domenica, febbraio 17, 2008

Pro Missa bene cantata [7]

Mercè il "divinus" Magister si alza il velame sul contenuto delle risposte date "a braccio" dal sedici volte Benedetto alle domande formulategli da alcuni membri del clero romano durante la tradizionale udienza ai parroci e rettori delle chiese della Diocesi di Roma.
Nell'udienza al clero romano del 7 febbraio 2008, che si è svolta nella Loggia delle benedizioni della Basilica Vaticana, come di prammatica il giovedì seguente il Mercoledì delle Ceneri, tra le dieci domande rivolte a Benedetto XVI una recitava così:
Come conciliare il tesoro della liturgia in tutta la sua solennità con il sentimento, l'affetto e l'emotività delle masse di giovani chiamati a parteciparvi?

Il Sedici volte e vieppiù Benedetto sommo liturgo ha così risposto:

"È un grande problema quello delle liturgie alle quali partecipano masse di persone. Ricordo che nel 1960, durante il grande congresso eucaristico internazionale di Monaco, si cercava di dare una nuova fisionomia ai congressi eucaristici, che sino ad allora erano stati soltanto atti di adorazione. Si voleva mettere al centro la celebrazione dell'Eucaristia come atto della presenza del mistero celebrato.

Ma subito nacque la domanda su come fosse possibile. Per adorare, si diceva, lo si può fare anche a distanza; ma per celebrare è necessaria una comunità limitata che possa interagire con il mistero, dunque una comunità che deve essere assemblea attorno alla celebrazione del mistero.

Erano molti quelli contrari alla celebrazione dell'Eucaristia all'aperto con centomila persone. Dicevano che non era possibile proprio per la struttura stessa dell'Eucaristia, che esige la comunità per la comunione. Erano anche grandi personalità, molto rispettabili, quelle contrarie a questa soluzione.

Ma poi il professor Jungmann, grande liturgista, uno dei grandi architetti della riforma liturgica, ha creato il concetto di "statio orbis", cioè è tornato alla "statio Romae" dove proprio nel tempo della Quaresima i fedeli si raccolgono in un punto, la "statio", come i soldati per Cristo, e poi vanno insieme all'Eucaristia. Se questa, ha detto, era la "statio" della città di Roma, il luogo dove la città di Roma si riunisce, allora questa è la "statio orbis", il luogo di raccolta del mondo.

È da quel momento che abbiamo le celebrazioni eucaristiche con la partecipazione delle masse. Per me, devo dire, rimane un problema, perché la comunione concreta nella celebrazione è fondamentale e quindi non trovo che la risposta definitiva sia stata realmente trovata. Anche nel Sinodo scorso ho fatto emergere questa domanda, che però non ha trovato risposta.

Anche un'altra domanda ho fatto, sulla concelebrazione in massa: perché se concelebrano, per esempio, mille sacerdoti, non si sa se c'è ancora la struttura voluta dal Signore. Sono domande. E così si è presentata a lei, a Loreto, la difficoltà nel partecipare a una celebrazione di massa durante la quale non è possibile che tutti siano ugualmente coinvolti. Si deve dunque scegliere un certo stile per conservare quella dignità che è sempre necessaria per l'Eucaristia; la comunità non è uniforme e l'esperienza della partecipazione all'avvenimento è diversa; per alcuni è certamente insufficiente. Ma a Loreto la cosa non è dipesa da me, piuttosto da quanti si sono occupati della preparazione.


Si deve dunque riflettere bene su cosa fare in queste situazioni [...]. Rimane il problema fondamentale, ma mi sembra che, sapendo che cosa è l'Eucaristia, anche se non si ha la possibilità di un'attività esteriore come si desidererebbe per sentirsi compartecipi, vi si entra con il cuore, come dice l'antico imperativo nella Chiesa, creato forse proprio per quelli che stavano dietro nella basilica: "In alto i cuori! Adesso tutti usciamo da noi stessi, così tutti siamo con il Signore e siamo insieme". Non nego il problema, ma se seguiamo realmente questa parola "In alto i nostri cuori" troveremo tutti, anche in situazioni difficili ed a volte discutibili, la vera partecipazione attiva."

Il vaticanista Paolo Rodari (dal suo Palazzo Apostolico) informa che Benedetto XVI ha dato ordine che non solo il cuore ma corpo ed anima di monsignor Guido Marini fossero elevati nel più alto dei cieli, mercè l'uso dell'aereoplano, al fine di sorvolare l'oceano Atlantico e l'Oceano Pacifico per recarsi negli Stati Uniti ed in Australia a supervisionare la regia delle incombenti messe "oceaniche" che il Sommo Pontefice deve presiedere:

"...Nell’ultima grande celebrazione di massa cui Ratzinger ha partecipato, ad esempio, e cioè il recente raduno di Loreto, tutti i problemi di questa celebrazione si sono verificati e la cosa, ha detto, «non è dipesa da me, piuttosto da quanti si sono occupati della preparazione».
E così, ecco la soluzione, per ora ancora parziale, ma comunque necessaria, in vista delle prossime messe oceaniche: le due in occasione del viaggio apostolico negli Stati Uniti (il 17 aprile nel nuovo Nationals Park e il 20 aprile al Yankee Stadium di New York) e quelle previste in occasione della giornata mondiale della gioventù di Sydney.
Negli Usa, e poi in Australia, il Papa ha deciso di non delegare più a terzi l’organizzazione delle celebrazioni. E così ha chiesto che, nei prossimi giorni, fosse il suo cerimoniere, monsignor Guido Marini, a volare oltre Oceano (sia Pacifico che Atlantico) col preciso incarico di studiare gli spazi adibiti per le funzioni liturgiche al fine di assumersi la responsabilità diretta dello svolgimento delle celebrazioni in quegli spazi. Affinché il risultato siano messe sì oceaniche, ma almeno segnate il più possibile da compostezza e rigore."

