mercoledì, ottobre 17, 2007

Sacra Conversazione /12

Sive:“Sic respondes Pontifici?” (Jo. XVIII, 22)


136 autorità islamiche nell'anniversario della "Lectio Ratisbonensis" ed in concomitanza con la fine del Ramadan hanno inviato una lettera aperta a tutti i capi della cristianità dal Papa di Roma in giù evidenziando la fattibilità di un incontro fraterno e rispettoso tra cristiani e maomettani che si incardini sui due evangelici "Comandamenti dell'Amore": amare Dio sopra ogni cosa ed amare il prossimo come se stessi.

Il padre gesuita egiziano Samir Khalil Samir (massimo studioso cattolico di islam)intervistando al riguardo -dal "clerical chic" Foglio di martedì 16 ottobre 2007- ha elecato i motivi di per cui rallegrarsi per le dichiarazioni dei leaders maomettani poichè essi: "citano il Corano ma anche il Vangelo e l’Antico Testamento. E’ un riconoscere, non dichiarato ma implicito, del Nuovo Testamento come documento di rivelazione. Tutto è impiantato sull’amore per Dio e il prossimo.
La terminologia usata è cristiana, non musulmana, come un voler fare passi autentici verso il dialogo fra le fedi. Tutto il discorso è spirituale e permette un dialogo tra gli uomini più sereno dei testi precedenti.
La conclusione cita il versetto 5,48 del Corano, ‘se Dio avesse voluto avrebbe fatto di voi una sola comunità’, sanziona la diversità anche a livello religioso”
.

Epperò Padre Samir non può non sottolineare che:
“Restano fuori i problemi conflittuali, la violenza nell’islam, a causa di un residuo di quel tipico miscuglio fra politica e religione.
I saggi parlano di cristiani che non devono aggredire l’islam. Intendono gli Stati Uniti e le nazioni occidentali. Dobbiamo distinguere sempre fra stati e persone.
Hanno scelto brani positivi del Corano e della Bibbia. E’ bello ma ambiguo, un altro gruppo di studiosi potrebbe scegliere versetti che vanno in senso opposto”.

L'esperto non può fare a meno di sottolineare che il testo per quanto apprezzabile espressione di una volontà generale di personalità islamiche non rappresenta però un documento ufficiale della religione islamica:
“Il testo non ha autorità giuridica, ma morale perché rappresentativo di vari paesi e di tendenze sunnite, sciite e sufi. Ha un valore etico ma non dogmatico. Da questo documento i gruppi radicali terroristi non saranno mai toccati. Ma può aiutare gente di buona volontà ad avere una visione più aperta e più pacifica. Si tratterà di diffonderlo nel mondo islamico e non di farne solo un testo per l’esportazione verso il mondo occidentale. Del testo non hanno fatto versioni persiane, urdu e turche, le lingue dell’islam. E’ pensato per l’occidente supposto essere cristiano”.
E evidente che: "Chi ha scritto il testo non è militante, sono musulmani che sanno di dover trovare un accordo preservando le affermazioni islamiche positive.
I musulmani in Europa non scendono però per strada contro il terrorismo, dicono sempre ‘questo non è il vero islam’, non agiscono. L’effetto della lettera è dunque buono ma ridotto e lento”.



Nel medesimo Foglio Carlo Panella così esprimeva, in modo assai meno devoto, le proprie perplessità:
"E’ un falso ideologico, il dialogo passa dall’abrogazione dei versetti contro ebrei e cristiani"
"L’appello dei 138 musulmani ai cristiani non può non imbarazzare chi lo riceve. Al di là delle evidenti buone intenzioni, costituisce infatti un esempio scoraggiante di falso ideologico (per non usare un termine offensivo).
Innanzitutto, si apre con una inammissibile, discriminatoria esclusione degli ebrei quali destinatari dell’appello.
Un vulnus clamoroso, evidente, irritante.
Nella tradizione coranica i “popoli del Libro” o “popoli della scrittura” sono tre: prima gli ebrei, poi i cristiani, infine i musulmani.
E’ un unicum inscindibile nello schema coranico, come è inscindibile lo schema della Rivelazione, che considera appunto il profeta Maometto il sigillo dei profeti dell’ebraismo e del cristianesimo. Ma c’è una ragione, irriferibile, poco degna, molto opportunistica, per cui l’appello non si rivolge anche agli ebrei, come avrebbe dovuto: l’antigiudaismo che sfocia nell’antisemitismo che caratterizza tutto l’islam contemporaneo e che è anche all’origine del rifiuto araboislamico di Israele (e non viceversa).
Pure, in tutto il lungo documento, molteplici sono i riferimenti e le citazioni della Bibbia, a riprova, secondo gli estensori, dell’unicità di due momenti centrali: adorazione del Dio unico e amore per il prossimo.
Ma questi dotti musulmani non si appellano con parole di pace agli ebrei, non intendono rivolgere neanche la parola, oggi, agli ebrei, pretendono – e questa affermazione ha dello sbalorditivo, tanto è intrisa di egemonismo – che “il futuro del mondo dipenda dalla pace tra cristiani e musulmani”.
Una pace che non spiegano da chi sia infranta, da cui escludono la pace teologica e quindi storica tra musulmani e ebrei.

Si rivolgono dunque solo ai cristiani e lo fanno, peraltro, con una manipolazione sfrontata del testo coranico.
Si rimane attoniti, se solo si sia letto il Corano, dalla disinvoltura con cui gli estensori estrapolano versetti, omettendo di citare i precedenti e i successivi. Un vizio questo tipico della cultura islamica contemporanea, tanto avulsa dal dibattito teologico, dall’esegesi dei testi, quanto prigioniera di un universo citazionistico sterile, per di più ampiamente manipolato, oltre i limiti del rispetto dell’intelligenza dell’interlocutore (Tariq Ramadan non è il solo maestro della dissimulazione più sfrontata).

Valga per tutti l’esempio clamoroso di manipolazione del testo operato con la citazione dei soli versetti 113, 114 e 115, della terza sura, a riprova della affermazione centrale di questo documento, riportata con rilievo da tutti i media in questi giorni: “Come musulmani noi diciamo ai Cristiani che non siamo contro di loro e che l’islam non è contro di loro, a meno che non intraprendano la guerra contro i musulmani a causa della loro religione, li opprimano e li privino delle loro case”. I tre versetti citati lasciano intendere effettivamente una rivelazione coranica impregnata di ecumenismo: “Non sono tutti uguali. Tra la gente della Scrittura c’è una comunità che recita i segni di Allah durante la notte e si prosterna (...) Credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, raccomandano le buone consuetudini e proibiscono ciò che è riprovevole e gareggiano in opere di bene. Questi sono i devoti (...) Tutto il bene che fanno non sarà loro disconosciuto, poiché Allah riconosce perfettamente i devoti”.

Ma il punto è che essi sono preceduti da tre versetti e seguiti da altri tre, in un tutto unico e inscindibile, che incitano all’avvilimento della gente della Scrittura “grazie a una corda d’Allah o a una corda d’uomo”, a prescindere assolutamente dal fatto che cristiani ed ebrei portino o meno guerra ai musulmani. Versetti chiarissimi: [...] O voi che credete, non sceglietevi confidenti al di fuori dei vostri, farebbero di tutto per farvi perdere. Desidererebbero la vostra rovina; l’odio esce dalle loro bocche, ma quel che i loro petti celano è ancora peggio. Ecco che vi manifestiamo i segni, se potete comprenderli (sura III, 116-118)”.

Il significato profondamente settario del messaggio non è equivocabile tanto che viene compendiato da Maometto, nel versetto 29 della nona sura: “Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati”.
Questo versetto è storicamente fondamentale, come sa chiunque abbia un minimo di conoscenza dell’islam. E’ infatti alla base del jihad (il “piccolo jihad” naturalmente) che storicamente i musulmani hanno sempre condotto, assieme al Profeta e poi per secoli dopo la sua morte, contro ebrei e cristiani.

Si potrebbe continuare a lungo nel rilevare le intollerabili omissioni che gli estensori dell’appello hanno operato nel loro testo.
La manipolazione è semplice, quanto evidente: si sottolineano i punti teologici di unitarietà, la comune ascendenza abramitica (inesistente, perché il Corano nega
espressamente che egli fosse “ ebreo o cristiano”), per non affrontare, per non mettere in discussione i dogmi islamici che rendono impossibile nei fatti il dialogo perché nelle società musulmane buona parte degli stessi firmatari conculca la libertà religiosa delle altre fedi.

Come è possibile scrivere un appello del genere senza minimamente prendere posizione sulla libertà di pensiero e di religione nell’islam, oggi?
Come è possibile che questo appello sia firmato da teologi di università saudite che impediscono con la violenza non solo di fondare chiese, ma che addirittura incarcerano i cristiani che esercitano la loro fede nel regno, o da ayatollah iraniani che non si sono mai espressi contro la persecuzione sanguinaria a cui sono sottoposti i Bahi nel loro paese?
Come è possibile che un documento come questo non prenda atto delle ribadite fatwe di tutti i più eminenti ulema dell’autorevolissima (e “moderata”) università coranica di al Azhar? Lì è stabilito che il musulmano il quale “dia pubblico scandalo” della sua conversione al cristianesimo deve essere condannato a morte dalla giustizia secolare.
E infine, sul piano teologico, come è possibile che gli estensori giochino con le parole e fingano che vi sia condivisione cristiana della definizione islamica di Dio “che non ha associati”?

Al di là della complessa definizione della Trinità, che può non essere contraria a questa definizione, tutti sanno che il culto dei Santi e della stessa Maria, nel cristianesimo vìola appieno questa rigida disposizione islamica. Nel cristianesimo Dio, Allah, ha appunto degli “associati”, degni di devozione e di culto e questo definisce appunto il shirk, il più grave e intollerabile peccato per l’islam. Proprio questa “associazione” è stata la base della ripulsa del cristianesimo come idolatra da parte di Ibn Taymiya, ed è la ragione della virulenza anticristiana di cui è intriso il wahabismo-salafismo non solo di al Qaida, ma anche dell’intollerante regno saudita.

Se gli estensori di questo appello hanno estrapolato solo le citazioni ecumeniche del Corano e hanno volutamente tralasciato quelle palesemente e incontestabilmente settarie, perché ritengono queste inefficaci, avrebbero una strada e una strada sola da percorrere dentro il mondo musulmano.
[...]
Questo fece invece uno straordinario teologo musulmano, che rispose con entusiasmo al dialogo interreligioso proposto dal Concilio Vaticano II, e che propose di esaltare il messaggio islamico delle sure “meccane”, le prime, quelle impregnate con evidenza dalla Rivelazione.
Di conseguenza, le sure medinensi (quasi tutte quelle settarie da noi qui citate sono medinensi), così evidentemente influenzate dall’esperienza storica e politica del Profeta, così ispirate dalle logiche della guerra e della spada, così umane (incluso lo sgozzamento dei 650 ebrei Banu Quraizah, inclusa la punizione degli ebrei trasformati in “porci e scimmie” da Allah), dovevano essere considerate per quel che erano e non veicolo di Rivelazione. Uno schema teologico eccellente, l’unico che apre ad una possibilità di dialogo interreligioso e che permette all’islam di percorrere quella strada dell’interpretazione e dell’esegesi che ha permesso all’ebraismo di superare le dure e oggi intollerabili prescrizioni del Levitico.
[...]
Quel teologo, Muhammed Taha, che molti considerano un vero e proprio Martin Lutero dell’islam contemporaneo, è stato impiccato a Khartum il 19 gennaio del 1985, quale apostata.
Sarebbe interessante sottoporre ai firmatari di quest’appello il quesito sulla correttezza o meno di quella condanna a morte."




Ancor più amaramente ironica -sul Foglio di mercoledì 17 ottobre- la disamina che della lettera sei 138 fà "l'orrido" Camillo Langone: "vedo che qualcuno ha preso sul serio la missiva. Quindi tocca parlarne.

Comincio dalla fine cioè dalle firme. Il fatto che siano 138 è la prova della debolezza del documento. E’ il tentativo di surrogare l’autorità col numero. Molti firmatari sono professori universitari, categoria sovrabbondante abituata a firmare appelli in ogni parte del globo su qualsivoglia argomento. Per fare massa vengono reclutati perfino degli “assistant professor” [...] Ma in fondo alla Lettera Aperta non ci sono soltanto accademici ininfluenti, ci sono anche guide religiose che almeno a livello locale dovrebbero guidare per davvero.

