venerdì, febbraio 22, 2008

"questo, d'ignoto amante inno ricevi" (3)

Sive: In Festo Cathedra Beati Petri Apostoli


«A Roma ho imparato una lezione molto importante, tra le innumerevoli altre conquiste.

E' stato spesso affermato che l'architettura gotica rappresenta l'anima che tende verso Dio, mentre quella rinascimentale e romanica rappresenta Dio che trova la Sua dimora nell'uomo. Entrambi questi aspetti sono essenziali, eppure nessuno dei due, nella religione dell'Incarnazione, può sussistere senza l'altro.

Da un lato è vero che l'anima deve essere sempre in ricerca, sempre rivolta in alto verso l'oscurità dove Dio si nasconde, sempre memore che l'infinito trascende il finito e che vi è un elemento di immenso agnosticismo in ogni credo; le direzioni di questo mondo, così comìera, s'innalzano verso le tenebre; la luce che ci accompagna attraverso tracce incise e indizi oscuri ci permette di camminare, ma nulla di più. Nel silenzio Dio si rivela e attraverso i misteri proclama la Sua esistenza. Dio è spirito, senza forma, infinito, invisibile ed eterno: Quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità! (Gv 4,24). Qui vi è quindi il misticismo e la notte oscura dell'esperienza spirituale.

Dall'altra parte Dio si è fatto uomo e "il Verbo si fece carne".
La natura divina e inconoscibile si unì alla carne e "venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la Sua gloria". Ciò che era nascosto divenne conosciuto. Non siamo solo noi gli assetati che bussano: è Dio stesso ad essere assetato del nostro amore, a morire su una croce affinchè possano venire aperte le porte del Paradiso a tutti i credenti, che ha squarciato il velo del Tempio con il suo urlo di morte, e che ancora adesso bussa ad ogni cuore per poter entrare a cenare in compagnia dell'uomo.
La cupola rotonda del Paradiso è stata portata quaggiù in terra, i confini del mondo sono visibili e riconoscibili grazie alla luce di Dio; il vasto chiarore della Rivelazione si difonde in ogni dove attraverso finestre che danno su un lastricato splendente; angeli insieme a santi e uomini si radunano come ebbri per l'amore divino, l'altare sublime si erge davanti a noi illuminato (...) affinchè tutti possano vedere e ammirare.

Ora, va detto che questo aspetto della religione dell'Incarnazione non aveva molto significato per me.
Ero un nordico e nel senso letterale del termine, educato in maniera nordica. Amavo le luci soffuse, la musica misteriosa e le ombre del bosco fitto, mentre odiavo gli spazi aperti al sole, le trombe che suonano all'unisono e il tondo e il quadrato in architettura. Preferivo la meditazione rispetto alla recitazione delle preghiere; Madame Guyon a Mather Julian; John Inglesant a San Tommaso; il secolo tredicesimo così come me lo immaginavo a quello sedicesimo.

All'incirca sin dalla fine della mia esperienza anglicana avrei dovuto conoscere questo aspetto: allora avrei potuto risentirmi per quest'accusa in quanto già iniziavo a capire (e quindi pensavo di aver pienamente compreso) che il mondo era sia materiale che spirituale e che le credenze erano necessarie come le aspirazioni.
Ma quando giunsi a Roma compresi che in realtà non avevo colto del tutto questo aspetto.

Ecco una città rinascimentale da capo a coda, sotto un cielo limpido e un sole che scotta, la cui religione era come l'anima che risiede nel corpo. Era la dimostrazione vivente di come la realtà umana può personificare il divino.
Anche le dottrine proprie del cristianesimo venivano raffigurate con immagini pagane. La rivelazione parlava attraverso le forme della religione naturale; Dio abitava senza vergogna nei luoghi luminosi, i preti erano preti e non pastori dalle buone intenzioni; compivano i sacrifici, aspergevano con l'acqua benedetta, partecipavano a lunghe e ondulate processioni con l'incenzo e i lumi, chiamando Olimpo il Paradiso.
In un altare di granito notai la scritta Sacrum Divo Sebastiano.

Spesso sedevo in compagnia di professori di teologia che scherzavano, ridevano e dimostravano la loro gioia in una sala conferenze davanti a sei nazioni. Vedevo l'immagine del "Padre dei principi e dei re e padrone del mondo" esposta nelle strade il giorno del suo onomastico, circondata di fiori e lampade ad olio nella maniera in cui, due millenni fa, altri padroni del mondo venivano onorati. Sono sceso nelle catacombe nei giorni di Santa Cecilia e di San Valentino e ho sentito l'odore del bosso e del miro sotto i mie piedi, che rendeva onore alla fragranza della loro memoria così come secoli prima, in un diverso contesto, aveva reso onore ai vincitori.
In una frase, iniziai a capire che "il Verbo di fece carne e venne ad abitare in mezo a noi" (Gv1,14); che se ha scelto la sostanza creata di una vergine per costituirsi un corpo naturale, allora può anche utilizzare la sostanza creata degli uomini (i loro pensieri, le loro forme di espressione e metodi) per formare per sè quel corpo mistico attraverso cui Egli si rende presente a noi sempre. In poche parole, capii che l'unica cosa veramente mondana è il peccato.

Ma allora il cattolicesimo è materialistico?
Certo, e lo è come la Creazione e l'incarnazione, nè più ne meno.

E' impossibile descrivere cosa significhi questa scoperta per uno spirito nordico. Significa di sicuro l'oscuramento di alcune di alcune di quelle vecchie luci che sembravano scosì belle nella semi oscurità dell'esperienza individuale, o piuttosto il loro scoparire di fronte alla luce forte del giorno.
[...]
Paragonate un aspetto qualsiasi della fede e del culto cattolico così come vengono vissuti nella Città eterna al corrispondente anglicano!
Eppure gli anglicani rimangono scioccati quando vengono a Roma, i dissidenti si scandalizzano del paganesimo e i liberi pensatori sorridono al pensiero delle piccolezze di tutto questo. Certo, si scioccano, si scandalizzano e sorridono: potrebbero comportarsi diversamente?

Invece la verità è che un soggiorno a Roma allaga la mente al di là di ogni descrizione.
Mentre fino a quel momento mi ero abituato ad immaginare il Cristianesimo come un fiore delicato, divino in quanto soprannaturalmente fragile, ora vedevo che è invece un albero i cui rami accolgono gli uccelli dell'aria un tempo nemici della sua tenera crescita ma che ora possono trovarvi rifugio. La sua divinità consiste nell'ampienza della sua diffusione e dalla forza delle sue possenti radici: nulla pò paragonarsi a questo.
Prima la immaginavo come un aroma raffinato e dolce, da venir gustato a parte; ora capivo che si trattava del lievito, nascosto nei luoghi più reconditi della terra, che si manifestava in modo molto più rozzo di quanto avrei immaginato fino a quando tutto sarà fermentato.

