giovedì, ottobre 04, 2007

Pacco, contropacco e contropaccotto /9


Ai primi di Marzo 2007 l'Università di Bologna aveva deciso di conferire a Sua Santità Alessio II la laurea Honoris causa in Diritto Canonico.
Alessio II, Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie, rispose accettando con favore ma facendo presente che, essendo la città di Bologna in Italia, ed essendo l'Italia "territorio canonico" della Chiesa Cattolica Romana, per ragioni protocollari ad accogliere Sua Santità Alessio doveva esserci il "pari grado" Sua Santità Benedetto XVI in persona (e non certo un "misero" cardinale arcivescovo!).
Il "Magnifico" Pier Ugo Calzolari ha risposto con una lunga ed articolata lettera in cui, in sostanza, lo invitava a fissare la data della propria calata su Bologna senza aspettarsi preventivamente la conferma della presenza del Romano Pontefice, ammiccando, molto italianamente, che poi, come suol dirsi "da cosa nasce cosa". Per poi meglio spiegare all'algido Presule che la legge "canonica" del popolo italiano è quella dell'arte d'arrangiarsi, il Rettore a Pasqua s'è recato a Mosca assieme al professor Andrea Zanotti, il docente di Diritto canonico che ha proposto la laurea ad Honorem.

Il Patriarca ha risposto invitando nuovamente la delegazione a recarsi a Mosca a maggio per la festa dei Santi Cirillo e Metodio però questa volta in forma ufficiale così che, di solennità in solennità, al termine della divina liturgia nella basilica dell’Ascensione al Cremlino, il Patriarca ha ricevuto la delegazione bolognese nell'attiguo palazzo del Patriarcato felicitandosi per il fatto che la decisione di conferirgli la laura honoris causa fosse stata presa all'unanimità ( quasi per ispirationem sive per acclamationem).
La delegazione dello "Studium" bolognese s'è mostrato comprensiva per la necessità di Alessio II di tempo per organizzare il suo "gran tour" e per meglio significare l'ansia di accogliere il Patriarca la delegazione ha annunziato che alcuni generosi bolognesi si sono proposti di finanziare completamente i restauri dell'antica chiesa moscovita dedicata a San Clemente Papa.

Il problema del "territorio canonico" è la grande spina nel fianco del dialogo tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa russa poichè l'istituzione di vere e proprie diocesi di rito latino nel territorio dello Stato russo è considerata una violazione dei sacri canoni stabiliti dai primi concili ecumenici che vietavano ad un patriarcato di fondare diocesi nel territorio di un altro patriarcato; un patriarcato poteva creare nuove diocesi solo nei territori ancora privi di strutture ecclesiastiche; ragion per cui si accusa la Chiesa cattolica di considerare "la Santa Russia" al pari di una nazione pagana!
Il fatto che le diocesi di rito latino non abbiano il nome della corrispondenti diocesi ortodosse ma prendano il titolo dalla Chiesa cattedrale (per cui ad esempio il vescovo cattolico di Mosca non ha il titolo di "Arcivescovo di Mosca" -che è il titolo di Alessio II!- ma "Arcivescovo della Chiesa della Madre di Dio a Mosca" viene giudicato non un segno di rispetto ma solo un "bizantinismo".
Però la creazione di diocesi russe-ortodosse in "territorio canonico" cattolico non pare comporti problemi dato che vi è persino un Metropolita del Patriarcato di Mosca che si fregia del titolo di "vescovo di Vienna" quando è universalmente risaputo che Vienna da tempo immemorabile è una sede episcopale romano-cattolica!
L'antica regola che recitava: "un solo vescovo per una città" nel cattolicesimo, seppur ancora valida ed applicata, ha le opportune eccezioni quando in un medesimo territorio vi sono cattolici di differente rito (e quindi vi possono essere due o più vescovi di rito differente nella medesima città) oppure sono state create diocesi non organizzate territorialmente.
Ma anche nelle varie Chiese Ortodosse, nonostante le dichiarazioni formali di fedeltà all'organizzazione ecclesiastica stabilita quando c'era l'Impero Romano, nella realtà dei fatti anch'esse hanno costituito delle diocesi in territorio "non canonico" -alla stregua di "prelature personali"- arrivando poi a situazioni come quella dell'Ungheria dove per sopperire alle necessità pastorali della piccola minoranza ortodossa c'è un vescovo ortodosso romeno, un vescovo ortodosso russo, uno vescovo ortodosso bulgaro, uno ortodosso serbo, un vescovo poi che obbedisce al Trono Ecumenico, oltre ovviamente al vescovo della Chiesa autocefala ortodossa ungherese!

Si è detto che se il Patriarcato di Mosca tratta "a pesci in faccia" la Chiesa Romana lo fa proprio perchè la riconosce come vera Chiesa "sorella" e quindi ne riconosce la validità dei sacramenti ed anche quella della validità della successione apostolica dei vescovi: infatti il Patriarcato di Mosca non ha reagito con altrettanta virulenza di fronte alla fondazione in Russia di "sette" protestanti e non minacciandoli di interrompere il dialogo ecumenico, come invece ha fatto nei riguardi della Chiesa Cattolica!

E' poi da valutare l'atteggiamento del Patriarcato di Mosca che si fa forte del proprio primato nel numero di fedeli e ne fa un'arma egemonica di fronte a tutte le altre Chiese autocefale. Pertanto il "niet" ad un incontro del Patriarca moscovita col Pontefice romano mentre invece gli altri patriarchi ortodossi, volenti o nolenti, hanno abbracciato il Vescovo di Roma, vuol essere la prova provata che senza il consenso di Mosca è impossibile giungere ad una rappacificazione tra cattolicesimo ed ortodossia. Morale della favola: l'effettivo leader dei cristiani ortodossi non siederebbe sul Bosforo ma sulla Moscova!

La politica di ostruzionismo fino ad ora ha funzionato tanto che la prevista partecipazione congiunta del sedici volte Benedetto e del Patriarca Ecumenico Bartolomeo al summit teologico cattolico-ortodosso previsto a Ravenna dal 7 al 15 ottobre 2007 è saltata!
Se Cristo si è fermato ad Eboli Bartolomeo I è fermato a Napoli: ivi incontrerà Benedetto XVI durante la (prevista ad hoc) visita pastorale del papa alla città partenopea, domenica 21 ottobre.



Nel frattempo però anche Alessio "lento pede" si è mosso!
Per la prima volta da quando nel 1990 è stato eletto Patriarca di Mosca ha compiuto un viaggio all'estero che non fosse in un paese a maggioranza ortodossa, entrando in "territorio canonico" della Chiesa Cattolica per recarsi a Strasburgo su invito delle autorità della Comunità Europea.
Intervistato da Le Figarò (primo ottobre 2007) Alessio II ha così spiegato le ragioni del suo viaggio:
"In diciassette anni al servizio della Chiesa, ho visitato 83 diocesi della Chiesa ortodossa russa. Ho dunque sempre avuto intenzione di visitare la diocesi di Chersonèse, che si trova in Francia.
Questa visita e' stata accelerata dall'invito del presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa , che mi ha proposto di parlare all'aula. Nel visitare Strasburgo, non potevo ignorare Parigi.
Ho quindi accettato con piacere l'invito della Conferenza episcopale francese. Sono felice di potere chiarire il nostro punto di vista ed ascoltare quello della Chiesa Cattolica. La questione essenziale e' l'uomo. Noi viviamo in un mondo secolarizzato, che cerca di marginalizzare la religione. Occorre difendere i valori spirituali."


Innanzitutto il Patriarca sostiene di essersi recato in visita pastorale alla sua diocesi ortodossa presente in Francia, in territorio canonico del "Patriarcato di Roma", senza che ci fosse a Parigi ad accoglierlo un Patriarca pari grado ma solo un arcivescovo della città che ancora non è nemmeno cardinale! Perchè mai il Papa di Roma non potrebbe andare a visitare i vescovi cattolici presenti nel territorio della Confederazione Russa senza curarsi di incontrare il Patriarca ortodosso?

Si obbietterà che recarsi a Bologna non è come recarsi a Parigi perchè il Papa sta in Italia e non in Francia.
Però la Francia come l'Italia, dal punto di vista caro all'ecclesiologia degli ortodossi, fa parte del "patriarcato" di Roma.
Parrebbe quasi che l'abolizione dall'Annuario pontificio del titolo di "Patriarca d'Occidente" sia servito proprio a rendere più agevole gli spostamenti di Alessio II.

Il viaggio in Francia di Alessio II dal punto di vista ecumenico potrebbe essere letto come un gesto "forte"! Potrebbe essere l'implicita accettazione da parte della Chiesa ortodossa dell'analisi storica esposta dalla Chiesa cattolica per giustificare l'abolizione del titolo di "Patriarca dell'Occidente": tale titolo fu sempre vissuto dai papi come un titolo puramente onorifico poichè diversamente da quello dell'Impero Romano d'Oriente, il cristianesimo latino non ha mai avuto una struttura organizzativa unita ed omogenea come nei patriarcati dell'oriente bizantino.
Le Chiese dell'Occidente latino seppur vedendo nel Vescovo di Roma la somma autorità si erano strutturate in macro regioni (la Chiesa visigotica di Spagna, la Chiesa gallicana etc) poi trasformandosi in "Chiese di Stato" e negli ultimi tempi configurandosi in "Conferenze episcopali nazionali".
Se così fosse, questo spiegherebbe il perchè Alessio II abbia trovato conveniente che il 3 ottobre ad omaggiarlo fosse il cardinale Jean-Pierre Ricard, arcivescovo di Bordeaux in qualità Presidente della Conferenza Episcopale francese (e non il "pari grado" Patriarca di Roma).

Nel pomeriggio un'altro sommamente significativo gesto del patriarca è stato quello di partecipare nella Basilica di Notre Dame ad una pubblica preghiera comune con l'arcivescovo di Parigi che gli ha fatto omaggio di una speciale ostensione della reliquia della corona di spine che si trovava orginariamente a Costantinopoli e fu poi comprata da San Luigi IX. Si ricordi che quando Giovanni Paolo II si recò nel 2001 in Grecia l'Arcivescovo di Atene non acconsentì a celebrare nessuna preghiera comune e solo durante l'incontro privato -a quattrocchi e senza testimoni- si arrese alla richiesta papale di recitare insieme il "Padre Nostro".

Sicuramente, da parte Ortodossa in questi pochi anni ci sono state delle positive aperture, spero solo che la causa non sia da attribuire solo alla provenienza geografica del Papa di Roma (per i Russi i Polacchi sono sempre stati i nemici storici)!

