martedì, ottobre 16, 2007

SANTA PALAZIA


Ecco perché a Ravasi il Papa chiederà molto più di un “Consiglio”

Ovvero: da un articolo a firma di Maurizio Crippa sul divoto Foglio di sabato 6 ottobre 2007 intorno all'avvento di Monsignor Gianfranco Ravasi a Presidente del "Pontificio Consiglio della Cultura"


"Arriverà il 15 ottobre, nella nuova sede del Pontificio Consiglio della Cultura appena inaugurata all’inizio di via della Conciliazione, nel traffico di Roma che si infila nel cuore pulsante del Vaticano, infinitamente lontano dai ritmi sonnacchiosi della vecchia sede di piazza di San Callisto.

La sfida è grande, anche se in fondo si riconduce sempre a una frase che ama, quella della Lettera di San Pietro che sintetizza per la prima volta, e una volta per tutte, il senso della parola “cultura” per i cristiani: “Sappiate rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi, con dolcezza, rispetto, retta coscienza” (I Pt., 3, 15-16). Ma la sfida resta grande lo stesso, di fronte al ritorno in armi dell’ateismo fideista e ideologizzato – sia nelle versioni pop dei Ken Follett sia in quelle sublimi e speculative del neoscientismo – che si propone come alternativa secca a ogni “dialogo di verità”, come invece piace a Benedetto XVI.

Cosa può succedere, adesso che un dotto biblista come Gianfranco Ravasi, un intellettuale enciclopedico dalla memoria prodigiosa, un conferenziere smagato con i mezzi della grande comunicazione, un organizzatore culturale che ha retto per anni, tirandola a lucido, la Biblioteca Ambrosiana di Milano, è stato scelto da Benedetto XVI per guidare quello che era un dicastero vaticano di seconda linea, e che potrebbe trasformarsi nel potente “ministero della Cultura” della Santa Sede?

Bisogna partire da un po’ più lontano. Da Parigi. Più precisamente dal discorso all’Unesco che Giovanni Paolo II tenne nel 1980, un intervento che ha segnato una svolta profonda nel rapporto tra la chiesa e il “fratello ateo, nobilmente pensoso”, per dirla con un verso di David Maria Turoldo assai caro al nuovo vescovo monsignor Ravasi.
In quel discorso, Giovanni Paolo II affermò che “l’uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura”. Disse che se la chiesa aveva un posto di diritto in un’organizzazione umana come quella, non è per caso, o pro-forma, ma in ragione del “legame organico e costitutivo che esiste fra la religione in generale e il cristianesimo in particolare da una parte, e la cultura dall’altra”.
Senza mediazioni, senza timori reverenziali, Wojtyla indicava la cultura come il terreno “intrinseco”, il livello dell’umana ricerca che necessariamente non può escludere Dio. Non che l’idea fosse inedita, ma l’aggiustamento era anche storicamente importante.
Il Papa polacco raccoglieva l’eredità di Paolo VI e del Concilio. Dall’ecclesiologia a cerchi concentrici del Vaticano II erano nati nei decenni precendenti tre decisivi segretariati: quello per i cristiani separati, quello per i non cristiani, quello per i non credenti.
[...]
Giovanni Paolo II aveva creato, nel 1982, il Pontificio Consiglio per la Cultura. E fu più tardi una sua intuizione, con il Motu proprio Inde a Pontificatus del 1993, quella di fondere il Pontificio Consiglio per la Cultura con il Pontificio Consiglio per il Dialogo con i non credenti, che Montini aveva fondato nel 1965, e di formare un unico organismo, l’attuale Pontificio Consiglio della Cultura.
La cultura diventava dunque il terreno privilegiato del dialogo con chi non crede, con il “nobile fratello ateo”.

Fin qui l’intuizione, che consentì al Papa polacco quelle sue giocate d’anticipo sulla storia, quelle sue grandi aperture sulla scienza o la storia che contribuirono a spezzare il cerchio allora soffocante dell’ideologia atea (marxismo e non solo) e di rimettere nello scorcio del secolo il tema di Dio al centro del dibattito culturale.

[...]

Al grande solco tracciato venticinque anni prima all’Unesco dal suo predecessore, Benedetto XVI ha aggiunto due altre linee, in due direzioni precise.
Una è quella del discorso di Ratisbona, nel suo delineare un modo di intendere il rapporto tra la ragione e la fede, laicamente, senza paura, fino all’invito a prendere sul serio l’illuminismo: un’apertura paragonabile a quella che il primo cristianesimo ebbe per la cultura ellenistica, nel nome di un Logos comune a tutti. Poi, quasi come un’esemplificazione, anzi forse una personale testimonianza, il Papa ha affrontato il dialogo con Jürgen Habermas, filosofo laico.

In agenda: dal relativismo e dal suo esito nichilista fino allo scientismo che si pretende unica misura del mondo e del conoscere.
Fede, ragione e libertà sono i punti su cui ruota la battaglia culturale di Ratzinger al mondo contemporaneo.
* * *

Quale compiti svolge il ministero della Cultura del Papa?

Il profilo ufficiale del Consiglio ne elenca ben dodici, dal “promuovere l’incontro tra il messaggio salvifico del Vangelo e le culture del nostro tempo” al “dialogare con le conferenze episcopali”, i terminali locali della chiesa universale, dallo “stabilire il dialogo con coloro che non credono in Dio” ad “accogliere a Roma i rappresentanti della cultura”.
Sottotraccia, il suo compito è di essere docile interprete del pensiero della chiesa e del Papa.
Nei corridoi vaticani si mormora che non c’era molta soddisfazione per come il Consiglio ha operato fino ad oggi.

Forse anche a causa di una struttura esigua: con il presidente Poupard hanno lavorato una quindicina di persone [...]
Ma molti indizi lasciano intendere che cercasse anche una personalità dinamica, estranea a ritmi e meccanismi della curia, di lucido impianto mentale e dottrinale, che avesse in portafoglio pure una buona conoscenza del mondo dei media. Di certo, alcuni giudizi vagamente irridenti che hanno accompagnato la nomina di Ravasi, come quello di essere “una replica del cardinal Tonini”, un forte conversatore televisivo insomma, e poco più, oltre a essere dettati da (comprensibile) invidia curiale, hanno forse costituito agli occhi del Papa altrettanti motivi di validità.
* * *


[...] Ravasi vanta qualche somiglianza con Ratzinger, come quella di essere raffinato intellettuale. Ma è anche un bibliofilo che trasporterà a Roma qualche migliaio dei suoi volumi, mentre gli altri quindicimila o più rimarranno a Milano o depositati nella casa dei genitori, in Brianza.

Lombardo di Merate, nato nel 1942, seminarista solo dopo il ginnasio – anche se ad Andrea Tornielli del Giornale ha raccontato di essere stato colpito dal problema della Trascendenza a soli quattro anni, sentendosentendo in lontananza il fischio di un treno – è dotato di straordinaria memoria, dorme poche ore per notte e scrive i suoi dotti testi a mano, con una calligrafia ordinata che di solito non richiede successive correzioni.

Ottimo biblista, anche se suscita una certa invidia nei colleghi accademici, che storcono il naso davanti al suo talento di divulgatore, Ravasi è innanzitutto un sacerdote ambrosiano, che però non è mai stato parte dell’entourage martiniano e ha viceversa estimatori tra teologi esigenti come Inos Biffi per il suo solido profilo dottrinale, che non dev’essere mai dispiaciuto nemmeno a Ratzinger.

Per dieci anni, a partire dal 1985, è stato membro della Commissione teologica internazionale e ha lavorato col prefetto della Dottrina della fede, che nel 2002, a Milano, volle proprio Ravasi a presentare un suo importante libro sulla liturgia.

E’ stato prefetto della Biblioteca Ambrosiana – da cui Benedetto XVI ha chiamato anche Cesare Pasini come nuovo prefetto della Biblioteca Vaticana, l’altra grande istituzione culturale della cristianità – la stessa che ha dato alla chiesa anche un Papa umanista come Achille Ratti. C’è indubbiamente un’idea della cultura anche come patrimonio di tradizione, di bellezza da valorizzare, nella sua chiamata a Roma.
All’Ambrosiana ha svolto un lavoro eccellente anche sotto il profilo organizzativo, mescolando capacità di manager a un’intensa, per certi versi sbalorditiva, attività pubblicistica e di conferenziere. Non un conservatore, anzi una personalità con fama di apertura e attitudine al dialogo ampiamente riconosciuta nel mondo laico.

Ravasi è senza dubbio uno che comunica, aggiornato e con un tocco soavemente mondano; ma nemmeno disdegna la bacchettatura garbata e la polemica. Ma lo fa “apprezzando” i Dan Brown, i Follett, e sapendosi muovere, raro per un sacerdote, negli arcana della pop culture.
E’ anche uno che dice: “E’ ovvio che l’evoluzionismo esiste, non si possono ignorare i risultati della scienza”. Ma parla pure dei limiti ottocenteschi della scienza attuale, e usa circonvoluzioni come “ambiti molto più complessi, mutevoli e multiformi”, che mandano in visibilio l’interlocutore laico.

Secondo molti, comunque, è l’uomo che può essere adatto in questo momento difficile ma “propizio” del rapporto tra la chiesa e il mondo. Oggi che è soprattutto il mondo laico a mancare di maestri (il rottweiler Dawkins? l’ateista Odifreddi?). Ravasi è fra quelli che avvertono l’urgenza di non tacere di fronte a questa temperie ateista. Anche se non è uno che picchia duro: “Purtroppo oggi ci troviamo di fronte a una certa cultura laica che analizza il fenomeno cristiano con la categoria dello sberleffo”, ha detto in una recente intervista.
“Non ci si confronta più, viviamo in una specie di deserto. Il cristianesimo ha sempre bisogno di essere inculturato, di essere espressivo, di comunicarsi. E anche di confrontarsi con la cultura contemporanea, senza timori o subalternità. Il pensiero cristiano è straordinario: basta citare il concetto di persona e di libertà e paragonarlo al concetto di uomo di altre culture e religioni per rendersene conto”.
* * *

Cosa farà Ravasi?
Sono in molti a scommettere che, dopo un periodo di assestamento non brevissimo, ma normale per i ritmi dei Sacri Palazzi, metterà mano alla macchina ministeriale, dandole nuovo impulso. Si è sbilanciato pure a parlare di Internet e di blog.
[...]
“Cosa vuol dire fare cultura al servizio della chiesa?”, gli ha chiesto il vaticanista Aldo Maria Valli.
Risposta: “Da un lato riscoprire la molteplicità che sta al di fuori della chiesa cercando di stabilire un contatto, un dialogo, una comunicazione; dall’altro riuscire a essere anche profondamentemente capaci di trasmettere ciò che la visione cristiana, questo grande sistema di cultura e di pensiero che ha attraversato venti secoli, può dire ancora all’uomo di oggi”.
[...]
La vera domanda è quanto saprà incarnare il pensiero di Papa Benedetto.

Di certo, l’importanza del ruolo affidatogli è volutamente maggiore di quella del predecessore. Al compito del Consiglio della Cultura, Ravasi assommerà le competenze per l’archeologia sacra e per i Beni culturali. Insomma si delineano, per la prima volta, le competenze di un vero “ministero” della Cultura, dotato di autonomia, visibilità, ruolo, operatività.
Questa è una parte cruciale di ciò che Ratzinger intende ottenere all’interno della chiesa. E in questo, il problema di un buon ministro sarà essenzialmente quello di saper ben operare “ad intra”, in settori – anche solo quello archeologico, per esempio – lasciati finora dal Vaticano in secondo piano. E che invece sono, nella visione di Ratzinger, un aspetto essenziale per definire la cultura della chiesa: qualcosa che ha a che vedere con la Tradizione, con il rapporto con la storia, con le famose radici culturali dell’occidente.
* * *

Ma c’è l’altro aspetto, quello della comunicazione “ad extra”, che rappresenta forse la parte più interessante, da un punto di vista laico, di quello che il ministro del Papa sarà chiamato a fare. “Ho sempre avuto la percezione che il cristianesimo, oltre al suo dato teologico, sia anche uno straordinario ‘sistema’ culturale e rappresenti la possibilità di un orizzonte di risposta alle domande ultime anche per coloro che non professano la nostra fede”, ha risposto Ravasi in un’intervista.

