cercato Jacob Neusner per saperne di più di questo dialogo tra un ebreo e un teologo cattolico, iniziato negli anni Novanta attraverso una corrispondenza epistolare privata e ora diventato pubblico grazie al libro su Gesù di Nazaret, che quel teologo ha scritto dopo essere stato eletto Papa.

* * *

Nel suo saggio “Mere Christianity” del 1952 Lewis afferma: “Sto cercando di impedire che qualcuno dica del Cristo quella sciocchezza che spesso si sente ripetere: ‘Sono pronto ad accettare Gesù come grande maestro di morale, ma non accetto la sua pretesa di essere Dio’. Questa è proprio l’unica cosa che non dobbiamo dire: un uomo che fosse soltanto un uomo e che dicesse le cose che disse Gesù non sarebbe certo un grande maestro di morale ma un pazzo… oppure il Diavolo”.

Jacob Neusner da buon ebreo non accetta la pretesa di Gesù di essere Dio ma la prende molto sul serio e soprattutto non ama ripetere luoghi comuni come per esempio quello di separare il Gesù storico dal Gesù della fede. Questa sua apertura intellettuale non lo fa però venir meno neanche di un millimetro rispetto alla sua fede nell’Israele Eterno. “Io e il Papa siamo d’accordo sull’asserzione che il Gesù storico non è separato dal Gesù della fede” afferma il rabbino settantacinquenne.

“Nei primi anni Novanta il cardinale Ratzinger, richiamato all’interno della questione della pretesa di conoscenza storica nelle biografie del Gesù storico, fece notare che i risultati di molti diquesti lavori erano predeterminati dalle presupposizioni degli storici che li avevano scritti.
Nuovi approcci sono seguiti a quello storico-critico, rappresentati di recente dal professore Bruce Chilton, nel suo ‘Rabbi Jesus’ che ha realizzato una biografia interiore, descrivendo il significato religioso delle narrazioni dei Vangeli, compreso quello di Giovanni.
Il mio contributo è stato quello di mostrare che il Discorso della montagna, per la gran parte attribuito alle ‘ipsissima verba’ di Gesù, è un documento di una teologia cristiana pienamente sviluppata”.

Jacob Neusner è molto soddisfatto dell’andamento del dialogo tra lui e Ratzinger, persone “fedeli a Dio” che hanno “appreso il rispetto reciproco delle diverse convinzioni: noi partecipiamo a un medesimo compito che è quello di servire Dio e questo non esclude il dibattito. Ciò su cui i due libri insistono è che la pretesa di verità delle religioni non è negoziabile e deve essere affrontata”.

Il rabbino è colpito in particolare dall’affetto del teologo diventato Pontefice, un affetto e un rispetto che si inseriscono “nella tradizione dei doni di Papa Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II e del Concilio Vaticano II, e di due generazioni di cristiani che hanno cercato di realizzare questo compito di conciliazione.

La chiesa cattolica ha tentato di formare una teologia cattolica del giudaismo e alcune autorità del giudaismo si sono impegnate a rispondere.
Tutti questi sforzi sono a un tempo sensibili e delicati ma anche capaci di far nascere frutti”.

Profondo conoscitore delle Scritture, Neusner preferisce entrare nel merito del confronto tra ebrei e cristiani a livello appunto scritturistico, lasciando da parte la pur condivisa critica all’eredità dell’illuminismo che ha fatto sì che la questione ‘de veritate’ sia stata accantonata perché la religione è stata progressivamente considerata, proprio per le sua pretesa di verità, come un elemento di disordine e violenza.
Anche a Neusner non va giù che gli stati laici abbiamo predicato e praticato una indifferenza rispetto alla verità e quindi alle religioni ed è triste, secondo il rabbino, che il dialogo e la “negoziazione” abbiano preso il posto del dibattito e della ricerca. Questa considerazione lo porta a confermare la bontà del suo interloquire col pontefice romano perché “quelli che prendono sul serio la pretesa veritativa delle religioni entrano nel dibattito, basato su premesse condivise, riguardante ciò che è giusto e ciò che è sbagliato”.

Insomma, niente chiacchiere, ma massima concentrazione sul Discorso della montagna, perché è lì che si giocagioca tutto: “Il vangelo secondo Matteo definisce le basi del dibattito con l’affermazione di Cristo sul fatto che egli sia giunto a portare a compimento la Torah.
Questo è il punto di partenza della discussione, un punto in cui persiste un criterio condiviso di verità. E’ un’impresa degna di essere affrontata. Il risultato della discussione è chiarire le scelte fatte dai partecipanti al dibattito, le alternative che si trovano di fronte a ciascuno di essi, e le conseguenti forme di sistema religioso difese da ognuno. Lo studio comparativo delle religioni chiarisce il carattere delle religioni che sono comparate e rinforza da entrambi i lati la fede nelle proprie rispettive posizioni”.

Se queste sono le premesse è scontata la risposta sul tema della tendenza, presente in molti stati occidentali, di ridurre lo spazio pubblico delle religioni che devono essere costrette nell’ambito privato, personale, interiore.