Grande meraviglia, è stata la mia, nel non trovare nei mass media italioti (tranne ovviamente nell'Avvenire) alcuna eco del discorso che il 2 ottobre Alessio II ha tenuto al Consiglio d'Europa.
Alessio II ha deprecato il «relativismo morale»:
«C'è oggi una frattura funesta tra i diritti dell'uomo e la morale. La si può vedere nella comparsa di una nuova generazione di diritti che sono in contraddizione con la morale, fino alla giustificazione di atti amorali con l'aiuto dei diritti dell'uomo»; ammonendo che di fronte ai convincimenti etici dei singolo «non c’è potere dello Stato che possa interferire in ciò».
Tra l'altro ha poi additato il pericolo di «estromettere la religione dalla sfera pubblica per relegarla nel privato» ma che anzi andrebbe incoraggiato lo studio della religione nelle scuole al fine di formare nelle nuove generazioni quei morali che sono i pilastri sui quali si regge la società.
Insomma, un discorso che pareva scritto da Benedetto XVI e che ne ha pertanto decretato la subitanea damnatio memoriae poichè a molti non pare opportuno propagandare alle masse che la Chiesa cattolica non è rimasta da sola ad ostinarsi a riproporre le sue tesi antiquate, e che pertanto non è vero -come invece l'intelighentia ci dice, martellante, ogni santo giorno! - che l'unica strada per il Cattolicesimo per essere "più ecumenico" sia quello di abbracciare le magnifiche sorti e progressive del protestantesimo!

A proposito di politically correct, ad una -in vero, poco fantasiosa- domanda rivoltagli sulla discriminazione degli omosessuali Alessio II ha risposto che sono sbagliate le di­scriminazione verso gli omosessuali ma parimenti non si può tollerare la libera propaganda di comportamenti peccaminosi che: «cambiano la personalità dell’uomo, in questo senso sono una distorsione, una malattia».
L'avesse detto il papa sarebbe stato sottoposto ad un massacro mediatico, ci sarebbero state marce di protesta e qualche attivista gay come i bonzi si sarebbe dato fuoco in Piazza san Pietro!
Ma neanche delle "medievali" dichiarazioni di Alessio II nessuna risonanza suo mezzi di comunicazione italiani di solito invece sempre solleciti al cicaleccio ecclesiastico tanto che persino la nomina del "sacrestano" del papa diventa una notizia da prima pagina!
La Chiesa ortodossa, nonostante tutto, però consente ai preti di sposarsi: meglio presentarli come tipi simpatici, no?

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domenica, settembre 30, 2007

Non sono Mosè, chiamatemi Patriarca! 4



Se all'epoca dell'agonia di Papa Wojtyla i sociologi coniarono l'espressione "generazione Giovanni Paolo II" per etichettare la commozione (e il sentimento di smarrimento) di tutta quella grossa fetta di cattolici dai trent'anni in giù che non aveva avuto altro papa all'infuori di lui, credo che si possa teorizzare qualcosa di simile per il giovane popolo rumeno per cui il nonagenario Patriarca Teoctist pareva essere eterno.
Eletto capo supremo della Chiesa Ortodossa Rumena, poco prima del crollo dell'impero sovietico, nel 1986 quando già era un vecchio ultra settantenne Teoctist è rimasto per oltre un ventennio sempre lucido ed in buona salute dando ai fedeli ortodossi l'impressione -di contro ai veloci sconvolgimenti politici, economici e sociali dalle Romania- di aver a che fare con una icona immarcescibile!

E affinchè il popolo italiano fosse rincuorato e dissuaso dal convincimento di possedere la classe politica più opportunisticamente ed ipocritamente ossequiosa della Gerarchia ecclesiastica in occasione della morte di Teoctist si è visto un Presidente della Repubblica (Traian Basescu) che, cavalcando la commozione popolare, ha solo allora trovato opportuno decorare il defunto patriarca con le insegne dell’ordine della Stella di Romania, mentre il dichiaratamente ateo ex presidente Iliescu si è esibito in inchini e ampli segni di croce di fronte al catafalco di Sua Beatitudine!

Nei necrologi d'occasione da parte di tutti si è insistito sulle accuse rivolte a Teoctist e agli altri gerarchi Ortodossi di essere stati collaborazionisti del regime comunista di Ceaucescu. Fu infatti per volontà della dittatura comunista che il vecchio e tranquillo Teoctist che molto si occupava di pregare e poco si curava di politica divenne patriarca. Evidentemente, Ceaucescu avrebbe con entusiasmo sottoscritto il noto detto della cattolico-democratica Rosi Bindi: "Io amo pensare alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio".

Che l'elezione patriarcale del 1986 fosse stata pilotata dai comunisti è provata dal fatto che, appena crollato il regime ed appena divenne bersaglio di accuse di collaborazionismo, Sua Beatitudine Teoctist nel 1990 rassegnò prontamente le dimissioni al Santo Sinodo che però lo riconfermò sul seggio patriarcale.
Grazie all'avvenuta elezione mercoledì 12 settembre 2007 del nuovo patriarca romeno sono ben arrivato a comprendere che non per mezzo di oscure trame ma con la massima estrema limpidità nel 1986 il regime comunista decretò quell'elezione di Teoctist così come le democratiche autorità politiche nel 2007 hanno decretato l'elezione di Sua Beatitudine Daniele .



Per un "latino" assuefatto, a causa di un millennio di elezioni papali, alla lapalissiana considerazioni che il potere politico non ha alcuna autorità per decidere quale sia il miglior Capo della Chiesa; anzi gli stessi "elettori" non solo debbono essere ecclesiastici ma che è inoltre più che giusto che stiano isolati "cum clave" per non subire pressioni indebite e condizionamenti esterni; non può che suscitare meraviglia la metodologia dell'elezione di un Patriarca Ortodosso!

Infatti ad eleggere il Patriarca romeno non è soltanto il Santo Sinodo cioè l'assemblea di una cinquantina di Arcivescovi, Vescovi e "monsignori" più importanti della Chiesa Ortodossa di Romania ma un più allargato "Collegio Elettorale della Chiesa" composto da 195 membri dei quali ben 88 non sono chierici ma laici: autorità politiche ed accademiche e la cosa è ancora più degna di nota se si ha presente che la soglia dell'elezione non è quella dei due terzi come per l'elezione papale ma la maggioranza assoluta ovvero la metà più uno! E se gli elettori laici nel 1986 erano i rappresentanti del dogma comunista nel 2007 sono l'espressione politica di una Romania che che vede nell'Occidente democratico la propria vocazione, nella Comunità Europea vede il proprio messia e nell'euro la propria redenzione!
Già durante i quaranta giorni di lutto per la morte del patriarca, prima della conclusione dei quali non è possibile procedere all'elezione del successore, nella persona del locus tenens Daniel Ciobotea i media romeni avevano indicato il probabile "patriarca politico".

Il cinquantaseienne Arcivescovo Metropolita di di Moldovia e Bucovina Daniel Ciobotea nato il 22 luglio 1951 (al secolo Dan Ilie: Daniel è il nome assunto al momento della professione monastica) è stato definito un "intellettuale riformista con capacità manageriali"; ha conseguito tre dottorati universitari di teologia dei quali due all’estero: presso la Facoltà di Teologia Protestante dell'Università di Scienze Umane di Strasburgo (Francia) e presso la Facoltà di Teologia Cattolica l'Università di Friburgo (Germania).
Per dodici anni è stato docente di studi ecumenici: prima presso l'Istituto Ecumenico di Bossey in Svizzera (ne è stato anche vicedirettore) e al contempo è stato professore aggregato a Ginevra e Friburgo, poi tornato in patria tra il 1988 e il 1990 è stato "consigliere patriarcale" e direttore del Settore Teologia Contemporanea e Dialogo Ecumenico del Patriarcato.
Nel 1990 fu consacrato vescovo e da quel momento è stato sempre il rappresentante ufficiale della propria Chiesa nell'ambito del dialogo ecumenico.

In veste di esperto di ecumenismo il Metropolita Daniel si è trovato non solo ad organizzare ma anche a presiedere la Terza Assemblea Ecumenica Europea si è svolta a Sibiu e per la prima volta in un paese a maggioranza ortodossa (dopo quella nella protestante Ginevra e nella cattolica Graz) contribuendo, così, a dare alla nazione romena l'orgoglio di un altro "primato" di modernità e di democrazia della propria Chiesa Autocefala rispetto alle Chiese Autocefale delle nazioni vicine dell'Europa Orientale.

Nella prima settimana di settembre in qualità di luogotenente della sua Chiesa egli ha accolto oltre 2.500 delegati delle chiese cattoliche, protestanti o ortodosse che a Sibiu oltre ad assistere a spettacoli, danze e canti folcloristici della nazione romena, hanno discusso non giammai di ecumenismo ma del dovere morale dei cristiani europei di impegnarsi per la pace, per l'eliminazione della povertà, per incoraggiare il commercio equo e solidale, per difendere l'ambiente e combattere l'inquinamento. Per riaffermare, insomma, i valori cristiani nelle decisioni della Comunità Europea ed infatti la "costruzione europea" è stato l'argomenti principe della Terza Assemblea Ecumenica Europea, a cui hanno partecipato rappresentanti dell’Ue e del Consiglio d’Europa.
Gli esponenti delle varie Chiese e comunità ecclesiali hanno solennemente dichiarato di apprezzato l’impegno delle istituzioni europee nel dialogo aperto con le Chiese del continente: “se l’Europa era, all’inizio, un progetto politico volto ad assicurare la pace, ora deve diventare un’Europa dei cittadini, più di un semplice spazio economico”.
Dal punto di vista dei politici romeni l'assemblea ecumenica più che un evento eminentemente spirituale è stato uno riuscito spot pubblicitario del ruolo strategico della Romania nell futuro dell'Unione Europea (un po' come lo era stato nel 1998 il poco spontaneo invito di Teoctist al Giovanni Paolo II).

L'attività pastorale di Sua Eminenza Daniel durante gli anni di epicopato in Moldavia è stata molto felice e proficua per la capacità del presule di utilizzare i mass media per l'evangelizzazione, fondando pubblicazioni religiose come: "Vestitorul Ortodoxiei" (Il Messaggero dell'Ortodossismo)e "Candela Moldovei" (La Candela della Moldavia) ma anche anche "Radio Trinitas": la Radio della Trinità!
Inoltre è stato un abile amministratore dei beni economici del suo distretto ecclesiastico facendo diventare la Metropolia della Moldavia la più ricca del paese.