E così giorno dopo giorno continuavo ad imparare (...) piano piano la lezione veniva assimilata dal mio cervello ed imparavo che vi era qualcosa di totalmente diverso da ciò che ero abituato a conoscere, qualcosa che non avrei mai appreso nella mia tranquilla penombra nordica.
Qui si trova la sede centrale del mondo spirituale; qui la grazia veniva elargita, i dogmi definiti e le provviste salvaguardate per le anime di tutto il mondo.
Qui aveva stabilito il Suo trono per governare il Suo popolo, dove un tempo Domiziano, dominus et deus noster, l'imitatore di Dio comandava prescindendo da Lui, eppure adombrando il vicario di Cristo.

Il Venerdì Santo, sotto le rovine del Palatino, andai alla chiesa di San Toto e ascoltai quel versetto: "Se liberi costui non sei amico di Cesare" (Gv19,12). Oggi "costui" è il Re mentre Cesare non è nulla.

Certo è che qui, più che in ogni altro luogo, il lievito conficcato dalla mano divina nel suolo duro dell'Impero romano, gradualemte si è espresso in leggi e dogmi con immagini del pensiero "del mondo"; qui il sangue di Pietro è confluito sotto l'obelisco, ancora pulsante nelle vene di Pio [X, all'epoca regnate, n.d.r], Pontifex Maximus et Pater Patrum, che dista solo di qualche metro.

Almeno questo a Roma l'ho appreso, ed era una lezione che valeva la pena imparare, pur tra tutte le difficoltà. Venivo da una stanza calorosa e illuminata dal caminetto, piena di ombre, e mi ritrovavo ora esposto alle folate di vento negli spazi immensi della storia umana.
Capii finalmente che nulla di ciò che è umano è indifferente a Dio, che i tentattivi di ricerca dei popoli pre-cristiani molto spesso li hanno avvicinati al Cancello della Verità; che i loro piccoli sistemi, sforzi ed immagini non venivano disprezzati da Colui che li aveva permessi, e che "Dopo aver Iddio in antico, a più riprese e in molti modi, parlato ai nostri padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi tempi parlò a noi per mezzo del Suo Figlio, che costituì erede di ogni cosa e per mezo del quale creò anche i secoli. questo figlio, immagine della gloria di dio e impronta della sua sostanza, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso nel più alto dei cieli alla destra della Maestà divina" (Ebrei, I, 1,3)».

Dalle "Confessioni di un Convertito" (1913)
di Robert Hugh BENSON (1871-1914)

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sabato, ottobre 06, 2007

Breve ai Principi, III

"Il Catechismo della Chiesa Cattolica riassume bene il contenuto centrale della dottrina sulla legge naturale, rilevando che essa "indica le norme prime ed essenziali che regolano la vita morale. Ha come perno l'aspirazione e la sottomissione a Dio, fonte e giudice di ogni bene, e altresì il senso dell'altro come uguale a se stesso. Nei suoi precetti principali essa è esposta nel Decalogo. Questa legge è chiamata naturale non in rapporto alla natura degli esseri irrazionali, ma perché la ragione che la promulga è propria della natura umana" (n. 1955).

Con questa dottrina si raggiungono due finalità essenziali: da una parte, si comprende che il contenuto etico della fede cristiana non costituisce un'imposizione dettata dall’esterno alla coscienza dell'uomo, ma una norma che ha il suo fondamento nella stessa natura umana; dall'altra, partendo dalla legge naturale di per sé accessibile ad ogni creatura razionale, si pone con essa la base per entrare in dialogo con tutti gli uomini di buona volontà e, più in generale, con la società civile e secolare.

Ma proprio a motivo dell'influsso di fattori di ordine culturale e ideologico, la società civile e secolare oggi si trova in una situazione di smarrimento e di confusione: si è perduta l'evidenza originaria dei fondamenti dell'essere umano e del suo agire etico e la dottrina della legge morale naturale si scontra con altre concezioni che ne sono la diretta negazione. Tutto ciò ha enormi e gravi conseguenze nell'ordine civile e sociale. Presso non pochi pensatori sembra oggi dominare una concezione positivista del diritto. Secondo costoro, l'umanità, o la società, o di fatto la maggioranza dei cittadini, diventa la fonte ultima della legge civile. Il problema che si pone non è quindi la ricerca del bene, ma quella del potere, o piuttosto dell'equilibrio dei poteri. Alla radice di questa tendenza vi è il relativismo etico, in cui alcuni vedono addirittura una delle condizioni principali della democrazia, perché il relativismo garantirebbe la tolleranza e il rispetto reciproco delle persone.

Ma se fosse così, la maggioranza di un momento diventerebbe l’ultima fonte del diritto. La storia dimostra con grande chiarezza che le maggioranze possono sbagliare. La vera razionalità non è garantita dal consenso di un gran numero, ma solo dalla trasparenza della ragione umana alla Ragione creatrice e dall’ascolto comune di questa Fonte della nostra razionalità.

Quando sono in gioco le esigenze fondamentali della dignità della persona umana, della sua vita, dell'istituzione familiare, dell'equità dell'ordinamento sociale, cioè i diritti fondamentali dell'uomo, nessuna legge fatta dagli uomini può sovvertire la norma scritta dal Creatore nel cuore dell'uomo, senza che la società stessa venga drammaticamente colpita in ciò che costituisce la sua base irrinunciabile. La legge naturale diventa così la vera garanzia offerta ad ognuno per vivere libero e rispettato nella sua dignità, e difeso da ogni manipolazione ideologica e da ogni arbitrio e sopruso del più forte. Nessuno può sottrarsi a questo richiamo. Se per un tragico oscuramento della coscienza collettiva, lo scetticismo e il relativismo etico giungessero a cancellare i principi fondamentali della legge morale naturale, lo stesso ordinamento democratico sarebbe ferito radicalmente nelle sue fondamenta. Contro questo oscuramento, che è crisi della civiltà umana, prima ancora che cristiana, occorre mobilitare tutte le coscienze degli uomini di buona volontà, laici o anche appartenenti a religioni diverse dal Cristianesimo, perché insieme e in modo fattivo si impegnino a creare, nella cultura e nella società civile e politica, le condizioni necessarie per una piena consapevolezza del valore inalienabile della legge morale naturale. Dal rispetto di essa infatti dipende l’avanzamento dei singoli e della società sulla strada dell’autentico progresso in conformità con la retta ragione, che è partecipazione alla Ragione eterna di Dio."
Benedictus P.P. XVI

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sabato, giugno 23, 2007

vite parallele /10

"IL TESORETTO" di Brunetto Latini
e di Tommaso Padoa Schioppa .