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lunedì, gennaio 14, 2008

Pro Missa bene cantata [6]

Sive: De Mysterio Altariis
Tra le più suggestive innovazioni pastorali del pontificato wojtyliano è da iscriversi la somministrazione del battesimo ad alcuni pargoli nella Cappella Sistina per mano dello stesso pontefice nella Festa liturgica del Battesimo del Signore, ovvero la domenica successiva all'Epifania, con la quale si conclude il Tempo liturgico del Natale.

Il sedici volte Benedetto nella domenica 13 gennaio dell'anno del Signore 2008 ha personalmente amministrato il battesimo a tredici pargoletti, prole di dipendenti vaticani, durante la celebrazione eucaristica propria della la Festa del battesimo di Cristo.
La messa è stata celebrata all'altare della Cappella Sistina, l'unico altare presente nella cappella, ai piedi del Giudizio michelangiolesco.

Benedetto XVI non ha celebrato messa all'altare "pre-conciliare" come si è detto da molti proprio perchè "in Sacello Sixtino" non v'è anche un altare post-conciliare.
Ma gli avversari di ogni tradizionalismo invocherebbero quale "accusatio manifesta" la stessa nota dell'ufficio delle cerimonie liturgiche che aveva tenuto a sottolinerare il motivo per cui non si è utilizzato un altare mobile: “Si è ritenuto di celebrare all’altare antico per non alterare la bellezza e l’armonia di questo gioiello architettonico, preservando la sua struttura dal punto di vista celebrativo e usando una possibilità contemplata dalla normativa liturgica. Ciò significa che in alcuni momenti il Papa si troverà con le spalle rivolte ai fedeli e lo sguardo alla Croce, orientando così l’atteggiamento e la disposizione di tutta l’assemblea”.

Or dunque, parrebbe proprio una "explicatio non petita" questo insistere di Monsignor Guido Marini sul fatto che la scelta di quale altare utilizzare per celebrare la messa è stata solo una questione di gusto estetico e di sensibilità scenografica. Dichiarazione più degne sulle labbra di un direttore museale quale Paolucci o di un regista come Zeffirelli che su quelle di un pio sacerdote la cui preoccupazione dovrebbe essere l'obbedienza alle norme liturgiche rinnovate dopo il Concilio Vaticano II.
In realtà e proprio questa immagine "glamour" che tutti i commentatori di cose vaticane hanno volutamente (e maliziosamente!) sottolineato del ristyling di monsignor Guido allo stile delle "cappelle papali" in Sacello Sixtino!
Si è velatamente descritto il nuovo Maestro delle Cerimonie quasi come un profano scenografo sul set di una fiction su Michelangelo, che "volta le spalle" alle autentiche esigenze di spiritualità dei fedeli del XXI secolo poichè tutto preso nell'architettare la propria pantomima del fasto rinascimentale.

Secondo l'orrida schiatta dei vaticanisti, la chiarificazione preventiva di Monsignor Marini sul fatto che Benedetto XVI avrebbe indossato solo e soltanto abiti appartenuti ad un papa postconcilare quale Giovanni Paolo II, che avrebbe celebrato una messa tutta rigorosamente in lingua italiana e secondo il messale postconciliare approvato da Paolo VI, parrebbe quasi il necessario contappasso -e al contempo la indiretta confessione- del proprio peccato di liturgica sensualità estetizzante.

In realtà ci troviamo tutti vittime in balìa dell'immensa ignoranza liturgica degli operatori dei mass media che discettano beatamente di cosa sia "tradizione pre-concilare" e di cosa invece sia "secondo il copione post-conciliare", cercando sempre di infondere nell'uomo qualunque l'impressione che egli sia sempre un cattolico più "adulto" e più di buon senso del papa stesso.


Se potessi parlarle faccia a faccia chiederei alla vaticanista del "Messaggero" cosa vuol dire che: "il Papa ha voluto adoperare infatti l'antico altare della Cappella, addossato al muro, e non più quello mobile caro a Giovanni Paolo II"?
Per quale motivo, secondo l'eminentissima Franca Giansoldati, Giovanni Paolo avrebbe manifestato speciali effusioni del proprio affetto a quell'altare mobile? Forse che il defunto pontefice lo nomini nel proprio testamento tra gli incontri fondamentali della propria missione evangelizzatrice o lo citi nelle proprie memorie tra i più validi aiuti degli anni del proprio servizio petrino?
Forse la signora Giansoldati dovrebbe al fine convenire che: Giovanni Paolo II nè per l'altare mobile nè per quello stabile nutrisse un particolare trasporto emotivo. Papa Wojtyla celebrò nella cappella Sistina in entambi i modi, ovvero nel modo che piacque e parve più opportuno ai suoi tre maestri delle cerimonie, poichè entrambi i modi di celebrare sono validi, opportuni ed ammessi.