“La religione è una faccenda pubblica e sociale, è qualcosa che la gente compie insieme. Ridurre la religione a qualcosa di privato e di personale è trattare la religione come qualcosa di insignificante. Ma la stragrande maggioranza degli esseri umani in tutto il mondo pratica una religione che è pubblica e che ha una pesante relazione con la sfera politica.
Nella storia e nella contemporaneità il cristianesimo, il giudaismo, l’islam, il buddismo e le altre religioni del mondo esprimono giudizi sulla condizione umana e definiscono la cultura per la maggior parte dell’umanità, come hanno dimostrato gli studi sociali di padre Andrew Greely dell’Università di Chicago e dell’Arizona.
Dobbiamo sempre ricordarci che solo alcune nazioni hanno intrapreso il sentiero di secolarizzazione, solo alcune, non la maggior parte”.

Per Neusner, e questo è un altro punto di accordo con l’impostazione ratzingeriana, la religione ebraica insieme a quella cristiana, rappresentano il vero “illuminismo”, perché portano la luce della ragione in un mondo pagano oscuro e violento, e questo lo si comprende bene rispetto al problema della concezione della vita: “Abbiamo appreso la lezione della guerra e dell’Olocausto, che ci ha insegnato ad apprezzare il carattere sacro, inviolabile della vita, anche dei non nati.
Il giudaismo e il cristianesimo stanno dalla parte della vita che supera la morte.”

Dalla vita alla famiglia il passo è breve: “La famiglia trova la sua definizione nel racconto della creazione nella Genesi, con la sua enfasi sull’unione tra l’uomo e la donna.
Il rito del matrimonio del giudaismo è esplicito nel paragone tra gli sposi e Adamo ed Eva”.
Breve anche il passo dalla famiglia alla nazione; sotto questo aspetto Neusner rifiuta ogni idea di ebraismo come religione etnica o nazionalistica: “I profeti della Bibbia ebraica e i rabbini del Talmud che sostengono l’eredità profetica trasmettono una visione di tutta l’umanità, una visione di pace, e includono nelle loro profezie tutti i popoli e le razze.
Questa è la concezione del giudaismo, che cerca la riconciliazione escatologica di tutta l’umanità”, come dice il secondo capitolo del libro del profeta Isaia: “Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti”( Is 2, 1-2).

Se il Papa sottolinea la portata universale del messaggio cristiano, gli fa eco (e da controcanto) il rabbino Neusner: “Il giudaismo porta un messaggio per tutta l’umanità e apre la porta alla conversione, all’accettazione della Torah del Sinai e alla sua legge e alla sua teologia da parte di tutta l’umanità. In questo senso l’umanità realizza la santità di ogni vita umana, nell’accettare la parola di Dio della Torah e il piano per la santificazione dell’umanità.
Il giudaismo, che accetta i convertiti, non è una religione etnica o nazionalistica ma una religione che si comprende attraverso la figura di Israele come popolo di Dio, così come definito dalla Torah. In questa convinzione entra lo stato di Israele che incarna la speranza del popolo ebraico per la restituzione della terra santa al popolo santo e viceversa, ma questa è un’aspirazione soprannaturale, non limitata a un particolare gruppo etnico”.

Universalismo e questione del sabato: il rabbino rilegge il capitolo che il Papa dedica al Discorso della montagna e, con perfetta simmetria, ne sottolinea anche tutte le “distanze”: “Il sabato per il giudaismo è inteso come la celebrazione della creazione del mondo e la liberazione per gli schiavi dall’oppressione, la libertà per l’umanità.
Il riposo del sabato rappresenta un’offerta a Dio. Tutto questo non può essere desacralizzato, ‘laicizzato’. Qui le due fedi sciolgono la compagnia, si dividono.
E così pure l’islam che, da parte sua, ha una concezione del venerdì diversa dalla santificazione giudaica del settimo giorno della creazione e diversa pure dalla domenica cristiana”.
Così, acutamente senza peli sulla lingua, un ebreo rabbino capo parla con Gesù e di Gesù, aiutato e confortato dall’altrettanto acuta e schietta attenzione di un teologo tedesco che da due anni da oltre un miliardo di persone di quel Gesù è considerato vicario.

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domenica, aprile 15, 2007

CASTRUM DOLORIS, VIII


Il Nunzio Apoistolico a Gerusalemme la sera di domenica 15 aprile sarà presente allo Yad Vashem per la solenne commemorazione delle vittime della Shoah.
Monsignor Antonio Franco, aveva precedentemente annunciato di non partecipare alla cerimonia in segno di protesta.

A motivare la protesta diplomatica era stata la presenza nel museo dello Yad Vashem di due foto di Eugenio Pacelli, l'una mentre in qualità di cardinale Segretario di stato firma il concordato con la Germania nazionalsocialista e l'altra che lo raffigurava ormai divenuto Papa. Le didascale delle foto Pio XII alludevano all'ambiguità del pontefice di fronte allo sterminio degli ebrei, foto poste, tra l'altro, nella sala del museo detta "di quelli che si devono vergognare per l'eternità".
Il Nunzio, oltre a definire l'episodio "un'offesa alla Chiesa cattolica", aveva annunciato di disertare la cerimonia se la scritta equivoca non fosse stata modificata (o le foto rimosse).

Monsignor Franco ha detto di essere ritornato sui propri passi in seguito alla lettera firmata dal presidente del memoriale, Avner Shalev, nella quale si afferma la volontà "di riconsiderare il modo in cui papa Pio XII è presentato".
"Poiché la mia azione non era intesa a dissociarmi dalle celebrazioni ma a richiamare l'attenzione sul modo in cui il papa è presentato - ha detto il Nunzio alla Radio Vaticana - il mio scopo è stato raggiunto. Non ho motivi - ha concluso - per tenere aperta questa tensione e dunque parteciperò alla cerimonia".