Il Patriarca Daniel è pertanto ritenuto anche un buon manager e un comunicatore abile il che spiega il fatto che la sua candidatura sia stata supportata dal mondo degli affari e dal mondo politico.
Suo malgrado egli si trova ad essere il contr'altare ecclesiastico di quella classe dirigente romena (formata da suoi coetanei cinquantenni rampanti) che mira ad una nazione idealmente proiettata -senza complessi di inferiorità- nel consesso dei popoli europei democratici ed economicamente sviluppati ragion per cui le posizioni più o meno entusiaste in campo ecumenico vengono tradotte in politichese come una maggiore o minore appoggio all'integrazione della nazione nella Comunità Europea.
Di contro, per quei membri della Chiesa Ortodossa poco ecumenici -e che anche se non fossero molti nella gerarchia episcopale non sono pochi nelle fila dei semplici monaci (cioè tra coloro che sono la coscienza della devozione dei pii fedeli ortodossi)- Daniel è stato pubblicamente apostrofato quale "massone" e un “venduto all'Occidente protestante”.

Il 12 settembre 2007 i membri del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Romena hanno comunicato ai membri del Collegio elettorale riunitosi nel palazzo Patriarcale di Bucarest la lista di tre nominativi scelti dal Santo Sinodo nella riunione avvenuta il giorno precedente. A quel punto il "collegio elettorale della Chiesa", al secondo scrutinio ha eletto il metropolita Daniel quale sesto patriarca di Romania con 95 voti, 29 in più rispetto al principale controccandidato (66 voti), l'ottantenne Bartolomeu Anania, metropolita di Cluj.
Allo scrutinio risolutivo hanno partecipato 169 elettori di cui 99 ecclesiastici e 70 laici.
Alla domenica 30 settembre è stata poi stata fissata l'intronizzazione di "Sua Beatitudine l'arcivescovo di Bucarest, metropolita della Valacchia e Dobrugia e Patriarca della Chiesa Ortodossa Romena".

Subito dopo aver saputo i risultati dello scrutinio il novello Patriarca Daniel ha ringraziato il Santo Sinodo e il Collegio Elettorale per la fiducia accordata ed ha fatto appello a tutti sia chierici sia fedeli laici per lavorare strettamente uniti: “Il Patriarca non lavora da solo, bensì con il Sinodo, con i fedeli, con i sacerdoti e con l’intera societa’. Abbiamo bisogno della cooperazione di tutti”.

Tra le congratulazioni piovute dagli ambienti religiosi e politici spicca quella del Presidente Traian Basescu che ha espresso "la fiducia che il Patriarca dedicherà la sua saggezza ed esperienza al servizio dei valori della fede e alla guida della Chiesa Ortodossa Romena, in una societa’ moderna ed europea .

Come a dire, per usare una chiosa evangelica: "Chi ha orecchie per intendere intenda!"

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mercoledì, agosto 01, 2007

Non sono Mosè, chiamatemi Patriarca! 3

MOARTEA PATRIARHULUI



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lunedì, giugno 11, 2007

Pacco, contropacco e contropaccotto /8

Ovvero: Autocefalia canaglia

L'Espresso in edicola venerdì 7 giugno 2007 pubblica un "Colloquio" tra il giornalista Gigi Riva con Sua Beatitudine Crisostomo II Arcivescovo della Chiesa Ortodossa autocefala di Cipro.

Classe 1941, Crisostomo è stato eletto "Arcivescovo di Nuova Giustiniana e di tutta Cipro" il 6 Novembre 2006 dopo aver a lungo ricoperto la carica di Presidente del Santo Sinodo della Chiesa di Cipro in seguito alla grave malattia del predecessore e in tal veste di "locum tenens" nel 2005 ha partecipato ai funerali di Giovanni Paolo II e all’inaugurazione del Pontificato di Benedetto XVI il quale, a sua volta, ha mandato una delegazione ufficiale della Chiesa cattolica alla intronizzazione di Crisostomos II a nuovo capo della Chiesa cipriota.

Arcivescovo Crisostomo II, circola voce che lei sarà il mediatore dell'incontro tra Roma e Mosca. E l'itinerario del suo viaggio del resto è eloquente.

"Una premessa. Ho chiesto io di poter vedere il papa e lo ringrazio per l'opportunità. Noi vogliamo aiutarlo in ogni modo per migliorare la relazione tra le due Chiese perché siamo figli dello stesso Padre. Sarei felice se accettasse l'offerta".

Ci sono, oggi, le condizioni per l'incontro con Alessio II?

"Ogni momento è un buon momento perché lo scopo è quello di fare ciò che è meglio per entrambe le Chiese. È chiaro che si tratta di un incontro che non si organizza in 24 ore. Prima bisogna scambiarsi i delegati, mettere al lavoro i teologi. Insomma, bisogna preparare l'evento perché sia un successo. Io sono pronto a fornire il mio contributo. Farò il possibile per farli incontrare. Loro e le Chiese".

Ha avuto modo di sondare l'opinione di Alessio II al riguardo?

"Gli sono molto vicino e sono suo buon amico. Penso di poter affermare che nemmeno per lui ci sono problemi. Quando si hanno buone intenzioni, gli ostacoli si superano".

Giovanni Paolo II ci provò a superarli, ma si trovò davanti difficoltà insormontabili. Oltretutto passava per essere più favorevole al dialogo interreligioso di papa Ratzinger. Fu lui a promuovere gli incontri di Assisi.

"Durante il pontificato di Giovanni Paolo II l'allora cardinale Ratzinger forse aveva un modo differente di vedere le questioni. Ma nella posizione attuale ha un'altra responsabilità. È il papa. E, non dimentichiamolo, è un papa teologo. Conosce bene la teologia greca e questo aiuta il dialogo tra le Chiese".[...]




Orbene, prendiamo atto e rallegriamoci tutti per l'intraprendenza ecumenica dell'Arcivescovo di Cipro e per la sua costatazione della presente concordia tra tutte le Chiese autocefale.
Nel frattempo Benedetto XVI ha anche nominato un nuovo prefetto della Congregazione delle Chiese orientali in sostituzione di Sua Beatitudine il patriarca siriaco di Antiochia, il siriano Ignace Moussa Daoud.
Recatosi il 9 giugno presso il palazzo della congregazione in via della conciliazione nella festa di sant'Efrem il siro per commemorare il novantesimo della fondazione (per volontà del predecessore Benedetto XV) della congregazione dei cattolici di rito orientale, il sedici volte Benedetto ha dato l' annuncio della nomina del nuovo prefetto nella persona del Sostituto della Segreteria di Stato l'argentino Leonardo Sandri.
Sarebbe malignità pensare che questo sia per Sandri un dorato pensionamento al pari della nomina del Sostituto agli affari esteri Jean-Lous Touran a Cardinale Bibliotecario.
D'altronde non è abituale (vedi Ratzinger e Sodano) che quando un capo dicastero presenti la domanda di dimissioni al compimento dei settantacinque anni, come prevede la legge canonica, queste vengano rapidamente accettate. Forse il cardinale Daoud soffre di problemi di salute, forse preferisce tornarsene in Siria (ma che compito pastorale può avere un Patriarca "emerito"?) o, forse, proprio per la presente accellerzione del dialogo con le Chiese ortodosse, la presenza ai vertici dell Curia Romana di uno di quelli che gli ortodossi chiamano spegiativamente un "uniate" può essere un ostacolo al dialogo, e non solo un ostacolo psicologico: si ricordi che per concedere il placet al viaggio di Giovanni Paolo II ad Atene la Chiesa autocefala ellenica pretese espressamente che il cardinale Ignazio Moussa Daoud non facesse parte del seguito papale!

Probabilmente il sedici volte Benedetto si augura che un monsignore rotto a tutte le sottigliezze della concertazione diplomatiche sia assai più adatto a trattare con le chiese ortodosse e con gli stati ortodossi poichè spesso nei paesi dell'est europeo lo sciovinismo nazionalistico rende i due elementi inseparabili.


A dispetto dell'ottimismo del buon Crisostomo di Cipro, dalla Russia ha cominciato a soffiare un vento gelido "preventivo" per bocca del solito Hilarion Alfeyev Vescovo ortodosso di Vienna e dell’Austria ( nonchè rappresentante del patriarcato di Mosca presso la Comunità Europea).

In un'intervista rilasciata venerdì 8 giugno sua eccellenza Hilarion paventa il "pericolo" di un accordo tra Cattolicesimo ed Ortodossia:

“La nostra affermazione principale è questa: il primato nella Chiesa è necessario, anche a livello universale, ma a livello della Chiesa universale non può essere primato di giurisdizione, ma solo primato d’onore”, ha detto in un’intervista all’agenzia “Interfax”.

“Storicamente, il primato del Vescovo di Roma nella Chiesa cristiana, dal nostro punto di vista, era quello dell’onore, non della giurisdizione – ha spiegato –. Ciò vuol dire che la giurisdizione del Papa di Roma non è mai stata applicata a tutte le Chiese”.

“Nel secondo millennio, il Papa di Roma è diventato de facto ‘il Patriarca d’Occidente’, con questo titolo riservatogli anche de jure fino ai tempi recenti, mentre nell’Est la Chiesa era guidata da quattro Patriarchi di Chiese ortodosse locali – quelli di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme”.

Dopo la rottura con Roma, il primato nella famiglia delle Chiese ortodosse si è spostato automaticamente a Costantinopoli, anche se i canoni delle origini ascrivono al Vescovo di Costantinopoli il secondo posto dopo il Vescovo di Roma.

A proposito del primato “non possono esserci compromessi di sorta”, ha affermato ancora il Vescovo Alfeyev.

“Lo scopo del dialogo teologico non è affatto raggiungere un compromesso – ha osservato –. Il suo obiettivo per noi è piuttosto identificare la visione originale della Chiesa del primato del Vescovo di Roma”.


Mi chiedo quando il vescovo Hilarion vorrà aprire un serio dibattito teologico per chiarire il ruolo del Patriarcato di Mosca durante il primo millennio dell'era cristiana!

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lunedì, marzo 05, 2007

Pacco, contropacco e contropaccotto /7

Ovvero: Autocefalia canaglia



Intervistato da AsiaNews il metropolita russo ortodosso di Vienna ed Austria Sua Eccellenza Hilarion Alfeyev( nonchè rappresentante del patriarcato di Mosca presso l'Unione Europea) ha dichiarato che il patriarcato moscovita non gradirebbe affatto la sinfonica partecipazione del Sommo Pontefice e del Patriarca Ecumenico al simposio teologico cattolico-ortodosso fissato a Ravenna nell'ottobre 2007.


"Lei sarà il massimo esponente della Chiesa russo-ortodossa a Ravenna, dove si è parlato di un comune intervento del Papa e del Patriarca ecumenico.