Non vi è alcun obbligo di celebrare "verso il popolo"!
La costituzione "Sacrosantum Concilium" (con cui i duemila e cinquecento vescovi partecipanti al Concilio Vaticano II decretarono il rinnovamento liturgico) della posizione dell'altare non si occupa minimamente.
Il successivo documento "Inter Oecumenici" del 1964, emanato dalla commissione addetta all'attuazione della riforma liturgica, al numero 91 recita: "Nella chiesa vi sia di norma l’altare fisso e dedicato, costruito ad una certa distanza dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo". La norma riguardava l'arredo delle chiese nuove invece, per un generale spirito di aggiornamento, molti antichi altari furono abbattuti per erigerne dei nuovi oppure, dove le circostanze (e le Belle Arti) non lo permisero, gli ecclesiastici semplicemente volsero le spalle agli altari di marmo per poter celebrare in perpetuo su tavolini di legno poichè si ritenne che il modo migliore acchè "tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche" (come aveva comandato il Concilio) fosse quello di celebrare la messa guardando in faccia i fedeli.

Il cardinale Giacomo Lercaro presidente del Consilium per la riforma liturgica, che poi dovette dimettersi perchè accusato da eminentissimi colleghi di essere fautore di una liturgia troppo progressista (e "modernista"), in una lettera indirizzata ai capi delle Conferenze episcopali, datata 25 gennaio 1966, riguardo al rinnovamento degli altari scrisse che: «per una liturgia vera e partecipe, non è indispensabile che l’altare sia rivolto versus populum: nella messa, l’intera liturgia della parola viene celebrata dal seggio, dall’ambone o dal leggio, quindi rivolti verso l’assemblea; per quanto riguarda la liturgia eucaristica, i sistemi di altoparlanti rendono la partecipazione abbastanza possibile. In secondo luogo si dovrebbe pensare seriamente ai problemi artistici e architettonici essendo questi elementi protetti in molti Paesi da rigorose leggi civili».

Se un generalizzato riposizionamento degli altari ci fu nel post-concilio non fu pertanto dovuto ad una necessità insita nella struttura del nuovo rito della messa approvato da Paolo VI nel 1969 ma, piuttosto, fu motivato dalla volontà dalle gerarchie ecclesiastiche di uniformare all'occhio del volgo (profano o meno) l'apparato più esteriore del rito liturgico.

Come negli anni sessanta anche oggi l'intelligentzia si pone il problema di dover spiegare all'uomo qualunque, al non credente che fatalmente di ogni liturgia si burla, al cattolico distratto che non si ricorda nemmeno con quale mano si fa il segno della croce, ecco che a tutti costoro ci si cruccia di spiegare -e rassicurare!- che se il Papa "ha voltato le spalle ai fedeli" questo però non significa, giammai, che il Papa voglia "arrivare alla negazione del modello di Chiesa e di popolo di Dio che il Concilio ha voluto"!

Perchè tanto inutile sfoggio di birignao ecclesialese invece di dire papale-papale che ciò che ha fatto Benedetto XVI (ed il suo "mestro") in materia liturgica non è un'eccezione (o peggio un sopruso!) ma che egli ha obbedito alle norme proprie del Rito Romano in vigore?

Nessuno pertanto ha dato la grande notizia: in data 13 gennaio 2008 il Novus Ordo di Paolo VI è uscito dallo stato di minorità!
I Sommi Pontefici hanno benedetto e "canonizzato" la riforma liturgica, l'hanno difesa ed incoraggiata, guidata, hanno tollerato bizzarrie ed esagerazioni con l'animo guardingo con cui si indulge sulle giovanili intemperanze della propria creatura amatissima ma d'ora in poi in Vaticano ogni lettura ideologica del Nuovo Messale Romano, quale segno e strumento della discontinuità tra la "nuova" Chiesa del Concilio nei confronti della Chiesa della Controriforma, non verrà più tollerata.
Il sedici volte Benedetto celebrando in pubblico "rivolto verso il Signore" ha voluto sottolineare che "la costante cura dei Sommi Pontefici per il culto divino" non darà più giustificazioni ad ogni novità rituale che venga introdotta per il presunto bene della "attiva partecipazione" dei fedeli alla liturgia.

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giovedì, ottobre 18, 2007

Santa Palazia [2]

Ovvero: successor del maggior Piero



"I tre Marini stanno lavorando in questi giorni di buona lena nei loro rispettivi uffici in Vaticano.