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sabato, aprile 14, 2007

Gran Rabbi nato /4

Ovvero: Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: "Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret".(Gv I, 45)



Il libro "Gesù di Nazaret" del sedici volte Benedetto ha meritato la dotta presentazione dell'Eminentissino -ac Reverendissimum Dominum!- Christoph Schönborn Arcivescovo di Vienna che devotamente ha indicato nel libro scritto dal Pontefice "ccioiosamente regnante" il tributo d'amore al Signore Gesù Cristo di un semplice ed umile lavoratore nella Sua mistica vigna che per la timida indole ha sempre preferito non esibire la propria fervorosa devozione: "Egli è poco incline ad ogni soggettivismo, gli è estranea ogni forma di esibizione della propria interiorità personale. In modo simile a S. Tommaso d'Aquino, il fuoco della sua vita di fede è nascosto, non viene esposto alla curiosità dei biografi. In primo piano sta l'instancabile confronto intellettuale, la fatica del concetto, la forza degli argomenti, la passione della ricerca oggettiva della verità, lo sforzo di dare una risposta, a tutti coloro che chiedono e cercano, del motivo della propria speranza (cf. 1Pt 3,15)."

Della presentazione del libro a cura dell'austriaco cardinale "Portatore di Cristo" mi ha molto piacevolmente colpito il seguenta passaggio:

«Gesù, il rabbino e il papa

È, Gesù stesso, coerente, credibile?
Secondo la testimonianza personale di Papa Benedetto, uno degli impulsi a scrivere questo libro è stato l'incontro con il libro del "grande erudito ebreo Jacob Neusner"(p. 99) "Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù" (Piemme, Casale Monferrato 1996, originale: A Rabby Talks with Jesus: An Intermillennial Interfaith Exchange, New York 1993). Quello che Papa Benedetto dice a proposito di tale libro, è così essenziale per la comprensione del suo stesso libro su Gesù, che vorrei citare, a questo punto, un po' più per esteso. Jacob Neusner, dice il nostro autore, "si è, per così dire, inserito tra gli ascoltatori del Discorso della montagna e ha poi cercato di avviare un colloquio con Gesù… Questa disputa, condotta con rispetto e franchezza fra un ebreo credente e Gesù, il figlio di Abramo, più della altre interpretazioni del Discorso della montagna a me note, mi ha aperto gli occhi sulla grandezza della Parola di Gesù e sulla scelta di fronte alla quale ci pone il Vangelo. Cosi… desidero entrare anch'io, da cristiano, nella conversazione del rabbino con Gesù, per comprendere meglio, partendo da essa, ciò che è autenticamente ebraico e ciò che costituisce il mistero di Gesù" (p. 99).

A questo "trialogo" il cardinale Ratzinger pensava già allorché definì il libro del rabbino Neusner come "il saggio di gran lunga più importante per il dialogo ebraico-cristiano che sia stato pubblicato nell' ultimo decennio". Il suo libro su Gesù, ora pubblicato, adempie a questa promessa.

Più che le discussioni sui metodi esegetici, a lui sta a cuore il colloquio con il rabbino. Le prime appartengono, in un certo modo, ai preamboli, ai preliminari. Joseph Ratzinger/Benedetto XVI li chiarisce, rapidamente e sinteticamente, nella prefazione, indicando i meriti e i limiti degli approcci storico-critici a Gesù. Ma già dall'introduzione, da "un primo sguardo sul mistero di Gesù", egli è là, al centro, dove è posta la Persona stessa di Gesù. Qui, nel cuore della sua meditazione su Gesù, il rabbino gli è di decisiva importanza.

"Cerchiamo ora di riprendere l'essenziale di questo colloquio per conoscere meglio Gesù e comprendere più a fondo i nostri fratelli ebrei" (p. 136). Il rabbino Neusner, "nel suo dialogo interiore, aveva seguito Gesù per tutto il giorno e ora si ritira per la preghiera e lo studio della Torah con gli ebrei di una cittadina, per poi discutere le cose sentite - sempre nell'idea della contemporaneità attraverso i millenni - con il rabbino del luogo" (p. 136). Essi ora paragonano gli insegnamenti di Gesù con quelli della tradizione ebraica. Il rabbino chiede a Neusner "se Gesù insegni le stesse cose di costoro". Neusner: "non precisamente, ma quasi". "Che cosa ha tralasciato?" "Nulla". "Che cosa ha aggiunto allora?" "Se stesso". Questo il dialogo immaginario. Proprio questo è il punto, di fronte al quale Neusner, nel suo incontro così pieno di rispetto con Gesù, indietreggia spaventato. Egli esprime il suo spavento nella frase che Gesù dice al giovane ricco: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che hai e dallo ai poveri; vieni e seguimi" (cf. Mt 19,20). Tutto dipende, dice Neusner "da chi si intenda con questo mi " (Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù, p. 114). E il nostro autore completa: "questo è il motivo centrale per cui (il rabbino Neusner) non vuole seguire Gesù e rimane fedele all''Israele eterno' " (p. 137). "La centralità dell'Io di Gesù nel suo annuncio" è dunque il motivo per cui, come scrive il rabbino Neusner nella prefazione al suo libro, egli non si sarebbe unito alla "cerchia degli apostoli di Gesù", se fosse vissuto "nel primo secolo in terra d'Israele" (op. cit., p.7). Ed egli avrebbe preso questa decisione, "per motivi buoni ed importanti", l'avrebbe ragionevolmente motivata "con argomenti e con fatti", così dice il rabbino Neusner, già nelle prime righe del suo libro (ibidem, p. 7). Questo suo No a seguire Gesù, formulato in maniera così rispettosa e comprensiva, ma tuttavia ben chiara, è motivato in Neusner, primariamente, da motivi di fede o da motivi di ragione? Tutte e due le cose sembrano essere vere. Il no all'equiparazione di Gesù con Dio è per lui un'evidenza di fede, la cui ragionevolezza è spiegabile anche "con argomenti e con fatti". Sono sia motivi religiosi che sociali a giustificare il cortese no di Neusner. Quello che Gesù richiede dai suoi seguaci "può richiederlo solo Dio da me" (Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù, p. 70). E quello che egli esige, porta infine a mettere in pericolo la forma sociale di Israele, così come la prescrive la Torah: "Sul Discorso della montagna non si può costruire nessuno Stato e nessun ordine sociale" (p. 146). Il rabbino Neusner è così importante per il libro di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, proprio perché egli oppone un netto rifiuto a tutti i tentativi di scindere il Gesù storico dal Gesù del dogma della Chiesa. Non è stata la Chiesa, e neanche l'apostolo Paolo ad innalzare un predicatore ambulante della Galilea, mite, liberale, profetico, apocalittico o come altro sia, al rango di Figlio di Dio, ma egli stesso accampa una pretesa, in tutto il suo fare e dire, che spetta solo a Dio. È questa la tematica centrale del libro. Si tratta della domanda di Gesù a Cesarea di Filippo: "Ma voi, chi dite che io sia?" (Mt 16, 15).»