Quello che secondo alcuni è da dissipare è il sospetto di un suo eccessivo “culturalismo”. Ama la parola pacata, preferisce parlare di “duetto” anziché dualismo, è garbato.
Riuscirà a interpretare le sfide che gli si pongono davanti, lui che alla parola sfida preferisce la parola “opportunità”?
Lui cui molti non perdonano un certo intellettualismo, come quando sul Sole 24 Ore spiegò che Gesù “non è risorto, si è innalzato” (“quello era il titolo, che non ho deciso io e che non riassumeva bene il testo”, ha però chiarito, un po’ irritato che non tutti colgano al volo le sue sottili elaborazioni: “Lì spiegavo che la resurrezione di Cristo non è stata la semplice rianimazione di un cadavere, ma qualcosa di più grande. Oltre al risorgere del corpo c’è stata la glorificazione, l’esaltazione, l’innalzamento: termini usati dall’evangelista Giovanni e da san Paolo per descrivere quel mistero diventato lo snodo centrale della storia umana”).

Per rispondere, bisogna tornare a scandagliare altre due linee molto precise del pontificato bavarese. Innanzitutto, una concezione della cultura non solo come “dialogo” e apertura, cerchio che si allarga alla ricerca dei “lontani”. Ma anche come “testimonianza” e “dialogo nella verità”.
Oggi la chiesa manca di testimoni, ha ripetuto spesso Ratzinger. E il martire è, propriamente colui che ricorda: uno che è attendibile.
Inoltre, c’è l’orizzonte amplissimo della missione della chiesa, che il Papa della vecchia Europa, il Papa delle radici giudaico cristiane, il Papa poco viaggiatore, il Papa della liberalità rispetto all’uso del rito latino, ha però fortemente presente. E basterebbe analizzare il peso specifico che hanno, negli interventi finora effettuati, la Lettera alla chiesa cinese o il viaggio in America latina. La scristianizzazione, la secolarizzazione – e soprattutto, oggi, la loro crisi ideologica – sono di certo un fatto interessante per l’occidente. Ma il Papa sa bene che in Asia, in Africa per certuni versi anche in America del nord la religione non se n’è mai andata dal panorama della vita degli uomini. Non c’è lì il problema del ritorno della religione. E in quei continenti – magna pars – il cattolicesimo gode di una stima crescente proprio grazie alla specificità della sua ragione, all’universale e particolare che nel cattolicesimo sono correlativi.

San Tommaso diceva: “Ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo”. Per questo il Papa insiste su un dialogo che sia culturale e non teologico, “interreligioso”. E per questo il dicastero della Cultura diventa strategico, come potrebbe esserlo rimettere al centro del dibattito non il confronto tra fedi, ma la filosofia della religione. Comunicare questa visione sarà il gran compito di Ravasi. “Vorrei che, pur con tutto lo stile necessario per i testi di un dicastero vaticano, si cercasse di farsi capire di più”, ha detto lui: “La cultura è dialogo, ascolto, capacità di entrare in sintonia”. [...]"

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martedì, ottobre 02, 2007

Sonètos Fùnebres, XVII




Monsignor Gianni Danzi, Arcivescovo Prelato del Santuario della Santa Casa di Loreto, è morto martedì 2 ottobre 2007 a Varese, presso i propri familiari dove si trovava in convalescenza. Solo due giorni prima, domenica 30 settembre, avava fatto leggere dai parroci della diocesi, durante la messa festiva, una lettera in cui si scusava con i fedeli per il prolungarsi della propria assenza dalla diocesi lauretana: "Certamente i preparativi per la venuta di sua Santità Benedetto XVI e la morte di mia cognata hanno contribuito ad un eccessivo affaticamento". Ma evidentemente, essendo l'Arcivescovo di Loreto ben conscio della gravità della propria condizione di salute agiungeva che per lui: "il tempo si fa breve" .
"Sento sempre più portarmi all’incontro definitivo con Cristo, che dalla Croce continua a dirci: Attirerò tutti a me. Se ci attira a sé è perché in Lui siamo stati concepiti prima che il mondo fosse.

La Madre, ai piedi della Croce, accompagna il Figlio nel ritornare al Padre e quindi accompagna anche ognuno di noi. Ecco allora la necessità di usare del tempo non per chiacchiere ma per la contemplazione del Mistero di Dio che opera in noi e tra di noi."

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martedì, maggio 22, 2007

Amicus Plato sed magis amica Santippe, V


La BBC nel 2006 mandò in onda un reportage sugli abusi sessuali dei preti cattolici in Irlanda, Stati Uniti e Brasile o meglio sull'esistenza di precisi ordini dati dal Vaticano per occultare i fatti e così "salvare" i preti pedofili. La tesi venne immediatamente e apertamente sconfessata dalla Conferenza episcopale inglese, la quale invitò la Bbc a "vergognarsi per lo standard giornalistico usato nell'attaccare senza motivo Benedetto XVI."

Guarda caso, subito dopo il grande successo del "cattolico" Family Day ecco che alcuni giornali hanno annunciato che uno dei video più scaricati da Video Google era proprio quel servizio giornalistico della BBC, messo in rete e appositamente sottotitolato in italiano da Bispensiero (sito di amici siciliani di Beppe Grillo), chiedendosi retoricamente come mai quella inchiesta giornalistica non era mai stata trasmessa dalle TV italiane (come se ci fosse una convenzione internazionale che obbligasse Rai, Mediaset e La7 a ritrasmettere i programmi della BBC!).

Da un punto squisitamente giornalistico "le notizie" riportate dalla BBC sono assi datate: l'esplosione dello scandalo pedofilia che ha coinvolto la Chiesa cattolica in Irlanda e negli Stati Uniti risale al 2001 ed anche del prete pedofilo brasiliano che aveva scritto un piccolo trattato su come attirare le sue ingenue vittime ebbe a suo tempo giustamente ampio risalto sui Media.

E' purttroppo assolutamente evidente a chiunque che dai processi per pedofilia contro membri del clero cattolico emerge tristemente che i vescovi o i superiori religiosi spessissimo avevano già ricevuto segnalazioni da parte delle vittime di abusi e dai loro familiari e per mettere la cosa a tacere avevano trasferito il presunto pedofilo ad altra parrocchia (e al massimo magari ordinando di sottoporsi a qualche colloquio psicologo).
Non c'è bisogno però di ipotizzare un codificata strategia vaticana che imponesse ai Vescovi di insabbiare il tutto. Il recente dibattuto, presunto e clamoroso caso di pedofilia a carico delle maestre di Rignano Flaminio ne è un esempio magistrale: sia le maestre accusate sia le colleghe non fanno altro che piangere la loro estraneità a i fatti, mentre sia il sindaco e i cittadini del piccolo Comune alle porte di Roma - pur non essendo degli ecclesiastici- non fanno altro che provare fastidio per tanto clamore senza dolersi troppo per i bambini abusati ma anzi screditando la validità delle testimonianza degli infanti!

Quando i casi di pedofilia travolsero la Chiesa statunitense e molti vescovi e pure un cardinale dovettero dimettersi, Giovanni Paolo II intervenne emanando "Motu proprio" la Lettera Apostolica "Sacramentorum sanctitatis tutela" cioè un nuovo documento in cui tra le più gravi colpe di un prete veniva ribadita anche la pedofilia che veniva ancor di più sanzionata e per questo -a norma del Codice di diritto canonico- entrava a far parte di quei "delitti" che per la loro gravità non erano più demandati al giudizio del vescovo locale ma riservati immediatamente alla Santa Sede (ovviamente per "riservati" non si intende che questi non debbano essere resi pubblici ma si parla del fatto quei preti che peccano gravemente contro il sacramento dell'Eucaristia e della Confessione non possono essere assolti da nessun prete e nemmeno dal vescovo ma che sono “avocati” al Papa: cioè che la loro estrema gravità solo il Papa può "giudicare"!).

A questo documento pontificio -che è indirizzato ai vescovi- venne allegata una lettera del Cardinal Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, in cui dopo aver elencato i delitti "riservati alla Santa Sede" si puntualizza che "Ogni volta che l'ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un'indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all'ordinario o al gerarca, dettando opportune norme, di procedere" e così si veniva a modificare la precedente normativa poiché "l'istruzione "Crimen sollecitationis" finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant'Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici".

Il 18 maggio 2001 ecco che, mercé l'Eminentissimo Ratzinger, l'universo mondo veniva a conoscenza di una Istruzione del Sant'Uffizio che spiegava come indagare, processare e nel caso punire quegli ecclesiastici che si erano macchiati del "Crimen sollecitationis" cioè "crimine di provocazione": ovvero avessero usato della loro autorità in Confessione per costringere il penitente ad avere rapporti sessuali e, più in generale, nei casi di denunce di chierici che avessero avuto rapporti sessuali con donne, uomini, bambini e animali.

E' evidente che nel 1962, vista la delicatezza dell'argomento, ai vescovi era comandato che l'istruzione fosse:
"servanda diligenter in archivio secreto Curiae pro norma interna non pubblicanda nec ullis commentariis agenda".

In un'epoca in cui anche i decreti pontifici con cui si autorizzava l'uso delle lingue e delle danze indigene nelle messe dei Paesi di Missione dovevano essere dai vescovi tenuti segreti, sotto pena di scomunica, figurarsi se il Vaticano poteva rendere noto all'opinione pubblica che c'era la possibilità che dei preti avrebbero potuto avere rapporti sessuali con animali!

La tesi del progranna della BBC «Sex crimes and Vatican» è che il "crimen sollecitationis" fosse il documento che istruiva i vescovi su come insabbiare le accuse di pedofilia e che comandasse la rimozione "per promozione" del prete pedofilo come strategia abituale per mettere a tacere le dicerie ed inoltre si desse istruzione di fare pressione psicologica sulle vittime per evitare che parlassero.
Non solo! Il nuovo documento del 2001, avocando a Roma le inchieste per accuse di pedofilia non avrebbe fatto altro che aumentare l'omertà della Chiesa cattolica in materia e accrescere la mafiosa e criminale protezione dei preti pedofili: "deus ex machina" di questa diabolica strategia non sarebbe altri che il pontefice "ccioiosamente" regnante, per vent'anni prefetto dell'ex-Sant'Uffizio!

Nella più totale ignoranza dei metodi "inquisitoriali" di Santa Romana Chiesa si è fatto passare il richiamo alla discrezione e alla segretezza che indagini tanto delicate impongono con il comando di sottrarre alla giustizia civile e penale i chierici colpevoli di abusi sessuali tanto che negli Stati Uniti qualcuno ha chiesto di processare "il cittadino" Ratzinger con l'accusa di aver voluto intralciare la giustizia americana.
Ovviamente a prendere la palla al balzo ci pensarono quei laidi laici dei Radicali italiani che nel 2005 organizzarono una conferenza stampa in Texas cui parteciparono l'avvocato David Shea, il legale di Houston che denunciò in sede civile il cardinale Joseph Ratzinger davanti alla Corte distrettuale del sud del Texas per la presunta copertura data ai membri del clero responsabili di abusi sessuali; Maurizio Turco, Segretario di Anticlericale.net ed ex deputato, il deputato Daniele Capezzone; l'europarlamentare Marco Cappato e Rita Bernardini attualmente Segretario dei Radicali Italiani (olè!)!
Si vede che dopo il fallimento politico della contro-manifestazione dell'orgoglio laico di piazza Navona del 12 maggio non c'era di meglio da fare che rimestare nel torbido per far passare il messaggio che è meglio affidare i propri figli ad una coppia di gay, atei materialisti dialettici e fumatori di spinelli che invece mandarli all'Oratorio dei preti!


Però a me una cosa non è chiara della ricostruzione storica operata dai giornalisti della BBC: se la Chiesa cattolica ha per cinquant'anni coperto i preti pedofili, come proverebbe il documento approvato "ex audentia Santissimi die 16 Martii 1962", perchè il grande colpevole "storico" deve essere individuato nel cardinal Ratzinger?

Quando il beato e "papa buono" Giovanni XXIII emanò quel "documento pro-pedofili" Joseph Ratzinger era solo un prete professore "progressista" di teologia in Germania.
E' pur vero che dal 1981 divenuto prefetto il cardinal Ratzinger non modificò quella legislazione canonica ma bisogna ricordare che il superiore del prefetto della congregazione della Dottrina della fede è il papa in persona; Karol Woytjla "il buono" "il bravo" e "il bello", avrebbe potuto sin dal primo giorno del suo pontificato, abrogare quella normativa di cui sicuramente doveva essere a conoscenza sin dal 1962 poichè all'epoca era già vescovo in Polonia!