Marini I, ovvero l’ex cerimoniere papale monsignor Piero, ha da poco battezzato in grande stile il suo arrivo alla guida dei congressi eucaristici internazionali. A tagliare il nastro il giorno del suo ingresso nel pur piccolo e modesto ufficio c’era (misteri d’oltre Tevere) niente meno che il segretario di Stato Tarcisio Bertone. Una grande “intronizzazione”, dunque, nonostante il nuovo incarico non sia, almeno sulla carta, così impegnativo.
La lettera di Marini I

E sì che Marini I aveva già battezzato a dovere il suo nuovo compito: con una iniziativa inedita - e cioè con una lettera spedita via posta interna ai superiori maggiori dei dicasteri della curia romana - egli aveva enucleato tutti i successi raggiunti in questi venti anni di guida delle cerimonie papali, venti anni di strenuo difensore, in campo liturgico, della fedeltà allo “Spirito” del Vaticano II.
Marini II il successore
Da Marini I a Marini II il passo è immediato. Entrambi, infatti, ovvero monsignor Piero e il suo successore alla guida delle cerimonie papali, e cioè il genovese monsignor Guido, si incontreranno domenica prossima per un televisivo passaggio di consegne.
Entrambi saranno accanto al Papa (come una comparsa tra i due) in occasione della celebrazione eucaristica che egli terrà in piazza del Plebiscito a Napoli. Due cerimonieri, dunque, per un solo Pontefice.[...]
I graffi di Marini III
È in questi giorni, inoltre, che Marini III, ovvero monsignor Mario, segretario aggiunto della pontificia commissione Ecclesia Dei, sta raccogliendo dalle diocesi del mondo tutte le lettere di protesta di fedeli e sacerdoti in merito alla mancata applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum."

[epitome dell'articolo "Trinum non semper perfectum est" del vaticanista Paolo Rodari]

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mercoledì, settembre 12, 2007

Pro Missa Bene Cantata [4]

Ovvero: « Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti. »



A commentare il viaggio pastorale in terra Austriaca del Papa sedici volte Benedetto ci ha pensato magistralmente egli medesimo nella catechesi del mercoledì.
Non mi rimane pertanto che unirmi al generale plauso per la chiarezza e per la pregnanza delle sue austriache allocuzioni.

Rimane, ahimè, sempiterno il sacrosanto diritto di infuriarsi con l'orrida schiatta dei vaticanisti che nonostante l'appiglio "politico" conto eutanasia ed aborto del discorso del venerdì sera ha dovuto sudare sette camicie per portare a casa il compitino essendo schiettamente "spirituali" le mariali e cristologiche dissertazioni ratzngeriane offerte ai fedeli austriaci. Ci si è, perciò, lamentati dei pochi fedeli, del poco calore mostrato dagli austriaci, del -presunto- contrasto col l'accoglienza invece per lo passato mostrata al comunicativo Wojtyla, o giudicando la scelta di limitare le adunanze liturgiche in ambiti strettamente chiesastici è stata interpretata come una paura del confronto con un cattolicesimo "adulto" e non più incline pertanto alle tribali manifestazioni di mediterranea papolatria.

Encomio particolare merita il novello (e direi "novizio" dato l'argomento) vaticanista di Raitre che ha sostituito il mite ed umile di cuore Aldo Maria Valli (ormai gloriosamente assunto da Raiuno). Infatti, l'acconcio servizio televisivo del TG3 di domenica sera (9 settembre) principiava con l'immagine pomeridiana del pontefice che pronunciava il suo discorso ai monaci cistercensi dell'abbazia di Heiligenkreuz, in cui si sentiva il sonoro originale del discorso in tedesco in cui subito spiccava l'espressione latina "OPUS DEI" !
Solo allora si sentiva l'italica lingua del giornalista scandire in breve il sillabo degli ammonimenti pontifici nei tre giorni in Austria: contro il week-and e a favore della messa domenicale, sul rispetto per preti e suore dei voti religiosi e -triginta! triginta uno!!- sull'obbligo di anteporre il dovere della preghiera prima di qualunque altra attività. In fine il vaticanista ha citare un passo del discorso papale ai cistercensi: "Là dove, nelle riflessioni sulla liturgia, ci si chiede soltanto come renderla attraente, interessante e bella, la partita è già persa. O essa è opus Dei -e il giornalista ha ben marcato le due parole latine!- con Dio come specifico soggetto o non è".
Fine del servizio giornalistico.

Ora, io mi chiedo cosa abbia potuto capire il telespettatore medio sentendo che il Papa ha affermare che per lui l'Opus Dei deve stare al primo posto!
Nessuno ha spiegato che mille e cinquecento anni prima che nascesse Escrivà de Balaguer per la Regola di San Benedetto "opus Dei" voleva appunto significare che per il monaco pregare non è un diletto ma è "l'opera" cui deve dedicarsi: pregare è un "lavoro" tant'è vero che la regola monastica impone di pregare Domine Iddio otto ore al giorno! Però questo il vaticanista che per lavoro dovrebbe "tradurre" ciò che dice il papa non lo detto agli spettatori del Tg3.
Ma allora perchè sceglier proprio quella frase? Per ammonire gli avventori di Raitre che il papa è di estrema destra e perciò gli piace un'organizzazione "fascista" come l'Opus Dei? Ma di questo i "fedeli" del TG3 ne sono già convinti a priori.

L'immagine più bella di tutto il viaggio è stata quella dell' Angelus di domenica 9, quando ad un papa divertito per il vento che giocava col suo mantello rosso, è venuto in soccorso il beatissimo arcivescovo e cardinale Christoph Schönborn che ha devotamente retto la mantellina per impedire che svolazzasse davanti al volto del Successore di Pietro, quasi a riproporre l'immagine della berniniana Cathedra nell'abside della Basilica Vaticana dove i Santi Padri della Chiesa sorreggono il lieve peso del glorioso seggio del Principe degli Apostoli (immagine che spero sia bene augurante per il futuro dell'Eminentissimo pupillo di papa Ratzinger).