Il sultano di Sokoto, ad esempio, ovvero il capo spirituale dei musulmani nigeriani. Spirituale in senso maomettano, ovvio, visto che Saadu Abubakar ha fatto una bella carriera militare ed è diventato colonnello non certo grazie agli appelli pacifisti. Nei giorni scorsi, proprio mentre firmava la lettera in cui si inneggia all’amore fra i popoli accomunati dalla fede in Dio, nella sua Nigeria del nord nove cristiani sono stati uccisi (alcuni orrendamente mutilati), un sacerdote cattolico è stato ferito, chiese, scuole e negozi cristiani sono stati assaltati. La situazione è così tragica che le autorità civili stanno trasferendo (o deportando?) i cristiani in zone più sicure.
Quindi avevo ragione io: la lettera firmata dal sultano non era indirizzata al Papa bensì a quei connazionali che si ostinano a leggere non solo i versetti coranici amorosi (enfatizzati nel documento) ma anche e soprattutto i versetti bellicosi (accuratamente ignorati dallo stesso).

Un altro personaggio che ha problemi nella gestione dell’indirizzario è il rettore dell’università Al Azhar del Cairo. Sto parlando dello sceicco Al Tayeb.
Ci sarà pure un bidello, nel principale centro di insegnamento religioso dell’islam sunnita. Bastava che Al Tayeb gli dicesse di andare a chiamare la professoressa Soad Saleh, colei che, dovendo dare un parere giuridico sulla conversione di un musulmano egiziano al cristianesimo, ha risposto in punta di sharia: “Chi rinuncia all’islam è un apostata e merita di essere ucciso”.
Insomma, prima di spedire lettere in giro vedete di mettervi d’accordo fra di voi.
Potrei smontare le firme se non proprio una per una, nazione per nazione.
Ai firmatari sauditi vorrei mostrare l’inutilità di spiegare il Vangelo al Papa: sarebbe molto più utile sottoporre il Nuovo Testamento a re Abdullah, magari la pianterebbe di far lapidare le adultere."


Ma nonostante tutte le giuste critiche possibili, i cristiani però debbono ricordarsi di quel Gesù che ha comandato di amare il prossimo (come ora i leader mussulmani "amano" ricordare: "spiegare il Vangelo al Papa" dice "l'orrido" Langone!) e perciò debbono accogliere benevolmente le dichiarazioni di buone intenzioni (pur rammentando che la strada dell'Inferno ne è lastricata).
Gesù insegnò che bisogna rispondere mitemente a coloro che cercano di intavolare un "dialogo religioso" : "Se ho parlato male, mostrami dov'è l'errore, ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?".

Fu lo stesso Signore Gesù Cristo a dire: "Chi non è contro di noi è per noi". Pertanto appare sommamente opportuna la frase di San Eusebio di Vercelli con cui il sedici volte Benedetto (proprio il 17 ottobre 2007) ha concluso la catechesi del mercoledì :
"Mi rivolgo a tutti voi, miei fratelli e sante sorelle, figli e figlie, fedeli dei due sessi e di ogni età, perché vogliate... portare il nostro saluto anche a quelli che sono fuori dalla Chiesa, e che si degnano di nutrire per noi sentimenti d’amore" .

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sabato, agosto 18, 2007

POST Mortem 5



E' durata ben poco l'illusione sulle prime timide aperture al principio sacrosanto della libertà religiosa da parte delle massime autorità dell'islam sunnita dell'università Al Azhàr del Cairo (che viene dai media volgarmente rappresentato come "il Vaticano islamico").

"Il muslim che rinnega l'islam per passare ad altro credo compie un grave peccato la cui punizione spetta a Dio solo" aveva suppergiù dichiarato Ali Gomaa Gran Muftì d’Egitto, ma la dichiarazione del "maestro della legge" ora ci appare puramente accademica e avulsa dalla realtà socio-politica di un paese come l'Egitto, in cui pur regna l'islam cosiddetto "moderato", dove però poi in concreto il rinnegamento dell'islam è considerata una macchia da lavare col sangue.

Accade che intorno alla solennità della Madonna Assunta, forse perchè il teatrino della politica è in vacanza, dai giornali emergano notizie inquietanti provenienti da paesi islamici in cui avvengono episodi di "intolleranza di Stato" verso quei cittadini mussulmani convertiti a Cristo.
Mentre in Iran un uomo il 14 agosto è stato arrestato e rischia la condanna a morte per impiccagione "solo" per essere stato trovato in possesso di un libro dei Vangeli, e mentre nella parte di Cipro occupata militarmente dalla "laica" Turchia una sedicente milizia turco-cipriota ha impedito con la violenza la celebrazione della divina liturgia nel monastero di San Barnaba di Famagosta (mentre già quasi tutte le chiese sono state trasformate dagli occupanti in moschee, depositi militari, stalle, discoteche e -quando è andata bene- in musei): ecco che in Egitto il venticinquenne Mohammed Hegazy, nato mussulmano e convertitosi a quindici anni alla confessione cristiana copta, è costretto a vivere in clandestinità per non essere sgozzato dal primo buon mussulmano che lo riconosca.
Il suo "peccato" è quello di aver richiesto di cambiare la dicitura sulla sua carta d'identità alla voce "Religione" poiché per lo Stato egiziano egli risulta mussulmano ragion per cui non si è potuto sposare secondo il rito cristiano-copto ma è stato costretto a sposarsi secondo il rito islamico, pena la dichiarazione da parte dello Stato di nullità del matrimonio.

Molte fatwe cioè vere e proprie "sentenze" di morte sono state lanciategli contro, l'ultima in ordine di tempo da Soad Saleh, il preside della facoltà di Scienze islamiche di Azhar, ha commentato la foto diffusa via internet di Hegazy con in mano un vangelo e con la moglie in un luogo di culto cristiano accanto ad una immagine dell Santa Vergine Madre di Dio: «Chi rinuncia all’islam è un apostata e merita di essere ucciso, tanto più se ci si vanta facendosi fotografare con la moglie vicino al Vangelo».

Riassume la questione Carlo Panella nell'articolo "La voce di al Azhar" (Il Foglio; sabato 18 agosto 2007) paventando i possibili rischi che queste dottrine vengano poi placidamente insegnate, predicate ed eseguite (!) anche presso le moschee europee che alla grande mosche a di Al Azhar fanno riferimento.

Pungente e puntuto è poi il riferimento al Nunzio Apostolico in Egitto Sua Eccellenza Monsignor Fitzgerald che Panella erroneamente chiama "cardinale" poichè è risaputo che il sedici volte Benedetto poco dopo la propria elezione spedì in Egitto l'allora segretario del "Pontificio Consiglio del dialogo interreligioso" proprio per evitargli la promozione a presidente dello stesso (e perciò per evitargli la porpora cardinalizia).
Monsignor Fitzgerald era solito organizzare conferenze di dialogo fra le tre religioni monoteiste in cui a rappresentare la voce all'islam comparivano sommi ideologhi del terrorismo jadista (dall'articolo di Panella intendo che non gli è punto passata la smania di organizzare inutili "dialoghi" tra il papa e i leader maomettani!).


«Roma. “Chi rinuncia all’islam è un apostata e merita di essere ucciso”: questa terribile sentenza non è stata pronunciata da un membro di al Qaida, o da un estremista musulmano, ma da un esponente di spicco dell’islam “moderato”: Soad Saleh, rettore della facoltà di Ricerche islamiche dell’Università al Azhar del Cairo. E’ dunque il parere di uno dei massimi dirigenti della più autorevole fonte del diritto islamico, membro del consiglio che guida l’ateneo e che quindi ha voce in capitolo nella scelta dell’imam della preghiera della Grande moschea di Roma (che per statuto spetta ad al Azhar), e che poche settimane fa, con ogni probabilità, avrebbe accompagnato lo sheikh al Tantawi, rettore di al Azhar, nella sua visita a Benedetto XVI in Vaticano, se soltanto questa non fosse stata posticipata per motivi tecnici.

Questo parere giuridicoteologico è di fondamentale importanza, perché unisce nella barbarie totalitaria l’islam terrorista che ha ucciso in Iraq, Indonesia e in Turchia centinaia di cristiani accusati di proselitismo e centinaia di islamici accusati di apostasia, con l’islam moderato, incarnato, appunto, nella guida di al Azhar.
La sola distinzione tra questi due islam, certo non secondaria, ma ininfluente dal punto di vista dell’essenza totalitaria della teologia, sta nel fatto che Soad Saleh ritiene che “ciò non significa che i fedeli comuni sono tenuti a uccidere l’apostata, ma che questo è il dovere dello stato” e ha anche aggiunto che “gli apostati che non si vantano e non annunciano in pubblico la loro apostasia non sono passibili di morte”.
Pena che invece, a suo parere, la giustizia egiziana dovrebbe comminare al venticinquenne Mohamed Hegazy, nato musulmano, convertitosi al cristianesimo, che ha chiesto di essere riconosciuto come cristiano nella sua carta d’identità, e ha dovuto nascondersi in clandestinità dopo aver ricevuto minacce di morte, “tanto più che si vanta e si felicita d’aver lasciato l’islam facendosi fotografare con la moglie vicino al Vangelo”.
Questo giudizio di Soad Saleh va ben oltre dunque il dibattito politico interno all’Egitto, perché quando uno dei massimi esponenti della massima autorità religiosa sunnita teorizza l’obbligo dell’uccisione dell’apostata e quindi del cristiano che tenti di convertire il musulmano, questo ha terribili ricadute non soltanto nel mondo musulmano, ma anche in Europa. Proprio su pressione di questo islam “moderato”, agli stati musulmani che già applicano la pena capitale per gli apostati (Pakistan, Afghanistan, Iran, Arabia Saudita, Yemen, Sudan e Mauritania), si aggiungono oggi altri stati “laici” come l’Algeria e la Siria che la puniscono con forti pene detentive o pecuniarie o che la considerano reato grave. Ma questa tendenza liberticida ha immediate conseguenze anche in Europa, perché gli imam che fanno riferimento alle strutture religiose dei regimi più moderati (Marocco, Tunisia, Egitto) sono spinti, proprio dall’insegnamento di al Azhar, a predicare nelle moschee europee una teologia che prevede la pena di morte per chi abbandoni l’islam.
L’incontro (saltato) con il Papa
E’ evidente che questo terribile freno alla libertà religiosa e alla libertà di pensiero, costituisce sia un vulnus inaccettabile per le libertà personali, sia un freno formidabile alla integrazione delle stesse comunità musulmane nel contesto europeo. Il fallimento dei vari modelli europei di integrazione dei musulmani (ma solo dei musulmani, non degli indù, o dei filippini, o degli ortodossi extracomunitari), ha in questa minaccia di morte per chi abbandoni l’islam una sua evidente radice, gravida di infinite conseguenze. Tra queste, anche quella di chi, in terra non musulmana, applica questo precetto di persona, come fece il padre di Hina Salem a Brescia due anni fa, uccidendola proprio perché apostata, perché stava per sposare un cristiano (fatto esplicitamente proibito dalla sharia, proprio perché induce alla conversione della donna, sottoposta all’autorità tutoria dell’uomo).
Stupisce infine, in questo contesto, la mancanza di reazione pubbliche – a quanto consta – del nunzio apostolico al Cairo, il cardinale Michael L. Fitzgerald, già responsabile nella Curia per il dialogo interreligioso.
A suo tempo defenestrato da Benedetto XVI, col seguito di autorevoli voci ufficiose vaticane che lo accusavano di “dilettantismo”, Fitzgerald si è poi molto speso per fare incontrare con il Papa in Vaticano lo sheikh al Tantawi, (che concorda con Saleh sulla pena di morte per gli apostati) e ora tace a fronte di questo segnale di intolleranza e di violenza che proviene dalla loro autorevolissima al Azhar.»


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mercoledì, luglio 25, 2007

Il terzo miracolo di Benedetto XVI


“I musulmani sono liberi di cambiare religione perché la fede è una questione esclusiva tra l’uomo e Dio”. Lo ha dichiarato il Gran Muftì d’Egitto Ali Gomaa sul 'Muslim speak forum' della rivista americana 'Washington Post-Newsweek': "Chi cambia religione compie peccato dal punto di vista dell'Islam e rispondera' a Dio nel giorno del giudizio, ma non puo' essere punito dalla giustizia terrena a meno che questa scelta non rappresenti una minaccia alle fondamenta della societa".