Non solo, se come sostengono i curatori di «Sex crimes and Vatican» le nuove norme emanate da Giovanni Paolo II nel 2001 hanno ancor di più aumentato la protezione ecclesiastica verso i preti pedofili ciò non solo aggraverebbe il giudizio sull'operato di Ratzinger ma ancor più nei confronti di un Karol Wojtyla falso e ipocrita che nei suoi discorsi ufficiali deprecava e condannava la pedofilia chiedendo ai vescovi di usare "tolleranza zero" verso i preti pedofili e contemporaneamente imponeva agli stessi vescovi una legislazione canonica che andava nel senso opposto!

Ragion per cui se la tesi dei giornalisti della BBc fosse vera non solo Benedetto XVI sarebbe un mostro ma anche i suoi predecessori "di santa memoria" non avrebbero avuto un contegno meno mostruoso! Si chieda pertanto di sospendere il processo di beatificazione del servo di Dio Karol Woytjla seduta stante.
Se Pio XII non viene considerato degno di essere elevato agli altare per la semplice ragione che, pur aiutandoli concretamente, non fece nessun proclama ufficiale contro l'olocausto degli ebrei, come si potrà senza scrupolo di coscienza beatificare chi fu il sommo connivente per (almeno) 27 anni dei crimini dei preti pedofili?

E, soprattutto, se Giovanni XXIII non solo "si è degnato di approvare e confermare questa Istruzione" ma ha anche comanda che quelle norme fossero "rispettate" (sic!) come lo si potrà continuare a considerare un santo distributore di miracoli per i suoi milioni di devoti? Si proceda pertanto all'eliminazione del suo nome dall'albo dei beati, il suo corpo incorrotto venga sottratto alla venerazione dei fedeli, bruciato, e le sue ceneri sparse nel Tevere!

Se a lor signori giornalisti della BBC tali richieste parranno esose e spropositate vorrà dire che anche Benedetto XVI potrebbe -il più tardi possibile!- essere un degnissimo candidato agli onori degli altari!

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mercoledì, marzo 07, 2007

De Obitu Theodosii


Ovvero: Si plauda alle condiderazioni del "divinus" Magister a proposito, dell'accettazione da parte del Pontefice sedici volte Benedetto, delle dimissione dell'Eminentissimo Ruini: per oltre tre lustri Presidente della Conferenza episcopale italiana.

Molti -e da molti mesi!- anelavano a ciò che con un breve dispaccio ha comunicato la Sala stampa vaticana la mattina di mercoledì 7 marzo nonchè anticipato dal Cardinal Segretario di Stato la sera prima di modo che i mass media hanno avuto tutto il tempo e la premura di commentare l'evento. Per alcuni fausto evento; poichè "Don Camillo" lascia l'agone ( cioè parrebbe che lasci l'agone) politico-mediatico; ma per molti è fonte di perplessità poichè Ruini in quindici anni, a volte contro l'opinione di gran parte dell'episcopato ma sempre con il fermo sostegno di papa Wojtyla e papa Ratzinger, ha delineato e determinato la linea interventista della Chiesa Cattolica in Italia. Una Chiesa che sostiene fortemente il proprio diritto e la propria libertà di educare,imbastire dialoghi con il mondo culturale e che non diniega il confronto serrato di una "battaglia culturale" poichè non consente a nessuno il diritto di porla in uno stato di minorità intellettuale. Perciò una gerarchia e una comunità eccesiale capace di proporre un "progetto culturale" dei cattolici italiani per i cattolici italiani senza la necessità della mediazione di una classe politica di sedicenti cattolici.

Dai commenti anche di quelli a cui Ruini non è mai riuscito simpatico (anche nel mondo ecclesiale!)- e Ruini direbbe che: molti nemici molto onore- si capisce che difficilmente si tornerà indietro.
Prima della presidenza di Ruini, la società italiana, la Chiesa, e il mondo intero avevano una configurazione ben precisa; nel ventunesimo secolo la geopolitica è radicalmente mutata, la struttura istituzionale italana è cambiata e il merito di Ruini è stato, se non quello di aver azzeccato il percorso- non sono quì per lodare Camillo ma per seppellirlo!- almeno di aver capito che la Chiesa non poteva permettersi di star ferma a guardare "il gran teatro del mondo" quale muto spettatore dispensatore automatico di sacramenti.


"Fulgido" esempio della coscienza che si è raggiunta dell'incisività della "Gestione Ruini" ne è segno manifesto l'ispirata "orazione" di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera di mercoledì 7 Marzo 2007 di cui seguono l'incipit e il roboante finale:

"Nella storia politica italiana, fitta di rivoluzionari mancati, al momento dell’addio Camillo Ruini (Sassuolo, 1931) imprime il segno di una rivoluzione riuscita. Che l’ha portato a rafforzare l’influenza dei cattolici nonostante la morte della Dc.
L’ha portato a riprendere l’offensiva dei valori nonostante la secolarizzazione del Paese, a imporre nell’agenda del confronto parlamentare e intellettuale i temi della vita e della bioetica, a stravincere un referendum trent’anni dopo la disastrosa sconfitta del divorzio, a innovare la linea sulla missione in Iraq nell’ora più drammatica; in una parola, a ripristinare la coscienza identitaria della Chiesa italiana, e modificarne profondamente — nel bene o nel male, a seconda dei punti di vista—il rapporto con lo Stato e la società.

Nessuno dei suoi predecessori era stato tanto amato e criticato, blandito e temuto, al punto da diventare un personaggio centrale della politica, guadagnarsi in conclave il ruolo di grande elettore di Ratzinger, respingere numerose richieste di incontro da parte di segretari di partito (cui preferiva mandare appunto il segretario della Cei Betori), ispirare l’invettiva di una brava attrice di Rai3 (Eminenz!), portare in Senato una scienziata dell’Opus Dei affezionata alle mortificazioni, essere visto ora come un baluardo ora come un bersaglio come ha spiegato lui stesso domenica scorsa al Corriere: «Meglio criticati che irrilevanti ».

Una missione condotta con uno stile molto personale: schivo macostretto a un ruolo pubblico, taciturno ma deciso a non lasciarsi mai zittire, Ruini non ha ceduto alla tentazione della vanità e alla scorciatoia della vetrina televisiva.
[...]
La forza asciutta che ha deluso molti laici ed è forse spiaciuta anche a qualche cattolico ha finito, nel tempo, con l’alimentarne il carisma, e ha contribuito a scriverne il ruolo nella storia recente d’Italia, che ora prosegue come vicario di Roma. E quando si sarà sopito il clamore del mondo — la polemica quotidiana, le richieste d’udienza dei segretari di partito, l’urlo della Littizzetto, il cilicio della Binetti —, anche la politica saprà fare, nel tempo, quello che alla Chiesa riesce più facile, fermarsi ameditare, individuare gerarchie di valori, restituire le cose alla loro dimensione; e allora si comprenderà appieno che all’inizio della primavera del 2007 si è consumato l’addio di un grande."

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venerdì, marzo 02, 2007

Fides et Ratzinger

Ovvero: Magister "Ruinante"

[Prolusione all'VIII Forum del "progetto culturale" della Chiesa italiana, Roma, 2 marzo 2007]

"Anche con altre motivazioni J. Ratzinger mostra che la razionalità non può essere spiegata con l’irrazionale e che il soggetto umano non può essere ricondotto ad un oggetto né conosciuto adeguatamente attraverso i modi e i metodi con cui si conoscono gli oggetti. Egli è però pienamente consapevole non solo che questo genere di considerazioni e argomentazioni vanno al di là dell’ambito della conoscenza scientifica e si pongono al livello dell’indagine filosofica, ma anche che sullo stesso piano filosofico il Lógos creatore non è l’oggetto di una dimostrazione apodittica, ma rimane “l’ipotesi migliore”, un’ipotesi che esige da parte dell’uomo e della sua ragione “di rinunciare a una posizione di dominio e di rischiare quella dell’ascolto umile”. In concreto, specialmente nell’attuale clima culturale, l’uomo con le sue sole forze non riesce a fare completamente propria questa “ipotesi migliore”: egli rimane infatti prigioniero di una “strana penombra” e delle spinte a vivere secondo i propri interessi, prescindendo da Dio e dall’etica. Soltanto la rivelazione, l’iniziativa di Dio che in Cristo si manifesta all’uomo e lo chiama ad accostarsi a Lui, ci rende davvero capaci di superare questa penombra (cfr "L’Europa di Benedetto", pp.59-60; 115-124).

Proprio la percezione di una tale “strana penombra” fa sì che l’atteggiamento più diffuso tra i non credenti oggi non sia propriamente l’ateismo – avvertito come qualcosa che supera i limiti della nostra ragione non meno della fede in Dio – ma l’agnosticismo, che sospende il giudizio riguardo a Dio in quanto razionalmente non conoscibile. La risposta che J. Ratzinger dà a questo problema ci riporta verso la realtà della vita: a suo giudizio infatti l’agnosticismo non è concretamente vivibile, è un programma non realizzabile per la vita umana. Il motivo è che la questione di Dio non è soltanto teorica ma eminentemente pratica, ha conseguenze cioè in tutti gli ambiti della vita. Nella pratica sono infatti costretto a scegliere tra due alternative, già individuate da Pascal: o vivere come se Dio non esistesse, oppure vivere come se Dio esistesse e fosse la realtà decisiva della mia esistenza. Ciò perché Dio, se esiste, non può essere un’appendice da togliere o aggiungere senza che nulla cambi, ma è invece l’origine, il senso e il fine dell’universo, e dell’uomo in esso. Se agisco secondo la prima alternativa adotto di fatto una posizione atea e non soltanto agnostica; se mi decido per la seconda alternativa adotto una posizione credente: la questione di Dio è dunque ineludibile (cfr "L’Europa di Benedetto", pp. 103-114). È interessante notare la profonda analogia che esiste, sotto questo profilo, tra questione dell’uomo e questione di Dio: entrambe, per la loro somma importanza, vanno affrontate con tutto il rigore e l’impegno della nostra intelligenza, ma entrambe sono sempre anche questioni eminentemente pratiche, inevitabilmente connesse con le nostre concrete scelte di vita.

Proprio nel considerare la prospettiva credente come un’ipotesi, sia pure quella migliore, che come tale implica una libera opzione e non esclude la possibilità razionale di ipotesi diverse, J. Ratzinger – Benedetto XVI si mostra sostanzialmente più aperto di J. Habermas e della “ragione secolare” di cui Habermas si pone come interprete: essa accetta infatti come “ragionevole” soltanto ciò che si mostra traducibile nei suoi discorsi.

In questa “assolutizzazione” della ragione secolare abbiamo in qualche modo il corrispettivo, a livello teoretico, di quella “dittatura” o assolutizzazione del relativismo che si verifica quanto la libertà individuale, per la quale tutto è finalmente relativo al soggetto, viene eretta a criterio ultimo al quale ogni altra posizione deve subordinarsi"

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venerdì, febbraio 09, 2007

La Teologia dell' Informaticizzazione



«Salvare», «convertire», «giustificare»: alcune delle parole chiave dell’informatica rivelano una parentela sorprendente con la tradizione biblica. Che non è soltanto di superficie.

Ovvero: una "Summa teologica del web" partorita dall'operosa meditazione dell' Eccellentissimo Monsignor Teologo Bruno Forte Archepiscopo Teatino.

[Avvenire; giovedì 8 febbraio 2007]

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mercoledì, gennaio 24, 2007

Sacra Conversazione /11

«Caro Martini, solo Dio può darci la morte»



Ovvero: Intervista di Andrea Tornielli a Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Alessandro Maggiolini (Il Giornale; mercoledì 24 gennaio 2007).

Parlare di eutanasia, del caso Welby e del dibattito suscitato dall’ultima uscita del cardinale Martini, con lui significa fare sul serio.
Alessandro Maggiolini, 76 anni, vescovo uscente di Como - domenica prossima [28 gennaio 2007, ndr] è previsto l’ingresso del suo successore, Diego Coletti - è una delle maggiori personalità dell’episcopato del nostro Paese, unico italiano nella commissione internazionale che ha redatto il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica sotto la guida dell’allora cardinale Jospeh Ratzinger.
Da qualche anno ormai, Maggiolini non è più soltanto il prelato «controcorrente», poco amante del felpato e autoreferenziale linguaggio «ecclesialese», il vescovo che con largo anticipo su tutti ha denunciato i rischi di un’immigrazione selvaggia, l’ecclesiastico schietto e mai banale che ha scritto un libro per annunciare la fine della cristianità così come l’abbiamo concepita e vissuta fino a oggi.