Ovvero:Ampli stralci di un gustosissimo articolo di Siegmund Ginzberg sul Foglio di sabato 23 giugno 2007.
ALTRO CHE PRODI. PER UN TESORETTO MESSER LATINI FINI’ ALL’INFERNO
Destra e sinistra, giustizia e mercato, politica ed economia. Il poeta che fu maestro di Dante ha scrritto un’opera sulla quale Padoa-Schioppa avrebbe di che riflettere. Il bestseller della crisi perfetta:


"Siete voi qui ser Brunetto?” gli chiede Dante sorpreso incontrandolo nell’Inferno (Canto XV, 30). Ai giorni nostri l’avrebbe potuto incontrare, inferno per inferno, altrove, in una delle bolgie in cui si fa o si discute della politica italiana, magari nel comitato promotore del partito democratico.
No, no, che avete capito? Non per quello. In questo articolo che vi accingete a leggere non si parla di family day, matrimoni gay e pederastia, anche se da qualche tempo si è avuta quasi l’impressione che questi argomenti avessero, come dire, sequestrato la politica italiana. Del resto, non sono così sicuro che Messer Brunetto si trovi all’inferno perché omosessuale.

Leggendo il suo Tresor, nella curatissima, preziosa (anche per il costo) edizione nei Millenni Einaudi, col testo a fronte nell’originale francese (pagine LIX, 890, euro 85), ho avuto piuttosto l’impressione che soffrisse le pene dell’inferno per altre ragioni: perché, dopo aver passato una vita a considerare la politica come la cosa più seria di cui ci si possa occupare, si era accorto che, come si suol dire, la situazione era “grave, gravissima, ma non seria”; e dopo aver passato la vita a dare buoni consigli ai politici, si era reso conto di aver sprecato il suo talento.

“Sieti raccomandato il mio Tesoro/, nel qual io vivo ancora, e più non cheggio”, è il modo in cui alla fine del Canto XV Ser Brunetto si congeda da Dante che era stato suo allievo. Tresor in francese. Tesoretto nella versione italiana, che non è affatto identica, tanto che a lungo fu attribuita ad un altro autore [...].

Sin dall’esordio ci viene spiegato che il libro si chiama “Tesoro” perché raccoglie sapienza in pillole, esattamente come “il signore che vuole accumulare in poco spazio cose di grandissimo valore, non soltanto per il proprio piacere, ma per accrescere la propria potenza e rendere sicuro il proprio stato in guerra e in pace, raccoglie le cose più care e i gioielli più preziosi”.
Si tratta di un’enciclopedia, come ce n’erano molte nel Medioevo, una raccolta, un compendio di conoscenze in pillole, su quasi ogni ramo del sapere del tempo. Qualcuno ha notato: una sorta di Wikipedia di quei tempi, cui anche Dante aveva abbondantemente attinto. Parla di tutto, di anime e corpi, santi e fanti, asini e cammelli, ma anche di zoologia fantastica, alla Borges. A differenza delle altre compilazioni enciclopediche e bestiari, questa ha però un filo conduttore di un’attualità impressionante.
Ecco come, sin dalle prime righe, ci viene anticipato il contenuto delle tre parti in cui il libro si divide.

“La prima parte di questo tesoro è paragonabile al denaro contante, da spendere sempre in cose necessarie; vale a dire che tratta sommariamente del principio del mondo, dell’antichità delle vecchie storie, della composizione del mondo e della natura di tutte le cose…”. Con l’avvertenza che “come senza denaro non ci sarebbe alcuna mediazione tra le opere degli uomini, che regolasse gli uni nei confronti degli altri, similmente nessuno può conoscere pienamente le altre cose se non conosce questa prima parte…”.

Della seconda parte ci viene detto che “è di pietre preziose”, perché “tratta dei vizi e delle virtù… cioè tratta di quali cose si devono e quali non si devono fare, e mostra per quale ragione…”.
Mentre “la terza parte del tesoro è d’oro puro, vale a dire che insegna a parlare… e come il signore deve governare le genti… in particolare secondo gli usi degli italiani”. Con l’avvertenza che “come l’oro supera tutte le specie di metalli, così la scienza del ben parlare e governare gli uomini è la più nobile di ogni arte del mondo” (Tresor, I,1.1-4).

Sa di politica, e sa di economia Messer Brunetto. Il suo “tesoretto” non è quello di cui leggiamo in questi giorni, ma è sorprendentemente più affine agli argomenti dei tempi di Tommaso Padoa-Schioppa che di Tommaso d’Aquino. Scrive di denaro e di economia, e del loro rapporto con la politica in termini che suonano sconvolgentemente moderni, e insieme sanno di antica saggezza senza tempo. State a sentire:
“Il giusto equilibramento dell’amicizia riequilibria i tipi di amicizia che sono diversi, come avviene nelle città; il calzolaio infatti vende le sue scarpe per quanto valgono, e altrettanto fanno gli altri. Tra tutti loro c’è una cosa in comune amata da tutti, per mezzo della quale essi preparano e confermano la transazione, e cioè l’oro e l’argento” (Libro II, capitolo 44,“Qui parla del governo”, paragrafo 18). Scommetto che il vecchio Karl Marx si roderebbe le dita per non aver trovato questa citazione mentre lavorava sul suo grande romanzo del Capitale.

E quest’altra? “Se un uomo canta con la speranza di guadagnare, se gli rendi in cambio del canto non se ne riterrà soddisfatto, perché si aspettava un’altra ricompensa. Non ci sarò dunque concordia nei commerci se questi non sono concordati secondo volontà, e ciò avviene quando ciascuno riceve ciò che desidera in cambio di ciò che dà” (II, 44.21).

Non so se ci sia altro autore pre-moderno tanto convinto che il mercato faccia bene, sia il luogo d’equilibrio per eccellenza.
Sa benissimo che il mercato è un campo di battaglia, in cui ciascuno pensa al proprio interesse, e lo persegue anche a discapito degli altri. E che “essendo un uomo cavaliere, un altro mercante, altri contadini, e recando perciò danno il profitto dell’uno al guadagno dell’altro, nascerebbero odi e guerre, e porterebbero alla rovina l’umanità, se non ci fosse la giustizia a tutelare e difendere la vita in comune ; la giustizia, la cui forza è così grande che quegli stessi che si pascono di fellonia e di torti non possono vivere senza almeno un po’ di giustizia”.
Tutti la vogliono, tutti la chiedono, la giustizia, “anche i ladri che rubano insieme, infatti, vogliono che sia osservata giustizia tra loro e, se il loro capo non spartisce equamente la preda, i suoi compari lo uccideranno o lo abbandoneranno”.
Senza giustizia non funzionerebbe nulla, nemmeno il mercato, ragione per cui, quanto e più ancora che a tutti gli altri, “la giustizia è necessaria a quelli che vendono e comprano, prendono e danno in affitto e si occupano di commercio”.