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martedì, giugno 05, 2007

Pro Missa bene cantata /3

In morte di padre Ragheed Ganni sacerdote della Chiesa Cattolica Caldea assassinato a Mossul assieme a tre diaconi la domenica di Pentecoste dopo che aveva celebrato la divina liturgia nella chiesa parrocchiale dedicata allo Spirito Santo.


Dopo la celebrazione eucaristica, padre Ragheed si stava allontanando dalla chiesa in macchina insieme ai tre diaconi e alla moglie di uno di questi, Gassan Isam Bidawed.
Negli ultimi giorni i tre accompagnavano sempre il sacerdote per cercare di proteggerlo. «Erano giovani pieni di fede, che viaggiavano con il loro parroco rischiando la vita credendo in Cristo», raccontano gli amici. All'improvviso, proprio all'angolo della strada, la macchina è stata fermata da uomini armati.
Gli aggressori, fatta allontanare la donna, hanno ucciso con più colpi d'arma da fuoco i quattro ecclesiastici.

Intorno ai cadaveri, hanno poi piazzato alcune autobomba, progettando di far morire altra gente che si fosse avvicinata a recuperare i corpi. Nelle prime ore successive all'attentato, le salme sono rimaste abbandonate per strada perché nessuno osava avvicinarsi. Solo verso le 22 (ora di Mosul), le forze dell'ordine sono riuscite a disinnescare le bombe e recuperare le salme, ricomposte nella chiesa del Santo Spirito.

Sull'Avvenire di martedì 5 giugno il seguente profilo a firma di Lorenzo Fazzini:

«Non ho paura: si deve compiere la volontà di Dio»

Per lui il patriarca caldeo Emmanuel Delli ha speso l'impegnativa parola di «martire». In effetti non esiste termine più appropriato per la figura di padre Ragheed Ganni, il sacerdote caldeo assassinato domenica scorsa a Mosul insieme a tre suddiaconi davanti alla chiesa dello Spirito Santo, di cui era parroco da pochi anni. Sì, perché padre Ragheed aveva chiara la coscienza che vivere da cattolico nell'Iraq martoriato dalla crescente persecuzione anticristiana poteva voler dire la morte. Una strada su cui il giovane sacerdote caldeo (aveva 35 anni) si era incamminato volontariamente: nel 2003 aveva deciso di rientrare nella sua città, Mosul, nel Nord dell'Iraq, un tempo ritenuto più sicuro per la minoranza cristiana irachena. «Questo è il mio Paese, qui c'è la mia gente: dopo sette anni di studio in Italia (a Roma aveva frequentato il collegio irlandese, ndr) dovevo tornare» aveva confidato in un'intervista ad AsiaNews nel 2004. Diventato segretario del vescovo caldeo di Mosul, monsignor Paul Faraj Raho, e docente anche all'istituto teologico di Baghdad (a Roma aveva conseguito una licenza in Ecumenismo), era stato diretto spettatore» dell'escalation di violenze contro i cristiani. Il 7 dicembre 2004 aveva visto con i propri occhi lo sfregio all'arcivescovado di Mosul: si trovava lì quando 5 terroristi erano penetrati nell'edificio e lo avevano disseminato di bombe per poi farlo saltare in aria. «È rimasto in piedi un muro, sopra c'è la foto di Giovanni Paolo II» raccontò dicendo di sentirsi un «sopravvissuto a morte certa». Poi, il 2 marzo e il 30 marzo del 2006, altre bombe contro la chiesa dello Spirito Santo: «Ma non smetteremo di celebrare la messa, lo faremo sotto terra» diceva ai giornalisti; la sua parrocchia aveva subito un'altra azione ostile il primo aprile scorso. Padre Ganni era intervenuto al Congresso eucaristico di Bari il 28 maggio 2005 nella veglia precedente l'arrivo di Benedetto XVI: «Proprio fra le difficoltà stiamo comprendendo il valore della domenica, giorno dell'incontro con Gesù il Risorto, giorno dell'unità e dell'amore fra di noi - aveva scandito nella piana di Marisabella -. Qualche volta mi sento fragile e pieno di paura. Quando, con in mano l'Eucarestia, dico "Ecco l'Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo", sento in me la Sua forza: io tengo in mano l'ostia, ma in realtà è Lui che tiene me e tutti noi, che sfida i terroristi e ci tiene uniti nel suo amore senza fine». A Bari, padre Ganni rifletteva sul paradossale dono «elargito» dal terrorismo ai cristiani iracheni: «In tempi tranquilli ci si dimentica il grande dono che ci è fatto. L'ironia è questa: attraverso la violenza abbiamo scoperto che l'Eucarestia, il Cristo morto e risorto, ci dà la vita. E questo ci permette di resistere e sperare». «Qualcuno pensa che dovremmo combattere, ma io dico che con la nostra fede dobbiamo insegnare agli altri il nostro modo di vivere»: questo il punto di vista di padre Ragheed sul ruolo dei cristiani nell'Iraq insanguinato.

Di recente aveva confidato ad una giornalista di AsiaNews: «Stiamo per crollare». A sminuire la fiducia dell'incrollabile prete caldeo - giunto al sacerdozio dopo una laurea in ingegneria - erano le vessazioni degli estremisti contro i cristiani, la solitudine che questi ultimi sentivano, la mancanza di acqua, luce e gas; i rapimenti che non risparmiavano i religiosi. Un giorno, in un colloquio telefonico, gli chiesero: padre, ma perché è tornato in Iraq dove rischia la vita? «Non ho paura - rispose -. Ho sempre pregato perché si compia la volontà di Dio. Qui a Mosul c'è la mia diocesi, ci sono i miei cristiani. Dovevo tornare perché la gente ha bisogno di guide spirituali; e io non sono migliore di loro per stare lontano da qui».


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giovedì, maggio 17, 2007

POST Mortem 4

Articolo di Giulio Meotti sul Foglio di giovedì 17 maggio 2007:
"Uccisioni, crocifissioni, minacce, sequestro delle case, imposizioni della jiza (la tassa sui dhimmi). Molti fuggono"


2007, CRISTIANI IN FUGA DALL’IRAQ
«Nel 1976 un team di archeologi iracheni scoprì una chiesa del quinto secolo vicino alla città santa sciita di Kerbala. Costruita centoventi anni prima dell’avvento dell’islam in Mesopotamia, la chiesa, durante quell’enorme campo di concentramento in superficie con fosse comuni sotto terra che era il regime di Saddam Hussein, fu trasformata in un poligono di tiro.
“In quel periodo un milione di persone fu deportato, per la maggior parte curdi e cristiani” ha detto il vicepremier Barham Salih.
Saddam pose le chiese sotto il controllo del ministero delle proprietà islamiche, noto come “Awqaf”, ne bombardò a centinaia. I nuovi nati non potevano essere chiamati con i nomi cristiani e il siriaco fu bandito. In cambio il regime garantiva una certa tranquillità alla comunità caldea, alla quale apparteneva il ministro degli Esteri di Saddam, Tareq Aziz.

I cristiani iracheni ora stanno soccombendo di fronte a una minaccia più terrificante dell’arabizzazione di Saddam, che distrusse duecento villaggi cristiani fra il 1960 e il 1988: l’estinzione fisica di massa, la caccia all’uomo scatenata da al Qaida e dall’insorgenza.
“Faremo tutto il possibile per salvarli” ha detto il premier Nouri al Maliki. Agenzie di stampa come Fides e AsiaNews, ma soprattutto organi di informazione assiri e caldei, diffondono le cronache sul massacro degli eredi degli apostoli nella terra dei due fiumi. Un eccidio che ricorda le immagini dei quattro padri bianchi uccisi in Algeria nel 1992, dei sette monaci trappisti sgozzati nel 1996 e delle tre missionarie crivellate in Yemen nel 1998. Un’ecatombe senza precedenti. La fine di un mondo. La distruzione delle origini.


“C’è un’altra guerra in Iraq: la guerra contro la cristianità” dice Arnold Beichman della Hoover Institution. Nina Shea, che dirige il Freedom House’s Centre for Religious Freedom, definisce i cristiani “canarini nella miniera del medio oriente”. E parla di “pulizia etnica”.
Lawrence Kaplan di New Republic scrive che “sunniti e sciiti concordano su poco, tranne che sulla persecuzione dei cristiani”. Andy Darmoo, presidente di Save the Assiryans, ha parlato di “fine della cristianità in Iraq”.

Oltre la metà dei cristiani ha già abbandonato il paese. “Entro vent’anni non ci saranno più cristiani” dice Wijdan Mikha’il, ministro per i Diritti umani nel nuovo Iraq. “Mi sono sempre considerato prima iracheno, poi cristiano. Oggi si dice che un cristiano è ‘infedele’”.

Liquidata la comunità ebraica, quella dei Profeti e degli scribi del Talmud, anche l’ottanta per cento dei mandei, il più antico culto gnostico, ha lasciato l’Iraq.
Nel gennaio 2005 una delle loro figure di spicco, Read Radhi Habib, fu ucciso dopo aver rifiutato di convertirsi all’islam.
Poi fu la volta dei tre fratelli Juhily, rapiti e sgozzati. “I fanatici islamici ci attaccano per ciò che siamo” dice Yonadam Kanna, parlamentare cristiano di Baghdad.
E’ stata appena assassinata la segretaria di una clinica cristiana di Mosul. Il giorno dopo un fedele della parrocchia di San Paolo. Quattro mesi fa padre Munthir, settantenne reverendo della chiesa presbiteriana di Mosul, fu ritrovato con un proiettile nel cranio.
“Uccideremo tutti i cristiani iniziando da lui” avevano detto i rapitori. Poi due suore caldee, Fawzeiyah e Margaret Naoum, pugnalate a morte a Baghdad. Il direttore del Museo nazionale iracheno, l’assiro Donny George, è fuggito in Siria.


“Centinaia di cristiani sono stati uccisi e le loro chiese distrutte”, denuncia Romeo Hakkari, leader di House of the Two Rivers Democratic Party. Una buona notizia è che al monastero di Mar Gorghis di Mosul è stato inaugurato l’anno accademico di teologia. Classi rigorosamente miste, nonostante la minaccia della sharia.

Una bambina caldea di Baghdad è stata riconsegnata morta alla famiglia dopo il sequestro. A Tell el Skop sono appena stati uccisi nove cristiani, fra cui due bambini. “I cristiani sono ormai considerati in via di estinzione”. Sono le parole di Bashar Warda, rettore del Seminario maggiore trasferito da Baghdad in Kurdistan per motivi di sicurezza.

La chiesa di Baghdad dedicata alla Vergine è stata bombardata nel settembre scorso, uccidendo due fedeli. Il 5 agosto 2005 una studentessa assira dell’Università di Mosul, Anita Tyadors, venne giustiziata perché parlava inglese, vestiva occidentale, era orgogliosamente cristiana. Pochi giorni dopo ci fu il massacro di quattro assiri che scortavano Pascale Warda, l’unico ministro donna del governo Jafaari.

La Society for Threatened Peoples pubblica un rapporto sulle violenze contro i cristiani all’Università di Mosul, “aggrediti come ‘agenti americani’”. I jihadisti usano contro i cristiani la stessa accusa che la monarchia hashemita, spodestata dal fascismo baathista, utilizzò per la loro collaborazione con l’impero inglese.
“Uniamoci per mettere fine a questa follia” è la richiesta di aiuto che i vescovi hanno lanciato al vertice di Sharm el Sheikh di due settimane fa. Il portavoce della conferenza dei vescovi americani, Thomas Wenski, chiede a Condoleeza Rice di intervenire.
La popolazione cristiana che nel 2003 contava un milione e 200 mila persone, ora è scesa a 600 mila.


A Ninive, antico nome di Mosul, è nato il profeta Jonah.
Qui caldei e assiri, i più antichi abitanti dell’Iraq, pregano ancora in aramaico, la lingua di Gesù.
Ancora per buona parte del Novecento sono state censite minoranze di ebrei, yezidi e cristiani, e, tra questi, cattolici, protestanti, mandei, armeni, ortodossi, nestoriani e monofisiti giacobiti. Ora a migliaia i cristiani fuggono verso la città curda di Ain Kawa. Qui il mullah wahabita Krekar aveva imposto la chiusura dei negozi durante la preghiera, il burqa alle donne, le parabole satellitari e la musica strumentale, eliminando le foto femminili da ogni prodotto importato dall’estero. La libertà tornò sovrana nel 2003, al seguito delle truppe americane.
Città fiore all’occhiello del generale Petraues, Mosul è oggi terra di conquista anticristiana. Negli ultimi quindici giorni decine di famiglie, le poche che resistono all’esilio, hanno ricevuto intimidazioni in cui si chiede di pagare un “contributo alla resistenza; pena la vita”.
A Baghdad la famiglia di Mazen Sako è stata attaccata da miliziani vestiti di nero: “Siamo venuti a sterminarvi. Sarà la fine per voi cristiani”. Hanno ucciso Majed di dieci anni.