Da qualche anno, a causa di un cancro al polmone e poi del morbo di Parkinson che l’ha praticamente immobilizzato in carrozzella, Maggiolini è un credente che fa quotidianamente i conti con la sofferenza. Un paziente di riguardo, che non nasconde la sua paura della morte e che trascorre ogni santo giorno quattro ore in confessionale, a incontrare i fedeli. «Tra persone che soffrono, basta un’occhiata per intendersi», sussurra con un filo di voce vescovo inchiodato alla carrozzina dallo stesso morbo che ha colpito Giovanni Paolo II e che affligge lo stesso cardinale Martini.

Che cosa pensa dell’articolo del cardinale sul caso Welby?

«Penso, in tutta sincerità, che un cardinale dovrebbe tacere oppure, se ha qualcosa da dire o da dissentire su certi argomenti, debba scrivere direttamente al Papa in modo riservato e personale, senza esporsi in una maniera pubblica. In fondo, il cardinalato non è un cavalierato, un titolo onorifico, ma il segno di una obbedienza particolarissima al Santo padre, fino al martirio. Ora, nessuno chiede di effondere il sangue, ma di tenerlo da conto sì».

Che cosa obietta, nel merito, a Martini?

«Premetto di aver detto, a suo tempo, che io i funerali religiosi a Welby li avrei celebrati.
Ho letto sui giornali che quest’uomo, negli ultimi istanti di vita, ha pregato. Se ciò è avvenuto, se davvero alla fine si è affidato a Dio, bisogna tener conto del fatto che basta un sospiro di richiesta di misericordia per riscattare una vita intera.
Il cardinale Martini, però, non tocca questo argomento, non parla di questa revisione morale della vita, ma entra nel merito della sospensione dei trattamenti che il malato non sopporta più o che provocano dolore... ».

Il dolore e il suo riverbero psicologico non sono elementi secondari.

«Il problema del dolore, attualmente, nella quasi totalità dei casi, è risolto grazie all’uso di potenti analgesici e anestetici che lo eliminano pur provocando spesso la perdita della coscienza del malato. Il problema, semmai, è proprio quello della persistenza della coscienza. Tanto che la Chiesa consiglia il paziente che sta per essere sottoposto a queste cure palliative, di mettere a posto prima le ultime volontà».

La sofferenza non più accettata non può essere un motivo per rifiutare le cure?

«La sofferenza, quando c’è, non è un motivo per smettere le cure. Semmai è un motivo per spingere ad aumentare le cure per far soffrire il meno possibile. Non riesco a capire che cosa significhi sospendere le cure e così permettere che uno muoia».

Martini ha parlato di eutanasia come di «un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte». E ha aperto alla sospensione delle cure, come prevede la legge francese.

«La differenza tra eutanasia cosiddetta “attiva” e quella “passiva” esiste già da almeno ottant’anni, non è una notizia da prima pagina. Si è sempre detto che un conto è ammazzare e un conto e lasciare che uno muoia. Dunque non mi sembra poi una gran scoperta. Il problema è che su questi argomenti così delicati, che ci toccano così da vicino e così nell’intimo, non si può discutere sulla base di formule teologiche astratte ma è necessario un confronto tra il teologo moralista - non il biblista - e il medico, cioè colui che sa che cosa sta capitando davvero nell’organismo di una persona».

Eppure la Chiesa, come dice no all’eutanasia, è altrettanto contraria all’accanimento terapeutico. Come lo definirebbe, lei, questo «accanimento»?

«L’accanimento inizia quando cure straordinarie e sproporzionate non garantiscono più speranza di miglioramento e la morte è comunque sicura. Vorrei però aggiungere che una cosa è sospendere la somministrazione di medicinali atti a contrastare il male, un’altra togliere al paziente le risorse per vivere. Per esempio, essendo l’aria è necessaria per vivere, non credo sia lecito toglierla staccando il respiratore. Il cibo così come l’idratazione non possono essere considerate “cure”».

Martini invoca un maggior coinvolgimento e un maggior protagonismo del malato.

«Non ci si deve però dimenticare che il responsabile è il medico. Il malato non è l’ultima istanza, deve confrontarsi con il medico che lo cura, sennò rischia di scambiare una fitta passeggera con un tumore. Il medico, insomma, non può essere deresponsabilizzato. Altrimenti si arriva a concedere il permesso di ammazzarsi nelle corsie degli ospedali».

Posso chiederle come sta vivendo la sua malattia?

«Sono lontanissimo dalle sviolinature circa l’importanza del dolore e della sofferenza. Conosco la teologia, ma devo dire che non credo necessario esaltare il soffrire. Secondo me il problema è di mantenersi nell’atteggiamento di dipendenza dal Signore. Se lui vuole che io abbia il Parkinson, è la sua volontà, anche se a me dà fastidio. Così non è stato piacevole il taglio di un lobo di un polmone, ma se serve a mantenermi ancora in vita, l’accetto! C’è un aspetto umano, cioè il riconoscersi limitati e dopo aver cercato di allontanare il più possibile gli elementi negativi, accettare la malattia che il destino ti assegna. Ma c’è anche la voce del soprannaturale che ti sussurra che quella è la volontà del Signore».

Questo abbandono, questo atteggiamento di dipendenza, aiuta a vivere la sofferenza?

«Il primo risultato pratico è che ti costringe a non fare il gradasso, e non sgomitare per esibirti. Ti costringe a essere malato, il che vuol dire accettare un certo nascondimento e la compassione degli altri, che non è mica sempre bella. Poi ti aiuta a capire la redenzione di Cristo, che ha scelto volontariamente di salire sulla croce. La malattia accettata senza entusiasmi artificiosi ma con la pacatezza di chi accoglie la volontà di Dio, rende più buoni e aiuta a capire la sofferenza degli altri. Da quando sono malato, in confessionale colgo una corrente di simpatia, perché tra persone che soffrono basta guardarsi negli occhi per capirsi».

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giovedì, gennaio 18, 2007

Sant'Abbondio v/s don Abbondio

A Como non c'è più religione!
["Quello su cui meditava in quel momento don Abbondio, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, era un panegirico in onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione nel duomo di Milano, due anni prima. Il santo v'era paragonato, per l'amore allo studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo; perché Archimede ne ha fatte di così curiose, ha fatto dir tanto di sé, che, per saperne qualche cosa, non c'è bisogno d'un'erudizione molto vasta. Ma, dopo Archimede, l'oratore chiamava a paragone anche Carneade: e lì il lettore era rimasto arrenato." (Promessi Sposi, cap.8)]
Ovvero: Panegirico di monsignor Alessandro Maggiolini vescovo emerito di Como a firma di Maurizio Crippa sul Foglio di mercoledì 17 gennaio 2007.



"Solo una breve in cronaca sui quotidiani locali, la storia del sacrestano filippino del duomo di Como che ha aggredito a colpi d’ascia un bulletto che lo tampinava. Ma a qualche cronista che non se n’era ancora andato da Erba, a bazzicare il paesino dell’orrore che sta a un quarto d’ora di macchina, e che magari domenica [14 gennaio,n.d.r.] è andato distrattamente alla “Messa di saluto” di monsignor Alessandro Maggiolini, sarà servita per confermarsi nell’idea: non c’è più religione, a Como.
A Como città, dove quest’estate un vigile ha sparato alla testa a un ragazzo cingalese, e le polemiche sul perché non sono ancora finite; a Como e dintorni, dove a settembre fuori dalle scuole si sono avvistate le prime mamme col burqa.

In effetti, visto dal lato della cronaca di questi giorni, il panorama che il vescovo che è stato per diciotto anni alla guida della diocesi (ora vi rimarrà come vescovo emerito) si lascia dietro le spalle sembra quasi l’avverarsi di qualcuna delle sue famose e fosche profezie sulla società che va in rovina: “La nostra società deve ancora avvertire il sapore del marcio che viene in bocca dal tipo di vita che sta conducendo”, aveva detto al Foglio giusto un anno fa.
Anche lo sfondo vagamente razzista su cui si è innestata la tragedia di Erba sembra fatto apposta per dare ragione a quei suoi giudizi molto poco ecclesialmente corretti sui “musulmani che si moltiplicano in proporzione geometrica di fronte a noi che invecchiamo a vista d’occhio”; ma ancor di più sugli italiani che “finiranno per assomigliare a negretti o indios da catechizzare”.
Tutte cose che il settantaseienne prelato lombardo aveva iniziato a dire per tempo, e non ha mai smesso di farlo, non per cupezza da Savonarola ma per via dell’occhio lucido sulla realtà sociale. E per via anche del suo italiano bello e schietto, per nulla impastato di melassa clericale, con cui quelle cose ha sempre detto.

Per certi versi, l’uscita di scena di monsignor Alessandro Maggiolini potrebbe assomigliare a quella dei due vecchi servi dell’ultimo imperatore nel “Romolo il Grande” di Durrenmatt, che lasciando la scena mentre Odoacre è già alle viste e tutto sembra perduto, sospirano: “Via noi, si piomba nel più buio medioevo”. Pur costituzionalmente allergico agli ottimisti faciloni, Maggiolini non si è però congedato dai suoi fedeli con la stessa allegria da naufraghi dei servi dell’imperatore. “Il Vangelo è la buona notizia che ci rende sorridenti e cattivanti”, ha detto invece domenica in Sant’Abbondio, aggiungendo una delle sue proverbiali sentenze senza appello: “Una chiesa mesta, anche in momenti di prova, è una caricatura dell’inferno”.

Allo stesso tempo, però, sussistono pochi dubbi che le sue analisi fossero esatte, che i suoi strali lanciati contro una chiesa che non è più chiesa e contro una società che (da un pezzo) aveva iniziato ad andare in malora colpissero nel segno. Lasciando anche stare l’omicidio di Erba. A cominciare, ovviamente, dalla questione dell’identità locale, culturale e religiosa, e del rapporto con l’immigrazione di matrice islamica.
“Abbiamo perso dieci anni”, commentava con un filo d’amarezza un anno fa Maggiolini, ricordando come già nel suo primo discorso alla città di Como, tenuto nel 1989, avesse sottolineato il problema di “pensare con esattezza l’incontro con l’islam: un incontro tra culture diverse”.
Ovviamente, per queste idee, nella sua lunga carriera sulla cattedra di Sant’Abbondio gli hanno dato del leghista, dell’integralista, del profeta di sventura e del culturalmente rozzo. Lui, che invece è stato anche l’unico italiano a far parte della commissione per la stesura del Nuovo Catechismo della chiesa cattolica, essendo uno degli uomini più preparati nella gerarchia italiana.
Non se n’è mai curato, ovvio.

A partire dai suoi interventi sui giornali, e anche dai titoli di alcuni suoi libri, roba come “Fine della nostra cristianità” e “Declino e speranza del cattolicesimo”. Libri che lo hanno accreditato anche presso i laici come un grintoso testimone di una terra senza più religione, guardata con un realismo acuto e un’ironia sferzante per certi aspetti simile a quella aspra del suo amico Giacomo Biffi, cardinale nella grassa e dotta e rossa Bologna.
Del resto i suoi diciotto anni a Como sono coincisi con gli anni della crisi della Prima Repubblica e della dissoluzione della Balena bianca, in cui anche nella bianca terra di Como il cristianesimo si è andato spampanando, molto prima dell’invasione dei barbari.
Tempo in cui troppo spesso “la gerarchia è stata costretta a intervenire” semplicemente perché i laici cattolici, soprattutto quelli impegnati in politica, “non sanno più cosa dire”. Perché lui ha in mente soprattutto questo: l’eclissi dei cristiani, ché poi la malora della società è un po’ anche una conseguenza.
E gliel’ha detto, ai suoi fedeli venuti in duomo a salutare il loro vescovo in
carrozzella: “Lungo tutto l’episcopato ho insistito sulla coltivazione dell’originalità cristiana: senza questo aspetto, questo rapporto con Gesù, la chiesa e il cristianesimo non hanno più nulla da dare e da dire: diventano una sorta di bocciofila”.

Lui ha sempre avuto un’idea diversa della fede: “Il distintivo del cristianesimo è il Credo, non il dialogo. Sui ‘può darsi’, nessuno impegna la vita”.
E quel che ha sempre detestato di più è proprio quella chiesa molto correttina, molto accogliente ma anche molto incapace di chiamare le cose con il proprio nome; incapace di dire qualcosa, anche quando va in televisione. Una volta disse: “Preti e suore danno indegno spettacolo di sé apparendo in stupidi spettacoli televisivi”. Insomma non c’è più religione, ma peggio ancora è se la religione ridotta a “un residuato di chiesa”, che insiste “su un progressismo sociale e politico”.