Ciò in cui hanno concordato il Santissimo e l'Eminentissimo nella progettazione del viaggio è stato quello di costringere i cattolici austriaci a puntare lo sguardo molto in alto. Qualcuno ha detto che i discorsi papali hanno viaggiato nell'iperuranio tralasciando di trattare delle concrete problematiche della Chiesa Austriaca. Notorio è che, nonostante la sua millenaria storia di devozione cattolica, l'Austria come tutto l'occidente è fortemente laicizzata e prova ne sono la quasi nulle nuove vocazioni. E che dopo gli scandali sessuali che travolsero il predecessore dell'angelico Schönborn è sorto un generale "anticlericalismo ecclesiale" di cui si è fatto portavoce l'organizzazione "Noi siamo Chiesa" i cui membri accolsero il passaggio della papamobile di Giovanni PaoloII sventolando palloncini neri in segno di protesta. Ma adesso il Wojtylaccio è morto e tutti stanno invece a sottolineare con quanto più calore venne accolto rispetto al teutonico Benedetto. Credo che sia, invece, accaduto esattamente il contrario di quanto i vaticanisti hanno raccontato.
Ratzinger ama visceralmente l'Austria (anche se con tutto l'aplomb teutonico del caso) e di questo gli austriaci non possono non avene avuto chiaro sentore; poi il Papa, anche se dice cose impopolari o non del tutto condivisibili agli stessi cattolici mitleuropei, almeno però viene ammirato e rispettato per il fatto di "parlar chiaro" e non scivolare nel politichese e senza irritanti dosi di politically correct.
A tal proposito, mirabile e stato nel discorso al corpo diplomatico il paragrafo "Il dialogo della ragione" come ha sintetizzato un anno di disquisizione scaturita dalla lectio di Ratisbona:
Fa parte dell’eredità europea, infine, una tradizione di pensiero, per la quale è essenziale una corrispondenza sostanziale tra fede, verità e ragione. Si tratta qui, in definitiva, della questione se la ragione stia al principio di tutte le cose e a loro fondamento o no. Si tratta della questione se la realtà abbia alla sua origine il caso e la necessità, se quindi la ragione sia un casuale prodotto secondario dell’irrazionale e nell’oceano dell’irrazionalità, in fin dei conti, sia anche senza un senso, o se invece resti vero ciò che costituisce la convinzione di fondo della fede cristiana: In principio erat Verbum – In principio era il Verbo – all’origine di tutte le cose c’è la Ragione creatrice di Dio che ha deciso di parteciparsi a noi esseri umani.
Permettetemi di citare in questo contesto Jürgen Habermas, un filosofo quindi che non aderisce alla fede cristiana. Egli afferma: “Per l’autocoscienza normativa del tempo moderno il cristianesimo non è stato soltanto un catalizzatore. L’universalismo ugualitario, dal quale sono scaturite le idee di libertà e di convivenza solidale, è un’eredità immediata della giustizia giudaica e dell’etica cristiana dell’amore. Immutata nella sostanza, questa eredità è stata sempre di nuovo fatta propria in modo critico e nuovamente interpretata. A ciò fino ad oggi non esiste alternativa” .
E Amen!


Per quanto riguarda, poi, le proteste ecclesiali ormai "Noi simo Chiesa" non riempie più gli stadi e la forza propulsiva dovuta ad una reale e giusta indignazione momentanea però non può non diventare snervante ed inconcludente stando dietro ai "tempi della Chiesa" soprattutto se debbono essere madri e padri di famiglia a protestare contro il celibato per chiedere che i preti si possano sposare e che le suore possano dire messa. In vero anche da molto settori del basso clero ci sono state vibrate proteste contro i metodi poco democratici da parte della Santa Madre Chiesa Gerarchica, epperò cura dell'eminentissimo Schönborn è stato cercare di far capire che nella struttura della Chiesa già ci sono le strutture finalizzate a cercare e trovare il dialogo tra i fedeli della Chiesa cattolica , cioè il "Consiglio pastorale parrocchiale" ed il "Sinodo diocesano", senza bisogno di inventarsi continui parlamenti e parlamentini in cui adunare gli Stati Generali della Chiesa.

Il Papa nei suoi discorsi al clero austriaco non ha fatto sconti, invitandoli a "pregare, pregare, pregare" dicendo chiaramente ciò che a loro dovrebbe essere ben chiaro non solo per averlo studiato nei manuali di Teologia cattolica ma anche nei vecchi catechismi dei bimbi: che la "Grazia" è un dono gratuito di Dio e che la preghiera è necessaria per ottenerla ed ancor più per conservarla poichè è dottrina ufficiale della Chiesa cattolica che è assolutamente impossibile con uno solo sforzo della volontà umana il non commettere peccato ma che invece il permanere nello "stato di Grazia" sarebbe impossibile senza un intervento divino. Se questa è la dottrina della Chiesa cattolica è perciò inutile che il papa di fronte alle "cadute del clero" si metta a fare solo degli sterili esercizi di sociologismo.