Il patriarcato caldeo ha trasferito nel Kurdistan il Babel College, che detiene la più antica biblioteca cristiana, e il Seminario di San Pietro. A nord i cristiani sono protetti dai peshmerga, leggendaria milizia curda.
Gruppi islamici vanno imponendo la tassa sui “sudditi” a Baghdad e Mosul, la celebre jiza, l’imposta abolita dall’Impero ottomano. “I non musulmani devono pagare il tributo al jihad se vogliono avere il permesso di continuare a vivere e professare la fede in Iraq”.
I cristiani sono anche costretti a lasciare le case dopo che lettere minatorie ne assegnano la proprietà a musulmani.
Quelli che vogliono vendere non riescono a trovare acquirenti, gli imam hanno detto: “Non comprate dagli infedeli, lo avremo gratuitamente”.
Una fatwa vieta di compiere in pubblico gesti rituali. “Togliete le croci dalle chiese o le daremo alle fiamme”. E’ la minaccia alla chiesa caldea di San Pietro e Paolo di Dora, il grande quartiere cristiano di Baghdad. Nel febbraio 2004 a Erbil, i tagliateste di Ansar al Sunna, assassini dei dodici nepalesi, provocarono cento morti nelle sedi dei partiti curdi. “I crociati sono entrati nelle province di Kirkuk” si lesse nella rivendicazione.
Nel 2004 fu ucciso l’assiro Ra’aad Augustine Qoryaqos, docente di medicina della al Anbar University. Nella rivendicazione Zarkawi mise assieme “la Guardia nazionale pagana” e i “collaborazionisti crociati”. Nel marzo 2004 due cristiani di Baghdad, Ameejon Barama e sua moglie Jewded, furono ritrovati con la gola recisa. Il 21 ottobre la morte si avventò sul traduttore assiro Layla Elias Kakka Essa. Sono oltre trecento i traduttori assassinati dai terroristi. Un numero di poco superiore a quello degli accademici uccisi dal 2003.
Un mese dopo al Qaida passò al lancio di granate sulle chiese.

Shlemon Warduni, vescovo dei caldei di Baghdad, ha detto che “da due mesi molte chiese non hanno più croci sulle loro cupole”, come la chiesa assira di San Giorgio, a cui gli islamisti hanno staccato la croce, per quella caldea di San Giovanni ci hanno pensato i fedeli. L’agenzia Sir rende noto che i cristiani di Dora possono rimanere solo se accettano di dare in moglie una figlia o una sorella a un musulmano, creando i presupposti di “una progressiva conversione dell’intero nucleo familiare all’islam”.
Raymond Moussalli, portavoce dei rifugiati cristiani, ha detto che sette chiese a Dora hanno chiuso. Una fatwa vieta di portare la croce al collo.
“I cristiani stanno morendo” dice Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, mentre giungono notizie di autobombe e uccisioni di cristiani anche dalle zone curde.
Padre Adris Hanna avverte che “i preti vengono rapiti, le donne violentate, a Bassora un ragazzo di 14 anni è stato crocefisso”. “Quella dei cristiani iracheni è stata fra le prime comunità al mondo, con il rito siriaco e la lingua aramaica” dice padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews. “E’ in corso una guerra contro il cristianesimo e ‘la’ radice cristiana. Queste comunità sono importanti nella storia dell’evangelizzazione. La difesa dei cristiani non è confessionale, ma di civiltà. Il tradimento dell’occidente è complice dell’islamismo panarabo”.


Nel mirino anche i pagani.
Tre settimane fa sono stati giustiziati 23 yazidi, antichissima setta prezoroastriana, sulla strada fra Mosul e Ba’ashika, villaggio a maggioranza cristiano. Hanno fermato l’autobus e li hanno uccisi dopo aver fatto scendere i cristiani, a cui hanno imposto la tassa. Il 21 ottobre 2004 i corpi di due yazidi furono trovati senza testa fra Talafar e Sinjar. Alle donne cristiane viene chiesto di rispettare la sharia, altrimenti rischiano la morte, e alcune sono state uccise.
Anche la nuova Costituzione, la prima antifondamentalista del mondo islamico e sostenuta dai cristiani, è al centro della furia jihadista perché all’articolo 14 dice che “gli iracheni sono tutti uguali senza distinzione di sesso, etnia, nazionalità, origine, colore, religione”, e all’articolo 7: “Ogni comportamento che appoggi, aiuti, istighi o propaghi il razzismo, il terrorismo, il takfir (dichiarare infedele), la pulizia etnica sono proibiti”.
Nell’ideologia takfir è lecito uccidere gli “infedeli”, compresi i musulmani che non seguono la sharia. E’ ammesso l’omicidio di bambini perché non pecchino in futuro.

“Avete goduto della pace nella terra dei musulmani. La vostra malevolenza è diventata evidente quando sono penetrati gli invasori. Hanno trovato grande sostegno fra i cristiani come interpreti e informatori. I cristiani sono agenti degli occupanti”. Questo mandato di morte fu diffuso dalle “Brigate per la liquidazione degli agenti cristiani”.
A settembre fu decapitato padre Amer Iskander, sequestrato dopo il discorso a Ratisbona di Benedetto XVI dai “Leoni dell’islam”. “Il ciarlatano Benedetto XVI ricorda Urbano II a Claremont” disse il successore di Zarkawi, Abu Ayyub al Masri. L’uccisione del coreano Kim Sun-il fu rivendicata contro “un cristiano che voleva evangelizzare la terra dell’islam”. I rapitori di Iskander volevano trenta cartelle di scuse affisse sulle chiese di Mosul. Il ministro curdo Sarkis Ghajan doveva bloccare la costruzione di case per i cristiani in arrivo. Il giorno della morte di Iskander, padre Joseph Petros fu ucciso a Baghdad.

All’Agenzia Fides una suora dice che “la responsabilità è degli imam che dicono che uccidere un cristiano non è reato. E’ una caccia all’uomo”. Tra i mestieri più colpiti i commercianti di alcolici, un lavoro permesso sotto Saddam. Dalla “Rabbia di Allah” all’“Organizzazione della dottrina islamica”, i wahabiti vanno a caccia di mercanti di alcol. Il 95 per cento dei negozi di liquori gestiti da cristiani ha già chiuso. Nel maggio 2003, lo sceicco sadrista Mohammed al Fartousi emise una fatwa contro alcolici e cinema. Fra i primi a morire ci fu Sabah Sadiq, mentre andava a pagare il riscatto del fratello. La categoria dei barbieri è un’altra fra le più insanguinate.
Dopo Baghdad e Mosul, negli ultimi giorni sono stati colpiti a Kirkuk. Nel 2005 a Baghdad quaranta barbieri crivellati o sgozzati. A Mosul situazione anche peggiore. Sulle vetrine ci sono volantini di “Monoteismo e Jihad”, l’organizzazione di Zarqawi. Il testo invita i barbieri a non offendere l’islam col taglio rasato. Pena “la decapitazione del barbiere e del cliente di fronte ai famigliari”.
Altri crimini: ascoltare musica occidentale, indossare jeans, vendere film, danzare, commettere adulterio e, nel caso delle donne, non coprirsi o camminare senza un uomo.
Una campagna è stata lanciata contro l’“arte non islamica”. Una serie di sculture pagane sono state polverizzate. Una famosa statua nella parte nord di Mosul è stata distrutta perché ritraeva donne con le giare sulle spalle.
Sono stati frustrati dei cristiani accusati di bere alcol. Il corpo di una donna in vestaglia è stato ritrovato per strada. “Una prostituta punita” diceva il cartello. Che tutti prendessero nota. I barbieri hanno esposto cartelli in cui si legge che “non si effettuano né il taglio rasato né la rasatura della barba”. I cristiani che non si sono dati alla clandestinità hanno messo scritte cautelative: “Niente massaggi al viso”. Su un autobus di linea il conducente ha imposto la divisione fra uomini e donne. Altri volantini obbligano i negozi di abbigliamento a coprire i manichini.


I bagni pubblici hanno chiuso a causa di una fatwa sul sapone, “non esisteva all’epoca di Maometto”. Gli ordini arrivano fino all’assurdità: i ristoranti, molti cristiani, non possono preparare insalate di cetrioli e pomodori, uno è femmina e l’altro maschio. Le donne cristiane non si mostrano in pubblico senza il velo. I muri della città sono tappezzati di volantini che intimano di “seguire le orme della nostra signora Maria che si copriva il capo. Pena la morte”.
All’indomani dell’11 settembre, le televisioni di tutto il mondo trasmisero uno spot di al Qaida. Un drappello di jihadisti fa irruzione in una casa, marcia sotto il funebre stendardo, spara contro un bersaglio. Una croce cristiana. Simbolo da abbattere, come le bellissime giare di Mosul, come i meravigliosi Buddha di Bamyan, come padre Iskander. Pochi compresero la simbologia.

Nel 1998 il vescovo pachistano John Joseph si sparava alla tempia davanti a un tribunale in cui era stato condannato a morte il cristiano Ayub Masih. Oggi come allora, le ciglia del mondo libero si abbassano sulla sorte dei cristiani. In Iraq, la terra dell’Eden, la patria di Abramo da cui partirono gli evangelizzatori della Cina, una storia millenaria si sta spegnendo come cenere fredda.
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venerdì, gennaio 19, 2007

Sacra Coversazione /10


[Articolo di Allam Magdi sul Corriere della Sera di martedì 16 gennaio, 2007]
Ovvero: "L' Islam, la poligamia e il blog di Lia: la moglie che accusa il capo dell' Ucoii"
Il racconto di una professoressa: così Piccardo mi ha sposato e poi ripudiato con un sms

"ROMA - Il primo dicembre vi avevamo raccontato di uno scandalo sessuale a sfondo poligamico, in cui Lia, curatrice del blog Haramlik, denunciava di essere stata ripudiata da un non meglio specificato «Mullah di noialtri».

Ebbene ora siamo in grado di svelarvi il nome: Hamza Roberto Piccardo. Ed è Lia, professoressa di Letteratura che insegna a Genova, a rivelarlo: «L' ultima cosa che vorrei fare è ritrovarmi ad avere partecipato, con la mansuetudine di un capretto, alla grottesca messa in scena di una scenografia religiosa entro cui ambientare il porno amatoriale più banale del mondo, con Hamza Piccardo e Lia di Haramlik nei titoli di testa, in un tripudio di buon esempio. Ma ti prego. Fare da utile idiota, imbarazzata e silente, ai vitelloni da moschea. Non scherziamo».

Piccardo è il segretario nazionale dell' Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), il personaggio più in vista e più controverso dell' islam in Italia. Sposato civilmente con una marocchina dopo il divorzio dalla prima moglie italiana, dalle quali ha avuto complessivamente 5 figli, lo scorso marzo Piccardo ha contratto un secondo matrimonio con Lia, nella moschea di Verona. Senonché a luglio Piccardo l' ha ripudiata, comunicandole in modo sprezzante la sua brusca e unilaterale decisione tramite un sms.

A quel punto Lia si è ribellata e ha avviato una campagna mediatica all' interno del suo blog, per ottenere il riconoscimento dei suoi diritti di moglie divorziata, nonché per protestare contro «quest' islam semplificato a misura di cretino, questo giochetto pseudo-islamico che va in onda tra i quattro dementi che hanno avuto la ventura di trovarsi nel posto giusto al momento giusto con la religione giusta e che ne hanno fatto una rendita di potere spicciolo da miserabili».

In una email indirizzata a Piccardo, datata 7 ottobre 2006 e che pubblichiamo per la prima volta, Lia chiarisce le ragioni per cui intende rivelare tutto, proprio tutto, di una esperienza che definisce un «delirio sado-poligamico»: «L' ultima cosa che vorrei fare, nella mia vita, è ritrovarmi omertosa, a coprire col mio partecipativo silenzio una prassi pseudomatrimoniale di bassissima lega, un uso becero della poligamia, una burocrazia religiosa adoperata come mero preservativo spirituale».
La missiva inizia così: «Caro Hamza, come sai, ho esercitato nei tuoi confronti - per diversi mesi e con generosità - l' islamica virtù della misericordia verso le tue debolezze, incoerenze e mancanze. Purtroppo, non mi è più possibile continuare a ostinarmi nel credere nella tua buonafede». Lia sintetizza così la decisione di sposarsi: «Tu ti sei presentato da me come rappresentante e punto di riferimento, in questo Paese, di una religione e di una causa per cui io mi spendevo da anni (...) Arrivi tu e decidi che mi devi urgentemente sposare, in nome della tua profonda fede nell' islam e in barba a qualsiasi mio ed altrui richiamo alla sensatezza (...) Hai goduto di un' apertura di credito da parte mia, invece, figlia proprio della mia attrazione e del mio rispetto per quell' islam che con tanto ardore rappresenti, ed ho accolto la tua sfida: "Fidati di me e sposami subito". "D' accordo".