Di fronte a tutto questo, va reso atto a Maggiolini di essere sempre stato capace di parlare chiaro, di dire le cose nero su bianco, di guardare la realtà – anche quella sociale di una diocesi più contraddittoria di quanto appaia a vederla nei telegiornali – senza infingimenti. Senza melassa buonista.
Sapendo che i problemi ci sono, e non sono solo l’islam, ma sono anche i temi della vita e della morte, dell’eutanasia. Insomma i nodi cruciali su cui alla fine le persone decidono di sé; in cui alla fine la società decide se la trama fitta della seta di Como che l’ha tenuta insieme finora possa tenere ancora. O se debba strapparsi, sfilacciarsi, marcire. Ogni tanto impazzire per il baccano che fanno i vicini di casa. Insomma tutte quelle cose che o la chiesa le dice, o che ci sta a fare? Anche se hai la diocesi che funziona e il quotidiano diocesano che fa buone tirature. ma la realtà è questa. Quasi ci si stupiva, davanti alla tv, a vedere ogni tanto un ciclista che, transitando davanti al cancello degli orrori di Erba, si facesse il segno della croce invece di lasciare l’ennesimo, stupido orsetto di peluche.
Ma senza condanne arcigne. Così ad esempio il vescovo di Como si è trovato anche a dire, su Piergiorgio Welby: “Mi chiedo, prima di morire si è affidato alla misericordia di Dio, non poteva essere questa invocazione un motivo per concedere i funerali?”.

Una bella eredità ingombrante, culturale, teologica e pastorale, quella che il vescovo emerito lascia al suo successore, abituato al calore pastorale con cui firmava a Livorno le sue lettere alla diocesi: “Con tanto affetto, Diego, il vostro vescovo”. Lui dovrà misurarsi con una eredità importante, con una personalità che ha lasciato un segno originale nella chiesa e nella società italiane.
E i cattolici lariani dovranno abituarsi al nuovo stile pastorale di monsignor Diego Coletti, un teologo che viene da un percorso culturale ed ecclesiale diverso da Maggiolini, prima rettore di seminario a Venegono, poi consulente del cardinal Martini per la preparazione del Convegno ecclesiale di Loreto, infine rettore del Pontificio seminario lombardo di Roma, fino all’approdo alla diocesi di Livorno. Un uomo più da “percorsi intraecclesiali”, come si dice in gergo, meno avvezzo a predicare sui tetti e a tirare di sciabola – quando serve – con la politica, i giornali, l’opinione pubblica laica.


Maggiolini è stato infatti anche uno dei pochi casi di prelato italiano capace – anche desideroso – di far sentire la propria voce a tutta la società. E spesso è stata una voce non allineata al mormorio medio della Conferenza episcopale.
Capitò anche ai tempi dello scontro tra la Cgil di Sergio Cofferati e il governo Berlusconi sull’articolo 18, quando il vescovo di Como fu l’unico dell’episcopato a criticare il sindacato.
E’ capitato più di recente sulle questioni bioetiche, lo scorso anno per i referendum e ora sul tema dei pacs: “Sembra che si debba cambiare il vocabolario della lingua italiana”, ha detto in una delle sue ultime omelie, “i patti di convivenza sociale non sono più patti sanciti dalla benedizione di Dio. L’amore sembra diventato il gioco del più potente con dei balocchi da strapazzare e da buttare quando si consumano. Ciò che sembra rimanere di quello che era il matrimonio santificato da Dio è la ricerca di vantaggi economici congiunti a un piacere che svuota di serietà”.

Ma ovviamente la battaglia culturale su cui vanta la primogenitura è quella multiculturale.
Lungimirante. Ma ancora dice: “Non si possono spalancare le porte della nazione e far crescere un’identità culturale”.
Quando la Lega raccolse le firme per un referendum sull’immigrazione, gli fecero pure un esposto alla magistratura per “odio razziale”, semplicemente per avere dichiarato che “le firme non sono contro gli extracomunitari indistintamente, ma contro gli immigrati clandestini”. Abbiamo perso dieci anni, ripete. Lui che nel 1998 aveva già tuonato contro i rischi di una “colonizzazione passiva” derivata non dall’immigrazione in sé, ma dall’immigrazione incontrollata, avalutativa, che ha dominato in questi decenni non solo l’Italia ma tutto il continente europeo.
Allora, non faceva piacere ai suoi colleghi dell’episcopato doversi misurare con le sue affermazioni, quelle che neanche un decennio dopo sono diventate lapalissiane verità: “Presto si dovrà insegnare l’islam anche nelle scuole pubbliche”, o il dubbio a più riprese sollevato che, nella nuova situazione, i diritti legati alla libertà religiosa avrebbero messo in forse gli stessi privilegi garantiti dal Concordato all’interno del sistema educativo.

Dieci anni fa, quando affermare che la società multireligiosa “non è aprioristicamente perfetta” e che avere un atteggiamento debole nei confronti dell’islam avrebbe potuto generare integralismi suonava come una provocazione, un paradosso antiecumenico.
Così, quando nel 1999 il vescovo di Como dichiarò: “Non ci si meravigli di seimila firme raccolte a Como. La gente è stufa di sentire il ministro degli Interni e il governo che imbastiscono discorsi francescani per poi lasciare ad altri, caritatevoli, la soluzione di problemi che sono di giustizia”, l’irritazione e l’imbarazzo furono palpabili all’interno della Conferenza episcopale. Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, gli rispose a muso duro: “Il referendum è uno scandalo; siamo diventati disumani. L’uomo è oramai solo una merce da mercato: se serve lo si attira, se no lo si respinge”. Mentre lo stesso segretario della Cei, monsignor Ennio Antonelli espresse il suo “no” deciso al referendum promosso dai leghisti: “E’ molto lontano dalle posizioni della chiesa, poiché si presta a diffondere sentimenti di tipo razzista e certo non bisogna soffiare sul fuoco”.
Passati gli anni, la posizione culturale e pastorale di monsignor Maggiolini, se pur non sono diventate maggioritarie, hanno finito per convincere tutti almeno per il loro tasso di realismo.

Con tutto ciò, dalla grata del confessionale in cui il combattivo vescovo ha dichiarato di voler proseguire la sua missione di pastore, Maggiolini osserverà una città in cui le sue profezie di due decenni fa sembrano inesorabilmente avverarsi."

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sabato, novembre 04, 2006

La [piccola] Peste di Milano



Da un gustoso articolo apparso sul Foglio il giorno d'Ognissanti, parrebbe che il gionalista Marcello Crippa si sia recato incautamente al Convegno Ecclesiale di Verona senza essere padrone della "lingua": ovvero l'ecclesialese! Di tale idioma l'eminentissimo "Dominum Dionisium" Tettamanzi s'è manifestato gran maestro.

Il porporato del Titolo dei santi Ambrogio e Carlo: “registra”, “declina”, “intreccia”, parla del “compito di elaborare”, si rivolge a “categorie di fedeli”.
E Maurizio Crippa sottotitola: Il linguaggio del cardinale Tettamanzi non attinge la realtà e chiama l’applauso facile della cultura sociologica.

"Registriamo una più diffusa ed esplicita consapevolezza della ‘distanza’ (nel senso di estraneità o/e di antitesi) che nel nostro contesto socio-culturale e insieme ecclesiale esiste tra la fede cristiana e la mentalità moderna e contemporanea”.

Registriamola pure questa “distanza”, per carità.
Non si vuole certo far torto al cardinale che sta “declinando il riferimento alla comunione ecclesiale in termini di universalità”, nonché “l’accresciuta ricchezza ecclesiale nella modificata situazione sociale- culturale-ecclesiale”.

Verona, 16 ottobre 2006. Apertura del Convegno ecclesiale nazionale, i decennali stati generali della chiesa italiana.
E’ il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi che parla. L’arcivescovo della più grande arcidiocesi europea e segretario del Comitato preparatore del Convegno, come vent’anni prima lo era stato il suo predecessore sulla cattedra di Ambrogio, Carlo Maria Martini, al Convegno di Loreto.
Sua eminenza Dionigi Tettamanzi parla.
Parla del “compito di elaborare – con un’interpretazione che sappia intrecciare fede e ragione, teoria e prassi, spiritualità e pastoralità, identità e dialogo – una rinnovata figura antropologica sotto il segno della speranza”.

Registrare per registrare, nella platea dei convegnisti si registra qualche sbadiglio, qualche insofferenza. Ma minoritaria. La gran parte dei duemilasettecento delegati appare in sostanziale sintonia con quel linguaggio, col suo modo un po’ circonvoluto, un po’ socio-burocratico di porgere i concetti.
E lo si vedrà nei giorni seguenti, nel tono generale del lavoro dei “gruppi”, dove la comunione ecclesiale è innanzitutto comunanza gergale, un modo di parlare, di definire temi e problemi. E non è solo il cardinale Tettamanzi. E’ il tono caldo e alto della Relazione di Paola Bignardi, campionessa del laicato cattolico ex Azione cattolica, è il tono dei religiosi che si alternano nelle “riflessioni” ai microfoni del salone.
Registrare per registrare, il resto della laica società italiana, e qualche pezzo di chiesa, registrano invece una diffusa sensazione di estraneità, di sordità a quelle parole.

Tettamanzi ammonisce: “Siamo consapevoli che l’essere oggi ‘testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo’ domanda una comunione missionaria tra le diverse categorie di fedeli più compattata e dinamica”.


Che cosa segna la differenza – perché la segna, bisogna avere orecchio e non è necessario aver studiato teologia, ma la segna eccome – tra questa frase e la frase dal contenuto semantico pressoché identico, che Benedetto XVI ha pronunciato sempre a Verona, durante l’omelia della Messa al Bentegodi: “Occorre tornare ad annunciare con vigore e gioia l’evento della morte e risurrezione di Cristo, cuore del Cristianesimo”?
Essere testimoni di Gesù Risorto “domanda una comunione missionaria tra le diverse categorie di fedeli”, oppure occorre “annunciare l’evento della morte e risurrezione di Cristo”?
Che differenza c’è tra questi due linguaggi?
Cosa fa sì che l’uomo comune – il famoso “lontano” ma anche magari il semplice battezzato che va a Messa – di fronte a un certo tono ecclesiale faccia fatica, come sbattendo contro un muro, per quanto imbottito, come trovasse un che di respingente, ultimamente di incomprensibile?
Registriamo anche questo. E proviamo a declinare il come e il perché.


Dionigi Tettamanzi è un teologo moralista, professore di seminario e prolifico estensore di testi sulla morale familiare (un “Dizionario di bioetica”, tra gli altri), nonché affidabile goshtwriter dei documenti bioetici firmati da Giovanni Paolo II.
Non proprio un temibile progressista, insomma.
Ma come un vino ben invecchiato e decantato, gli intenditori annusano in un bicchiere di buon Tettamanzi un complesso sedimento di sentori e retrogusti. Più fresco e recente, subito al naso e un po’ superficiale, c’è una fragranza di Sant’Egidio.

L’amore tra il cardinale di Milano e la comunità trasteverina è cosa di questi ultimi anni. In lui i sant’egidini hanno trovato una nuova ala protettrice e un candidato spendibile (prima al Soglio, poi come erede di Ruini) per quanto alla prova dei fatti perdente; in loro il cardinale ha trovato i suggeritori adatti per offrirgli quella proiezione sui temi sociali e internazionali che gli mancava. Quando pronuncia frasi del tipo “una nuova visione e realizzazione della mondialità e della grande questione della giustizia e della pace”; quando dice che le altre religioni non “hanno nulla da temere” dal cristianesimo, sono le bollicine di Trastevere che salgono su a pizzicare il naso. Bisogna anche dire che da tempo Sant’Egidio ha allargato i propri orizzonti, sta stretta nella casella multiculturalista, e il suo leader Andrea Riccardi è giunto a riconoscere l’interesse di certune posizioni laiche in riferimento al cristianesimo. Ma il briefing non dev’essere ancora giunto all’arcivescovado di Milano.

Sant’Egidio è l’essenza odorosa del cardinale. Ma sul palato, per prima cosa, senti sempre un dolce sapore giovanneo, una memoria lontana e padana del buon curato di campagna. Non è neppure questo, però, che fa la struttura.
La stoffa la fa il tecnico della morale, abituato a guardare le cose solo dal punto di vista dell’etica,della conseguenza. Raramente da quello della loro essenza.

Il doverismo del “dobbiamo sforzarci”, del “possiamo e dobbiamo riconoscere”, dello “stile virtuoso della speranza”. Il tutto immerso e stemperato in quel gergo curiale, da apparatnik ecclesiale (non è un atteggiamento solo suo) che è l’aspetto più evidente a occhio nudo, anche ai più inesperti, come il colore rosso del vino: “Connotata dalla tensione escatologica, la comunione ecclesiale può ritrovare l’umiltà e la conversione di fronte alle sue diverse forme di lacerazione”.