Ma c’è chi ha osservato che la giustizia di Brunetto Latini non ha la rigidità, la precisione matematica di quella di Aristotele, è una giustizia pragmatica, approssimativa. Una “iustitia mediatrix”, giustizia mediatrice, verrebbe da dire col Kantorowicz. “La giustizia sta a metà tra il guadagnare e il perdere, e non può essere senza un dare, un prendere e uno scambiare”. Ed è così “perché il mercante di stoffe dà stoffa in cambio di un’altra cosa di cui ha bisogno, e il fabbro dà del ferro per un’altra cosa ancora; ed è poiché in quello scambio c’era grande difficoltà che fu inventata una cosa che lo regolasse, cioè il danaro, in modo che l’opera di chi costruisce la casa si possa commisurare in denaro con l’opera del calzolaio” (II, 38.6).
[...]
Nella carretta che trasporta ed espone il tesoro di Ser Brunetto c’è mercanzia per tutti i gusti. Ci sono perle e molta fuffa. C’è il costante invito al “giusto mezzo”, tanto ricorrente e insistente da farlo apparire “cinese”, farmi pensare a Lao Tse e alla sua “via del tao”. “La premiere vertu c’est prudence” si intitola il capitolo 57 del II Libro. “Ancore de prudence”, quello successivo. Poi passa a parlare della “previdenza” (cap. 60) e della “cautela” (cap. 61).
Maestro Brunetto è un “centrista” sfegatato, non un estremista come il suo allievo Dante. E’ un “riformista”, e anche molto cauto e prudente, non un “rivoluzionario”.
Trasuda moderazione da tutti i pori.

“La cautela consiste nel guardarsi dai vizi opposti… seguire in ogni cosa il giusto mezzo; si devono conservare i propri averi in modo tale che, per fuggire l’avarizia, non si diventi poi dissipatori, e ci si deve mantenere tanto lontani dalla stolta temerarietà da non cadere però nella paura, perché è infatti veramente ardito chi intraprende ciò che è da intraprendere, e fugge ciò che è da fuggire, mentre il pauroso non intraprende né l’una né l’altra cosa e lo stolto temerario le intraprende entrambe” (II, 61.1). E’ l’esatto contrario del fanatico, mette in guardia dallo sposare con eccessivo entusiasmo e in modo acritico qualsiasi causa, diffida di tutte, comprese quelle che gli sono care. “Riguardo a ciò che è dubbio non dare giudizi, ma tieni i tuo parere in sospeso, senza definirlo, perché non tutte le cose verosimili sono vere, e non è falsa ogni cosa che sembra incredibile. La verità ha molte volte l’aspetto della menzogna e la menzogna è coperta da una parvenza di verità; perché come l’adulatore copre le sue cattive intenzioni con un atteggiamento accattivante del viso, così la falsità può ricevere il colore e l’aspetto della verità per meglio indurre in errore” (II, 58.3).

Per governare bisogna saper parlare alla gente. Farsi capire è più importante ancora del governare bene.
Sono, dovrebbero essere cose ovvie.
Trovo straordinario però che l’importanza cruciale, per la politica, del saper comunicare l’avesse afferrata già tutta un uomo del 1200.
Ser Brunetto è maestro di retorica, anzi rettorica, con la doppia t, che, come spiega suggestivamente Pietro Beltrami nell’introduzione a questa edizione del Tresor, “non è semplice variante formale di retorica, ma il segno di una sovrapposizione mentale e culturale, che si impone nel Duecento italiano, fra la figura del rètore, di colui che sa pronunciare discorsi persuasivi, e quella del rettore, di colui che ‘regge’, governa il comune”.
[...]
Ser Brunetto è un maestro nell’arte governare e di spiegarsi, della politica come gestione del “bene comune”, e insieme del cimento per “indurre ad unità gli animi molti”; insomma è esperto tutt’uno di politica e scienza della comunicazione, come diremmo oggi.
Allora non c’erano le tv. Non c’erano ancora nemmeno i giornali. Lui conosce due modi per comunicare, per spiegarsi, “due maniere di parlare”: “de boche o par letres”, con la bocca o con le lettere. E li padroneggia entrambi, cavalcando le spalle dei giganti antichi, da Aristotele e Cicerone, ma aggiungendovi anche del suo. Non lo fa gratis. E’ un maestro anche nel vendere i suoi discorsi.
I suoi Tesori e Tesoretti furono innanzitutto anche grandi bestseller della sua epoca, venivano copiati e ricopiati, miniati, trasformati in edizioni di gran lusso, non c’era corte europea degna di rispetto che non sentisse il bisogno di averne almeno una copia, di manoscritti ce ne sono tanti da far perdere la testa agli studiosi, e per giunta diversi tra loro, al punto da dire cose completamente diverse, talvolta opposte, in passaggi cruciali.
[...]
Ser Brunetto non è solo un teorico della politica. E’ un tecnico, un virtuoso, un acrobata. Che da muoversi in una politica che appare per certi versi anche più aggrovigliata di quella cui siamo abituati. Altro che bipartitismo imperfetto: le città di quei tempi sono lacerate da conflitti che si intrecciano tra di loro, in una miriade di sottoconflitti all’interno di quelli che a prima vista potrebbero anche apparire come due schieramenti contrapposti.

Non ci sono solo la destra e la sinistra, il popolo grasso e il popolo minuto, nobili e mercanti, i partigiani del Papa e quelli dell’Imperatore, Guelfi e Ghibellini. Ci si divide a morte anche tra Guelfi bianchi e Guelfi neri, tra le famiglie capeggiate dai Cerchi e quelle capeggiate dai Donati, e all’interno della stessa famiglia. Ci sono guelfi che propugnano l’alleanza con il Papa e l’Angiò, e accusano altri guelfi di tradimento e intelligenza coi ghibellini. Ci sono i poteri forti che si contendono le amicizie politiche, si schierano in base a strategie contrapposte, ci sono cordate di banchieri in concorrenza con altre cordate di banchieri.
Ser Brunetto, notaio, avvocato d’affari, sottile diplomatico, legato a grandi interessi bancari con ambizioni europee, li conosce a menadito, si muove con competenza nella giungla.
[...]
Eppure Li Livres du Tresor è un bestseller datato.
L’originale risale a quando Ser Brunetto, notaio e alto funzionario della repubblica fiorentina, era stato sorpreso, mentre si trovava all’estero, da un improvviso cambio di governo a Firenze. In un momento confuso, in cui si moltiplicavano le candidature al sacro romano impero quasi come sembrano moltiplicarsi le candidature a leader del partito democratico (ma si potrebbe dire lo stesso per l’altro Polo), l’avevano mandato a svolgere una delicata missione diplomatica presso Alfonso X di Castiglia.
[...]
La Siviglia in cui Ser Brunetto fu ricevuto da Alfonso il Saggio nell’Alcazar, da poco riconquistato ai Mori, era uno dei cuori pulsanti dell’Europa, un eccezionale laboratorio dove cristiani, ebrei e musulmani collaboravano strettamente. Brunetto ne fu certamente impressionato. E’ possibile che proprio in quella occasione il notaio fiorentino abbia acquisito stimoli culturali, libri e manoscritti che poi avrebbe trasmesso ai suoi migliori allievi.
Forse anche alcune delle “fonti musulmane” della Divina commedia. Che Dante possa essersi ispirato, nell’immaginare il suo viaggio dall’inferno fino al paradiso a uno e l’altro dei molti testi sui viaggi ultraterreni di Maometto...