Capivo bene, e la continuo a capire, la tua urgenza di metterti in condizione di "potere restare dietro una porta chiusa" con la sottoscritta. Solo che l' obbligo di contrarre matrimonio prima di poterlo fare non si esaurisce, per un musulmano, nella ripetizione burocratica di una formuletta. Il matrimonio islamico non è una magia o un miracolo che trasforma la carne femminile da haram ad halal, a mo' di cristiana trasformazione dell' acqua in vino. Il matrimonio islamico serve a garantire alle donne dei diritti, ed è in questi diritti che si riflette la coscienza dell' uomo. (...) Di questi miei diritti, di questi tuoi doveri, non se ne è vista manco l' ombra».

Lia lamenta l' assenza di un «normale rapporto affettivo tra persone serie, adulte e perbene», denuncia un comportamento violento («eri ormai talmente arrogante da concederti il lusso di tirarmi uno schiaffo») ma soprattutto rivela il prevalere di un comportamento morboso per il sesso: «Sei arrivato al punto di dirmi, nella stessa chat, che "no, questa settimana non vado a Milano, non posso portarti neanche una scatola" e poi, poche righe più sotto, spiegarmi nei dettagli che "se adesso venissi da te, slurp, ti farei questo e quello". Non so: cosa te la sposi a fare una donna se poi, in barba persino ai tuoi doveri di assistenza nei tre mesi successivi al divorzio, non ti chiedi sotto quale ponte stia andando a sbattere, e tutto quello che sai fare è esporle i tuoi sogni erotici quando ti gira di chiamarla?
Cosa c' entra l' islam?
Cosa c' è di islamico nel non assumersi nemmeno l' ultima delle responsabilità: quella di avere le palle di stare zitto e viverti i tuoi languori in silenzio, fosse solo prendendo esempio dalla donna che, con tutto il fegato che tu non hai, in silenzio assoluto si sciroppa un incubo intero?
Che cos' è esattamente il matrimonio islamico targato Ucoii, segretario nazionale dei miei stivali? Come ti permetti, come vi permettete di chiamare "islamico" un simile sconcio?».

Lia chiede «il mio risarcimento, buonuscita o dono di consolazione», quantificandolo in 20 mila euro. Ammonendolo che se Piccardo non accetterà la richiesta entro il 13 ottobre, «impegnerò tutte le mie energie per fare chiarezza su ciò che, a quel punto, sarebbe inequivocabilmente confermato come un uso fraudolento e blasfemo di una supposta benedizione divina sui coiti realizzati sotto l' egida dell' Ucoii, a partire dai tuoi». La condanna dell' Ucoii è netta: «L' esercizio istituzionalizzato da parte di un' organizzazione a sfondo religioso di prassi che, nel mondo arabo - sto pensando al matrimonio orfi (segreto, ndr) egiziano - vengono percepite come una forma di prostituzione legalizzata, è disdicevole. A volere essere gentili».

Nel finale Lia dà libero sfogo al proprio sarcasmo: «Non mi sfugge, per contro, la ricaduta a breve termine che la pubblicizzazione delle nostra esemplificativa vicenda potrebbe avere sui musulmani del nostro Paese che, davvero, non meritano di essere rappresentati e messi in imbarazzo da un Alberto Sordi dell' islam italiano».

Fino al 30 dicembre scorso, Lia nel suo blog ha minacciato di fare il nome di Piccardo: «Dovrei raccontare, a questo punto, dell' ultimo acquisto della galleria di mostri di cui è composto l' islam italiano che ho la ventura di conoscere. Non so se ne ho voglia. Eppure, scriverne si deve».
Ebbene ora sappiamo chi è il protagonista di questa telenovela «sado-poligamica» dell' islam italiano. Non è l' unico e non sarà probabilmente l' ultimo di cui vi racconteremo la storia intima, di per sé squallida, ma di cui dobbiamo occuparci. Perché sono questi «musulmani di professione» gli interlocutori che lo Stato predilige e che, grazie all' imperversare dell' ignoranza, del buonismo e della collusione ideologica, stanno già praticando la sharia islamica in Italia.
Non ci resta che sperare nelle donne che, al pari di Lia, ci costringano ad aprire gli occhi."

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mercoledì, agosto 30, 2006

L'Invenzione della Vera Icona

Ovvero:Hezbollah manipola le immagini e i media occidentali se la bevono


Un articolo di David Frum (traduzione di Aldo Piccato); Il Figlio;mercoledì 30 agosto 2006.

«Probabilmente avete visto l’immagine sul giornale o alla televisione: membri di Hezbollah che distribuiscono mazzette di banconote da 100 dollari a libanesi rimasti senza casa in seguito alla guerra contro Israele. A quest’immagine mancava soltanto una cosa: la sottilissima striscia di metallo che attraversa dall’alto in basso le autentiche banconote da 100 dollari. Il denaro distribuito da Hezbollah era falso, come avrebbe dovuto risultare evidente a chiunque avesse esaminato con attenzione le fotografie.
L’attenzione era necessaria perché Hezbollah ha una ben nota storia di contraffazioni: già nel giugno del 2004 il dipartimento del Tesoro americano aveva citato Hezbollah come uno principali produttori di dollari falsi in tutto il mondo. Ma questo è stato completamente ignorato dalle agenzie di stampa che hanno fatto la coda per ottenere le foto della pseudo-filantropia di Hezbollah.

Forse è troppo aspettarsi che i giornalisti siano degli esperti di banconote false. Ma ci si aspetta che siano almeno in grado di individuare una fotografia ritoccata, soprattutto se il ritocco è fatto in modo grossolano.
Ciononostante, è stato un blogger americano, e non un direttore di giornale, che ha beccato la Reuters a distribuire fotografie false scattate dal suo ormai tristemente noto fotografo libanese, Adnan Hajj.

Hajj ha usato Photoshop per far sembrare gli incendi nelle città libanesi più grandi di quanto non fossero in realtà e per trasformare le foto dei traccianti israeliani in immagini di missili in volo. Per queste e altre fotografie false, la Reuters ha licenziato Hajj e ha eliminato dal proprio archivio migliaia di foto scattate dal fotografo libanese.

Ma lo scandalo dei servizi giornalistici sulla guerra in Libano inizia soltanto con Hajj e non finisce certo qui. A luglio, prestigiosi mezzi di informazione come AP, la BBC, il Time Magazine, ITN, il New York Times, il Los Angeles Times e molti altri hanno riportato la scioccante notizia che le forze israeliane avevano lanciato missili contro due ambulanze della Croce rossa, provocando un incendio nel quale le persone a bordo erano rimaste ferite. Alcune fotografie e un filmato fatto in seguito da un cameraman locale mostravano un’ambulanza quasi completamente distrutta con un buco al centro del tetto. Ma queste foto erano false, così come lo erano le altre pubblicate successivamente, che mostravano un attacco israeliano contro un veicolo della Reuters.

Nelle fotografie delle ambulanze e del veicolo della Reuters si vedeva un buco nel tetto, ma non era visibile praticamente nulla dell’interno e, cosa sorprendente, nessuna traccia di esplosione o incendio. L’autista dell’ambulanza, gravemente “ferito” che si vedeva nelle fotografie è riapparso in un filmato girato sei giorni dopo senza mostrare nemmeno un graffio.
Il buco nel tetto delle ambulanze non solo era perfettamente rotondo ma combaciava, per dimensioni e posizione, con quello della sirena mancante.

Non è vero ma ci credo

I reporter occidentali sono davvero così ingenui e creduloni?
Sfortunatamente, i servizi sul bombardamento del 30 luglio nel villaggio di Qana fanno supporre una spiegazione molto più inquietante. Secondo buona parte di questi servizi, le bombe israeliane hanno colpito un edificio di tre piani, intrappolando nelle macerie un gran numero di civili e di bambini. Le fotografie e i filmati di questa triste scena sono diventati le immagini simbolo di tutta la guerra libanese.
Tuttavia un esame attento di queste fotografie rivela, al di là di ogni possibile dubbio, che sono state realizzate ad arte, e con l’attiva complicità dei giornalisti occidentali presenti sul luogo.

Alcune scene sono state provate e riprovate; i cadaveri sono stati spostati da un punto all’altro. I portavoce di Hezbollah chiacchieravano allegramente al telefonino quando pensavano di non essere ripresi e poi scoppiavano in lacrime non appena si accorgevano di essere sotto l’occhio delle telecamere.

Il desiderio di immagini dal forte impatto e il pregiudizio antisraeliano hanno spinto buona parte della stampa occidentale a diventare propagandista di Hezbollah, pubblicando consapevolmente immagini false. E al fondo di ogni motivazione sta, in conclusione, la paura.
Non dimentichiamoci che Hezbollah è l’organizzazione terroristica che ha tenuto prigioniero per sei anni il reporter della AP Terry Anderson.»

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martedì, giugno 13, 2006

Sacra Conversazione /6

Ovvero: Magdi Allam sul Corriere della Sera del 13 giugno 2006 denuncia:
"Sito islamico educa i bimbi all’odio. Quiz e videogiochi antisemiti nelle pagine web curate dai Fratelli Musulmani"



«Lo sai fanciullo musulmano che gli ebrei hanno assassinato 25 profeti di Dio e che la loro storia nera è colmadi criminali omicidi e di corruzione? ».
Comincia così la rubrica «Lo sai?», nel sito Awaladuna, I nostri bambini, gestito dai Fratelli Musulmani (www.awladnaa.net).
Il logo ritrae lo stereotipo dell'ebreo carnefice con in testa la kippà, lo sguardo truce e il ghigno crudele, in mano un coltellaccio che gronda di sangue fino a formarne una pozza per terra. Succede oggi, proprio mentre l'Occidente si affanna a corteggiare i Fratelli Musulmani in Egitto, nei territori palestinesi e anche in Italia, illudendosi che siano un antidoto al terrorismo di Bin Laden.

Il quiz, in lingua araba, così prosegue: «Lo sai che gli ebrei assassini sono quelli che più di altri hanno offeso e oltraggiato il nostro Signore, Eccelso e Potente?»; «Lo sai che gli ebrei hanno tentato più volte di uccidere il nostro amato Profeta, ma Dio lo ha protetto dalla loro malvagità?»; «Lo sai che il male e la perversione diffusi oggi nel mondo sono il frutto delle azioni e degli intrighi degli ebrei che vogliono distogliere la gente dalla via di Dio?»; «Lo sai che gli ebrei che occupano la nostra terra e i nostri luoghi sacri nell'amata Palestina hanno progettato di occupare gli altri territori musulmani, e hanno pianificato di estendere la Grande Israele dal Nilo all'Eufrate e vogliono profanare la tomba del nostro amato Profeta?»; «Lo sai che gli ebrei istigano tutto il mondo contro l'islam e i musulmani con il pretesto di combattere il terrorismo e hanno ordito complotti contro gli altri Paesi musulmani come hanno fatto in Iraq e in Afghanistan?».

Nella rubrica «Le scienze e l'informazione » si legge questo titolo: «L'assassinio dei bambini è parte della fede ebraica».

Nello spazio riservato ai «Giochi e concorsi», c'è un videogame dal nome «La strada per Gerusalemme ». Sullo sfondo si vede la Spianata della moschea di Al Aqsa e della Cupola della Roccia, il terzo luogo di culto sacro dell'islam, a sinistra un aereo caccia con la scritta «Allah è grande ». Cliccandoci sopra si abbattono dei simboli con la stella di Davide che scorrono sullo schermo. Più se ne colpiscono, più ci si avvicina alla vittoria che coincide con la distruzione di Israele.
Tant'è che in un poster dal titolo «La nostra festa sarà il giorno della liberazione della nostra terra», si vede la cartina di uno Stato palestinese che si estende anche sulla superficie di Israele, che è stato letteralmente cancellato. In un altro poster dal titolo «Giuro che mi vendicherò, ma per Dio e per la religione», si vede un bambino di quattro o cinque anni che a muso duro impugna un kalashnikov.