Ecclesialese, si dice pure: il linguaggio della chiesa che parla (solo) a se stessa.

Roberto Beretta, giornalista di Avvenire, qualche anno fa ha scritto “Il piccolo ecclesialese illustrato” (ed. Ancora), un gioiellino di pungente ironia che, nella forma del dizionario, smaschera i luoghi comuni e le finzioni prive di contenuto di una koiné, un linguaggio, che s’è impadronito della comunicazione della chiesa. “Nel trentennio in cui la comunicazione ecclesiastica ha abbandonato i suoi canoni secolari per cercare di farsi comprendere meglio dalle persone comuni, sembra che la gente non la capisca più”. Per pigrizia, per pavidità o addirittura per non avere niente da dire, spiega Beretta, che ha appena rincarato la dose con un altro libro puntuto, “Da che pulpito”, in cui si fanno le bucce all’omiletica contemporanea: “Soprattutto c’è un’incapacità di dire, aggravata dal fatto che la chiesa parla troppo, si fanno troppi discorsi e alla fine è quasi normale che prevalga la ripetitività, il formulario che dice poco ma dà l’impressione di aver sondato la massima profondità (anzi adesso si dice ‘altezza’) teologica possibile”.

Fin qui un po’ d’irriverenza. Ma la sempiterna battuta morettiana, “chi parla male, pensa male e vive male”, forse va bene anche per l’ecclesialese, dove “la laurea in sociologia non è necessaria, ma aiuta”.

Nel cattolicesimo c’è un difetto di comunicazione, frutto di automatismo, ma non solo. Soprattutto, sentenzia Beretta, “uno comunica se ha qualcosa da dire”. Giudizio a suo modo definitivo. Così è per Benedetto XVI, che le parole per dire ciò che vuole le trova, sia quando traccia millimetrici solchi dottrinali a difesa della Verità, sia quando a Verona aggira tutte le trappole sociologiche e parla piano e cristallino: “Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza”.
Oppure quando il 6 ottobre scorso, e parlava proprio alla Commissione teologica internazionale, si è trovato a esordire: “Non ho preparato una vera omelia, solo qualche spunto per fare la meditazione”. Per poi cavare la splendida invenzione linguistica: “L’obbedienza alla verità dovrebbe ‘castificare’ la nostra anima”, per spiegare che “parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinioni comuni, è considerato come una specie di prostituzione della parola e dell’anima”.

Viceversa, nell’ecclesialese spesso prevale – definizione da dizionario – “la riluttanza alla fatica di spiegare (anzitutto a se stessi) le ragioni del credere”.
Da dove nasce dunque non diremo l’afasia – per parlare, si parla – ma l’afonia della chiesa? O almeno di quella che sempre vuole ripartire “dallo spirito del Concilio” e che a Verona si è specchiata di più nel morbido cardinale di Milano che in certe ruvidezze programmatiche del presidente della Cei Camillo Ruini?



Il compianto giornalista Giovanni Fallani – che tra le altre cose fu il primo direttore del Sir, l’agenzia di stampa dei vescovi – iniziò a raccogliere appunti sull’ecclesialese quando, seguendo i lavori del Concilio, per la prima volta sentì parlare di “piano pastorale”. Ne trasse una mirabile vignetta, che ora fa da copertina al “dizionario” di Beretta. Soprattutto, si mise ad appuntare sul taccuino tutta una serie di termini e locuzioni in codice che risultavano incomprensibili a lui (figurarsi ai suoi potenziali lettori) ma su cui i Padri sinodali sembravano intendersi come un sol uomo. Il dubbio che il Concilio Vaticano II sia stato, in qualche modo, anche un prodotto linguistico degli anni Sessanta, è dubbio sommamente irriverente. Ma riaffiora come un sentore asprigno ogni volta che di quell’assise universale si parla nei termini di “difficoltà di un cristianesimo sempre più chiuso in se stesso, lontano dai bisogni e dall’evoluzione della società”, come ancora lunedì [30 ottobre 2006, ndr]ha fatto il professor Giuseppe Alberigo, il Paolo Sarpi del Vaticano II, ricordando il decennale della morte di don Giuseppe Dossetti, “il partigiano del Concilio”, come lo definì il cardinale Léon Joseph Suenens. Del resto, se ci fu un punto su cui i Padri sinodali si spaccarono la testa, ma nella sostanza si trovarono d’accordo, fu che “rivolgersi al mondo profano comporta l’adozione del linguaggio profano, fuori del gergo”. (“Acta Synodalia Sacrosancti Concilii Oecumenici Vaticani II”).

Eppure, mai come negli ultimi decenni è brillato nella chiesa il primato della Parola. Assaporando gli aromi più riposti del bouquet di Tettamanzi, se ne trova uno che è un lascito diretto del cardinale Martini, suo predecessore per oltre vent’anni a Milano. Gesuita studioso e ottimo biblista, Martini ha tracciato un solco profondo fatto di “Scuole della Parola” e “lectio divina”, in cui oggi continuano a peregrinare non solo il suo successore, ma anche la gran parte dei fedeli di tutte le diocesi: quelli che in Martini hanno trovato per lungo tempo una sorta di antidoto riflessivo all’irruenza kerygmatica di Giovanni Paolo II.

Il professor Pietro De Marco, docente alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, prova a scavare più al fondo: “Nel linguaggio della chiesa cattolica c’è stata una lunga penetrazione del linguaggio teologico protestante, non imputabile tanto o solo al Concilio, poi ricaduta a cascata anche sul linguaggio della pastorale e nell’uso comune dei sacerdoti”. E’ come se, a un certo punto, i cattolici avessero trovato maggiore rispondenza in quello stile caldo, moraleggiante e spirituale che è tipico del protestantesimo, non fosse altro perché lì tutto è centrato sulla Parola “letta, pregata, cantata, spiegata”, come scrive il teologo valdese Ermanno Genre.

Spiega De Marco: “E’ uno stile, per esempio, molto aggettivato, per il quale la chiamata di Dio è sempre ‘la chiamata forte’ di Dio, l’impegno è sempre ‘fiducioso’,
la speranza sempre ‘indomita’. E poi zeppo di avverbi, di esortazioni. Molto lontano dal linguaggio cattolico tradizionale, assai meno portato a ‘scaldare i cuori’, sempre più vicino al dogma e all’istituzione che alla morale”.
D’altra parte, riflette De Marco, “il Concilio ha avuto come perno l’idea di una teologia non dogmaticistica, che potesse essere resa comprensibile al mondo attraverso un linguaggio non teoretico”.

Il linguaggio medio della chiesa italiana, quello maggiormente udito a Verona, è frutto di questa lunga deriva. Anche se pochi lo ammettono apertamente, sono in molti oggi a ricordare che persino nei seminari per lungo tempo è stato più naturale leggere i testi del teologo calvinista Karl Barth o di Rudolf Bultmann, il “teologo della demitizzazione”, le cui parole ricascavano poi inevitabilmente nella costruzione dei piani pastorali e persino nella catechesi delle parrocchie. Con la non banale differenza che la parola di un teologo luterano come Dietrich Bonhoeffer aveva un’altra forza e un’altra sostanza: “Non dobbiamo pensare a un cristianesimo che si giustifica davanti al tempo presente, ma a una giustificazione deltempo presente di fronte al messaggio cristiano… Dove il presente si trova davanti alle pretese di Cristo, là è il presente”.
Parole dette negli anni Trenta, che oggi sarebbero giudicate assai poco dialoganti e che probabilmente non avrebbero incontrato l’applauso di un buon numero di delegati veronesi della chiesa del terzo millennio.

E’ un problema di forma e perciò di contenuto.

Quanta differenza passa tra dire che “certo, nessuno di noi può minimamente negare o attenuare l’esistenza dei tantissimi mali, drammi, pericoli crescenti e talvolta inediti dell’attuale momento storico”, e dire invece come Papa Ratzinger: “Nella nostra epoca, nonostante tutti i progressi compiuti, il male non è affatto vinto; anzi, il suo potere sembra rafforzarsi e vengono presto smascherati tutti i tentativi di nasconderlo”?

Da una parte un cristianesimo che esprime senza timore ciò che è, senza porsi il problema preventivo di venire a patti col mondo. Dall’altra, per dirla con Sandro Magister, “una chiesa mite e amichevole con la modernità, silenziosamente mescolata alle forze del progresso, invisibile come ‘lievito nella pasta’, concentrata sullo spirituale e sul primato della coscienza individuale”.
E’ la famosa “kenosis”, “lo svuotamento” – parola che sta superando nella moda ecclesialese persino la “parresìa”, il dovere di parlare chiaro – tanto cara al priore di Bose, Enzo Bianchi, profeta di una “chiesa che ascolti prima di parlare”.

La differenza sta nell’ontologia.
In una certa tendenza di lungo corso da parte della chiesa – di parte della sua gerarchia – a lasciare tra parentesi le questioni ontologiche, guarda caso quelle legate alla ragione: dalla riflessione sul cosmo, tema appassionatamente ratzingeriano, al fatto che “la risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori”, come ha detto il Papa a Verona, tagliando corto con le interpretazioni.

Al contrario, teologi e catechisti si sono arroccati nella difesa dell’etica, nel richiamo spesso stucchevole, quasi mai efficace, non alla fede ma al dover essere della fede.
Il risultato per la chiesa è molto spesso di avvilupparsi in un metalinguaggio – come direbbero i semiologi degli anni Sessanta – che non parla più della realtà (di quel che accade e interessa agli uomini), ma diventa un discorso che fa riferimento ad altri discorsi teologici (nel caso migliore, una riflessione sulle Scritture). Da una parte assumendo a ideale le categorie del politicamente corretto: “Proprio nella chiesa, in una maniera nuova e rinnovatrice, può e deve realizzarsi la comunione più variegata e talvolta più difficile: è, per esemplificare, la comunione tra uomini e donne, giovani e adulti, ricchi e poveri, studenti e maestri, sani e malati, potenti e deboli, vicini e lontani, cittadini del paese e cittadini del mondo”. Così che, parrocchia che vai, ci si ritrova sempre a discutere di “accoglienza” e di “ascolto”, di “dialogo” e “oblazione”. Di come meglio “riconoscere il volto dell’altro”, che fa sempre molto Lévinas. Dall’altra parte, rispolverando un afflato ottimista che si appoggia, più che sul Concilio, sulla conciliabilità della fede.
Un ritorno allo spirito “volutamente ottimista” del Vaticano II, ha detto Tettamanzi, che “invece di deprimenti diagnosi” seminava “incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia”.

Per il professor De Marco, in fondo il vero problema non sta in che cosa questo linguaggio possa dire: nessuno ci troverà qualcosa di sbagliato, di men che fedele all’ortodossia.
Il vero problema “è che cosa sia impossibilitato a dire. A furia di ottimismo, di accoglienza della diversità, di ‘cammini comuni di conversione’ non si è più in grado di esprimere un contrasto, di dire che una cosa è contraria alla fede o alla chiesa come istituzione.
Ancor più, non puoi parlare della realtà: vediamo benissimo come sia difficile, per i credenti, impostare un dibattito su questioni di interesse pubblico, ad esempio i temi bioetici, basandosi sulla ragione, anziché su un loro risvolto etico”.
Un giorno un superlaico come Enrico Ghezzi ebbe a dire di Giovanni Testori che “il suo supremo coraggio” era stato quello “di usare la parola peccato senza che a nessuno venisse la voglia di ridere”. Testori, al contrario, diceva che quando aveva scritto per il Corriere della Sera i suoi articoli più urticanti sulla condizione della fede nel mondo moderno, “nessun vescovo, nessun cardinale, nessun uomo politico della Democrazia cristiana mi ha contattato”.
Linguaggi, che alla fine mettono in campo concezioni della chiesa assai diverse.

Nel suo elogio di Dossetti, pubblicato su Repubblica lunedì, il professor Alberigo spiega come alla base delle posizioni dossettiane, la punta avanzata del progressismo conciliare, sta “la necessità che la chiesa scelga la ‘povertà culturale’, cioè la rinuncia al potere fondato su illuministiche certezze dottrinali”. Dove il richiamo all’illuminismo e alle certezze razionali della fede non appare per nulla casuale, ma pertinente e centrale nell’attualità del richiamo del Papa all’incontro “tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione” del discorso di Ratisbona. Nonché ai tanti laici che in varia misura si sentono colpiti, perlomeno interessati, dalle parole del Papa professore.
Fosse anche solo perché capiscono quello che dice.