...grazie anche a tutto quel che aveva appreso a Siviglia, la New York di allora, Brunetto Latini aveva messo momentaneamente da canto la politica e s’era poi messo a scrivere il suo Tesoro. E’ lui stesso a raccontarlo in un passo scherzoso, deliziosamente carico di humour, del Tesoretto, con versi nei quali qualcuno ha addirittura creduto di vedere il modello per l’incipit della della Commedia di Dante: “E poi sança soggiorno/ Ripresi il mio ritorno,/ Tanto che nel paese/ Di terra navarrese, / Venendo per la valle/ Del piano di Roncisvalle,/ Incontrai uno scolaio/ Sovr’un muletto baio/ Che venia da Bolongnia/… Ed io pur domandai/ Novelle di Toscana/ In dolce lingua e piana;/ Ed e’cortesemente/ Mi disse immantinente/ Che Guelfi di Fiorença/ Per mala Provedença/ E per forza di guerra/ Eran fuori de la terra,/ E il dannagio era forte/ Di pregione e di morte”.

I guelfi fiorentini “vennero cacciati fuori dalla città e le loro cose messe a fuoco e fiamme e distrutte” e “con costoro fu cacciato Maestro Brunetto Latini, e per quella guerra era esiliato in Francia quando compose questo libro per amore del suo amico”, il modo in cui la mette nel Tresor (I, 99.1). Comunque la si voglia mettere, sul comico o sul drammatico, in tragoedia o in comoedia, la sostanza è che Ser Brunetto aveva capito al volo che non tirava più aria. Anche questo è una dote non da poco per un leader politico. Non è forse a caso che diversi dei capitoli finali del Tresor siano dedicati all’argomento dell’uscita di scena del leader, non meno importante della sua entrata in scena, al “come il signore deve comportarsi alla fine della sua signoria”, alle “cose che il signore deve fare al termine della sua funzione”, a “come il signore deve trattenersi a rispondere di sé”, cioè di come ad un certo punto deve rendere conto del suo operato e di quello dei suoi (III, 103-104-105).

Altro tratto particolare, che colpisce per la sua attualità, è che il signore di cui parla e dà consigli Ser Brunetto nel suo Tresor, è un signore democraticamente eletto. A differenza del Principe di Machiavelli, del suo potere deve rendere conto a degli elettori, la sua potestà è a termine.

Brunetto Latini si stacca da altri esponenti del pensiero medievale, e dallo stesso Dante, che come è noto invocava la “monarchia”, la leadership pura, il “Veltro” (no, non il Veltroni) salvatore, perché nella democrazia elettiva sembra crederci davvero, anche quando tutto direbbe che non funziona, o non la lasciano funzionare.
Ci crede al punto di forzare, anzi falsificare Aristotele, pur fingendo di farne una semplice traduzione. “Il governo è di tre tipi: il primo è dei re, il secondo è dei buoni, il terzo è dei comuni, il quale è di gran lunga il migliore tra questi altri”, esordisce il capitolo del Tresor in cui “ci dit de signorie”, cioè, si parla del governo. La tripartizone è fedelmente ripresa da Aristotele. La così netta dichiarazione di preferenza per la democrazia, invece è tutta di Ser Brunetto. Si doveva arrivare a Churchill perché in occidente qualcun altro dicesse chiaro e tondo di ritenere la democrazia una pessima forma di governo, tranne per il fatto che tutte le altre sono peggiori.

Ad ogni modo sapeva come e quando mettersi da parte. E forse aveva fiducia nell’alternanza. [...] Persa la partita in politica, Brunetto Latini era tornato a guadagnarsi la vita “nel settore privato”, facendo il notaio tra Parigi e Arras, per i mercanti e finanzieri fiorentini. Ma quando l’alternanza funziona, c’è speranza anche per gli sconfitti. Ridivenuta Firenze nuovamente guelfa, Ser Brunetto vi era tornato, per candidarsi con successo al priorato nel 1287 e poi morirvi, a tarda età, nel 1293, al colmo di onori e prestigio, e al culmine della carriera.
L’“amico” dei tempi dell’esilio, cui aveva dedicato anni prima il Tresor, era l’allora re di Francia Carlo d’Angiò (Anjou).

Il clou della terza parte del Tresor, un modello di lettera, è niente meno che un invito ufficiale, “col comune assenso della città”, al re di Francia perché assuma la signoria (nel testo si dice Roma, ma è chiaro che ci si riferisce a Firenze), con regolare stipendio, “un salario di 10 lire di tornesi”, portandosi dietro “dieci giudici e dodici notai”, “voi e tutto il vostro seguito”, epperò “a vostro rischio per le persone e le cose”, insomma intervenga con le sue truppe in Italia, contro gli eredi dell’imperatore Federico.
[...]
Il Tresor non è “pacifista”, ma ha buoni consigli per tutti, sulla necessità di avere comunque obiettivi chiari, una exit strategy: “In tempo di guerra, quando è necessario combattere, i signori devono in primo luogo cominciare la guerra con l’intenzione di poter vivere in pace dopo il combattimento, senza fare torti (II, 86).
Il problema è che anche chi aveva approvato, o addirittura invocato l’intervento, tende a cambiare idea quando le cose si mettono male. L’entusiasmo per Carlo si erano rapidamente raffreddato, anche per coloro che l’avevano poco prima invocato ed “eletto” salvatore d’Italia. Persino Papa Clemente VI, che lo aveva nominato re di Sicilia e addirittura proprio vicario, si mise a rampognarlo di malgoverno, e di aver disatteso i suoi consigli.

Sotto accusa erano in particolare le sue politiche fiscali, che avevano scontentato tutti. Scoppiarono rivolte contro l’eccesso di tasse. In particolare, la “decima” per finanziare una crociata contro Costantinopoli ortodossa (anziché per la “liberazione” di Gerusalemme musulmana) aveva rovinato la Sicilia. Anche gli amici di un tempo cominciarono a prendere le distanze.

Una copia della prima edizione italiana del Tesoro già dice che è stata scritta da Ser Brunetto “per amor del suo nimico”, anziché “amico” come diceva il Tresor in francese.
Gli danno ormai del tiranno, del “più Nerone che Nerone”, peggio persino dei saraceni: “Tu vero Nerone Neronior, et crudelior saracenis”. Finché con la rivolta dei Vespri siciliani, per i francesi di Carlo si mette davvero male. C’è persino chi ritiene che nei Vespri ci fosse lo zampino di Ser Brunetto.
Faceva finta di essere dalla parte di Carlo “ma in tutte cose al segreto gli fu contrario… acconsentì e diede aiuto e favore al trattato e rubellazione ch’al re Carlo fu fatto dell’isola di Cicilia”, sostiene il Villani.