Nella rubrica «La mia grande patria» si indica che Siviglia e l'Andalusia sono parte della terra islamica.

Nella rubrica «Cultura generale» compare un albero i cui rami simboleggiano le battaglie vinte da Maometto contro le tribù ebraiche e pagane, con la scritta: «Il Profeta ha condotto il Jihad (la guerra santa) contro gli infedeli e gli ipocriti e li ha sconfitti. L'inferno è il loro rifugio e il loro destino è la dannazione! ».

In un commento pubblicato sul sito liberale www.metransparent.com, l'intellettuale svizzera di origine yemenita Elham Manea ha esclamato: «Mio Dio, non dovremmo forse vergognarci di noi stessi? Quali informazioni vengono inculcate nelle teste dei nostri ragazzi? Di quale odio e quale astio cieco vengono riempite le loro menti?». Siffatti discorsi hanno un nome, il loro nome oscilla tra «il fanatismo esplicito contro chiunque professi la religione ebraica» e la «ostilità totale contro gli ebrei».
"La Manea sottolinea così il suo stupore: «Non ci credevo perché i Fratelli Musulmani continuano a ripetere che non odiano nessuno e che secondo la loro interpretazione la religione islamica è una religione di pace, che non hanno alcun problema con gli ebrei né con la religione ebraica, bensì con lo Stato di Israele e le sue azioni repressive contro il popolo palestinese».
La verità è esattamente opposta: l'odio nei confronti degli ebrei e la negazione del diritto di Israele all'esistenza sono due facce della stessa medaglia.
Eppure facciamo finta di niente.
Sappiamo che Hamas, la sigla che rappresenta i Fratelli Musulmani palestinesi, mira esplicitamente all'annientamento di Israele, ma ci ostiniamo a immaginare che in virtù della realpolitik prima o dopo cambierà atteggiamento. Lavandoci di fatto le mani e abbandonando Israele al suo destino. Così come sappiamo che l'Ucoii, la sigla che rappresenta i Fratelli Musulmani in Italia, disconosce il diritto di Israele all'esistenza e legittima gli attentati terroristici palestinesi, eppure è stata accreditata come interlocutore dello Stato..."

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giovedì, maggio 11, 2006

Sacra Conversazione /5

I vaticanisti hanno raccontato l'incontro di Benedetto XVI con un gruppo di teologi per discutere di Islam a Castelgandolfo, il 2 e 3 settembre 2005, come d'un incontro segreto e secretato. Il tema non era come è stato detto "Islam e democrazia" ma un tema molto più teologico, ovvero: la concezione di Dio nella teologia islamica.

Come racconta il "divinus" Magister, si è trattato dell’ultimo di una serie di incontri del "professor" Ratzinger con suoi ex allievi, uno l’anno sin da quando Ratzinger era professore di teologia a Ratisbona.
Divenuto arcivescovo di Monaco, lo pregarono di continuare ed egli accettò. Lo stesso avvenne quando si trasferì a Roma come prefetto della congregazione per la dottrina della fede. Gli incontri durano un fine settimana e avvenivano di solito in un monastero. Al termine dell’incontro del 2004 i partecipanti si lasciarono con già fissato il tema dell’anno seguente: l’islam, o più precisamente, "il concetto islamico di Dio". Già fissati erano anche i due esperti che avrebbero introdotto la discussione: il padre gesuita egiziano Samir Khalil Samir e un altro gesuita islamologo, Christian Troll, tedesco.

Quando il cardinal Ratzinger fu eletto papa, i suoi ex allievi pensarono che la cosa sarebbe finita. Ma Benedetto XVI disse loro che ci teneva moltissimo a continuare. Per l’incontro del 2006 il tema sarà il rapporto tra Cristianesimo e scienza.

Il gesuita egiziano Samir Khalil Samir ha riflettuto sugli interventi fatti in quella occasione da Benedetto XVI scrivendoci sopra un saggio (qui pubblicato integralmente dal divinus Magister) che di papa Ratzinger ne analizza e ne spiega la politica religiosa:
"Benedetto XVI è forse fra le poche personalità ad aver capito profondamente l’ambiguità in cui si dibatte l’islam contemporaneo e la sua fatica nel trovare un posto nella società moderna. Nello stesso tempo egli sta proponendo all’islam una via per costruire la convivenza mondiale e con le religioni basata non sul dialogo religioso, ma culturale e di civiltà, basata sulla razionalità e su una visione dell’uomo e della natura umana che viene prima di qualunque ideologia o religione."



"...I buoni criticheranno questo approccio, perché ritengono che il dialogo interreligioso sia una cosa splendida. I cattivi esulteranno, perché Ratzinger impone "loro" le "nostre" condizioni.

Ma non è così semplice.

Sono quattro decenni che una cerchia di uomini anziani, molto simili tra di loro nonostante alcuni siano vescovi, altri rabbini, altri imam e altri ancora patriarchi, volano in aereo per trovarsi in enormi ville o sale congressi, e ribadire l'ovvio - cioè che i tre monoteismi parlano di Abramo, che nei testi dei tre monoteismi ci sono riferimenti alla pace e all'amore. Si fa il possibile per evitare gli scogli, che però sono tali da affondare qualunque nave.

I cattolici non hanno intenzione di rinunciare alla divinità di Gesù, gli ebrei al proprio ruolo di unico popolo eletto da Dio, i musulmani all'idea di essere la religione ultima e migliore, gli ortodossi non intendono accettare ordini dal Papa. Si potrebbe certo proporre come soluzione quella esoterica, che suggerisce una verità comune, superiore alle parole che dividono: ma se qualcosa unisce i praticanti dell'ecumenismo, è il rigetto dello "gnosticismo" e quindi dell'idea dell'esistenza di una verità al di sopra della teologia (o dei teologi).

Dire che gli scogli esistono - come fa Ratzinger - suscita spesso indignazione tra le persone di buona volontà. E questo avviene per un preciso motivo sociale.

La Chiesa cattolica è infatti concepita dagli italiani come la Grande Madre del Popolo, con due compiti fondamentali.

Il primo sarebbe quello universale di benedire matrimoni di poco credenti e peggio comportanti, offrire spunti per pettegole feste di battesimo e aiutarci a piangere insieme davanti al televisore per i carabinieri morti a Nassiriya.

Il secondo sarebbe quello particolare di provvedere alla tutela delle vedove, degli sfortunati, dei lebbrosi e dei moribondi, nella misura (crescente) in cui non ci pensa la collettività.

In entrambi i casi, "cristiano" è sinonimo di assenza di rigore o di limiti: il prete deve portare cibo all'anziana prostituta, così come deve parlare dell'infinita bontà di Dio alle nozze dell'usuraio.

Questo ruolo di bonaria moglie dello stato è molto antico, ma è diventato l'unico socialmente ammesso per la Chiesa dopo il fuoco fatuo del Concilio Vaticano II, con le sue confuse aspirazioni evangelizzatrici; ed è quello che giustifica l'otto per mille
."
Così commenta sagacemente Kelebek, le cui successive conclusioni non le ritengo condivisibili.

Non è vero che la collaborazione dei cattolici con tutti gli "uomini di buona volontà" interessi poco a Benedetto XVI.
E' vero il contrario ma gli preme far capire chiaramente ai cattolici (e soprattutto ai non cattolici!) che la mutua comprensione e collaborazione nulla ha a che fare con il sincretismo o il proselitismo religioso.
Una volta giustificato dal punto di vista teologico che è possibile per un cattolico operare fattivamente per uno scopo considerato buono e giusto anche da un non cattolico di "buona volontà" (il quale intimamente si faccia beffe dell'incarnazione e della transustanziazione) e che ciò in nulla è di nocumento alla professione di fede cattolica, il compito della teologia si estingue. Ecco che a quel punto il rapporto tra la persona cattolica e quella non cattolica si è spostato sul piano della morale, dell'etica, di ciò che la Chiesa chiama "dottrina sociale", per cui non si vede che cosa centrino le disquisizioni teologiche e le riunioni di preghiera.

Quella del papa non è una difesa ad oltranza di tutto ciò che è occidentale, ma di tutto ciò che nell'occidente c'è di cristiano o di "naturaliter christianus":
"Mentre il papa chiede all’islam un dialogo basato sulla cultura, sui diritti umani, sul rifiuto della violenza, nello stesso tempo egli chiede all’Occidente di ritornare a una visione della natura umana e della razionalità in cui non si escluda la dimensione religiosa. In questo modo – e forse soltanto così – si potrà evitare un conflitto delle civiltà, trasformandolo invece in un dialogo fra le civiltà..."

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giovedì, marzo 30, 2006

Sacra Conversazione /4

Ovvero: EL SEÑOR DE LA SENTENCIA


Abdul Rahman, l'afghano convertito al cristianesimo che rischiava la pena di morte per la sua nuova fede, è stato liberato la notte di lunedì 27 marzo dal penitenziario di Kabul. Il ministro della Giustizia afghano ha giustificato la scarcerazione, dovuta alle pressioni internazionali - principalmente di George W. Bush-, facendo riferimento alla perizia psichiatrica svolta nel carcere di Pol i Charki, dalla quale risulterebbe che Rahman non è completamente sano di mente: il mussulmano che diventa cristiano non può essere, infatti, se non un «pazzo».

Questo il processo:

"Due sole udienze e Abdul Rahman è stato condannato a morte, per aver abbandonato l'Islam. Solo dopo la Corte suprema è intervenuta annullando il processo e aprendo la strada alla sua scarcerazione....

«Lo confesso, sono un cristiano, ma non un apostata ­ sostiene Rahman in tribunale ­. È vero, mi sono convertito dall'Islam arrendendomi a Dio. Credo in Giovanni, nello Spirito Santo e in Gesù».
Quarantun anni, magro, capelli a spazzola e volto scavato, il cristiano afghano si difende da solo. Il giudice Ansarullah Maoulawizadah non gli permette di sedersi, e attacca subito chiedendogli: «Sei nato nella casa di un musulmano. Tuo padre ti ha denunciato, ma perché ti sei convertito?».

Rahman risponde difendendo il cristianesimo:«Signor giudice, non si tratta di una cattiva religione. Ho fatto la mia scelta grazie alla benevolenza di Dio. Penso che tutti devono poter scegliere. Rispetto chiunque abbia una fede. Credo in Gesù e nella libertà di religione». .
A questo punto denuncia «maltrattamenti, pestaggi e insulti da parte del procuratore». Non solo durante gli interrogatori, ma anche nel centro di detenzione di Kabul sarebbe stato minacciato e preso a schiaffi per la sua scelta di fede. Indica anche le guardie facendo dei cenni con il capo

Il giudice taglia corto e chiede all'imputato di raccontare la storia della sua conversione, che è avvenuta a Peshawar, in Pakistan, il giorno di Pasqua di 16 anni fa grazie a Interlet, un'organizzazione non governativa per cui lavorava, diretta da un americano. Gli fa presente che è stato denunciato non solo da suo padre, ma da tutta la famiglia, compresa la moglie e le figlie. «Sono vittima di un complotto ­ sostiene -. Una volta mia madre ha addirittura bruciato la Bibbia, spinta dall'odio».

Il giudice gli mostra la Bibbia sequestrata chiedendogli di cosa si tratta, e Rahman risponde orgoglioso: «È il libro sacro in cui credo». Allora il magistrato replica: «Questo vuol dire che non credi nel Corano?», cercando di farlo cadere nella trappola dell'apostasia. Lui se ne rende conto e risponde: «Non ho nulla contro l'Islam. Sto solo dicendo che prima ero musulmano e ora sono cristiano».

Interviene il procuratore, Wasih Khan, un ometto vestito di grigio con la camicia bianca senza cravatta e la barba spruzzata d'argento.Spiega il fondamento dell'accusa, ovvero il fatto che Abdul Rahman creda nel Taslis (il Padre, il Figlio e lo Spirito santo) e che abbia «partecipato a cerimonie religiose del cristianesimo diventando apostata».
Il procuratore invita più volte Rahman a pentirsi e a tornare ad abbracciare l'Islam. «Purtroppo non ha mostrato timore e non ha voluto accettare la realtà rimanendo un eretico ­ spiega il pubblico accusatore ­. Per questo motivo deve essere punito secondo la legge islamica». Questo è il momento più grave,in cui il pubblico ministero si appella a una shura del Corano e cita le parole del profeta Maometto secondo il quale «chi si converte deve essere ucciso».
Secondo Wasih Khan, «la punizione per il tradimento è la pena di morte, e un apostata è un traditore che insulta Allah e il suo Profeta violando la legge di 1,6 miliardi di musulmani nel mondo»....