Chi si rifà a Dossetti vuole una chiesa senza “illuministiche certezze dottrinali”, chi ascolta Ratzinger sente parlare di “vero illuminismo”.

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sabato, settembre 30, 2006

Latae Sententiae


Ovvero: LIETE SENTENZE
A

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giovedì, luglio 06, 2006

San Giovanni "Degollado" [y dòs]

Il primo luglio il Sommo Pontefice "ccioiosamente" regnante ha presieduto un concistoro pubblico per la canonizzazione di quattro Beati. La cerimonia è stata fissata per domenica 15 ottobre 2006.
Nel fausto giorno sacro alla Santa di Avila si unirà quindi al corteggio dei santi canonizzati anche il beato Monsignor RAFAEL GUÍZAR VALENCIA (1878-1938) vescovo messicano nonchè pro-zio e padre spirituale dell'allor giovane chierico Marcial Maciel Degollado: una delle sorelle del futuro santo, Maria, era la madre di Maura Degollado Guízar, madre a sua volta di Padre Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo e del Movimento di apostolato Regnum Christi.

Il lieto evento non poteva non capitare in un momento più propizio viste le recenti "censure" in cui è incorso il nonagenario fondatore dei Legionari di Cristo. La canonizzazione di Rafael Guizar Valencia non potrebbe essere accolta con maggior gaudio dai figli spirituali del nipote del futuro santo.
San Rafael Guizar Valencia sarà per il "Regnum Christi" un santo di famiglia, il santo zio che ha "scoperto" e "indirizzato" la vocazione di padre Maciel.

Nel suo libro intervista "La Mia Vita è Cristo" il reverendo padre Maciel racconta: "Mia madre mi raccomandò molto di fargli visita. Mi ricevette con molta gentilezza e, quando gli annunciai che stavo andando al noviziato dai carmelitani, lui mi rispose con un’espressione molto messicana: “Ma quali carmelitani e carmelitani! Tu resti con me nel mio seminario per vedere ciò che Dio vuole da te”. Due giorni dopo il rettore del seminario minore, don Jerónimo Ugalde, passò a visitare il vescovo e mi condusse al seminario. Per questo motivo, non andai dai carmelitani come era nei miei programmi, ma al seminario di Veracruz, con sede in Atzcapotzalco a Città del Messico..."
In un altro passo sempre a proposito della burrascosa esistenza del suo santo zio il reverendo Marcial Maciel Degollado dice:

"Mons. Rafael Guízar era zio di mia mamma. Anche lui nativo di Cotija. Fu un sacerdote e un vescovo esemplare. La sua vita è stata molto movimentata, poiché visse ai tempi burrascosi della rivoluzione e della persecuzione religiosa.

Come sacerdote dovette accettare, con grande rassegnazione e spirito d’obbedienza eroica, una pena ingiusta di sospensione a divinis che gli fu inflitta dal suo stesso vescovo, a causa di calunnie e invidie..."


Non v'è dubbio alcuno che una tale similitudine nella vicenda biografica del "santo zio" e del -da molti ritenuto santo- nipote in futuro verrà tenuta sempre più in gran considerazione dagli estimatori di Padre Maciel e del carisma apostolico da lui infuso alla Legio Christi.

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giovedì, giugno 22, 2006

San Giovanni "Degollado"

Ovvero: Gesù gli domandò: "Qual è il tuo nome?". Rispose: "Legione", perché molti demòni erano entrati in lui. (Lc. 8, 30)




Il messicano padre Marcial Maciel Degollado, nato nel 1920, fondatore della Legione di Cristo; la Congregazione religiosa con il più alto numero di nuove vocazioni; è stato a più riprese accusato di abusi sessuali da ex seminaristi o ex sacerdoti degli stessi Legionari di Cristo. Da notizia diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede in data 19 maggio 2006, la Congregazione della Dottrina della Fede ha emanato una disposizione con cui si condanna "a morte" l'ottuagenario e malato "Fundadòr" ad "una vita riservata di preghiera e penitenza" (peraltro il Reverendo già da anni aveva lasciato la guida della sua "creatura").

Il "divinus" Magister da anni ormai, insinuava che, (dopo mezzo secolo di accuse)pur nel silenzio più totale, qualcosa si stava muovendo negli uffici dell'ex Sant'Ufficio guidato dal Cardinal Ratzinger.

A norma del Motu Proprio ‘Sacramentorum sanctitatis tutela’ promulgato il 30 aprile 2001 da Giovanni Paolo II, l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, ha autorizzato una investigazione delle accuse. Ma và rimarcato che ciò che interessava inquisire a Ratzinger non era la fedeltà al voto di castità del padre Marciel, ma un altro "reato" considerato molto più importante e più grave (ognuno ha le proprie priorità!): il fascicolo con l'accusa, presso l´ex Sant´Uffizio, infatti recava la dicitura latina "Absolutionis complicis (Arturo Jurado et alii - Rev. Marcial Maciel Degollado)". Ovvero: "dell´assoluzione del complice".

Ossia: è ritenuta colpa gravissima quella di un sacerdote che si confessa ed ottiene l'assoluzione da un altro prete con cui è stato complice del "misfatto" di cui si chiede l'assoluzione sacramentale.
Se quindi la Congregazione della Dottrina della Fede ha emesso per padre Maciel una "condanna" al silenzio e della penitenza fino alla morte , lo avrà fatto sicuramente tenendo conto dell'accusa di aver violato la santità di uno dei sette Sacramenti e non per aver violato uno dei dieci comandamenti.
La cosa deve essere assai rimarcata soprattutto in vista della morte di padre Macier, e rimarcata da coloro che vorranno opporsi all'apertura del processo di beatificazione.

Non vorrei, infatti, che il 'divinus' Magister oggi assai "gongolante" perchè papa Ratzinger, quale umile massaia nella casa del Signore ha fatto pulizia della sporcizia della Chiesa, dovesse un domani stramazzare al suolo venendo a sapere della richiesta di apertura di un processo di beatificazione per il prossimamente defunto fondatore dei Legionari di Cristo.

Non è fanta-religione danbraunesca o una bizzarra provocazione.

La situazione potrebbe benissimo verificarsi: la sbandierata umiltà con cui il fondatore, e la congregazione dei Legionari tutta, si è piamente sottomesso sotto la sacra pantofola del pontefice "ccioiosamente" regnante, potrebbero benissimo essere "propagandate" quali manifestazione di "virtù eroica" del padre Maciel, seguendo la lunghissima teoria di santi oggi canonizzati che in vita furono perseguitati dalle autorità della Chiesa: accusati di eresia, sospesi "a divinis", molti fondatori e fondatrici di ordini religiosi cacciati dalle loro stesse congregazioni e chi più ne ha più ne metta: l'agiografia è ricchissima di consimili drammatici "fioretti".

Ad esseri obbiettivi, la pubblicizzata "condanna" del Sant'Uffizio è in realtà una "NON condanna".

Ad essere obbiettivi si è trattato di una ufficiale giustificazione del perchè del non procedere da parte del Dicastero vaticano contro padre Maciel: in ragione e per riguardo all'estrema vecchiaia dell'inquisito.
La condanna, quindi, c'è stata solo nella percezione dell'opinione pubblica che al solo sentire nominare la Congregazione della Dottrina della Fede, si immagina macchine di tortura, odore di zolfo e streghe al rogo.

Il vecchio padre Maciel non è stato sottoposto a nessun supplizio della corda, ne è stato scomunicato, me è stato dichiarato colpevole di aver violato alcuna legge ecclesiastica. Ragion per cui se dopo morto fosse fatto oggetto di devozione chi potrebbe obbiettare seriamente?

Se la tomba di padre Maciel divenisse meta di pellegrinaggi e ci fossero persone che asserissero e comprovassero, certificati medici alla mano, di essere stati guariti dopo aver pregato il fondatore dei Legionari di Cristo?
Tutto il male di cui si è detto dei Legionari di Cristo, anche da parte di porzioni della stessa Chiesa Cattolica Romana, cosa apparirebbe se non meschinità dettate dall'invidia?
E l'invidia spirituale è pericolosissima, come scrive Guido da Cocconato :" ci sono ambienti dentro la Chiesa che vogliono che la Legione di Cristo sia devitalizzata e alla fine, magari, soppressa.

Non è una novità, è stato così fin dalla fondazione, nel 1941. Chi conosce la storia della Legione – pochi ahimé, ma anche chi ne è all’oscuro può sempre leggere la prima parte dell’intervista a padre Maciel, La Mia Vita è Cristo – sa di cosa parlo. E si tratta di ambienti trasversali.

Perché c’è stata sì l’ostilità storica del mondo liberal, con i gesuiti in testa. Ma non solo quella. Tanto per fare qualche esempio, non va dimenticato l’attrito negli anni ’80 e ’90 con l’Opus Dei, che ha visto sbucare dal nulla questi preti conquistadores a farle concorrenza nelle sue piazze di elezione, da Madrid a Città del Messico. Fino a casi “clamorosi” come quello dell’Università Finis Terrae di Santiago, in Cile, una piccola perla che nel 2002 fu acquistata dai Legionari di Cristo bruciando sul traguardo proprio l’Opera, sulla carta ben più potente e favorita.

Così come non va dimenticato che negli Stati Uniti, dalla fine degli anni ’90 a oggi, gli attacchi forse più duri alla Legione sono venuti da giornalisti conservatori o neo-conservatori come Michael Rose, Matt Abbott e da giri come quello della American Family Association. Non va dimenticato neppure che a partire dalla guerra in Iraq, quando nel mirino di certi ambienti USA oltre a Giovanni Paolo II finì il Cardinale Sodano, vero oppositore di quel tipo di operazione politico/culturale, anche i legionari, legatissimi a Sodano e alla sua impostazione, finirono nel mirino.

Infine un esempio recente, che può apparire poco significativo, mentre lo è eccome. E’ chiaro a tutti che la città di Roma è un po’ una rappresentazione in miniatura della Chiesa Cattolica, o meglio una vetrina di ciò che offre oggi il cattolicesimo. E’ altrettanto noto che il cuore culturale e teologico di questa offerta, il complesso delle università pontificie, versa in uno stato di grigiore. Non solo per la frammentazione parossistica degli atenei, ma per l’abbassamento di livello dei docenti, per l’appannamento culturale e l’insignificanza che spesso vi regna. Bene, i Legionari di Cristo nel giro di cinque anni hanno costruito a Roma un centro studi per 400 confratelli. Un ateneo, il Regina Apostolorum, che è diventato il punto di riferimento per una disciplina chiave come la bioetica, e l’unico in costante crescita di iscrizioni, mentre l’anno scorso ha organizzato più incontri e seminari di quanto hanno fatto tutte le altre università Pontificie messe insieme. Così la nuova Università Europea, la prima università cattolica parificata creata in Italia da 40 anni a questa parte, è nata grazie al lavoro e all'abilità organizzativa dei Legionari.
Ma si potrebbe continuare: a Roma i Legionari hanno iniziato a lavorare, con notevoli risultati, in un settore importantissimo e trascurato, quello della vita consacrata femminile, della formazione culturale e spirituale delle suore, diventando lentamente un punto di riferimento per tanti piccoli ordini.... eccetera.

Tutto questo solo per dire che di nemici, per invidia o per ostilità ad una certa visione ecclesiale, la Legione di Cristo ne ha sempre avuti tanti e variegati."




Perciò, dicono i simpatizzanti della "Legio Christi", da sempre, per un motivo o per un altro, si è tentato di "buttare la croce addosso" a padre Maciel e ai suoi figli spirituali che però costantemente hanno reagito "chinando il capo", deferenti ai comandi delle autorità ecclesiastiche. Si è infatti rimarcato da più pulpiti che l'albero piantato dal reverendo Maciel ha prodotto frutti buoni, e gli estimatori di padre Maciel non potranno, nei secoli fedeli, ricordare il detto evangelico secondo cui un albero cattivo non può produrre frutti buoni.

Epperò a voler essere maliziosi bisogna ammettere che il libro della Genesi ammonisce che anche quando un albero produce frutti "buoni" e "desiderabili" possono verificarsi inconvenienti assai gravidi di tristi conseguenze!

Forse non sapremo mai se i Legionari di Cristo, a dispetto della loro personale volontà, siano vittime di "un peccato di origine" o meno.