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venerdì, agosto 25, 2006

Sacra Conversazione /8



Sul Foglio di giovedì 24 agosto 2006, l'ateo devoto Ruggero Guarini discetta di Cristo e di Maometto.
Ovvero:"SULLA TESTIMONIANZA DELLA FEDE, L’ALDILÀ E L’IRONIA LE DUE RELIGIONI HANNO CONCEZIONI ASSOLUTAMENTE INCONCILIABILI".

«Sulla differenza che passa fra Cristo e Maometto [...] qualche timida glossa su tre temi che giudico essenziali ai fini di qualsiasi riflessione sulla differenza evocata.
I tre temi a cui mi riferisco sono il martirio, la morte e il riso. Incominciamo dal primo, che è anche quello che a ogni cristiano credente dovrebbe sembrare decisivo. Ma che tale sembra anche a me, che appartengo alla specie dei cristiani non credenti.
A proposito dunque del martirio: è da un pezzo che mi chiedo perché mai né questo Papa né il suo predecessore hanno avvertito il bisogno di emanare su questo argomento un’enciclica all’altezza della straordinaria gravità che il tema ha assunto oggi.
All’alba di un secolo ormai sfregiato per sempre dalle imprese del terrorismo islamista ci sono forse compiti più urgenti, per la chiesa, della lotta contro l’empia concezione del “martirio” che glorifica e fomenta lo stragismo suicidario? Certo la chiesa, su questo argomento, ha già detto tutto fin dai tempi in cui l’autore dell’Apocalisse, definendo Cristo “il testimone fedele”, decretò implicitamente che “martirio” vuol dire affrontare la propria morte (non quella altrui) per “testimoniare la fede”. Ora però che va molto di moda, fra i nostri cuginetti maomettani, quell’orribile idea di “martirio” che consiste nel votarsi simultaneamente al suicidio e al massacro, non sarà forse il caso di proclamare alto e forte (non in una comune omelia ma in uno di quei documenti del “magistero ordinario” che sono appunto le encicliche) che non si tratta di martiri bensì di indemoniati?
Si dice che la chiesa esita a farlo per evitare che la collera di Allah si abbatta sui suoi figli, specialmente su quelli sparsi nel mondo islamico. Ma esitare a condannare apertamente come diabolica una così aberrante concezione del “martirio” non comporta la tacita rinuncia a testimoniare la propria?
Mai come in questo caso sarebbe comunque opportuno che la chiesa tornasse a parlare del Diavolo. Potrebbe farlo del tutto legittimamente, visto che non ne ha ancora mai negato l’esistenza. Anzi negli ultimi tempi ne ha spesso evocato il potere per segnalare insidie molto meno manifestamente demoniache del “martirio” in salsa maomettana. O si preferisce pensare che quella pratica ributtante che è la produzione in serie di angioletti-bomba programmati fin dall’infanzia per volarsene al più presto nel paradiso di Allah facendosi saltare in aria con un bel grappolo di infedeli non sia abbastanza infernale per meritare un’enciclica che vi riconosca
l’opera del demonio?

Non meno abissale della differenza fra la loro idea di martirio e il martirio cristiano è quella fra il loro sentimento della morte e il nostro. Del coraggio con cui i terroristi islamici affrontano la morte si dice sempre che nasce dalla certezza di meritarsi il cielo col martirio. Già: ma che genere di cielo?
Un cielo di eterna pace o un cielo di eterna guerra?
Nell’aldilà musulmano c’è spazio sia per l’uno che per l’altro.