È vero, c’è la possibilità che Bartolomeo I, Patriarca di Costantinopoli, e Benedetto XVI vadano insieme a questo appuntamento. Ma io penso che sia improbabile che il Papa vada a Ravenna, perché questo creerebbe più difficoltà che benefici.
Gli altri membri della Commissione sentirebbero di lavorare con un’eccessiva pressione alla presenza di entrambi; la compresenza del Papa e di Bartolomeo I, senza quella di altri patriarchi creerebbe l’errata impressione che i due siano i capi delle due Chiese. Mentre la struttura della Chiesa ortodossa è differente da quella della chiesa cattolica: essa è fatta di chiese autocefale ognuna guidata da un primate e tutti sono uguali, c’è un certo ordine di importanza, ma nessuno è subordinato agi altri.
Noi rispettiamo la supremazia di Bartolomeo I, come Patriarca ecumenico, coordinatore delle varie chiese, ma non vi è una supremazia giurisdizionale o amministrativa. Se c’è un incontro tra i due va letto come l’incontro tra la guida della Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli. Ma non quello tra i leader della Chiesa cattolica e ortodossa."



La precedente sessione della Commissione mista cattolico-ortodossa per il dialogo teologico s’è infatti chiusa a Belgrado il 24 settembre 2006 con le vibrate proteste proprio di Hilarion, quale rappresentante del Patriarcato ortodosso "di tutte le Russie", trovatosi in minoranza rispetto all'opinione degli altri teologi ortodossi proprio sul ruolo del Trono Ecumenico.

Il tema dibattuto era storico-ecclesiologico: partendo dall'analisi di come venga convocato un "Concilio Ecumenico" si traevano le conseguenze di cosa volesse significare concretamente per una Chiesa l'essere o non essere in "comunione" con un'altra Chiesa partendo dal secondo concilio di Nicea del 787, il settimo ecumenico ( nonchè l'ultimo riconosciuto come ecumenico dagli ortodossi!) le cui decisioni furono approvate dal patriarca di Costantinopoli e dai legati papali (nonchè dai legati degli altri patriarchi ormai sotto dominio mussulmano.

Or bene: se è certo che il concilio iconodulo fu l'ultimo universalmente "Ecumenico" esso non fu certo l'ultimo concilio! Dopo lo scisma del 1054 tra i vescovi di Roma e di Costantinopoli, sia il Pontefice romano sia il Patriarca costantinopolitano continuarono a convocare concilii se non più "ecumenici" almeno "generali" per discutere e risolvere controversie ecclesiali. Concilii a cui partecipavano i gerarchi e i teologi di quelle Chiese locali che si consideravano in comunione con l'una o con l'altra Chiesa. Roma e Costantinopoli perciò sarebbero da considerare nei fatti, prescindendo da qualunque potere di infallibilità, i centri "di gravità permanente" rispettivamente di tutte le Chiese di rito latino e di tutte le Chiese di rito bizantino.

E' evidente che, come anche il patriarcato di Mosca deve ammettere, se nel 1054 Roma e Costantinopoli ruppero la comunione tra loro e pertanto tra cristianità occidentale e cristianità orientale, è quindi dovere proprio del Vaticano e del Fanar di ristabilire l’unità!
La dichiarazione teologica proposta a Belgrado sul ruolo del Trono ecumenico quale unico possibile presidente di un eventuale concilio pan-ortodosso doveva quindi essere proprio la pezza d'appoggio su cui istituzionalizzare il ruolo del Fanar quale supremo referente del Vaticano nel dialogo con la giuridicamente frantumata ortodossia bizantina.

Quando si è tratta di votare l'articolo che definiva il ruolo del Trono Ecumenico all'intero dell'Ortodossia bizantina i delegati di Mosca si sono trovati da soli ad esprimere voto contrario: 2 voti contro 30!
Hilarion ha lamentando che la commissione teologica non teneva affatto conto delle reali proporzioni delle singole Chiese autocefale e che non era accettabile che venisse approvata una decisione a cui erano invece contrari i rappresentanti della Chiesa che da sola rappresenta il 70% dei cristiani ortodossi.

Sua Eccellenza Hilarion aveva dichiarato ai tempi della visita di Benedetto XVI al Fanar, e cioè due mesi dopo l'incontro teologico di Belgrado, che:"La Chiesa ortodossa non ha un unico Primate. Essa consiste di 15 Chiese autocefale, ciascuna diretta da un proprio Patriarca, Arcivescovo o Metropolita.

In questa famiglia di Chiese, il Patriarca di Costantinopoli è “primus inter pares”, ma il suo primato è di natura onorifica, non giurisdizionale, in quanto egli non ha autorità ecclesiale sulle altre Chiese. Pertanto, quando talvolta viene presentato come “capo” della Chiesa ortodossa nel mondo, si tratta di un’immagine fuorviante. Altrettanto fuorviante è considerare il suo incontro con il Papa di Roma come un incontro tra i due vertici della Chiesa ortodossa e della Chiesa cattolica.

Storicamente, fino allo scisma del 1054, il Vescovo di Roma godeva di una posizione di preminenza tra i vertici delle Chiese cristiane. I canoni della Chiesa orientale – in particolare il famoso 28° canone del Concilio di Calcedonia – assegnano il secondo posto e non il primo al Patriarca di Costantinopoli.

Inoltre, il contesto in cui questo secondo posto è stato concesso al Patriarca di Costantinopoli era di natura puramente politica: quando Costantinopoli divenne la “seconda Roma”, capitale dell’Impero bizantino, si decise che il Vescovo di Costantinopoli dovesse occupare il secondo posto dopo quello del Vescovo di Roma.

Dopo la rottura della comunione tra Roma e Costantinopoli, il primato nella famiglia ortodossa orientale si è trasferito sul “secondo in lista”, ovvero il Patriarca di Costantinopoli. Fu pertanto attraverso un evento storico che egli divenne “primus inter pares” per la parte orientale del mondo cristiano.

Personalmente ritengo che, affianco ai rapporti con il Patriarcato di Costantinopoli, sia egualmente importante che la Chiesa cattolica romana rafforzi le relazioni bilaterali con le altre Chiese ortodosse, e in particolare con la Chiesa ortodossa russa. Quest’ultima è la seconda Chiesa cristiana più grande al mondo, i cui fedeli assommano a circa 160 milioni di persone."


Traducendo: il Patriarcato di Mosca reputa di essere il vero, unico e legittimo rappresentante dell'ortodossia bizantina, con i suoi 160 milioni di cittadini russi, cioè il 70%di tutti gli ortodossi, di contro alle poche decine di greco-ortodossi che abitano ad Istanbul.

E', ahi noi, una vecchia storia che risale al XVI secolo quando, dopo la conquista ottomana di Costantinopoli "La nuova Roma", il principe moscovita si definì l'erede dell'impero bizantino-ortodosso proclamando Mosca quale "Terza Roma" e pretendendo per la Chiesa di "Tutte le Russie" l'autonomia totale dal Patriarca di Costantinopoli (ormai divenuto un suddito degli infedeli) e per il vescovo di Mosca lo status di patriarca nonchè il titolo di "Sua Santità".

Già dall'epoca del Concilio Vaticano II l'antico attrito fra Costantinopoli e Mosca per il "primato" sugli ortodossi si è spostato in campo ecumenico, divenuto un vero campo minato per la Chiesa Cattolica dopo il crollo del comunismo sovietico.
Molti e poco edificanti "fioretti" antichi e recenti si potrebbero citare in tal proposito!
Ma ciò che a me stupisce particolarmente è la totale disinvoltura con cui il Patriarcato di Mosca dichiari "contingente" la funzione primaziale del Trono ecumenico mentre quando i greco-cattolici ucraini hanno tentato di costituire una propria struttura patriarcale questa è stata considerata un attacco alla Chiesa di Mosca che oltre mille anni or sono ebbe origine nell'attuale Ucraina.

Vorrei sapere in base a quale assunto teologicamente fondato si basa il principio che la "contingenza storica" và applicato solo quando conviene!

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martedì, dicembre 12, 2006

CASTRUM DOLORIS, II

Sive: dogmate papali datur ac simul imperiali

Le quattro Basiliche patriarcali di Roma si chiameranno d’ora innanzi Basiliche “papali”. Lo ha annunciato -lunedì 11 dicembre anno Domini 2006_ il Cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, Arciprete della (non più "Patriarcale") Basilica di San Paolo fuori le Mura.


In occasione di una conferenza stampa tenutasi per annunciare la fine delle indagini archeologiche sotto l'altare papale ed il ritrovamento del Sarcofago di San Paolo Apostolo, il porporato ha dichiarato che Benedetto XVI ha riveduto gli statuti delle Basiliche maggiori che d'ora in poi non avranno il vetusto onorifico titolo di "patriarcale".

Le motivazioni addotte dal signor cardinale arciprete sono che: “molti interpretavano che il titolo di Patriarcale volesse alludere al fatto che il Papa esercitasse, mediante queste, un suo titolo di Patriarca d’Occidente, in contrasto al Patriarca d’Oriente, cosa che non è per niente vera”.

Benedetto XVI ha invece deciso di rinunciare, in parte per ragioni ecumeniche, al titolo di “Patriarca d’Occidente”, che infatti ha fatto espellere dall’Annuario Pontificio della Santa Sede.

“Le quattro Basiliche erano state date nei tempi passati, dai Papi, come base in Roma per i Patriarchi orientali cattolici, non come titolo ufficiale”.
“Quindi, il Papa ha deciso che d’ora in poi le quattro Basiliche maggiori si chiamino ‘Basiliche papali’”, ha poi concluso.

Amen dico vobis.
Volontà del Papa volontà di Dio: ripetevano i santi!

Il Romano Pontefice è liberissimo di modificare, ammodernare e riformulare gli statuti delle sue basiliche, sue poichè per i Patti Lateranensi fanno parte integrante dello Stato della Città del Vaticano. Sue proprie perchè dotate di altare maggiore sul quale fino a pochi decenni or sono solo il Pontefice gloriosamente regnante poteva "funzionare", oppure vi poteva celebrare un eminentissimo porporato su delega del pontefice e solitamente alla presenza della sua augusta persona.

Confesso di non aver molta voglia di spiegare le mie perplessità, non sulla decisione papale di eliminare l'appellativo di patriarca dai suoi titoli e di patriarcale alle sue basiliche ma sulle motivazioni addotte (nell'uno e nell'altro caso).

Sarebbe bastato dire: "così è perchè così il papa vuole" invece di ricercare motivazioni storiche ben poco fondate.
Vengo infatti a scoprire che fino adesso noi blebaglia eravamo convinti che "mediante queste" basiliche patriarcali il papa esercitasse le sue prerogative di Patriarca della Chiesa di rito latino! Sicchè l'eminentissimo Cordero Lanza è venuto a fugare la generale e sembra quasi superstiziosa convinzione che fossero le basiliche ad avere la virtù di dare al Vescovo di Roma il potere giurisdizionale su tutte le diocesi di rito latino! Grazie Eminenza di aver dissipato quest'errore (che Ella ha creduto di scorgere nelle nostre fragili menti) ma non ci ha spiegato il perchè il papa pur rigettando il titolo di patriarca ne eserciti le funzioni.