Se a questo punto volete sapere perché, pur con tutto l’affetto e il rispetto che gli porta, Dante lo manda all’inferno, a rischio di deludervi, vi confesso che non lo so.
[...]
Anche per gli altri, nominati in sua compagnia, di cui ci viene detto che “saper d’alcuno è buono; de li altri fia laudabile tacerci”, e che “tutti fur cherci e letterati grandi e di gran fama, d’un peccato medesimo al mondo lerci”, può far venire in mente Pasolini o l’argomento preti e pedofilia, ma non è accertato che di questo si tratti. C’è chi ha osservato che i nominati occupavano quasi tutti di finanza, quindi Dante che è un po’ moralista potrebbe avercela con loro perché troppo “furbetti” [...].

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sabato, marzo 10, 2007

Economia della Salvezza


(dall'Enciclopedia di Giacomo B. Contri)

PENSIERO

"C’era una volta il “docetismo” (da dokéin-sembrare), ma nessuno sa più che cosa era, soprattutto è: oggi, secolarizzato, si chiama Psicologia (docetismo sull’uomo), Riforma della scuola e altro.

Ai vecchi tempi si chiamava così quella teoria nonché eresia secondo cui l’incarnazione era il look umano di Dio, un trucco divino.
Dio si sarebbe messa su una sembianza umana (tecnologia?, illusionismo da Mandrake?) Perché?
Perché con questo audiovisivo divino voleva compiere un atto pedagogico verso quei bestioni o bestiole dal pensiero debile che noi saremmo, per farci entrare in testa qualcosa, neanche tanto, qualcosina.
Filosofeggiando, si suddivide Cristo tra l’apparenza (uomo) e l’essenza (Dio). Teatro, e buffonesco.

Dunque l’incarnazione fasulla di un Dio cui non sta affatto bene farsi uomo, anzi non ci… pensa neanche. Ma fa questa mascherata pedagogica perché, si sa, Dio è tanto buono buono buono buono buono buono buono… Notare la serie: dopo un po’ non significa più niente, resta la sola sequenza alfabetica: b/u/o/n/o.

Non gli sta bene, ma una finzione pedagogica, why not? Ecco un Dio trasformato in Ministro Pubblica Istruzione e Psicologia in aeternum.

Non erano stupidi quei docetisti, ben pensata! In questo modo potevano anche fare finta crederci, sapienti “gnostici” che “sanno” come funziona la baracca.
Però non erano neanche stupidi quei cristiani che hanno mangiato la foglia ma non l’hanno bevuta. Per essere ortodossi a basta non essere stupidi. Ma oggi nessuno si accorge più di niente.

Nella pensata i bersagli sono due pensanti.
Il primo siamo noi, ognuno di noi, da istruire un ma non tanto eh!, che faccia il bravo. L’altro – ma l’accento è sulla simultaneità: colpire lì è colpire là – è Cristo stesso. Se è tutto un trucco, un dispositivo pedagogico, allora Cristo è un debile celestiale, non pensa, è materiale didattico, oggi al computer.

Cogliere il pensiero di Cristo non è difficile, basta cominciare a raccoglierli, al plurale, i pensieri, uno dopo l’altro. La lista è notevolissima, provare per… credere. Essi, al plurale, dicono che è davvero un pensiero, uno, consistente, coerente, inventivo, propositivo, efficace, critico, incoraggiante il pensiero stanco.

Che pensa bene, pensa giusto, ha ragione.

Ho già fatto notare quando Pietro gli dice “Tu solo hai parole di vita eterna” gli dice: “Hai ragione tu”.
A volte “fede e ragione” si ragiona da docetisti perché: da una parte si mette Cristo come il materiale obelisco della fede, dall’altra la ragione come le pezze che ci mettiamo noi – pescandole dai agli esistenzialisti - per dare ragione di tale fede. Ma in questo modo annulliamo il pensare personale di Cristo come il sigillo dell’incarnazione (il noùs Kristoù di S. Paolo): ai docetisti faceva problema che Cristo fosse anatomo-fisiologicamente a posto, purché non pensasse.
La ragione – da finanziare, certo, come ogni investimento: è la “grazia” - sta nella facoltà di dire ragione”. Uno razionale come lui io non l’ ho mai incontrato.
Due esempi di quel pensiero e della sua razionalità.
Il primo l’ho già dato. “Se la pianta di non fa fichi che sia tagliata”, ossia che venga trasformata in un’altra cosa o res o ente o (legna da ardere). Con questa frase Cristo si contrappone all’ontologia greca. Questa avrebbe detto: “Una pianta di fichi è sempre e comunque una pianta di fichi”. Cristo replica: “Una pianta di lo è se e solo se mi dà soddisfazione, ossia se fa frutto”. Seguono i discorsi economici di Gesù. Il secondo alla prossima volta.

Cristo dice: «A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». Ancora economia, pensiero economico. Anche questa è una di quelle frasi portano la spada. Se uno fosse contro, capirei se lo volesse crocifiggere."

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mercoledì, febbraio 22, 2006

"questo, d'ignoto amante inno ricevi" (2)

In Festo Cathedra Beati Petri Apostoli


E' difficile per quelli che non hanno mai conosciuto persecuzione,
E che non hanno mai conosciuto cristiano,
Credere a questi racconti di persecuzione cristiana.
E' difficile per coloro che vivono presso una Banca
Dubitare della sicurezza del proprio denaro.
E' difficile per coloro che vivono presso il Commissariato
Credere nel trionfo della violenza
Pensate che la Fede abbia già conquistato il mondo
E che i leoni non abbiano più bisogno di guardiani?
Avete bisogno che vi si dica che qualunque cosa sia stata, può essere ancora?
Avete bisogno che vi si dica che persino le modeste cognizioni
Che vi permettono d'essere orgogliosi di una società educata
Difficilmente sopravviveranno alla Fede a cui devono il loro significato?
Uomini! pulitevi i denti quando vi alzate e quando andate a letto;
Donne! pulitevi le unghie.
Voi pulite il dente del cane e il tallone del gatto.
Perchè gli uomini dovrebbero amare la Chiesa? Perchè dovrebbero amare le sue leggi?
Essa ricorda loro la Vita e la Morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare.
E' gentile dove essi sarebbero duri, e dura dove essi vorrebbero essere teneri.
Ricorda loro il Male e il Peccato, e altri fatti spiacevoli.
Essi cercano sempre d'evadere
Dal buio esterno e interiore
Sognano sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono.
Ma l'uomo che è adombrerà
L'uomo che vorrebbe essere.
E il Figlio dell'Uomo non fu crocifisso una volta per tutte:
Ma il Figlio dell'Uomo è sempre crocifisso
E ci saranno sempre Martiri e Santi.
E se il sangue dei Martiri deve scorrere sui gradini
Dobbiamo prima costruire i gradini;
E se il Tempio dev'essere abbattuto
Dobbiamo prima costruire il Tempio.




T.S.Eliot.

"Coruses from the Rock"

(Cori da "la Rocca" )



[DIVO ALOYSIO GIUSSANEO DICATUM]

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venerdì, febbraio 25, 2005

Ratione Peccati II

Don Giussani […] Allora io proporrei di sospendere il tema che ho dato stamattina e domandarci a bruciapelo: che cos’è per noi il cristianesimo.