L’immagine canonica del primo è il paradiso descritto nella sura 52 del Corano: un giardino in cui tutti i maschietti di provata fedeltà ad Allah se la spassano dalla mattina alla sera con sciami di bellissime fanciulle dette “huri”, liete dispensatrici di incessanti voluttà.
L’immagine più classica del secondo è quella del giudizio universale. Che anche nell’islam, come in tutte le religioni, spacca la massa dei morti nei due gruppi dei beati e dei dannati. Assumendovi, però, un aspetto bellicoso che nelle altre religioni è assai meno accentuato.
Qui i due gruppi contrapposti sono infatti presentati come due schiere votate a una perpetua battaglia. Il loro destino, per sempre diviso, è cioè quello di combattersi a vicenda per tutta l’eternità. La guerra santa, insomma, continua anche nell’aldilà.
Quale di questi due cieli (quello di eterna pace promesso dalle huri o quello di eterna guerra annunciato dalla tromba del giudizio) alletta maggiormente il terrorista islamico?
La parola agli esperti del ramo Psiche & Fede.

Che prima di rispondere al quesito dovrebbero comunque esaminarlo alla luce del famoso predicozzo che Maometto, dopo la battaglia di Bedr, prima sua grande vittoria sui suoi rivali della Mecca, tenne ai nemici morti. Ai quali si rivolse, tuttavia, solo dopo averli fatti gettare in una cisterna. Perché questa precauzione? Il Profeta temeva forse che quei defunti, durante il suo sermoncino, potessero tornare a contraddirlo? O pensava che quegli infami, che quando erano vivi avevano sempre respinto la sua parola, adesso che erano morti si sarebbero invece decisi ad apprezzarla, e che l’avrebbero ascoltata meglio se invece di restare sparpagliati sulla sabbia, si fossero ammucchiati tutti insieme in fondo a una cisterna?
La parola agli esperti del ramo Profeti & Cadaveri.

Ma ecco come Ibn Ishak, il primo biografo di Maometto, riferisce l’episodio: “Dopo la battaglia, Maometto fece gettare in una cisterna i nemici uccisi.
Solo uno di essi fu sepolto sotto terra e pietre poiché era tanto gonfiato che non gli si poteva facilmente levare la corazza. Così rimase solo e lo si lasciò a giacere. Appena gli altri furono gettati nella cisterna, Maometto vi si pose dinanzi e gridò: ‘O voi, uomini della cisterna! Si è compiuta la promessa del vostro Signore? Io ho trovato vera la promessa del mio!’ I suoi compagni allora dissero: ‘Oh, inviato di Dio, ma sono cadaveri!’cadaveri!’ Maometto, rispose: ‘Essi sanno lo stesso che la promessa del Signore si è compiuta’”.

A questo edificante episodio Elias Canetti, in una pagina di “Masse e potere”, dedica queste sobrie osservazioni: “Così egli ha radunato coloro che prima non volevano ascoltare le sue parole. Nella cisterna essi sono ben sistemati e stretti gli uni agli altri.
Non conosco alcun esempio più impressionante di questo resto di vita e di questo carattere di masse attribuiti al gruppo dei nemici morti. Essi non minacciano più, ma possono ancora essere minacciati. Ogni infamia verso di loro rimane impunita. Ne abbiano o meno la percezione, si suppone che essi effettivamente se ne accorgano, perché così si può meglio innalzare il proprio trionfo”. Lo stesso Canetti, in un altro suo libro (“La provincia dell’Uomo”) scrisse che “nell’islam il comando di Allah ha in sé molto di una condanna a morte”. Dal che ognuno può dedurre che il cielo che hanno in testa i terroristi islamici, sia esso un cielo di eterna pace o un cielo di eterna guerra, è innanzitutto un cielo di eterna morte.

Per scorgere infine l’abisso che separa Cristo da Maometto anche nell’attitudine al riso basta tornare a chiedersi quando, dove e perché esplose la prima guerra fra musulmani ed ebrei. Sospetto tuttavia che la vicenda sia nota soltanto a pochi esperti del ramo Maometto & Cº.
Io stesso, del resto, l’ho appreso soltanto di recente, leggendo l’eccellente saggio su Maometto di Maxime Rodinson (“Maometto”. Einaudi 1995, pp. 348, euro 8,50). Eppure l’episodio (che Rodinson riferisce riassumendo il racconto riportato nella prima biografia ufficiale del Profeta: quella redatta nell’ottavo secolo dallo storico arabo Ibn Ishak) è fragorosamente gravido di senso.

Correva l’anno 622. Il primo, cioè, dell’Egira.
L’anno dunque del trasferimento di Maometto e dei suoi primi seguaci dalla Mecca, dove erano stati a lungo osteggiati e derisi, nella città-oasi di al-Madinah (la Medina), dove furono accolti garbatamente dai diversi gruppi religiosi (ebrei, cristiani, pagani) che da un pezzo vi convivevano in santa pace. I primi due anni passarono senza incidenti.
La predicazione del Profeta, il suo inflessibile monoteismo, la sua implacabile lotta contro le tre dee femminili allora venerate da tutti gli arabi insieme ad Allah, non suscitarono alcuna protesta.
I medinesi, insomma, si rivelarono assai tolleranti.

Ma a rovinare tutto provvide un bel giorno un semplice pezzo di stoffa: quel velo che Maometto (il quale aveva in orrore, com’è noto, le audacie vestimentarie delle infedeli) aveva subito imposto alle donne convertite alla sua fede.
L’incidente avvenne nel suk, presso la botteguccia di un orafo ebreo. Arriva una donna beduina, naturalmente velata, e alcuni ragazzi ebrei, prendendola un po’ in giro, la invitano a togliersi il velo. La donna protesta. I ragazzi insistono. L’orefice, inoltre, le fa lo scherzo barbino di fissarle a terra, di soppiatto, un lembo della veste. Sicché, quando lei fa per andarsene, la sottana si strappa lasciandola col didietro scoperto. La donna si mette a urlare invocando vendetta.