Ulteriore nota di biasimo all'eminentissimo: le basiliche "Maggiori" o (fino ad ora) "patriarcali" non sono quattro ma sono cinque: 1)San Giovanni in Laternao (l'Arcibasilica); 2) san Pietro in Vaticano; 3) san Paolo; 4)Santa Maria Maggiore; 5) san Lorenzo al Verano!

Di "San Lorenzo fuori le mura" tutti si dimenticano, perchè non vi è una porta santa e perchè non è territorio extraterritoriale e a quanto pare se ne è dimenticato anche il cardinale Montezemolo.

Antica è, infatti, l'usanza di significare nelle cinque (cinque e non quattro!) chiese maggiori dell'Urbe le cinque maggiori Chiese dell'Orbe ovvero i patriarcati maggiori di cui Roma è il primo dei patriarcati (e il papa è il primo fra i patriarchi). Non si capisce perciò quale sia il vantaggio ecumenico specialmente con le Chiese ortodosse nell'abolire il titolo (ma non le funzioni!) di patriarca d'Occidente.

Nell'ordine onorifico dopo Roma viene Costantinopoli, poi Alessandria d'Egitto,Antiochia e Gerusalemme. Non risulta che i patriarchi dell'Oriente (i patriarchi e non "il" patriarca d'oriente come dice il cardinale Cordero!) durante il primo millennio fossero soliti soggiornare presso il loro collega d'Occidente. Anche il papa di Roma non amava recarsi in Oriente: i papi non hanno mai partecipato personalmente a nessun concilio ecumenico e le poche volte che si recarono a Costantinopoli vi furono condotti contro la propria volontà (e di solito in catene).

Il far coincidere l'ordine delle basiliche maggiori all'ordine dei patriarchi maggiori, fu perciò un vezzo antico e venerando, ma pur sempre un vezzo privo di un qualsiasi riscontro storico! Pensare che la basilica di San Pietro sia stata per oltre mille e cinquecento anni chiamata dagli stessi Pontefici Romani col titolo "patriarcale" perchè i papi erano convinti che fosse la residenza romana dell'arcivescovo di Costantinopoli parmi teoria insostenibile. E'sempre stata detta patriarcale perchè pur non essendo residenza papale (i papi alloggiava stabilmente al Laternao) era residenza saltuaria dei papi, San Pietro assieme alle altre tre basiliche poichè i papi, e la corte pontificia, vi si recavano in sontuoso corteo per alcune solennissime ricorrenze liturgiche.

Mettiamola così: Benedetto XVI -cooperator veritatis!- ha voluto mettere fine ad una pia bugia ecumenica dicendo, per bocca del cardinale Cordero Lanza di Montezemolo, che i patriarchi bizantini non hanno mai avuto una residenza ufficiale a san Pietro, san Paolo, santa Maria Maggiore e san Lorenzo.
Amen.

Post Scriptum: del fatto poi che, pur avendo tolto l'altare di san Timoteo dal'emiciclo della "Confessione" ricavata davanti all'altare maggiore della basilica ostiense, non si riesca a vedere il sarcofago con i resti di san Paolo, io direi che ciò non può sorprendere chi è a conoscenza del fatto che Gregorio XVI e Pio IX -in illo tempore- hanno dato il loro assenzo a qualcosa che è fonte di orrore per ogni lefevriano.

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sabato, dicembre 02, 2006

Rintrono ecumenico /2

Ovvero: Avvenire radioso

Nella intervista "a caldo" rilasciata all'inviato dell'Avvenire (pubblicata il primo dicembre), a proposito dei colloqui privati tra i sommi pastori delle due "Rome", il Patriarca Ecumenico ha dichiarato:
"A questo riguardo posso dire che ho parlato con Sua Santità di qualcosa, qualcosa che potremmo fare.
Gli ho fatto una proposta che ora tuttavia non posso anticipare, in quanto aspettiamo una risposta ufficiale in tal senso; però posso dire che Sua Santità s’è dimostrato molto interessato e l’ha accolta con favore.
Speriamo che si possa realizzare, perché si muove proprio nella prospettiva di quel progresso ecumenico che, come abbiamo affermato e anche scritto nella Dichiarazione congiunta, siamo entrambi determinati a perseguire."




Sabato 2 dicembre, poi, "L'Avvenire" pubblica la seguente intervista all'archimandrita Eleuterio Fortino:

«Un concreto passo avanti verso la piena unità»

Non c'è solo la dichiarazione comune, firmata dal Papa e dal Patriarca, nel bilancio ecumenico, «ampiamente positivo», del viaggio di Benedetto XVI a Costantinopoli. Ci sono anche tanti gesti, piccoli e grandi, magari sfuggiti all'occhio «profano», ma non ad un osservatore attento come monsignor Eleuterio Fortino.

Il sottosegretario del Pontificio Consiglio per l'unità dei cristiani, esperto di dialogo tra cattolici e ortodossi, lo dice chiaramente: «Questo incontro è un concreto passo avanti verso la piena unità».

Su che cosa si basa questa sua valutazione?

«La dichiarazione comune è sicuramente interessante sia per il tono, sia per i contenuti. Ma al di là dei documenti, dei discorsi e degli incontri ufficiali, ho notato alcuni gesti che sono autentiche primizie dei rapporti tra Roma e Costantinopoli».

Ci può fare qualche esempio?

«Per la prima volta, durante la celebrazione della Divina Liturgia al Fanar, c'è stato lo scambio del segno di pace nel corso della celebrazione stessa. In passato, infatti, tale gesto era sempre stato collocato fuori della celebrazione, dato che per gli Ortodossi il segno di pace durante la liturgia esprime un impegno importante, tanto è vero che viene introdotto dal diacono con questa esortazione: "Amiamoci gli uni gli altri affinché in unità di spirito possiamo fare insieme la professione di fede". Averlo collocato nell'ambito della liturgia è un fatto molto significativo. Inoltre vorrei far notare che nella dichiarazione congiunta il Papa e il Patriarca si definiscono "pastori della Chiesa", senza altre specificazioni».

Restando alla dichiarazione, quali sono, a suo avviso, gli spunti più nuovi?

«Mi ha molto colpito che, ricordando l'abolizione delle scomuniche, Benedetto XVI e Bartolomeo I affermino: "Noi non abbiamo tratto tutte le conseguenze positive che possono provenire da quell'atto per il nostro cammino verso la piena unità".
È davvero interessante che il Papa e il Patriarca abbiano scritto una frase di questo tipo. Essi cioè hanno voluto riaffermare la loro ferma volontà di procedere nel dialogo e nella ricerca dell'unità. Altrimenti i gesti rimangono simboli vuoti».

Quali sono i passi concreti da compiere ora su questa strada?

«Nel documento sono indicati chiaramente. Continuazione del dialogo teologico, dopo la ripresa dei lavori della Commissione mista che si è riunita a Belgrado in settembre. Ricerca delle forme di esercizio del ministero petrino, perché - come già propose Giovanni Paolo II e come ha riaffermato in questi giorno Benedetto XVI - "pur rispettandone la natura e l'essenza", esso realizzi "un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri". E naturalmente una sempre più stretta collaborazione per annunciare il Vangelo, specie di fronte alle sfide del mondo contemporaneo».

Ha colpito, in particolare la riproposizione dell'idea di Papa Wojtyla rispetto al primato di Pietro.

«Sì, direi anzi che questa ricerca delle forme possibili di esercizio del primato, così da essere condiviso da cattolici e ortodossi, è una tematica decisiva per l'avvenire delle relazioni ecumeniche».

Quali reazioni arrivano da Costantinopoli dopo la visita?

«Penso che bastino le parole del Patriarca nell'intervista rilasciata ad Avvenire. Espressioni che indicano un atteggiamento di profonda soddisfazione».



Debbo sentitamente lamentare che alla fine dell'intervista il giornalista Mimmo Muolo è incorso nella solita caduta di stile dell'interrogarsi (e nell'interrogare) sulle possibili "reazioni" del Patriarcato di Mosca.
Il buon Fortino ha risposto con ammirabile circospezione:
«Io credo che tutto ciò che è stato detto e fatto dal Papa, per esprimere la considerazione della Chiesa cattolica per la tradizione spirituale, teologica, liturgica ortodossa, manifesti un atteggiamento verso tutta l'ortodossia che non può non essere gradito anche da parte del Patriarcato di Mosca».

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giovedì, novembre 23, 2006

Fortezza d'Europa /2

Ovvero: Roma e Bisanzio: nel XX secolo pace (quasi) fatta!



(Un lungo articolo di Carlo Cardia sul Foglio di di martedì 21 novembre 2006)

«La storia del patriarcato ecumenico sotto la cattività ottomana si conclude agli inizi del Novecento con un episodio e un evento del tutto particolari. Un fatto singolare si verifica nei rapporti tra Roma e Costantinopoli, nella Prima guerra mondiale, quando l’impero ottomano si allea con gli imperi centrali, tedesco e austroungarico, e combatte contro il suo nemico storico, la Russia zarista.
A Mosca si coltiva un disegno di riconquista di Istanbul e di liberazione del Patriarca di Costantinopoli che era rimasto comunque la figura più eminente e il padre spirituale di tutti gli ortodossi.
Nel progetto russo è previsto che, dopo la riconquista di Istanbul, si crei un’area extraterritoriale per trasferirvi il Santo Sinodo russo [!!!] e per creare una condizione in qualche modo analoga a quella di cui godeva il Pontefice romano all’epoca, con la legge delle Guarentigie approvata in Italia nel 1871. Una condizione, cioè, di tipo extraterritoriale che assicuri al centro dell’ortodossia autonomia e indipendenza, e ne esalti il ruolo di fronte a tutta la cristianità.

Questo disegno preoccupa Roma, soprattutto quando nel 1916 le armate russe sembrano cogliere i primi successi verso uno sfondamento in Turchia. E’ allora che la Santa Sede, violando la neutralità che osserva nel conflitto, avverte l’alto comando tedesco della situazione e chiede uno sforzo militare speciale per fermare l’avanzata russa.
Difficile commentare questo episodio.
L’interpretazione più moderata può evocare la contrarietà vaticana alla disgregazione dei grandi imperi, per le conseguenze che possono derivarne con l’esplosione dei diversi nazionalismi. La lettura più realistica spinge a considerare la scelta come l’ultimo riflesso di quelle gelosie che per secoli hanno diviso Roma dal maggior Patriarca orientale, e che ancora agli inizi del Novecento fanno temere una rinascita dell’ortodossia e della sua capacità di attrazione.