Rahman si difende con coraggio: «Accetto la decisione della Corte, anche se dovesse essere la sentenza capitale, ma non sono un infedele, sono un cristiano». L'imputato coinvolge anche alcuni esponenti in vista del nuovo potere afghano spiegando di aver deciso di tornare dalla Germania,dove viveva in esilio, dopo aver ascoltato alla radio l'appello del presidente Hamid Karzai rivolto ai rifugiati. «Gente come Yahya Massoud (numero due dell'ambasciata afghana in Svizzera, nda) fratello di Ahmad Shah (il famoso comandante anti-talebano ucciso da Al Qaida due giorni prima l'11 settembre, nda) e il viceministro degli Esteri, Haider Reza (appena nominato ministro del Commercio e dell'Industria, nda), sono credenti come me e figure di spicco» sostiene Rahman.
L'udienza in cui è stata chiesta la condanna a morte è del 16 marzo.
Pochi giorni dopo Rahman è di nuovo in aula. Il giudice Maoulawizadah lo invita a rinnegare il cristianesimo e Rahman rifiuta ancora. Allora il giudice emette la sentenza: «Se non si pente della sua conversione non resta che punirlo con la morte»."


(Fausto Biroslavo da Il Giornale del 30 Marzo 2006)

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venerdì, marzo 17, 2006

Sacra Conversazione /4

Ovvero: "It's not time to make a change"



"...l’opuscolo intitolato “L’esortazione della via giusta e della salvezza vera”, recapitato nelle caselle postali degli abitanti di Budrio di Correggio in Emilia e inviato a diversi parroci vicentini, rappresenta primo caso esplicito di dawa (invito all’islam): proselitismo religioso rivolto direttamente agli occidentali.
Ventidue pagine scritte in italiano, pubblicate da una casa editrice turca, Hakikat, e spedite da un centro islamico tedesco della città di Schontal per spiegare ai cristiani le ragioni profonde della loro confusione.
Prima regola: sapere che Gesù non è figlio di Dio che la Trinità è una blasfemia. “I cristiani dicono che Gesù è il Messia, figlio di Allah: potrebbe esserci un ignoranza (senza apostrofo) più grande di questa?”, si legge nella prima pagina.
“I cristiani dichiarano che Allah abbia un figlio, ma che falsità è questa?”, ribadiscono. “Avete detto qualcosa di mostruoso”, intimano. “Manca poco che si spacchino i cieli, si apra la terrae cadano a pezzi le montagne, perché (i cristiani, ndr) attribuiscono un figlio al Compassionevole”.

Seconda regola: sapere (rubiamo una battuta a Daniele Luttazzi) che se la risposta è Cristo, allora la domanda è sbagliata. Infatti gli autori dell’opuscolo lanciano un monito inconfutabile: “Voi sapete che l’islam è la vera religione, Muhammad l’ultimo profeta che Allah il Sublime ci ha inviato, ma voi persistete ostinati nella rinnegazione (…) le lettere di Paolo, abili come il diavolo, insegnano diffamazione,
pettegolezzi, tradimento, spionaggio (…)”.

I toni e i contenuti del catechismo islamico mandato via posta a residenti e parroci hanno il sapore di una sfida, di un’aggressiva campagna elettorale, se la parola guerra di civiltà suona esagerata. Dopo le prime otto pagine commentate contro la Trinità si passa a uno dei temi più cari dei fondamentalisti: il castigo, attraverso citazioni estrapolate dal Corano. Come questa, presa dalla sura Ad-Dukhan (Il fumo, versetti 47-50): “Afferratelo e portatelo nel fondo della Fornace, e gli si versi in capo il castigo dell’acqua bollente… sei forse tu l’eccelso, il nobile? Ecco quello di cui dubitavate”.

Le ultime due pagine sono dedicate a Yusuf Islam , alias Cat Stevens, al quale gli Stati Uniti hanno negato il visto di entrata.
Domanda (retorica): “Perché Bush non voleva permettergli l’entrata?” Risposta: “Yusuf non aveva un cannone, un fucile, o un aereo (sic!), perché l’America lo temeva?
Perché ha una fede che niente supera.
Loro sanno bene che la loro fede è falsa e il loro libro inventato”.

“Non c’è altro Dio all’infuori di Lui”

L’opuscolo ha ovviamente suscitato reazioni all’interno della diocesi di Reggio Emilia, dopo la pubblicazione di alcuni stralci da parte del Giornale di Reggio.
Don Emilio Landini, responsabile delle comunicazioni sociali della diocesi, ha dichiarato: “Tutto questo potrebbe far sorridere ma si ride molto meno se si pensa all’ignoranza religiosa sulla Bibbia. Sono strumenti fatti per un proselitismo d’assalto che non aiutano certo il dialogo”.
Il consigliere comunale di Novellara, Youssef Salmi, che appartiene alla corrente dei musulmani moderati, dice invece che è “propaganda politica contro l’islam perché tende a esasperare i temi che ci dividono dai cristiani”.

A Vicenza, don Massimo Sbicego, uno dei parroci ai quali è stato inviato il testo, ha commentato: “Si tratta di una provocazione che mi lascia sconcertato”.
E’ presto per sapere se il libello, tradotto in nove lingue e pubblicato sul sito web della casa editrice turca Hakikat debba essere considerato una controffensiva dei fondamentalisti contro le vignette, ma Mario Scialoja, membro della consulta islamica governativa ha osservato: “Si tratta di un testo offensivo ed è verosimile che la casa editrice turca abbia visto nella città di Reggio Emilia un terreno fertile dopo la manifestazione contro le vignette”.
Purtroppo la frase finale dell’esortazione contenuta nell’opuscolo non concede il beneficio del dubbio. “Non c’è città che noi prima del giorno della risurrezione non distruggeremo, o che non puniremo con una grave condanna. O cristiani, noi vi intimiamo a credere che c’è soltanto un solo sublime Allah, che non c’è Dio all’infuori di Lui, che lui non genera e non è stato generato, e che tutti i profeti, Mohammed (la pace sia con lui) e Gesù (la pace sia con lui) sono i suoi inviati”.


(da un articolo di Cristina Giudici sul Foglio di venerdì 17 marzo 2006)

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giovedì, marzo 09, 2006

Perdere la trebisonda /4

[In quel tempo, cominciarono a verificarsi efferati fatti di sangue che minarono la pax religiosa italiana. Era iniziata infatti, da parte islamica, la caccia al mussulmano convertitosi al cristianesimo; venivano sgozzati loro, e tutta la loro famiglia, e spesso anche i preti e i membri della comunità parrocchiale considerata responsabile della "perversione" di tanti buoni mussulmani venuti in occidente solo per trovare un lavoro.
La mattanza era cominciata durante i festeggiamenti per l'inaugurazione della moschea di Milano con i suoi sei minareti: tutti di dieci e quindici metri più alti della guglia della Madonnina.

Era arduo per il Ministro dell'Interno far capire alla Consulta islamica che lo scopo per cui il Governo italiano l'aveva voluta tant'anni prima (durante il ventennio berlusconista) era proprio quello di placare gli esagitati e di inculcare ai mussulmani italiani il rispetto per la libertà di coscienza e per i principi costituzionali.
I membri della Consulta islamica si mostrarono molto comprensivi per il punto di vista del signor Ministro e che: si, erano degli atti di violenza e quindi in sè deprecabili ma che essendo tali efferati attentati il frutto di santo zelo per per il santo Corano ed il santo Profeta loro non potevano far altro che lodare tanta devozione.

Non convinceva i rappresentanti delle comunità islamiche il paragone che il Ministro faceva con il remissivo atteggiamento dell'episcopato italiano che aveva persino donato spontaneanente ai musulmani le antiche basiliche costruite per commemorare le vittorie militari contro i Turchi affinchè fossero trasformate in moschee.
Ai capi mussulmani il paragone pareva privo di logica; non c'era alcuna ragione che i mussulmani imitassero la mansuetudune cristiana: Cristo aveva comandato ai suoi fedeli di porgere l'altra guancia, di amare i propri nemici e di fare del bene ai propri persecutori; il profeta Maometto si era ben guardato da dare ai credenti dei comandamenti così bizzarri e autolesionistici!

La Consulta islamica era formata da circa 350 rappresentanti di cui una decina per le loro benemerenze nominati "a vita" direttamente da Osama Ben Laden III: ranpollo della schiatta che regnava sulla nazione culla dell'Islam ribattezzata Arabia Benlaudita.
La Consulta aveva la sua sede storica a Palazzo Madama da quando il "Senato delle Regioni" voluto dalla riforma costituzionale del 2005 si era dimostrato alla prova dei fatti assolutamente inutile e perciò abolito.

Il Governo si trovò di fronte alla necessità di dare un giro di vite per far sopravvivere i valori di libertà e democrazia nella loro accezione occidentale. Perciò venne fondata un nuovo tipo di tribunale detto "La suprema e generale Inquisizione" allo scopo di punire con il sequestro dei beni e l'espulsione tutti i fiancheggiatori delle violenze e quelli che pubblicamente ne difendevano le ragioni in nome del "multiculturalismo" .
Principiò così il grande esodo islamico dalla penisola.

La Consulta islamica fu sciolta d'autorità perchè non rispettosa dei valori inscritti nella carta costituzionale ed il Senato fu ristabilito.
Il nuovo Presidente del rinato Senato come prima cosa scrisse un manifesto culturale dall'illuminante titolo : "Mogli e buoi dei paesi tuoi" che tanto risollevò le sorti dell'intellighentsia dell'Occidente.

Memorabile fu il giorno in cui il direttore del Corriere della Sera -un ebreo laicista- scrisse un editoriale in cui si dichiarava apertamente favorevole, anzi auspicava il prima possibile, la beatificazione di Isabella la Cattolica]

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Perdere la trebisonda /3

" ...Le chiese distrutte e saccheggiate? “C'è stata una guerra e cose brutte sono successe su entrambi i fronti”, spiega.

Gli faccio notare che la maggior parte delle moschee sul territorio greco-cipriota sono state restaurate, mentre il suo governo ha autorizzato la trasformazione delle chiese in ristoranti ed hotel, un insulto al sentimento dei credenti. “L'hanno fatto per non lasciare andare in rovina gli edifici e comunque sono decisioni prese dal governo precedente, che non condivido”, si schermisce Ozel.

Insisto: cosa mi dice delle chiese che, anche in questi giorni, vengono trasformate in moschee? Il funzionario turco-cipriota allarga le braccia: “È un’usanza ottomana…”."

(Luigi Geninazzi "Avvenire" 26 febbraio 2006)

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giovedì, marzo 02, 2006

Sacra Conversazione /3

Ovvero: Musulmani che abbandonano l'islam: «È il medioevo»
(di Magdi Allam sul Corriere della Sera di giovedì 02 marzo 2006


"Verrebbe da dire: «Che Allah vi protegga!». Se non fosse che sono dei musulmani che non credono più in Dio. Anzi si professano atei. Ma ciò che maggiormente colpisce è che abiurano l'islam pubblicamente, rivendicano con orgoglio l'affrancamento da una religione da loro vissuta come una forma di schiavitù intellettuale e percepita come la vera fonte della cultura dell'odio e della morte. Così come sorprende, in questa fase storica dove predomina la paura, che il numero degli ex musulmani- atei dichiarati è in crescita. Al punto che hanno dato vita a un proprio sito «Apostates of Islam» ( www.apostatesofislam.com).

Il caso più recente, forse il più eclatante, è di Wafa Sultan, psicologa e scrittrice di origine siriana, residente negli Stati Uniti, che nel giro di una settimana si è beccata prima un'accusa di miscredenza in diretta sulla televisione Al Jazira da parte di un docente dell'università islamica di Al Azhar, poi una vera e propria fatwa, responso giuridico islamico, di condanna di apostasia annunciata ai fedeli in preghiera nella moschea Al Hasan di Damasco durante il sermone di venerdì scorso. Il predicatore siriano è arrivato a sostenere che «questa apostata nuoce all'islam più di quanto non abbiano nuociuto le vignette sul profeta Mohammad (Maometto)». Ma lei non è il tipo da farsi intimidire. Pensate che all'interno del suo sito in arabo www.annaqed.com/writers/sultan/contents.html ha creato una pagina dove pubblica tutte le minacce che riceve, comprese le e-mail dei mittenti.