Un maomettano accorre e ammazza l’artigiano. Arrivano altri ebrei e ammazzano il maomettano. Mentre la zuffa si allarga altri arabi corrono ad avvertire il Profeta. Questi s’infuria, minaccia di far massacrare tutti gli ebrei dell’oasi e provoca in tal modo lo scoppio della prima guerra araboebraica.
Che dopo una serie abbastanza convulsa di scontri, agguati, battaglie e massacri, si concluderà con l’espulsione di tutti gli ebrei e il trionfo dei maomettani. I quali diventarono così i nuovi padroni della Medina, ossia della stessa città che soltanto tre anni prima li aveva accolti benignamente come fuggiaschi sprovvisti di tutto e bisognosi di comprensione e di aiuto.
Tutto dunque incominciò con uno scherzo.
E con l’incapacità del Profeta e dei suoi seguaci di sopportarlo. Giacché a provocare i massacri gli scherzi da soli non bastano. Occorre il contributo di qualcuno che sia ben deciso a far progredire la Storia opponendo la serietà dell’eccidio alla fatuità del dileggio, la dignità della strage alla frivolezza dello scherno, la gravità del bagno di sangue alla leggerezza della beffa. Spremendo insomma sangue dai pernacchi. E magari dalle vignette. Il che richiede – è evidente – gusti intellettuali, estetici e morali bissalmente diversi da quelli che oggi permettono al nostro povero Gesù di Nazareth di sorridere cristianamente di un mondo che pur professandosi cristiano, e onorandolo in innumerevoli forme, e dedicandogli affettuosissime cure, non soltanto sacre ma anche profane, tuttavia non soltanto permette che si dubiti del suo supposto rango divino, ma anche di contestare le sue pretese teologiche, e a volte persino di farsi beffe del suo messaggio».

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giovedì, giugno 01, 2006

Gran Rabbi nato /3

ovvero:Il Papa e il rabbino
(di Marina Valensise, Il Foglio, mercoledì 31 maggio 2006)


Semplice e potente, il discorso di Benedetto XVI ha colpito Benedetto Carucci Viterbi. Il rabbino romano che insegna esegesi biblica al Collegio rabbinico e da tre anni tiene corsi di introduzione all’Ebraismo alla Pontificia università gregoriana, è severo nel giudizio.
Ne ha fatto una lettura circostanziata, l’ha trovato “interessante, complesso, di spessore notevole”. Alla fine, però, dopo varie glosse e interrogativi talmudici, ha dovuto ammettere: “Sul piano teologico, contiene un’affermazione forte, che pone fine a duemila anni di antisemitismo cristiano”. Cos’altro dice infatti il Papa di Roma quando, nel cuore del suo discorso di Auschwitz, cita le parole del Salmo e parla di “quei criminali violenti”, che “con l’annientamento di questo popolo ebraico, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno?”.

Risponde rav Carucci leggendo il discorso di Ratzinger passo passo: “Il Papa riconosce che il popolo ebraico è una testimonianza del Dio che ha parlato all’uomo. E nel far questo, porta alle estreme conseguenze lo sterminio nazista, come un paganesimo esasperato, negazione del piano del divino. La negazione di Israele, insomma, è una negazione di Dio, che induce l’uomo a ergersi ad arbitro assoluto e di fatto ad arbitro dominatore. La vera morte di Dio dunque per lui non è alle spalle del nazismo, ma di fronte al nazismo. Il nazismo uccide Dio, il Papa sta dicendo che il nazismo uccide Dio attraverso il tentativo di distruzione del popolo di Israele.
E’ un’altissima dichiarazione di rispetto e riconoscimento. Mette fine a una guerra durata duemila anni”. Di fronte a simili considerazioni, le divergenze e il contenzioso teologico passano in secondo piano. Certo, per Carucci, il fatto che il successore di Pietro, rappresentante di Cristo in terra, abbia citato solo ed esclusivamente l’Antico Testamento, resta un motivo di riflessione, prossimo alla perplessità. A cominciare dal silenzio di Dio, un tema costitutivo nella tradizione biblico-rabbinica.

“Il primo riferimento, spiega Carucci, è un testo della Bibbia che dice ‘chi è come te fra gli dei’: si trova nella cantica del Mare, che gli ebrei cantano dopo aver traversato il Mar Rosso, quando escono dall’Egitto per andare nella Terra promessa. Quel verso, incongruente visto che per l’ebraismo non ci sono altri dei, ha subìto una rielaborazione dovuta al gioco di una quasi omografia tra le due parole, tant’è che la tradizione talmudica legge: ‘chi è come te tra i muti’. Per noi è sinonimo di grandezza. Dio viene definito come colui che si contiene, al punto da non esprimersi, da restare ammutolito di fronte alla sofferenza del popolo”.

Vuol dire che Dio, che per l’Antico Testamento è innanzitutto legge, dovere, ferocia e severità, abbandona il suo popolo?