Il secondo evento è di portata più generale e cambia la condizione giuridica e politica del patriarcato. Esso si realizza in rapida successione con le svolte politiche prima della rivoluzione dei giovani turchi, poi della riforma di Kemal Ataturk, che creano la Turchia moderna.
Crolla l’impero della Sublime Porta con le sue istituzioni medievali, nascono strutture statali laiche, almeno da un punto di vista formale. Con queste riforme il patriarcato perde il carattere di istituzione imperiale (l’impero non esiste più), e con esso la giurisdizione sui patriarcati storici e sui cristiani che si trovano fuori della Turchia; diviene struttura nazionale e repubblicana con giurisdizione soltanto spirituale sui cittadini turchi di religione greco-ortodossa, cioè una infima minoranza in un paese che restava, ed è tuttora, un paese totalmente musulmano.

Vengono meno anche i residui privilegi materiali perché la laicizzazione imposta da Ataturk riduce l’importanza del patriarcato, oltre a impoverirlo di beni e possedimenti. Con l’aggiunta, un po’ curiosa, che la legge che proibisce di portare fogge ecclesiastiche in pubblico riguarda anche il Patriarca, il quale, senza più un vero popolo spirituale, si vede ridotto al rango di un qualsiasi cittadino turco.
Però, da quel momento il patriarcato d’oriente inizia a pensare e ad agire in un orizzonte diverso e più ampio: prima quello della Società delle Nazioni, poi della divisione del mondo tra est e ovest, quando la Turchia si schiera con il mondo occidentale in chiave anticomunista, infine l’orizzonte della mondializzazione e della globalizzazione dopo la caduta del comunismo in tutta Europa.

E’ del 1920 una enciclica del Patriarca ecumenico che concerne una serie di problemi tipicamente ecclesiali: dialogo tra le chiese, unità del calendario, rapporti tra scuole di teologie e tra teologi per l’accesso reciproco a scuole ecclesiastiche, congressi pancristiani, rispetto degli usi delle differenti chiese, e altre questioni relative ai matrimoni misti, alle esequie, alle attività poste in comune.

L’incontro tra Atenagora e Paolo VI

In questo quadro, a conclusione del Concilio vaticano II, si realizza la storica caduta degli steccati tra Roma e Costantinopoli.
Nell’incontro del 1965 a Gerusalemme tra il Patriarca ecumenico Atenagora e il Pontefice romano Paolo VI vengono finalmente revocate le scomuniche che le chiese d’occidente e d’oriente si erano lanciate nel 1054.
Il ritardo storico con cui matura riduce l’importanza dell’evento, tuttavia da allora nulla sarà come prima nei rapporti tra cattolici e ortodossi.

Si effettuano altri incontri, come quello tra Giovanni Paolo II e il Patriarca Demetrio nel 1979, e tra Roma e le capitali dell’ortodossia nell’ultima parte del secolo ventesimo. Si moltiplicano i riconoscimenti reciproci, anche se offuscati e frenati da tendenze proselitiche di parte cattolica nei paesi ex comunisti.

Si avverte che l’evoluzione storica pone i due centri della cristianità su un medesimo fronte ideale e strategico, si ricrea insomma una situazione analoga a quella dei primi secoli del cristianesimo.
E’ la riflessione strategica sul futuro del mondo che rende l’incontro del 28 novembre tra Bartolomeo I e Benedetto XVI un evento unico nel suo genere.
La storia universale è cambiata, è entrata in una fase nella quale l’unità del continente europeo si sta costruendo con fatica e incertezze, mentre il risveglio dell’islam costituisce una nuova emergenza per il cristianesimo e le terre d’occidente. Entrambi i problemitrovano convergenza in Turchia. Perché in discussione il suo ingresso in Europa, con tutto il carico di speranze, ma anche di diffidenze e di rischi, che comporta.


La Turchia costituisce la frontiera più fragile tra le due grandi religioni del libro, e l’ingresso di Ankara in Europa potrebbe portare una confusione di questi confini, ma ciò che si profila è una alternativa affascinante e preoccupante insieme: o la creazione di un islam moderato e liberale, o un ingresso dell’islam in Europa e nelle sue istituzioni, capace di influenzare e condizionare le nostre leggi, i nostri costumi, di travolgere il carattere laico-cristiano del vecchio continente.
L’agenda storica che apriranno nel loro incontro, chiede a Benedetto XVI e a Bartolomeo I di pensare in termini geopolitici.
L’ortodossia, come la chiesa cattolica, sta prendendo coscienza che la costruzione dell’Europa si va realizzando fuori di un orizzonte cristiano, ed è attraversata da un processo di secolarizzazione inarrestabile. D’altra parte, proprio nell’epoca in cui trionfa al suo interno una cultura razionalistica senza limiti, l’occidente assiste a un risveglio dell’islam che sembra antistorico ma che può produrre risultati paradossali; perché l’islam può penetrare in Europa, non più con le armi o con la pressione politica diretta, ma con l’immigrazione, con un fondamentalismo che pone a rischio tante conquiste europee di libertà e di autonomia dei singoli, degli stati, delle chiese.
Su questi temi l’Europa, il Papa, il Patriarca sono incerti, sia nelle analisi che nelle soluzioni da proporre. Un solo dato certo e consolidato. Gli interessi di Roma Costantinopoli non sono più divergenti.
Entrambi i centri della cristianità si trovano nuovamente a dovere affrontare problemi che li riguardano e li pressano da vicino, che mettono in discussione il futuro del cristianesimo. Per questo, il capitolo storico delle gelosie tra ortodossia e cattolicesimo si è chiuso per sempre. Sul resto, permangono i dubbi e le incertezze, anche la paura di fare passi falsi.

Se, ad esempio, la Turchia non entrasse in Europa essa verrebbe ricacciata dentro un confine islamico saturo di fondamentalismo e integralismo, e svanirebbero le speranze in una sua evoluzione in senso liberale e occidentale.
Nessuno vuole correre questo rischio, e soprattutto nessuno vuole apparire responsabile di un simile fallimento.
Ma i pericoli di un ingresso frettoloso della Turchia in Europa non sono meno gravi. Perché la Turchia, è stata certamente laicizzata da Kemal Ataturk e ha mantenuto un ordinamento diversificato rispetto a quelli islamici del vicino oriente. Ma la società turca è rimasta impermeabile a quel movimento di trasformazione civile e religiosa che ha investito gli ordinamenti occidentali.

Il problema della libertà religiosa in Turchia

Soprattutto dal punto di vista della libertà religiosa, il profilo istituzionale nasconde una realtà sostanziale ancora oggi compattamente musulmana.

La libertà religiosa non consiste soltanto nel rispetto giuridico delle minoranze, ma nell’apertura al nuovo, al proselitismo religioso, ideologico.
Libertà religiosa vuol dire consentire l’apertura di giornali, case editrici, l’accesso ai media, vuol dire accettare pienamente la diffusione di altre idee religiose. Tutto ciò in Turchia non esiste.

D’altronde, se si uccidono preti, si minacciano ritorsioni contro il Papa, si manifesta a favore dell’islam più intransigente, tutto ciò non può essere imputato soltanto a singoli perché è il frutto di un clima, di una cultura, di una “appartenenza” che è quella di sempre, alla “umma” e alla terra dell’islam. Per questo motivo il Papa romano e il Patriarca ecumenico sanno che il rischio più serio è che, entrando la Turchia in Europa, non sia la prima a modificarsi e aprirsi, ma sia la seconda a farsi influenzare, condizionare, contaminare nelle proprie istituzioni, nel proprio tessuto sociale, nella propria identità più profonda che resta laica e cristiana. Da quando l’Europa è diventata cristiana non ha avuto dubbi sulla propria identità.

Oggi Roma e Costantinopoli devono affrontare con realismo e coraggio l’interrogativo che molti si pongono: se l’islam penetrerà in Europa con il suo bagaglio di aggressività e di ostilità al cristianesimo, o se l’Europa laica e cristiana cambierà l’islam trasformandolo in una religione libera, evoluta, ricca soltanto di spiritualità. Forse nel rapporto con la Turchia, e nelle risposte che si confideranno il Papa e il Patriarca sta la cifra per rispondere a questa domanda».

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giovedì, aprile 27, 2006

Non sono Mosè! Chiamatemi Patriarca /2


A seguito della presentazione delle dimissioni di Sua Beatitudine il Cardinale Stephanos II Ghattas ottantaseienne Patriarca dei copti cattolici, il 30 marzo 2006 nella città del Cairo , secondo quanto prevede il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, si è svolta l'elezione del nuovo patriarca dei copti cattolici nella persona del settantunenne monsignore egiziano Antonios Naguib: un vescovo in pensione.
Il Papa Benedetto XVI ha dato la sua benedizione all'elezione canonica fatta dal Santo Sinodo della Chiesa Copto-cattolica. Ha fatto seguito lo scambio delle "litterae communionis" : le lettere ufficiali con cui si sancisce la comunione di fede tra la Sede di san Pietro e la Sede di San Marco.
SCAMBIO DI LETTERE FRA SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
E SUA BEATITUDINE ANTONIOS NAGUIB,
PATRIARCA DI ALESSANDRIA DEI COPTI,
PER LA CONCESSIONE DELLA COMUNIONE ECCLESIASTICA

LETTERA DI SUA BEATITUDINE ANTONIOS NAGUIB



Santità,

il Sinodo dei Vescovi della Chiesa Copta cattolica riunitosi nel convento dì "San Giuseppe" delle Suore Egiziane del Sacro Cuore a Madinet el-Obour dal 27 al 30 marzo 2006, come convenuto nell'ultima riunione, ha eletto me indegno, a succedere a Sua Beatitudine Stéphanos II, Cardinal Ghattas, che ha saputo essere per tutta la nostra Chiesa copta cattolica un vero "Pater et Caput" dando un esempio di paternità, carità, sacrificio per ben 20 anni, lungo il suo ministero.

Con la presente imploro di Vostra Santità la concessione della "comunione ecclesiastica", promettendo di essere fedele al Nostro Signore e di fare tutto quello che posso per servire nel miglior modo il Suo gregge affidatomi, esprimendo la mia fedeltà, venerazione e obbedienza al Supremo Pastore della Chiesa, Successore di Pietro e Nostro amatissimo Papa.

Implorando la Sua benedizione Apostolica e chiedendo le Sue preghiere per l'imminente Sinodo e il futuro periodo decisivo nella vita della nostra chiesa, assicuriamo la nostra piena fedeltà alla "Sancta Mater Ecclesiae" e la nostra devozione alla Sua amatissima persona.

di Vostra Santità, dev.mo in Cristo

Antonios Naguib
Patriarca di Alessandria dei Copti cattolici


* * *


LETTERA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI



A Sua Beatitudine Antonios Naguib,
Patriarca di Alessandria dei Copti

Con grande gioia ho ricevuto l’annuncio dell’elezione di Vostra Beatitudine alla Sede patriarcale di Alessandria dei Copti e la Sua richiesta di Comunione ecclesiastica. La Chiesa rende grazie a Dio Onnipotente per il dono che è stato ad essa fatto nella persona di Vostra Beatitudine.