[…] Proviamo anche a domandarci quando mai ci siamo posti questa domanda, non come spontaneamente frullata in testa, ma con una volontà sistematica: “sistematica” non nel senso scolastico del termine, ma nel senso vitale del termine, perché la vita è un organismo, è un sistema.
Se lo sentite come un cambiamento un po’ presuntuoso e pesante, ritorniamo al tema di prima. Ma io propongo questo cambiamento perché non mi sembra proprio un cambiamento. Casomai ci aiuterà a saltare dei passaggi inutili, perché a noi non interessa il movimento, per noi, è questa risposta alla vita. …
Forza, entriamo in medias res. Cos’è per noi il cristianesimo?

Intervento Sono stato richiamato a concepire questo luogo come il luogo della presenza del Signore, e quindi della mia verità, e non come luogo di gente che si ritrova perché la pensano tutti alla stessa maniera su un determinato punto. Ho capito che qui dentro, con questi volti, con queste persone, si gioca la mia salvezza.

Don Giussani E allora? Il tuo intervento – si vede che sono un po ottuso – che connessione immediata ha con la domanda che ci siamo posti?

Intervento
La connessione immediata è che è qui dentro…

Don Giussani Ma che cosa è il cristianesimo?

Intervento È la verità della mia vita.

Don Giussani
Tu hai usato anche un’altra parola: la parola “salvezza”.
Soltanto, ragazzi, che dobbiamo sfondare queste parole! Non si capisce una parola, se non in quanto se ne percepisce lo “spessore” – come dite voi -, lo spessore esistenziale. Una parola è come un indice: è un segno, segno di una realtà; un segno, proprio come c’è una freccia… Allora, non si capisce una parola, se non si percepisce la realtà che essa indica.
Per questo la domanda: “Che cos’è il cristianesimo?” è – a mio avviso – la domanda più urgente per noi che diciamo di esserci impegnati con esso. Ma lo è per tutto il mondo se – anche solo come ipotesi – il cristianesimo è inteso come la proposta della storia per una autenticità maggiore del cammino umano e per una sicurezza nei confronti del destino.

Allora della parola “salvezza”, come anche della parola “verità”, bisogna che si rompa l’involucro formale, perché qualsiasi cosa che l’uomo usi tende al formalismo. Qualsiasi rivoluzione e qualsiasi riforma – qualsiasi! – cadono immediatamente nel formalismo, nella standardizzazione, nello schematismo. C’è un peso d’inerzia dentro l’impeto umano per cui la ricchezza di tale impeto viene indirizzata verso la morte, subito! È il peccato originale, si dice.
Il peccato originale è la parola che sembra la più evacuabile dal nostro linguaggio – e, infatti, tanta teologia del postConcilio l’ha evacuata completamente -, perché non sembra, appunto, connettersi con nulla, sembra non coincidere con niente dell’esperienza, non avere aggancio a nessun fatto della vita; così tutto quanto il pensiero moderno la considera astratta e cerca di identificarla tutt’al più con un gap, con la distanza tra quello che l’uomo è e quello che deve essere. Perciò la parola “peccato originale” indicherebbe lo stadio inferiore di una evoluzione: il peccato originale sarebbe l’evoluzione che non è ancora avanti come dovrebbe. Mi spiego?
Invece no! Il peccato originale è un’idea essenziale dell’antropologia cristiana, e indica questo: qualunque sforzo, qualunque iniziativa che l’uomo prenda (intellettuale o pratica, di dottrina o affettiva), esistenzialmente scivola, tende a scivolare verso la morte, verso il formalismo, verso la sclerotizzazione totale.



Forse qualcuno ricorda il paragone che facevo a scuola, quello del filo: se io cammino su un filo a terra, ce la faccio bene. Ma prendete lo stesso filo e tiratelo su di cento metri: non ce la faccio più. Quindi, la capacità teorica, strutturale, di fare così, io ce l’ho, ma se la condizione esistenziale muta, non sono più capace di farlo: se voi me lo tirate su di cento metri, ci vuole un equilibrista.
È un paragone. La dottrina cattolica, del peccato originale dice questo: che l’uomo strutturalmente dovrebbe essere capace di fare certe cose, ma esistenzialmente si trova in una condizione tale – la sua situazione esistenziale - che è incapace di perseguire gli ideali che gli nascono dentro, e l’impeto ideale si corrompe in un rotolare verso la morte, subito!

È impressionante quanto questa idea cristiana, se la si fa agire nella propria esistenza, si riveli comprensiva dell’esistenza stessa.

Se uno non ha ancora sorpreso in se stesso questa corruzione dei suoi ideali più nobili come impeto originale (l’affezione alla donna, l’attenzione all’altro, la compassione per l’altro, la passione per la verità, il fascino che attira l’uomo verso la realtà e il cui volto immediato è la curiosità, il fascino travolgente della curiosità), se uno non ha ancora scoperto in se stesso la corruzione immediata che questi impeti nobili immediatamente assumono (è come se non stessero a galla, come se non riuscissero a stare all’altezza a cui l’impeto ci manda), non è ancora un uomo; è ancora un bambino.

[…]e quanto più uno pretende di crearsi da sé un sistema per correggere tale destinazione amara di quello che di più buono sente nascere in sé, tanto più genera una situazione illusa, che aggrava – alla fine – i termini della questione.
La presunzione dell’uomo di salvarsi da sé è all’origine di tutti i dispotismi, di tutti i terrorismi, di tutte le intolleranze, dalla società alla vita familiare, dalla vita consociata ai rapporti di amicizia.

Al cristiano a cui è stato portato l’annuncio della salvezza, viene tolta la disperazione e rimane questa tristezza illuminata e piena di speranza.


(Tracce Febbraio 2005)

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venerdì, gennaio 28, 2005

In Festo Divi Thomae Aquinatis

OVVERO: PACATA ESPOSIZIONE AI NEOFITI,DEI BASILARI“RODIMENTI” DEL CATTOLICESIMO.

Pur avendo la nomea d’essere un fiero controriformato, sostengo altresì l’importanza della libertà religiosa.
Ogni uomo deve essere libero di aderire o meno a quei valori, ideali e speranze che la propria coscienza gli indica essere giusti e veraci. È da noi considerata alta conquista della dignità umana, quella libertà di astenersi o meno dal professare un culto nei confronti del Numinoso, che i regimi democratici ci garantiscono.

Or bene.Se un uomo – con tanto di profilassi democratica – ritenendo di essere bisognoso dell’“eterna salute delle anime”, abbraccia la Fede Cattolica; poiché la ritiene strumento della incorporazione a Gesù Cristo: “presso il quale abbondante è la redenzione”; è obbligato – dalla coscienza - ad aderire, in tutto, a quello che “Dio ha rivelato e la Santa Chiesa ci propone a credere”.