“No – risponde Carucci – Vuol dire che Dio fa forza su se stesso e preferisce restare ammutolito, per non intervenire nelle vicende degli uomini, lasciando a essi piena responsabilità di fronte alla sofferenza, in quanto costitutiva dell’uomo nel mondo è una sostanziale libertà, che ovviamente ha un prezzo”. E’ questo per Carucci il nocciolo della questione del silenzio di Dio. “E’ vero che nelle fonti biblico- ebraiche citate dal Papa, e nella letteratura rabbinica che le rielabora, questo tema compare, come pure quello del nascondimento del volto di Dio, ma ciò per gli ebrei interpella innanzitutto la responsabilità umana, non quella divina.
Il silenzio di Dio, in altri termini, comporta l’assoluta responsabilità dell’uomo”.

Volevano strappare le nostre radici comuni “Dov’era Dio in quei giorni?” si è domandato il Papa davanti alle lapidi di Auschwitz. “Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male?”. E ha citato il Salmo 44, il lamento dell’Israele sofferente, quasi a suffragare l’intento di riconciliazione, ricacciando la responsabilità del male nell’orbita del paganesimo.
“Quando il Papa dice che con la distruzione di Israele volevano strappare anche la radice su cui si basa la fede cristiana è un fatto rilevante, che potrebbe essere interpretato in modo duplice: sostituendola con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell’uomo, del forte, mentre il silenzio di Dio che per la tradizione ebraica è un atto di forza che Dio fa su se stesso, quando decide di non mostrarsi, viene interpretata come assenza di Dio, come sopraffazione dell’uomo di Israele e di altre genti. Tant’è vero che i nazisti dicevano ‘Gott mit Uns’”.

Infine, altro aspetto incomprensibile per noi cristiani, la contabilità del rancore, il rendiconto degli atti di Dio che gli ebrei da pari a pari esigono da lui: “E’ presente nella Bibbia, e si continua sin nella letteratura hassidica. Il Papa però si ferma sulla soglia quando dice non possiamo giudicare, ‘Non possiamo scrutare il segreto di Dio’. Nella tradizione rabbinica invece, la giustizia del giusto consiste proprio nel chiedere conto a Dio della sua giustizia. ‘Forse che il giudice di tutta la terra non farà giustizia? ‘Sarebbe un modo di autoprofanarti’ dice Abramo rivolgendosi a Dio alla vigilia della distruzione di Sodoma, quando basterebbero dieci giusti per risparmiarne tutti gli abitanti.
Il baratro di Auschwitz non ha avuto di fronte uomini giusti a sufficienza per fare lo stesso. Nessuno vuole imputare responsabilità collettive, resta però la domanda sul silenzio umano di fronte al silenzio di Dio. Ma esiste anche un altro versante in cui, dopo Auschwitz, si è mantenuta sino all’estremo limite la fede in Dio”.

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domenica, maggio 28, 2006

In die Ascensionis Domini 2006




"Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l'uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania..."

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martedì, gennaio 18, 2005

Dialogo Ebraico- Cristiano/bis

In Italia, la Chiesa Cattolica ha scelto il 17 gennaio; giorno che precede l’inizio della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani; come giornata del dialogo ebraico-cristiano.
Dialogo a livello teologico: si fissa un tema “alto”quale: la giustizia divina; il perdono; il perchè del dolore e della morte; ed altre facezie dello stesso calibro su cui piace dire la propria ai teologi di ogni osservanza.
In tale occasione c’è sempre il giornalista di turno che pone l’asettica domanda di rito alla personalità ebraica – più o meno competente – che gli capita sotto mano:
A che punto sono i rapporti tra ebrei e cristiani?
Che fantasia!
Anche i fratelli maggiori non è che brillino per originalità;la risposta è una diplomatica lamentazione.
Con il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha dato una svolta radicale al millenario pregiudizio antiebraico cancellando l’ignobile accusa di deicidio; c’è da parte ebraica la volontà di un dialogo sereno, ma!

C’è sempre nell’ultimo anno trascorso qualche “magagna” a carico del Vaticano – una beatificazione, o il non aver messo all’indice un film di Gibson,o il continuare ad insegnare ai fedeli che Gesù è il Figlio di Dio – che segna un doloroso passo indietro rispetto alla “Nostra Aetate”- qualcuno che la cita, l’ha letta mai veramente?- che riporta “pericolosamente”la Chiesa Cattolica su posizioni preconciliari.

Quest’anno la vigilia di tale data non poteva avere prologo migliore:la polemica sui bambini ebrei sottratti all’epoca della shoà da cattolici che si sarebbero rifiutarono di restituirli ai parenti, con tanto di benedizione di Papa Pacelli; polemica divampata con la pubblicazione sul Corriere della sera dopo un articolo dello storico Alberto Melloni in data 28 dicembre: commemorazione liturgica dei Santi Innocenti. A me personalmente la data ha molto colpito e mi chiedo se il cattolico –mah!- Melloni non abbia cercato volutamente il parallelismo tra l’antico Erode e “l’agghiacciante”- dice lui - atteggiamento di PioXII.Ho troppa fantasia?
Il dubbio che gli ebrei centrino poco in questo discorso, e che invece si sia trattato di una polemica intracattolica al fine di provare l’esistenza di una Chiesa “matrigna” a cui si contrappone la Chiesa buona, animata da uno“spirito” democratico, parlamentare e terzomondista, nessuno potrà togliermelo dalla capoccia; ma tutti scrivono che Melloni è un uomo d’onore!