Partecipando alla trasmissione «Al ittijah al muakes» (Controcorrente)andata in onda su Al Jazira il 21 febbraio scorso, Wafa ha affrontato con una schiettezza e un coraggio impressionanti il suo rivale, il docente egiziano di Islamistica Ibrahim al-Khouli. «Ciò che vediamo non è uno scontro di civiltà o di religione — ha affermato Wafa — ma è uno scontro tra due opposti, una mentalità medioevale contro quella del ventunesimo secolo, tra la civiltà e l'arretratezza, tra la libertà e la repressione, tra la democrazia e la dittatura». E quando il conduttore Feisal al-Kassem le ha chiesto: «Lei intende che è un conflitto tra la civiltà dell'Occidentale e l'arretratezza dei musulmani?», Wafa ha risposto seccamente: «Sì».
Poi ha argomentato: «Sono i musulmani ad avere scatenato la guerra di civiltà, da quando il profeta dell'islam disse: "Mi è stato ordinato di combattere la gente fino a quando non credono in Dio e nel suo profeta" e da quando i musulmani hanno diviso la gente tra musulmani e non musulmani». E ancora rivolgendosi al docente islamico: «Come spiega a suo figlio il versetto che recita: "Combattete quelli che non credono né in Dio né nel Giorno ultimo?" (Corano, IX, 29)».

Quando la discussione si è fatta incandescente, Wafa è diventata ancor più grintosa: «Come è stata diffusa la tua religione? — ha chiesto con forza a al-Khouli —. Con la spada e l'aggressione dei Paesi. Poi dite che si è espanso con la giustizia e il rispetto dei diritti altrui. Quando lei dottor Ibrahim si mette con il megafono davanti a una chiesa e urla che è una menzogna che Gesù è Dio, il figlio di Maria, forse che lei rispetta il credo altrui?».
Si è così arrivati al momento cruciale in cui Wafa ha declinato la sua identità spirituale: «Non sono cristiana, non sono musulmana, non sono ebrea. Sono una persona laica che non crede nel sovrannaturale».
Ed è subito schioccata l'accusa di al-Khouli: «Lei è una miscredente?».
Tranquilla la risposta di Wafa: «Ma io rispetto il diritto degli altri a credere». E lui ribatte: «Allora sei una miscredente...sei una miscredente?».
Lei imperturbabile: «Può dire ciò che le pare».
[...]"

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lunedì, febbraio 27, 2006

Sacra Conversazione /2

«Punire e conquistare l'Occidente senza Dio» di Magdi Allam
sul Corriere della Sera di lunedì 27 febbraio 2006

"In qualche modo hanno ragione coloro che negano o esorcizzano lo scontro di civiltà tra l'Occidente e l'islam. Ma non per le nobili motivazioni che animano i fedeli a oltranza della bontà dell'animo umano. Più semplicemente perché gli altri, per la precisione i militanti islamici, ritengono che l'Occidente non sia affatto una civiltà. O non lo sia più. Per loro si è trasformato in una terra di «senza Dio» da redimere con la spiritualità dell'islam.
E' quanto si afferra nel dialogo intercorso tra eminenti islamologi e semplici ascoltatori, tra cui due dall'Italia, intervenuti nella trasmissione «Layalina» (Le nostre notti), andata in onda il 17 febbraio sulla Esc ( Egyptian satellite channel). Tra i primi a parlare è stato Ahmed Abu Laban, l'imam di una moschea di Copenaghen che ha fatto esplodere la violenza nei Paesi musulmani istigando i governi e le autorità islamiche a ribellarsi per la pubblicazione delle vignette su Mohammad (Maometto). In collegamento telefonico ha detto: «C'è ancora da fare perché siamo in un vicolo cieco.

Il giornale non vuole scusarsi, dicono di essere rammaricati ma non si scusano. Il governo non si scusa perché crede nella libertà di stampa. Vorrei rilevare che la situazione della religione in Europa è caratterizzata dalla laicità. Non si tratta del cristianesimo che combatte l'islam. Nella regione scandinava solo il 5% della popolazione si riconosce nella Chiesa. Siamo di fronte a una situazione di a-religiosità alle prese con fatti religiosi. Non è sufficiente che i musulmani protestino nei Paesi musulmani, mentre gli europei vivono nella paura per l'infiltrazione islamica. Bisogna agire. Noi vogliamo impiegare la ribellione esplosa nel mondo islamico per farci rispettare e riconoscerci una condivisione di responsabilità».
Secco il commento di Ahmad Omar Hashem, ex rettore dell'università islamica di Al Azhar: «La civiltà occidentale è incivile, atea. Non sono sufficienti le scuse. Prima o dopo devono essere puniti. Solo così si spegneranno le fiamme divampate negli animi della gente. Loro non sanno del nostro amore per il profeta, non sanno che siamo pronti a sacrificare la vita per il profeta. Il mondo islamico non si calmerà se non ci sarà la punizione decisiva e immediata».

Zaaglul al-Naggar, professore di geologia, ex direttore del Markfield Institute of Higher Education, un centro di formazione islamica in Gran Bretagna, ha le idee chiare: «Dobbiamo inviare delegazioni in Danimarca per spiegare loro l'islam, perché questa gente non solo non conosce nulla dell'islam ma non conosce nulla della religione». Ma avverte: «Il dialogo non va fatto con i religiosi cristiani. Ognuno di loro difende il proprio potere e il proprio interesse. Non serve a nulla discutere con loro. Per Dio vi dico che non tutti gli occidentali sono dei demoni. E' vero che c'è la perversione, la corruzione e che sono dei senza Dio, ma tra loro c'è gente che cerca una soluzione. Noi dobbiamo andar lì e rivolgerci alle masse. Non è mai successo che rivolgendoci a un occidentale nel modo appropriato abbia rifiutato l'islam».

Interviene telefonicamente Said Abdel Azim Bassiuni, dall'Italia: «Noi vogliamo che l'islam trionfi, la nostra vita è al servizio del profeta di Dio».

Dalla provincia di Milano chiama Salah: «Non ci lasciate soli, vi supplico nel nome di Dio. I nostri figli sono nelle loro mani. Perché non mandate delle delegazioni che promuovano l'islam?».

E' vero che Giovanni Paolo II parlò della necessità primaria di ricristianizzare l'Occidente, denunciando il dilagare della cultura laicista, consumistica, relativistica. Ma mentre la Chiesa vuole salvare le proprie «pecorelle smarrite», gli integralisti islamici, dentro e fuori casa nostra, sognano di conquistare un territorio altrui, il nostro Occidente percepito come una nazione senza anima e priva di valori. Coloro che tra noi disdegnano i valori di Occidente, identità e radici cristiane, che almeno sappiano che proprio questo vuoto alimenta l'appetito dei militanti della Guerra santa islamica mondiale."

"Siamo in tempi troppo calamitosi che la pietà si è raffreddata al sommo ed è cresciuto tanto il libertinaggio, che se Dio non provvede, non sò che sarà;
parmi però di vedere che Sua Divina Maestà voglia fare lui una gran missione con metter mano ai flagelli, e già se ne vede l'apparecchio"

San Paolo della Croce

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domenica, novembre 21, 2004

Ferrara/Cacciari

Estraggo, per mia meditazione, dagli interventi del pubblico incontro "Siamo tutti Olandesi" tenutosi il 16 Novembre a Milano.

Dixit Giuliano Ferrara

“Noi dobbiamo porci un problema semplice. Noi non possiamo ricostruire la cristianità per resistere alla sfida islamista, radicale, jihadista; sono tre aggettivi precisi, che uso per distinguerli da islamico. Islamista, radicale, jhadista. La grande lotta che dentro la civiltà islamica”

“La grande battaglia che si è aperta per dare sostanzialmente una nuova identità, che faccia fronte alla modernità che noi rappresentiamo nel mondo islamico, non possiamo fronteggiarla con la denunciata stessa logica identitaria, ricostruendo il programma di Lepanto.

Non possiamo, ma possiamo non fare niente? Possiamo non interrogarci? Possiamo accettare che il famoso politeismo dei valori che la nostra irrinunciabile devozione verso la democrazia, verso le regole della libertà e una relativa libertà dalle regole che ci siamo dati, arrivi fino al punto di scarnificare la nostra identità? Da renderla così evanescente, così leggera, così incapace anche di dialogo, anche di fronteggiare con un dialogo serrato, vero, significativo, in cui tu porti qualcosa della tua identità? Io penso di no.

Non voglio usare parole difficili, complicate ma certo non è roba per cardinali, per vescovi, non è roba solo ed esclusivamente per il magistero pastorale della Chiesa cattolica o delle molte altre Chiese dell’universo interreligioso.
Non è una questione confessionale.”
“Porsi questo problema del significato, del senso. Porsi questo problema eminentemente politico, ma carico di cultura, di un sistema di vita che noi presumiamo di dover difendere – poi i modi di difenderlo, con la guerra o senza la guerra, tutto sommato, dopo l’11 settembre, sono grandi questioni di tattica, questioni integralmente politiche. Ma sul fatto che si debba difenderlo c’è una sostanziale convergenza, in occidente.

Questo sistema di vita che cerchiamo di difendere dobbiamo reinterpretarlo, non nella nostalgia, che è sempre un sentimento regressivo, non nella chiusura del tradizionalismo, forse perfino con un grande sforzo di innovazione. Ma dobbiamo reinterpretarlo, perché se difendere il nostro sistema di vita significa difendere il vuoto, questo vuoto sarà riempito”

“Questo vuoto sarà riempito, e sarà riempito da un altro modo di vita, da un’altra concezione dell’esistenza, da un’altra concezione della trascendenza. Da una ortodossia e da un puritanesimo (il famoso puritanesimo Wahhabi) che sono una minaccia per tutti i valori in cui noi crediamo.”


Respondit filosofum Massimo Cacciari

“ Io ritengo che nella reinterpretazione della democrazia” “debba anche giocare un importante ruolo la reinterpretazione del nostro concetto di tolleranza.”

“Lo penso, l’ho scritto in saggi e in libri, perché il concetto di tolleranza, bisogna esserne consapevoli, si regge sul presupposto (non lo dicevo io, lo diceva Rosmini …) che quello di tolleranza è un concetto estremamente peloso. E’ chiaro che io tollero colui che reputo inferiore a me, perché se io reputo Ferrara uguale a me, come lo reputo, non lo “tollero”: lo ascolto, lo contraddico, mi interessa o non mi interessa quello che dice, ma non lo tollero. Il concetto di tolleranza implica un’inferiorità dell’interlocutore, e la mia pretesa di educarlo alla mia razionalità. Questo è sempre stato storicamente, così si è declinato il concetto,…. Io non credo che questo sia un modo utile o politicamente efficace di agire e di pensare la democrazia, e di agire nei confronti di coloro che al momento non sono affatto democratici.

“Il discorso (…), in apertura alle lezioni di filosofia sulla storia di Hegel, tale e quale.
“Ex occidente lux”: la civiltà nasce ad oriente ma inevitabilmente qui trova la sua casa. Gli altri sono spacciati, e Hegel usa esattamente questa espressione, si tratta di rovine del passato, proprio perché loro non hanno la storia, cioè non hanno elaborato il concetto di storia. Non vi è storia nell’islam: questa è la posizione di Hegel che torna, non a caso, anche in tanti teorici americani, in termini più o meno banali, ma non sempre, anche molto ferrati. Torna questa idea che la diversità essenziale che costituisce la nostra originalità e la nostra superiorità, alla fine, è che noi abbiamo elaborato un concetto di storia, che noi concepiamo tutto, diceva Nietzsche, storicamente.”

“La concezione del divino, di Dio, nel cristianesimo, “ab origine” è assolutamente distinta e assolutamente diversa da quella islamica. Qui è la diversità, cioè la storia di cui noi parliamo, è immanente nel modo in cui la cristianità concepisce, già in epoca evangelica, il divino.
Questa è davvero una differenza teo-logica, dove il termine “logico” va sottolineato. Perché il modo in cui si concepisce il divino, cioè il Deus trinitas, come diceva Agostino, ha in sé la dimensione storica.

Un cristianesimo che non si incarna storicamente e che quindi non assume tutte le contraddizioni e i conflitti, che non si distingua al suo interno, non è concepibile”
“Cioè la storia dell’islam non è una storia teologicamente concepibile. Non è una storia che possa essere in alcun modo riportata a un principio: è contingenza, pura contingenza. Così il musulmano si rapporta alla storia, come a una serie di eventi che, in quanto storici, sono assolutamente contingenti.

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