Che cosa è la fede? Dice il più grande genio del secondo millennio che << Credere è un atto dell’intelletto che, sotto la spinta della volontà - mossa da Dio per mezzo della grazia - da il proprio consenso alla verità divina. >>

La fede è una virtù “teologale”, cioè che ha per oggetto Dio; il credere in Lui, credere in quello che ha rivelato. Quindi, implicitamente, si accetta la possibilità stessa che esistano canali di comunicazione tra il divino e l’umano, ed altresì accettare che ci siano delle “cose” a cui noi non avremmo mai pensato lontanamente e che sappiamo invece perché Dio stesso ce le ha volute rivelare: i misteri della fede.
“ Dobbiamo credere i misteri, perché li ha rivelati Iddio, il quale essendo Verità e Bontà infinita, non può ne ingannarsi ne ingannare” (Catechismo di S.PioX n871)
Tali “misteri della fede” quali: l’unità e trinità di Dio; l’incarnazione della seconda persona della santissima Trinità e sua conseguente morte e resurrezione; il battesimo “per la remissione dei peccati”; “la risurrezione della carne” e “la vita eterna”; sono l’oggetto della fede e in tale campo non c’è alcuna democrazia!

(Mi permetto - per inciso - una piccata osservazione: non capisco come non provino almeno un leggero imbarazzo coloro che vanno per i campi della dogmatica cattolica a cogliere il proprio bouquet di verità in cui credere. In base a quale principio logico ci viene pacifico accettare le decisioni di fede del concilio di Nicea o di Calcedonia, mentre storciamo un po’ il naso al solo sentir nominare Trento e Pio IX? Forse che il dogma della Trinità sia stato definito con un linguaggio più evangelico di quello dell’infallibilità pontificia? )

Le verità di fede sono state fissate nelle definizioni dogmatiche sancite lungo i secoli dai gerarchi della Chiesa, la quale – per dogma di fede - anch’essa è infallibile, come si suol dire: stiamo in una botte di ferro!

Il benevolo lettore potrà pensare che tutto questo insistere sui dogmi sia svilire l’essenza del Cristianesimo la cui “fonte sorgiva” sono le Sacre Scritture. Questa è una ingenuità che io non perdono agli eresiarchi cinquecenteschi e tanto meno – avendo noi a disposizione una vastissima documentazione storica – ai contemporanei. La vera questione non è filologica: la questione in gioco è l’autorità della Scrittura.
La Bibbia si è imposta forse da sola quale fonte di autorità? Non sono state delle autorità ecclesiastiche a stabilire quali libri erano ispirati da Dio? Chi ha dato tanta autorità alla Bibbia? E da dove l’autorità dei chierici di stabilire quale libro è sacro e quale no?
Se il paziente lettore si fosse mai intrattenuto ad una messa, saprà che alla fine delle letture bibliche vien detto: “Parola di Dio” (al che l’assemblea risponde – per il vero con malcelato scarso entusiasmo – Rendiamo grazie a Dio).
Vorrei far notare che la sottolineatura che quella appena proclamata è “la” parola di Dio è sancita dall’autorità della Chiesa che – come direbbe Fiorello nella fastosa parodia di Ignazio La Russa – “molto de-mo-cra-ti-ca-men-te” inculca tale dogma al fedele.

Non vorrei che il mio argomentare potesse, in alcun modo, amareggiare l’eventuale mio lettore postconciliare; il mio verecondo intento è di mostrare l’arbitrarietà di qualunque contrapposizione tra le nobili sorgenti della Scrittura e la – postuma e “ristagnante”- Tradizione ecclesiale. Noi, qualunque siano le nostre convinzioni religiose, non ci rapporteremo mai asetticamente nei confronti della Bibbia, dopo duemila anni che – lo ribadisco: dalla Chiesa! – viene posta su piedistalli marmorei, baciata ed incensata dai ministri del culto.
Non credo che il cattolico di oggi abbia maggior fede nella divina ispirazione della Bibbia rispetto ad un cattolico di mille anni fa: oggi, a differenza che per lo passato, c’è maggiore familiarità del cristiano comune con il testo sacro (così si spera).
Gli scritti di tutti gli autori medievali – bolle di Bonifacio VIII in testa – trasudano di citazioni delle Sacre Scritture; la Bibbia era “la” cultura e compito precipuo dell’intellettuale era il commentarla.
Ciò che il Concilio Vaticano II ha voluto fare mettendo il vangelo in mano al volgo, non è stato quello di trasformare i cattolici in pseudo Testimoni di Geova, pronti a citarti a menadito questo o quel versetto acconcio alla circostanza, ma è stato quello di incrementare nei fedeli – o molto più spesso creare ex novo! – la devozione verso la Sacra Scrittura. Scopo della traduzione della Bibbia in vernacolo non è accrescere la fede nella divinità delle Scritture ma fare della Scrittura uno strumento di preghiera, oggetto di meditazione su quelle verità a cui bisogna credere fermamente e che ti sono state già esposte precedentemente dai vari Catechismi e documenti affini.

Scopo di questa mia ESTENUANTE esposizione è stata quella di evidenziare meglio, il comune errore di confondere il concetto di FEDE e di DEVOZIONE.

Per FEDE si intende accettare il “Credo”. Le formule di fede quindi già ci stanno, la fede di un cattolico consiste nell’aderire a quel corpus sedimentato della “fede della Chiesa”. Avvisa il beato Pio IX, proclamando il dogma dell’Immacolata Concezione che << Se qualcuno dunque avrà la presunzione di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito (Dio non voglia!), sappia con certezza di aver pronunciato la propria condanna, di aver subito il naufragio nella fede, di essersi separato dall'unità della Chiesa >>.

Ma una cosa è credere al dogma dell’Immacolata Concezione, altra cosa è nutrire devozione per l’Immacolata.
Certo, è impossibile aver devozione senza aver fede, ma è possibilissimo avere fede senza provare devozione.
Il cristiano DEVE credere nell’efficacia redentiva della dolorosa Passione di Cristo, ma altra cosa è sentire devozione verso “le Cinque Piaghe” o solo per “il Sacro Costato”; per la “Santa Piaga della Sacra Spalla”o per il “Preziosissimo Sangue”. In questo campo la Chiesa ha sempre lasciato quasi illimitato spazio all’effusione dei sentimenti umanissimi con cui i fedeli volevano tradurre i contenuti della fede. Ed in tale campo più che la teologia, contano i temperamenti dei popoli, le mentalità del periodo storico, la geografia,etc: quindi spesso si assiste a delle vere e proprie devote “mode”per questa o quella Madonna – con bambino al seguito o senza – per questo o quel santo.
Se la chiesa proclama un santo, i fedeli sono tenuti a credere che l’anima, della persona elevata agli altari, si trovi veramente in Paradiso ma nessuno sarà obbligato mai a rivolgergli preghiere.

Vorrei, quindi, riaffermare anch’io l’alto valore della democrazia nelle questioni di DEVOZIONE: chi vuole venerare, veneri. Chi non vuole, si astenga.

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