E se la preghiera principale del clero è la messa, la messa domenicale è il principale appuntamento della fede del cristiano perciò di fronte ai cattolici dalla secolarizzata Austria in cui si discute di declassare la domenica a giornata lavorativa il Pontefice interviene a gamba tesa citando i martiri di Abitene: Sine Dominicum non possumus!: "Senza la domenica non possiamo vivere".
Il "ccioiosamente" regnante Benedetto ha perciò invitando con i gesti più che con le parole ad apprezzare il millenario patrimonio spirituale tipico dell'Austria qual è, per esempio, l'amore per la musica che ha prodotto "musica sacra" di grande solennità e bellezza e che può ancora essere un validissimo strumento catechetico. Infatti non in uno stadio da calcio si è svolta la messa domenicale ma nell'austero e glorioso duomo di Vienna in cui Benedetto XVI ha tributato il suo omaggio alla tradizione viennese di accompagnare ogni domenica il pontificale episcopale con musiche di cappella. Per l'occasione è stata eseguita la "Mariazeller Messe" (per i fan del ritorno del latino: "Missa Cellensis") composta nel 1782 l'austriaco Franz Joseph Haydn, per coro, soli e orchestra.
Una "Missa" che come da molti è stato lamentato (tra l'altro dal "divinus" Magister)è stata mortificata dai commentatori televisivi che hanno creduto bene poter impunemente coprire con il loro secolare chiacchiericcio le note e -soprattutto- le parole del "Sanctus", "Gloria", "Credo", "Agnus Dei": cioè di parti proprie e principali, e non certo accessorie e secondarie, del rito della messa cattolica che si stava trasmettendo!

Se il fine della riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II fu quella di una maggior comprensione e, conseguente, partecipazione dei fedeli cattolici ai "sacri misteri", consentendo una maggior flessibilità dei riti e delle formule, perciò questa opera di "inculturazione" nei paesi di millenaria tradizione cattolica non può tradursi solo in un furore iconoclastico per tutto ciò che è il frutto della fede, della ragione e del sentimento dei cattolici dei secoli precedenti!

Trovo sia proprio questo il messaggio esemplare della messa nel duomo di Santo Stefano che parmi ben espresso dalle parole stesse di Joseph Ratzinger nel suo saggio Introduzione allo Spirito della Liturgia:
"L'arte barocca, successiva al Rinascimento, presenta aspetti molteplici e si realizza in modio differenti. Nella sua forma migliore essa si fonda sui principi della riforma inaugurata dal Concilio di Trento che- ancora una volta sulla sia della tradizione occidentale- metteva particolarmente in rilievo il carattere didattico pedagogico dell'arte, ma, come principio di un rinnovamento dall'interno.
La pala d'altare è come una finestra attraverso la quale il mondo di Dio si fa strada verso di noi; il velo della temporalità viene sollevato e noi possiamo dare uno sguardo nella profondità del mondo di Dio. Quest'arte vuole coinvolgere nuovamente nella liturgia celeste, tanto che ancora oggi noi possiamo percepire una chiesa barocca come un'unica, fortissima , tonalità di gioia, come un alleluia che è diventato immagine: la gioia del Signore è la nostra forza - questo detto veterotestamentario (2Esdra 8,10) esprime il sentimento ultimo di cui vive tale iconografia.

L'Illuminismo ha poi sospinto la fede in una sorta di ghetto intellettuale e sociale; la cultura contemporanea si è poi allontanata da essa e ha percorso un altro cammino, così che la fede si è rifugiata nello storicismo -nell'imitazione del passato- o ha cercato di adattarsi o si è persa nella rassegnazione e nell'astinenza culturale, cosa che poi ha portato a un nuovo iconoclasmo, che talvolta è stato anzi visto come un compito del Concilio Vaticano II"

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venerdì, giugno 29, 2007

Accipe Thiaram tribus Coronis ornatam!


In solemnitate Sanctorum Petri et Pauli, anno bismillesimo septimo sono andato a consultare Wikipedia alla voce "Tiara papale" dove si afferma che:
"In occasione della festività di San Pietro e Paolo, il 29 giugno di ogni anno, si usava rivestire della tiara e dei paramenti pontificali la famosa statua bronzea di San Pietro nella Basilica di San Pietro per onorare l'Apostolo di cui i papi si dichiarano successori. Questa usanza è stata abbandonata nel 2006."
Probabilmente quando tornerò sul sito dell'enciclopedia telematica qualche zelante avrà già apportato le dovute correzioni poiche in data 29 giugno 2007 la bronzea statua di san Pietro -universalmente nota per aver i piedi consumati dai baci dei fedeli- indossa come consuetudine il grosso e prezioso triregno solitamente esposto nel "Museo del Tesoro" della Sagrestia della Basilica Vaticana.