Nell’esprimere le mie fraterne e caldissime congratulazioni, L’assicuro della mia più fervida preghiera affinché Cristo, Buon Pastore, La sostenga nel compiere la missione da Lui ricevuta.

Accolgo con tutto il cuore, Venerabile Fratello, la Sua richiesta di comunione ecclesiastica, secondo l’usanza e il desiderio di tutta la Chiesa cattolica. Sono sicuro, Beatitudine, che, colmo della forza del Risorto, Lei saprà guidare con saggezza e prudenza la Chiesa Copta Cattolica con i Padri del Sinodo patriarcale, nostri Fratelli nell’Episcopato. Adornata della gloria dei santi e pronta come la Sposa dell’Apocalisse, la Chiesa Copta Cattolica potrà andare incontro allo Sposo che viene.

Possa il Signore assisterLa nel Suo nuovo ministero, per poter proclamare la Parola che salva, affinché sia vissuta e celebrata con amore, secondo le antiche tradizioni spirituali e liturgiche della Chiesa Copta Cattolica. I fedeli a Lei affidati trovino consolazione nella Sua paterna sollecitudine.

Trasmetto a Lei, Beatitudine, così come a tutti i membri del Sinodo, un fraterno saluto e Le concedo una particolare e affettuosa Benedizione Apostolica, che estendo a tutti i Vescovi, ai Sacerdoti, ai Religiosi, alle Religiose e a tutti i fedeli del Suo Patriarcato.

Dal Vaticano, il 6 aprile 2006.
BENEDICTUS PP. XVI


[© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana]




La Chiesa copta (ortodossa) il cui capo porta titolo di Papa d'Alessandria e Patriarca della Predicazione di San Marco e di tutta l'Africa (si ritiene infatti il successore dell'evangelista Marco)prima della costituzione del patriarcato di Costantinopoli era la seconda sede vescovile del mondo cristiano dopo Roma (e perciò la prima in Oriente). L'onore del secondo posto per volontà di Teodosio le venne scippato dalla nuova capitale imperiale cosicchè Alessandria fu declassata a "terza sede del mondo cristiano" e la cosa non fu mai digerita dai cristiani d'Egitto. Infatti il patriarcato di Alessandria che rimarcava la sua peculiare identità egiziana (e teologica e politica) si mise in disaccordo con Costantinopoli (e con Roma) dopo il Concilio di Calcedonia dell’anno 451 le cui enunciazioni dogmatiche seguivano la dottrina dei teologi "bizantini" mentre nei concili precedenti (Nicea, Costantinopoli ed Efeso)la teologia alessandrina aveva dettato legge.

I copto-cattolici d’Egitto sono una sparuta minoranza di circa 250.000, in un Paese di più di 74 milioni di abitanti, per il 94% musulmani e per quasi il 6% copti ortodossi che dal 1971 hanno come capo Sua Santità Papa Shenuda III.

Nel 1741, un Vescovo copto a Gerusalemme si convertì al cattolicesimo e fu nominato da Papa Benedetto XIV vicario apostolico della piccola comunità di copti (allora erano circa duemila) che erano entrati nella Chiesa cattolica in seguito alla predicazione dei francescani a partire dal XVI secolo.
Nel 1895, Papa Leone XIII ristabilì il patriarcato copto-cattolico che però a differenza del suo omologo ortodosso non assume il titolo di "Papa" e di "Santità" per rispetto (forse eccessivo) verso Sua Santità il papa di Roma, accontentandosi del titolo di "Beatitudine".

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martedì, marzo 21, 2006

Pacco, contropacco e contropaccotto /4

L'eminentissimo cardinale Roger Etchegaray
che si pregia d'essere amico personale del Patriarca si di Mosca e di Tutte le Russie, nel febbraio 2006 si è recato a Mosca per rappresentare la Chiesa Cattolica Romana alle solenni celebrazioni in occasione del compleanno e onomastico di Sua Santità Alessio II.
Il 20 febbraio, nel corso di un colloquio, il Vice-decano del collegio cardinalizio ha portato al Patriarca la lettera in francese con gli auguri di Benedetto XVI e consegnando il dono del vescovo di quella che i bizantini chiamano "Antica Roma" al vescovo della "Terza Roma": una medaglia d’oro del Pontificato.
La visita a Mosca del Signor Cardinale Roger Etchegaray, per condividere con l'intera Comunità cristiana russa la gioia della duplice ricorrenza del genetliaco e dell'onomastico di Vostra Santità, mi offre la gradita opportunità di farLe pervenire il mio fervido e cordiale augurio.

A questa lieta celebrazione desidero associami spiritualmente, invocando dal Signore abbondanti benedizioni per la Sua Persona e il Suo ministero, generosamente dedito alla grande causa del Vangelo.

I gesti e le parole di rinnovata fraternità fra Pastori del gregge del Signore stanno ad indicare come una sempre più intensa collaborazione nella verità e nella carità contribuiscano ad incrementare lo spirito di comunione, che deve guidare i passi di tutti i battezzati.

Il mondo contemporaneo ha bisogno di sentire voci che indicano la via della pace, del rispetto per tutti, della condanna di ogni violenza, della superiore dignità di ogni persona e degli innati diritti che le competono.

Con tali sentimenti, Le formulo cordiali voti di buona salute; sull'esempio e con l'intercessione di sant'Alessio, possa Ella continuare ad adempiere con frutto la missione che Dio Le ha affidato.

Dal Vaticano, 17 febbraio 2006.

BENEDICTUS XVI

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A sua volta, Sua Santità Alessio II, al termine della solenne Liturgia onomastica del 24 febbraio, celebrata nella cattedrale del Santissimo Salvatore , ha chiesto al Cardinale Etchegaray di voler portare a Sua Santità Benedetto XVI, quale segno di gratitudine e di stima, una lettera di ringraziamento, unitamente al dono di una croce pettorale.



Santità,

La ringrazio di cuore per i cordiali auguri e le espressioni di ricordo nella preghiera che mi ha inviato in occasione del mio compleanno e onomastico, e che mi sono stati trasmessi da Sua Eminenza il Cardinale Roger Etchegaray.

Nel nostro tempo, in cui il secolarismo sta rapidamente sviluppandosi, il cristianesimo si trova di fronte a gravi sfide che necessitano di una comune testimonianza.

Sono convinto che uno dei compiti prioritari per le nostre Chiese, che possiedono una visione comune su numerosi problemi attuali del mondo contemporaneo, debba essere oggi la difesa e l'affermazione all'interno della società dei valori cristiani, di cui l'umanità vive da più di un millennio. Spero che a ciò contribuirà anche la rapida risoluzione dei problemi che si interpongono tra le due Chiese.

Ricambio nella preghiera a Vostra Santità gli auguri di buona salute, invocando il copioso aiuto divino nell'adempimento dell'alto ufficio di Primate della Chiesa Cattolica Romana.

Con affetto nel Signore

ALEKSIJ II
Patriarca di Mosca e di tutta la Rus’


Che cosa abbia voluto dire Benedetto XVI è chiaro ma non giurerei che altrettanto intellegibili ai pii cristiani d'occidente siano le parole del Patriarca di Mosca.
La grande "sfida" dei cristiani, secondo gli ortodossi russi non è pregare e lavorare per superare le incomprenzioni storico-teologiche al fine di giungere ad una "piena" unità visibile "affinchè il mondo creda", ma è quella di accantonare le reciproche contumelie al fine di lottare contro il secolarismo. Non il "lottare" per raggiungere una finalità puramente spirituale che riguarda "ad intra" la natura teologica delle Chiese cristiane, ma un coalizzarsi contro i nemici esterni (che il Patriarca abbia in mente lo stile degli accordi Ribentrop-Molotov?).

Quando Alessio II scrive di auspicare "la rapida risoluzione dei problemi che si interpongono tra le due Chiese", siamo ben certi che si stia riferendo al "Filioque" e all'Infallibilità, o stia invece parlando della necessità da parte di Roma di agire d'imperio per bloccare le mire alla costituzione di un Patriarcato greco-cattolico con sede a Kiev: culla del cristianesimo russo?

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venerdì, dicembre 03, 2004

pacco contropacco e contropaccotto/2

In principio fu Paolo VI, anzi Atenagora.

Imposto sul trono patriarcale per espresso volere di Truman -convincendo il governo turco che fosse l’uomo giusto per contrastare la strategia del Soviet supremo di sfruttare a fini politici la volontà di egemonia del patriarcato di Mosca-, “Athenagoras il Grande” nel 1949 –dopo essere stato eletto nel ’48 (mi si perdoni l’espressione) in contumacia- sbarca, dal “number one” presidenziale, all’aeroporto di Istanbul, dopo un ventennio negli Stati Uniti.

Nato in un villaggetto sperduto sui monti a nord della Grecia, li dove si confondeva l’identità greca, albanese, macedone e bulgara, stando negli USA, non prese parte alla stagione dell’odio etnico che caratterizzo il crollo dell’impero turco, ma apprezzò moltissimo il pluralismo culturale americano che gli ricordava sorprendentemente, in versione democratica, l’impero ottomano della sua giovinezza.
La lezione americana – per cui si viveva a stretto contatto con cattolici e protestanti- faceva di Atenagora, uno dei pochissimi vescovi ortodossi che non avesse terrore di tutto ciò che fosse occidentale, soprattutto non aveva la paura degli eretici, tipica invece della -ancor oggi- perdurante mentalità“bizantina” di considerarsi perennemente sotto assedio.

Convinto, come poi Giovanni XXIII, che più che i dibattiti teologici, servissero gli incontri fraterni; pur in una situazione disastrosa per il patriarcato a causa della politica antigreca di Ankara; Atenagora intraprese negli anni ’50 una serie di incontri e dialoghi, sia con gli altri capi ortodossi; e quindi anche con quelle Chiese ortodosse non bizantine( armeni, copti, siriaci etc), che gli altri patriarchi greco-ortodossi consideravano Chiese ortodosse di serieB, se non addirittura mezze eretiche; sia con le altre confessioni cristiane, in primis con quella Anglicana.

Il patriarcato costantinopolitano entra quindi nel “Consiglio Mondiale delle Chiese”, seguito a ruota da tutte le altre Chiese ortodosse (che andavano alla ricerca di quella visibilità che il Comunismo negava a casa loro), dando cosi statura veramente ecumenica ad una istituzione che prima raccoglieva solo protestanti.
Atenagora cercò di organizzare un Concilio delle chiese ortodosse, progetto che, ripreso più volte dai due successori (Demetrio I e Bartolomeo I), non si riesce ancora a realizzare; cercò di convincere Pio XII ad organizzare un incontro di tutti i cristiani e per breve tempo si illuse che il concilio indetto da Giovanni XXIII fosse la risposta alla sua idea.