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lunedì, gennaio 17, 2005

Dialogo Ebraico-Cristiano

<< Il convento di Sant’Alessio.
È situato sull’Aventino accanto alla basilica di Santa Sabina. Tra i conventi di Roma non c’è centro di più alta spiritualità, poiché è lo stesso spirito di Cluny che lo anima. Vi abitano molti pii Padri e grandi e santi Vescovi ne sono usciti; celebri teologi e studiosi della Sacra Scrittura fioriscono in essa. Uno di questi è Padre Egidio che conosce e legge tutti gli scritti dell’Antico Testamento nella lingua degli ebrei e spiega le profezie col compimento che esse hanno avuto nel Nuovo Testamento.

Il convento di Sant’Alessio.
La chiesa del convento ha un campanile giallognolo, sottile e slanciato verso il cielo come come quelli di S. Giorgio in Velabro e di Santa Maria in Schola greca. Dalla sua cima le rondini si lasciano cadere verso il Tevere e ne sfiorano le acque bionde con le loro ali scure giù giù fino al Pons Judaeorum, sparendo poi per un momento tra i tetti degli Ebrei.

Quando Padre Egidio diceva agli sguardi del piccolo Pietro Pierleoni di volar via dal muro del giardinetto del convento come quelle rondini, se ne andavano anch’essi come quelle nella stessa direzione. Ed il Padre non tralasciava mai allora di far osservare al ragazzo che il ghetto se ne stava laggiù presso il fiume così piccolo e nascosto nella grande Roma come il cestello di vimini in cui un giorno la figlia del Faraone trovò il piccolo Mosè e aggiungeva che anche il piccolo Pietro era stato, come Mosè, salvato, liberato cioè dal destino degli altri bimbi ebrei. Poi lo conduceva su fino alla chiesa di Santa Sabina. Là c’è quella gran porta di legno di cipresso che si chiama “la porta alta” ed è intarsiata con disegni che rappresentano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Padre Egidio mostrava al ragazzo il passaggio del Mar Rosso dei figli d’Israele e la miseranda fine dell’esercito del Faraone; gli mostrava i grandi miracoli dell’acqua scaturente da una rupe, della manna, del serpente, operati tutti nel deserto, per la forza di Dio, da quello stesso Mosè ormai diventato uomo. Anche lui, Pietro, concludeva il Padre, era destinato a compiere grandi cose per il regno di Dio e precisamente al servizio della Santa Chiesa che era stata per lui la figlia del Re, salvatrice come la figlia del Faraone per Mosè.

Una volta che il Padre gli andava di nuovo ripetendo tutto ciò, il ragazzo, fissando attentamente il passaggio del Mar Rosso, ribattè:<< Ma per il popolo della figlia del Faraone Mosè diventò non salvezza ma rovina >>.

Il pio Padre trasalì e si sgomentò davanti all’acutezza del ragazzo che distruggeva così, crudamente, il bel paragone che gli aveva proposto; ma preferì non contraddirlo. >>

(GERTRUD VON LE FORT, Il Papa del ghetto)

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domenica, dicembre 26, 2004

ADVERSUS HAERESES III

Vigilia di Natale, Canale5 manda in onda la registrazione del “ XII concerto di Natale in Vaticano”.
‘Apre le danze’ la nota cantante israeliana Noa: nota per partecipare tutti gli anni al concerto di Natale in Vaticano.
Per trasportare l’uditorio nella più tradizionale atmosfera natalizia, alla splendida voce di Noa viene affidata l’esecuzione di 'Silent night' (Stille nacht); come ci tiene a precisare con entusiasmo la presentatrice Cristina Parodi, Noa ha modificato il testo per adattarlo alla sua cultura e alla sua sensibilità religiosa: Noa è ebrea.
Io mi domando se il lavoro di cantante non dovrebbe consistere nell’interpretare le canzoni anziché reinterpretarne, cioè modificarne il testo in base alle, seppur legittime, convinzioni personali? Mi domando se Noa avesse dovuto cantare”Siam tre piccoli porcellin”, si sarebbe sentita a disagio a prestare la voce ad un animale impuro e lo avrebbe sostituito con qualche animale incontestabilmente kosher del tipo: ‘ siam tre piccoli caprettìn’.

Noa come ogni ebreo non crede che in quella notte santa sia nato nessun ‘Pargol divin, mite agnello Redentor’ ma lei è una cantante, ed un certo rispetto filologico glielo avrebbero dovuto inculcare a scuola di canto! Ciò che si chiede ad un cantante non è di essere convinto intimamente delle parole che pronuncia, ma che con la sua arte riesca a rendere manifesti i sentimenti dell’autore. Nessuno ascoltando Katia Ricciarelli che canta l’ Ave Maria pretende che lei in privato continui a sciorinare rosari, e un cantante lirico può partecipare al verdiano “Don Carlos” pur sapendo perfettamente che la storia della monarchia spagnola è differente da quella descritta da un librettista romantico.

Forse Noa ha pensato a tutto questo, ma poi ha concluso che Astro del Ciel non è esattamente lo Stabat Mater di Pergolesi e che nessun melomane si sarebbe stracciato le vesti per il suo glissare ogni riferimento al tema ‘Incarnazione’ in una canto natalizio.

Avrebbe dovuto fare "obiezione di coscienza" e rifiutare di dar voce ad un canto marcatamente cristiano, proponendo qualcosa in cui la sua sensibilità culturale si poteva riconoscere pienamente; ad esempio i salmi come il salmo 129 (De profundis)o il salmo70 (Miserere) o il salmo 21: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

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