L'usanza è stata ripresa quindi? Noi ci domandiamo.
Il problema non ha facile risoluzione poichè mai nessuno aveva dichiarato "papale-papale" l'intenzione di non più coronare il simulacro dell'Apostolo Pietro attribuito ad Arnolfo di Cambio nella solennità liturgica di San Pietro, anzi sarebbe meglio dire nelle solennità liturgiche di San Pietro: il 29 giugno data della commemorazione del martirio ed il 22 febbraio nella commemorazione della "Cattedra di san Pietro".
Tradizionalmente, infatti, in tali date la bronzea statua raffigurante San Pietro in trono, benedice mentre nella sinistra stringe saldamenti al petto le chiavi del Regno dei Cieli, viene vestita con un bianco camice ricamato sul quale è una stola rossa damascata in oro, della medesima preziosa stoffa è l'ampio piviale chiuso sul petto da un spilla "il razionale" di foggia esuberantemente barocca.
In questo preziosissimo guardaroba pontificale non può mancare al collo della bronzea statua una catena d'oro da cui pende una croce pettorale tempestata di diamanti ed un vistoso anello all'indice della negra mano benedicente. Sul capo viene posto un triregno di argento massiccio decorato con perle e pietre preziose.
Or bene, nella festa dei Santi Apostoli patroni dell'Urbe del 2006 la statua venne rivestita come descritto eccetto che per il triregno.
Il fatto, assai marginale in vero, ha fatto ipotezzare che si trattasse del segnale -seppur folkloristico- del più profondo e generale ripensamento del ruolo "più evangelico" del papato romano seguito del Concilio Vaticano II ed alla fine della cosiddetta "era costantiniana". Siccome il cerimoniale pontificio non contempla più l'uso del triregno nemmeno nella cerimonia di inizio del pontificato e dato che Benedetto XVI ha financo tolto la tiara dal suo stemma sostituendolo con la mitra parebbe la conseguenza di una ferrea logica teutonica che: poichè il Romano pontefice, successore di san Pietro e sua vivente immagine nella Storia, non indossa più il triregno devesi concludere che anche tra i simboli pontificali con cui viene per devozione addobbata l'immagini di San Pietro venga abolito il Triregno.

Però ecco che nuovamente in data 22 febbraio 2007 festa della Cattedra di San Pietro la statua opera di Arnolfo di Cambio risultava rivestita di tutto punto (compreso il triregno!) mentre il 22 febbraio dell'anno precedente essa si mostrava nuda di ogni superfluo vestimento nella sua bronzea ieraticità.
Che cosa -o meglio chi- ha provocato la linea di "austerità" nelle manifestazioni di devozione verso l'effige del Pescatore di Galilea nell'anno 2006? E chi invece ha voluto che nel 2007 non solo in giugno ma persino in febbraio si tornasse alla "tradizione"? Infatti il papa è il medesimo Benedetto così come l'arciprete è il medesimo monsignor Angelo Comastri.

Fare illazioni su chi fra papa Benedetto e monsignor Comastri fu nel 2006 più austeramente motivato da ardore per una spiritualità tutta interiore, ed aliena da incrostazioni mondane, non ha molto senso dato che di contro, alla luce di ciò che è avvenuto nel 2007, al medesimo personaggio dovremmo rimproverare una sconfessione del proprio operato e -quel che è peggio!- dei proprii ideali!

Per amor di verità, spetterebbe all'Arciprete prendersi cura dei cimeli spirituali della basilica vaticana; quindi dovremmo imputare a monsignor Comastri la decisione di non addobbare baroccamente il simulacro di San Pietro.
C'è da chiedersi come mai, seppur uomo ascetico che fu amico personale e confidente di Madre Teresa di Calcutta, da arcivescovo di Loreto non ebbe nulla da ridire sulla "dalmatica" della Vergine Lauretana cioè l'abito su cui sono cucite gemme e pietre preziose che riveste la statua della Madonna -pur sapendo benissimo che la Santa Vergine nella casa di Nazaret vestiva assai modestamente-, il medesimo Comastri una volta diventato amministratore della basilica vaticana ha cominciato ad avere simili scrupoli pauperistici?
O forse che, essendo quel 22 febbraio 2006, la prima "cattedra di San Pietro" sotto il "regno" di Ratzinger (e giorno in cui il papa annunciò la sua prima infornata cardinalizia) si sia voluto, non adornando baroccamente l'effige del Principe degli Apostoli, indicare attraverso una politica dell'immagine l'ideale non di monarchia assoluta ma di servizio alla collegialità che Joseph Ratzinger ha del papato (e del proprio pontificato in particolare)? Proseguendo nel medesimo programma didattico il successivo 29 giugno decretando di non opprimene il capo bronzeo di San Pietro sotto il peso dell'argenteo triregno ma lasciando la sua testa circondata solo dal'aurea aureola simbolo della santità?
Però staremmo parlando dello stesso Benedetto XVI che poi indossa sbarazzino il medievale camauro come Giovanni XXIII e si siede con nonchalance sul barocco trono di Leone XIII!
E allora?
Forse da un lato la volontà (del papa o dell'arciprete poco importa) di innovare la simbologia petrina alla luce della sensibilità contemporanea, o forse la convinzione che dell'eliminazione di un superfluo apparato barocco nessuno si sarebbe dato pena; salvo poi, quando ci si è resi conto che in troppi se ne erano accorti e lamentati, di "soprassedere".
A me piace pensare che lo stesso sedici volte Benedetto abbia pensato bene di "soprassedere" poichè anche se una tal manifestazione di devozione barocca non è più in accordo con la sensibilità del XXI secolo essa non è nemmeno dannosa per cui bisognerà pur concordare con l'Apostolo che: "tutto concorre al bene di coloro che amano Dio".