Era convinto che l’ecumenismo fosse, non un mezzo per ottenere visibilità al suo “Trono Ecumenico”, meschino pensarlo, ma, un grande progetto d’unione pancristiano che dovesse legittimamente stare a cuore a (leggi: essere “cavalcato da”) una antica autorità religiosa come il suo patriarcato costantinopolitano che a differenza delle altre Chiese ortodosse, non ha un carattere nazionale, etnico, ma ha una storia imperiale, in questa accezione va letto l’appellativo di “Patriarca Ecumenico”cioè sovranazionale, quindi di portata mondiale. Un titolo altisonante che stride con la realtà di vescovo di una striminzita diocesi turca, con non più di duemila fedeli, e senza alcun potere di coercizione sugli altri capi ortodossi.

Nell’Epifania del 1964 Paolo VI incontra Atenagora a Gerusalemme: dulcis in fundo anche il papa di Roma si era convertito alla politica degli abbracci. Quelle immagini che fecero il giro del mondo, resero Atenagora familiare a milioni di persone che ignoravano l’esistenza stessa di Costantinopoli e degli ortodossi. Fino al ’72 (anno della morte di Atenagora) il Trono Ecumenico godette di una esposizione mediatica, di una popolarità e di una autorità -mediatica- insperata. Grandi speranze e grande simpatie si nutriva verso quello che da noi occidentali veniva visto come una specie di papa degli ortodossi, mentre alla stregua del persecutorio governo turco, molti capi ortodossi con in testa l’arcivescovo di Atene e il patriarca di Mosca, non avrebbero versato molte lacrime per il definitivo tracollo della sede costantinopolitana.


Il 7 dicembre 1965, vigilia della definitiva chiusura del Concilio Vaticano II, Paolo VI nella basilica di san Pietro in Vaticano e Atenagora I nella cattedrale di san Giorgio al Fanàr, procedettero alla cancellazione delle scomuniche lanciate l’una contro l’altra chiesa a partire dal 1054.
Sembrava cadere un muro di incomprensioni vecchio di mille anni.
Quale pegno della sospirata unità Paolo VI aveva autonomamente deciso la “restituzione” del cranio dell’apostolo Andrea: evangelizzatore dell’Ellade e quindi presunto (e preteso) fondatore della comunità cristiana della città di Bisanzio (futura Costantinopoli) –sant’Andrea era fratello di san Pietro: importante ricordarlo ai fini della voluta simbologia- ; reliquia portata in occidente dalla famiglia imperiale bizantina in esilio, dopo la conquista ottomana del 1453, e donata a papa Pio II Piccolomini che diede asilo al santissimo cimelio in Vaticano, a pochi metri dalla tomba dell’altrettanto santo fratello.

Comunque è da notare che la reliquia non tornò da dove era venuta: cioè a Costantinopoli (che ritiene Sant’Andrea suo primo vescovo) ma (archeologicamente più correttamente) all’arcivescovo ortodosso di Patrasso:città del Peloponneso (quindi Grecia), luogo del martirio.
In Grecia la Chiesa ortodossa è “Autocefala” cioè indipendente da Costantinopoli e decisamente poco ecumenica: ciò evidenzia ancor di più la strategia diplomatica di papa Montini.

La sottolineatura del fraterno rapporto tra cattolicesimo e ortodossia fu rimarcato da altri due incontri -mediaticamente sensazionali come quello di Gerusalemme- tra i vescovi delle due capitali dell’impero romano: a Istanbul nel luglio ’67 e a Roma nell’ottobre dello stesso anno. Quest’ultimo culminò con l’ingresso solenne in S.Pietro dei due sommi gerarchi mano nella mano.

“L’incontro di Istanbul è tuttavia in un certo senso più significativo, soprattutto per mettere in evidenza l’ardimento ecumenico di Paolo VI, anche se di fatto, nonostante il colore con cui venne truccato, fu senz’altro il meno ecumenico dei tre. L’obbiettivo perseguito da papa Montini col suo inatteso viaggio in Turchia non fu infatti l’incontro col patriarca ortodosso, allo scopo di accelerare le trattative di riunione tra le due Chiese, bensì quello con gli uomini politici del Paese per perorare presso le autorità turche la salvezza del patriarcato costantinopolitano minacciato da esse in modo ultimativo. Ciò avrebbe dovuto essere evidente a degli osservatori meno superficiali, tanto più che il papa non fu affatto ospite del patriarcato del ‘piccolo Vaticano’ del Fanar, bensì del governo e che all’aeroporto non fu accolto da Atenagora, ma dalle autorità governative. D’altra parte è un fatto che il suo viaggio non era stato ipotizzato nemmeno da Atenagora, il quale non aveva chiesto a Paolo VI un intervento personale sul posto – anche perché non riteneva che il papa accettasse, per ragioni di prestigio, di muovere il primo passo verso di lui- ma semplicemente di effettuare dei passi diplomatici più pressanti ed incisivi di quelli fatti in passato. Fu merito di papa Montini di aver intuito l’eccezionalità dell’occasione che gli si porgeva di presentarsi agli ortodossi (quando ciò avrebbe potuto esser noto) come il salvatore del più famoso patriarcato e come colui che aveva preso per primo l’iniziativa dell’incontro recandosi a Costantinopoli, anziché pretendere prima la visita di Atenagora a Roma, dimostrando così alle Chiese separate quanto fosse infondato il pregiudizio che addebita al papa una rivendicazione sterilmente orgogliosa del proprio prestigio primaziale.”( Carlo Falconi 1968)

Indubbiamente il dialogo ecumenico cattolico ha notevolmente sollevato il ruolo del “Trono Ecumenico” ,visto che lo scisma fu uno scontro teologico e forse ancor più personale tra i vescovi della antica e della nuova Roma; per cui ogni sforzo della sede petrina per cercare una possibile unione con le Chiese ortodosse (ognuna indipendente e sovrana) deve obbligatoriamente avere come interlocutore il massimo rappresentante dell’ortodossia,ciò per il compiacimento dell’arcivescovo di Costantinopoli ma che provoca la stizzita reazione degli altri patriarchi che ci tengono a far presente di essere altrettanto pii, fedeli e ortodossi, e di essere a capo di Chiese nazionali che contano milioni di fedeli, rivendicando un peso geo-politico, oltre che teologico.

Così il gesto “profetico” (come direbbero quelli che parlano bene) di consegnare la testa di sant’Andrea agli ortodossi, fu la scusa per una serie di continue rivendicazioni di restituzionie di 'corpi santi', e che quindi fallì nello scopo di suscitare negli ortodossi la fiducia nei confronti dei papisti, come dimostrò nel 1969, l’increscioso fatto della distruzione del prezioso reliquiario del capo di sant’Andrea, da parte di un giovane monaco greco, allo scopo di costatarne il contenuto,convintosi che Paolo VI -come si suol dire- avesse fatto “il pacco”.

Il fatto che Atenagora “andasse arabescando devote fantasie, colorando sogni, vaticinando rosei futuri di unità, imponendo abbracci e baci di pace persino ai più scettici dei suoi intervistatori, e che poi non muovesse un sol passo, se non turistico, verso la meta del suo cuore, non prova nulla contro la sua sincerità. Era doppiamente prigioniero: del governo turco – che però sarebbe stato entusiasta di poterlo rimettere in libertà oltre confine – (ed era la prigionia più sopportabile) e dell’immobilismo dei suoi confratelli vescovi, del suo clero e dei suoi fedeli, mai così fieri come di essere se stessi e solo se stessi: << l’ortodossia >> (certamente più opprimente)." (C. Falconi1973)

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martedì, novembre 23, 2004

pacco contropacco e contropaccotto


Sabato 27 novembre 2004, alle ore 11, nella Basilica Vaticana il Santo Padre Giovanni Paolo II presiederà, insieme con il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, una Celebrazione Ecumenica per la consegna delle Reliquie dei Santi Gregorio Nazianzeno e Giovanni Crisostomo, Vescovi e Dottori della Chiesa.

L'annuncio della restituzione delle reliquie è stato fatto (ufficiosamente tra settembre e ottobre) dallo stesso Pontefice attraverso una lunga lettera indirizzata al Patriarca ecumenico Bartolomeo. Nella sua lettera il Papa rivolge il suo appello per cercare di giungere all’unione tra la chiesa latino-cattolica e quella bizantino-ortodossa. Il papa sottolinea il significato spirituale del fatto che le reliquie di questi due santi arcivescovi di Costantinopoli, a seguito di varie vicende storiche, si trovano nella basilica vaticana, accanto alla tomba di san Pietro - fondatore della chiesa di Roma - e fratello di sant'Andrea - fondatore della Chiesa di Costantinopoli.

"Secondo l'imperscrutabile disegno di Dio, colui che attrae il bene anche dal male, alcune reliquie dei Padri della Chiesa assieme agli altri santi accanto alla tomba del beato Pietro fratello di Andrea, ricordano a tutti noi l'obbligo della piena comunione per la quale il Divin Maestro pregò!", ha sottolineato Giovanni Paolo II.

La lettera del Papa è importante non solo per il suo tono familiare ma anche per l'uso della lingua greca.
Infatti è la prima volta che scrive in greco dopo la sua elezione papale avvenuta nel 1978 (le sue lettere precedenti erano scritte in francese oppure in inglese. Il Papa ringranzia il Patriarca ecumenico per l'invito;fatto durante la sa visita in vaticano il 29 giugno scorso;a visitare Costantinopoli nel mese di novembre durante la festa di sant'Andrea. "Tuttavia - come egli dice - nonostante il mio ardente desiderio, in questo momento non mi è possibile accettare l'invito; varie circostanze mi costringono di rinviare la gioia di un incontro con lei e la letizia del cuore di pregare insieme a lei nella chiesa cattedrale del Patriarcato ecumenico". Continuando il Papa sottolinea che è felice perché accoglie volentieri la richiesta che gli hanno rivolto: "Ho intenzione di offrirvi come espressione di devozione e di onore le reliquie dei santi patriarchi Giovanni Crisostomo e Gregorio Teologo predecessori della vostra santità in questa sede. Affidiamoci a loro; nel cielo questi santi intercedono dinanzi al trono dell'Altissimo in modo che si affretti quel giorno benedetto nel quale - dopo aver superato gli ultimi disaccordi - potremo di nuovo mangiare insieme dell'Unico Pane e bere dall'Unico Calice, prendendo parte insieme al Santo Banchetto sul quale si continua il misterioso sacrificio della Nuova Alleanza".
Il rito si svolge in tre momenti: la lettura del testo della lettera indirizzata dal Santo Padre al Patriarca Ecumenico di Costantinopoli per la consegna delle reliquie, la consegna stessa delle reliquie da parte del Santo Padre e il ringraziamento del Patriarca.

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