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martedì, maggio 16, 2006

"OPUS PROCLAMA" [2]

(solo in lingua spagnola, ovviamente)

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venerdì, maggio 12, 2006

Nel nome di Allah, Clemente [Mastella] e Misericordioso

Ovvero: Della regolata divozione de' cristiani



La mattina dell'8 maggio, prima che iniziassero le votazioni per l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica, Clemente Mastella ha ricevuto la telefonata del vescovo Rino Fisichella, non si sa se nei panni di dotto teologo Rettore della Pontificia Università Lateranense o nella veste di guida spirituale, essendo monsignor Fisichella "cappellano di Montecitorio".
Il leader dell'Udeur ha poi raccontato ai dirigenti del suo partito contenuti e tenore della conversazione con il monsignore: «Mi ha chiesto perché appoggiavo D'Alema, e come mai non puntavo su un cattolico. Io non ci ho visto più, e gli ho risposto che doveva chiamare Casini, dato che alle elezioni avevano fatto votare per lui. Ha insistito, ha detto pure che D'Alema non è battezzato. È sempre in tempo per farsi battezzare, ho chiuso io».


E' grande fonte di consolazione spirituale vedersi rinnovato così pregnantemente il detto di Gesù: "Ti ringrazio, Padre, perchè hai voluto manifestare queste cose ai piccoli e ai semplici e le hai tenute nascoste ai dotti"!
«È sempre in tempo per farsi battezzare».
Il laico, e teologicamente poco acculturato, senatore Mastella ha avuto la capacità di confessare una fede della capacità d'azione dello Spirito Santo, e nella potenza nel'opera della Divina Grazia, non riscontrabile nella mente e nel cuore del dotto teologo di santa romana Chiesa.

Per gli anticlericali questo siparietto, degno dei Fioretti di San Francesco, potrebbe esser indicato quale la prova provata della "intollerabile" interferenza della Chiesa cattolica nelle vicende politiche dello Stato laico, ma un tal ragionare sarebbe come guardare al dito di chi t'indica la luna!

Quel che è avvenuto è la manifestazione eloquente della indipendenza dell'italico politico cattolico dai vaneggiamenti dei prelati. Il Clemente (e pio) Mastella ha mostrato d'aver la naturale intelligenza, l'acume e in quanto battezzato d'esser dotato di ciò che il teologo Fisichella definirebbe "sensum Ecclesiae": una particolare assistenza dello Spirito Santo che aiuta il fedele a discernere ciò che è conforme alla propria fede ed alla morale e ciò non lo è, pur venendo dalla bocca d'un vescovo (che ci si augurerebbe di trovare più sapida).

La "querelle" sulla caratura istituzionale dei post-comunisti è attività che impegna solo -e qui ci vuole- il teatrino della politica italiana. Oltre Tevere si gode di orizzonti assai più vasti dell'orticello di Montecitorio.
Monsignor Rino Fisichella (che è il cappellano di quell'orticello) parrebbe invece essere rimasto al di quà del guado a recitare la parte del don Camillo anti D'Alema-Peppone, mentre "don" Camillo Ruini della mancanza di acqua lustrale sulla capoccia di Massimo D'Alema se n'è sempre fatto, per così dire, un baffo.

Anni or sono, Petruccioli pensando al moschettiere elegante e cinico "battezzo" Massimo D'Alema 'Aramis', ma forse ciò non basta per monsignor Fisichella.

Per le gerarchie cattoliche il fatto che D'Alema non sia battezzato, è irrilevante. Il suo nome non era gradito per motivazioni assai laicamente condivise da ogni schieramento politico. Dovendo il Presidente della Repubblica italiana essere il supremo rappresentate, e garante, di tutti gli italiani non può essere al contempo il vero leader militante della coalizione che ha vinto, di stretta misura, le elezioni politiche. Tant'è che l'Osservatore Romano ha tessuto le lodi della "statura istituzionale" di Giorgio Napolitano, politico di antica ed indubbia fede comunista ( e sulla cui autenticità del suo atto di battesimo non farei molto affidamento).

Se io fossi "Clemente" -ma non lo sono per ninte- avrei ricordato al vescovo Fisichella che in Italia un non battezzato al potere c'è già stato: proprio Massimo D'Alema. Poichè essendo l'Italia un regime non presidenzialista ma parlamentare, il "potere" è esercitato dal Presidente del Consiglio.
Perciò l'infedele Massimo d'Alema: ateo, agnostico (ed un pò ossequioso verso l'Opus Dei, il che non guasta), è stato già ampiamente "battezzato" nelle acque quirinali dal democristiano Presidente della Repubblica Scalfaro (che sempre si gloriò durante il proprio settennato nel portare sul bavero della giacca la spilletta d'aderente all'Azione Cattolica), essenso "padrino" di quell'operazione politica l' altro democristiano Francesco Cossiga che quand'era Presidente della Repubblica amava invitare a "colazione" il cardinale Ratzinger per disquisire di teologia.
Ed il Presidente (del Consiglio) D'Alema poco dopo,nel gennaio del 1999, ricevette anche la "confermazione" da Giovanni Paolo II, il quale essenso abituato a dare udienza a cani e porci fu ben lieto di ricevere la famigliola D'Alema.
Giovanni Paolo II lodò che l'infedele Primo Ministro D'Alema avesse chiamato il proprio figlio: Francesco. "Nome italianissimo" commentò il santo pontefice.

Mi chiedo: dov'era all'epoca monsignor Fisichella?
Non certo a scrivere un trattato sulla Predestinazione.

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giovedì, aprile 06, 2006

las angustias /3



La "Fundación Santa María" - di cui, visto il nome dell'intestataria, non si possono avere dubbi sulla competenza in problematiche religiose!- ha presentato, martedì 4 aprile a Madrid, uno studio che analizza il profilo dei giovani spagnoli tra i 15 e i 25 anni: "Hovenes Españoles 2005".

Tra i dati offerti dallo studio, l'allontanamento progressivo dei giovani non solo dalla Chiesa cattolica ma dall'interesse per la religione in genere.
Solo nel 1994 i giovani spagnoli che si consideravano cattolici erano il 77% e oggi, per la prima volta nella storia, non arrivano al 50% (il 49% per la precisione).

Gli autori del rapporto attribuiscono questo fenomeno al fatto che “i giovani non trovano modelli di religiosità attraenti”.

Altre motivazioni addotte sono “la crescente secolarizzazione della società, i cambiamenti politici in una direzione chiaramente laicista e la sfiducia che la Chiesa suscita tra i giovani”.
Le maggiori critiche che i giovani rivolgono alla Chiesa sono “la sua eccessiva ricchezza, le sue ingerenze in politica e il conservatorismo in materia sessuale”.

Solo il 10% dei giovani si dichiara cattolico impegnato, mentre il 20% afferma di essere indifferente a livello religioso, agnostico o ateo.
Sommando gli atei e chi si dichiara totalmente indifferenti si sfiora la percenttuale del 46% (nel raporto del '94 era il 22%)
“Il resto è costituito da una grande massa di Spagnoli che in misura maggiore o minore si identificano con la loro condizione di cattolici, caratterizzata però principalmente dalla passività”.

Quanto alla famiglia, il rapporto constata tra i giovani “un pluralismo nella valutazione di ciò che oggi costituisce una famiglia, anche se continua a prevalere la concezione della famiglia costituita da un padre e una madre uniti in matrimonio e da un figlio”.
Comunque anche nel XXI secolo (primo dell'era Zapatero)il 43% dei giovani spagnoli quando pensa al al proprio matrimonio pensa ad una cerimonia religiosa secondo il rito di santa madre Chiesa. mentre il matrimonio civile e le unioni di fatto sono prese in considerazione rispettivamente dal 22% e dal 16% degli intervistati.

I giovani under 25, sottolinea il rapporto, hanno un'ideale molto elevato del matrimonio ma lo ritardano, vogliono avere figli ma pochi. Emerge che danno grande valore all'essere fedeli al partner anche se è universalmente noto che nel Regno di Spagna nell'ultimo anno le separazioni e i divorzi sono decisamente aumentati.

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domenica, marzo 12, 2006

scuola di preghiera


L'eminentissima ("ac reverendissima"!) Pescevivo in un post titolato: "Preghiera proibita" definisce "inquetante" che in un Istituto Professionale sia stato espresso "parere sfavorevole da parte del Collegio dei Docenti per un momento di preghiera, l’Angelus, tre volte la settimana, durante l’intervallo. Numero di persone intenzionate a partecipare a questo atto sovversivo: forse dieci. Tempo totale (2 minuti x 3 volte): circa 8 minuti" a settimana!

Sicuramente da parte dei docenti c'è la classica, epidermica - e personalissima - ripulsa laicista contro ogni manifestazione di fede, intesa quale ostentazione di ottuso e superficiale pietismo, cui si aggiunge la nuova "paura" che se si "concede" questa "libertà di culto" ai cattolici "non si vede" come poter poi negare uguale trattamento agli islamici.

Il problema dei docenti nasce dall'errato presupposto che tutte le religioni siano uguali. "Ovviamente" bisogna avere rispetto per ogni persona e quindi anche per le sue convinzioni religiose ma bisogna anche tener presente che i modi di espressione pratica della fede variano da religione a religione, non solo, ma anche l'impostazione teologica che sta dietro alla pratica pubblica della preghiera è differente tra religione e religione!

Per dirla senza troppi giri di parole: per la mentalità islamica se un mussulmano prega in un luogo ciò renderà quel suolo "terra dell'Islam" e ciò darà ipso facto a ogni mussulmano di rivendicare il diritto di pregarci per sempre, nonostante qualunque contraria disposizione futura! Per i cristiani non è così. E se qualcuno reputa il contrario mente sapendo di mentire!
I cristiani distinguono tra i luoghi di culto che sono le chiese e gli altri edifici (dove può anche "scapparci" una preghiera) soprattutto perchè le preghiere vocali, come pure la lettura del sacro testo e la sua esegesi cioè la "predica", non ingloba in se la totalità dell'atto del culto, come invece avviene per l'Islam, perchè la pienezza del culto cristiano è data da riti specifici chiamati Sacramenti di cui l'Eucaristia ne è il culmine.

Ognuno sano di mente capirà agevolmente che la veloce recita dell'Angelus Domini, da parte d'una decina di liceali nell'angolo d'un corridoio della propria scuola, non è paragonabile alla celebrazione di una Messa o alla benedizione col Santissimo Sacramento!
Nè con la preghiera dell'Angelus quei cattolici in erba hanno la presunzione di marcare il territorio "a futura memoria"; il loro desiderio nasce da una educazione alla fede per cui sorge l'esigenza di rinnovare a se stessi (e non agli altri!)quella consapevolezza gioiosa di stare alla presenza di Dio e di stare vivendo in una storia (personale e comunitaria) resa sacra dall'evento dell'Incarnazione del Figlio di Dio avvenuta proprio quel giorno in cui la Vergine Maria disse "Ok" all'angelo Gabriele.

Altra considerazione. Il rito cattolico, come detto prima, distingue chiaramente tra la preghiera "pubblica" della Chiesa e la preghiera privata dei fedeli; cioè: tra la liturgia per cui sono necessarie precise posture (sedersi, alzarsi, inginocchiarsi), la presenza di ministri del culto (che devono indossare abiti particolari per celebrare i riti) oltre all'uso di immagini ed oggetti come crocifissi, candelieri, etc...; ed invece la scarna ripetizione di brevi formule da parte di uno o più persone, senza alcuna necessità di alcuna suppellettile (e quindi senza alcun eventuale costo per le finanze dell'Istituto scolastico). I dirigenti scolastici hanno reagito come se gli avessero chiesto di costruire una cappella palatina.
Inoltre il sommesso tono di voce con cui si recitano piamente le avemarie non può produrre alcun "inquinamento acustico" se solo si pensi che (tralasciando i Muezin!) nel rito cristiano bizantino le antifone debbono essere obbligatoriamente cantate!

Mi permetto una ulteriore considerazione.
La problematica riveste solo superficialmente i rapporti tra confessionalità degli studenti e laicità della scuola, ma compete alla categoria dell'esercizio dell'autorità ( e cioè: del potere) all'interno della scuola: se degli studenti comunicano alle autorità dell'Istituto scolastico l'intenzione di voler recitare una Ave Maria, ciò che è una comunicazione da mettere agli atti, viene interpretata come una supplica alle Serene Maestà.

C'è, infatti, la perversa tendenza da parte di ogni corpo docente della penisola italica a regolamentare, frenare, imbrigliare, ogni attività in nome del "quieto vivere": non si vogliono proteste da parte di genitori che si è involontariamente contrariato, non si vogliono richiami da parte di Provveditorati o -Dio non voglia!- contraddirre in alcun modo una qualche a loro ignota circolare ministeriale. In breve: non si vogliono "casini".

Quale insulto sarebbe per le intime convinzione degli studenti se