Alla fine mi convinco che (in questa presunta occulta battaglia dei simboli) non c'è nessun retropensiero teologico ma soltanto una certa dose di sciatteria nella gestione della "Reverenda Fabbrica di San Pietro" poichè, se per la gioia dei cattolici conservatori che anelano al ritorno della messa in latino, il ritorno del folklotistico triregno in capo al simulacro di San Pietro sarebbe un buon auspicio, dall'altro lato non saprei che auspici verranno tratti dalla "abolizione" di un'altra inveterata tradizione: nell'anno di grazia 2007 non penzola sotto la loggia centrale di San Pietro la cosiddetta "rete del pescatore" cioè la decorazione floreale a forma di nassa che veniva appesa sul portale principale della facciata della basilica vaticana.
La trama s'infittisce?

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venerdì, giugno 15, 2007

IN MORTE DI GIUSEPPE ALBERIGO

Sive: Pater Sancte, Sic Transit Gloria Mundi !

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sabato, marzo 03, 2007

DEVOTIO MODERNA [3]


Le «Laudes regiae», sorte in ambito carolingio per affermare la derivazione divina del potere civile, nel XII secolo e con la lotta per le investiture diventano invece segno liturgico della teocrazia

Ovvero: Per la prima volta viene pubblicata in traduzione italiana la ricerca del medievista tedesco Kantorowicz sul «Christus vincit»: il canto sacro oggi noto quale sigla musicale della Radio Vaticana.


("Diventare re per una litania" articolo di Roberto Beretta ;Avvenire di sabato 3 marzo 2007).

Oggi le sue note fanno da refrain ai buchi di palinsesto della Radio Vaticana: «Christus vincit, Christus regnat, Christus Christus imperat!». Ma una volta questo ritornello era parte fondamentale delle «litanie cesaree», riservate all'incoronazione rituale di re e imperatori: senza di esse non si fece sovrano, dal Sacro Romano Impero in poi.
Erano le Laudes Regiae: e questo è appunto il titolo di uno «studio sulle acclamazioni liturgiche e sul culto del sovrano nel Medioevo» che il grande medievista tedesco Ernst Kantorowicz (scomparso nel 1963) ha dato alla terza opera della sua fondamentale trilogia, la meno fortunata dopo I due corpi del re e Federico II imperatore; così negletta che ha dovuto aspettare sessant'anni per essere tradotta la prima volta in italiano, oggi grazie a Medusa.

Dunque Kantorowicz - del quale Alfredo Pasquetti discute in introduzione le modalità di acquiescenza al Terzo Reich (in realtà lo studioso, di origine ebraica, chiederà il pensionamento dall'università per motivi razziali due anni soltanto dopo aver vinto la cattedra e nel 1939 lascerà la Germania per gli Usa) - esamina un elemento apparentemente minore, diciamo pure erudito: la presenza ed evoluzione del «Christus vincit» nei messali dall'VIII al XIII secolo. Ma, oltre a introdurre con ciò (e forse per primo) i libri liturgici tra le fonti della «grande storia», riesce a ricostruire sulla minuzia della sua analisi un affresco credibile della regalità medievale: il suo prediletto terreno di studio. Eccolo dunque rintracciare le origini dell'acclamazione nelle grida che il senato o il popolo e i soldati rivolgevano agli imperatori romani durante il trionfo; constatare poi il consolidamento della triade litanica nella Chiesa gallo-franca dell'VIII secolo, secondo un'andatura marziale di sicura derivazione militaresca; in seguito seguirne l'introduzione anche nella liturgia romana, con significative trasformazioni «imperiali» in uso fino al XII secolo; quindi ritrovarla come grido di battaglia per i crociati in Terrasanta; e ancora esaminarne l'apparizione (anche in lingua greca) su monete normanne dal XII secolo in poi...

«Una delle preghiere più virili, infiammate e potenti della Chiesa cattolica», le Laudes (la cui più antica versione risale al 785 circa, piena epoca carolingia) sono dunque invocazioni che - partendo dal Cristo vincitore e re - servivano ad acclamare in Lui i suoi vicari terreni, imperatori e sovrani dapprima, vescovi e papi poi. E infatti nel testo vengono spessi menzionati i nomi dei re in carica, per i quali si invoca sì assistenza dal cielo, ma di cui nello stesso tempo si colloca in excelsis la fonte dell'autorità. In pratica, con il mantra della ripetizione corale, la preghiera assumeva - oltre al ruolo liturgico - anche la funzione di confermare nell'inconscio popolare e nell'opinione pubblica la derivazione divina dell'umano potere: come lo scintillìo dorato della corona posta sul capo dell'erede al trono (non per niente le laudes sono spesso collegate all'incoronazione), tal quale all'unzione che lo consacrava re in eterno. La cosa curiosa è come sia stato proprio lo Stato il primo a sfruttare la liturgia cattolica per proclamare la sua preminenza o comunque emanciparsi dalla Chiesa. Lo nota lo stesso Kantorowicz: nei periodi in cui la monarchia era particolarmente forte (ad esempio con Carlo Magno), i formulari del Christus vincit allineavano prima i nomi del re e dei suoi santi patroni (la Madonna, gli arcangeli e Giovanni Battista), solo poi quelli del Papa e dei protettori collegati - gli apostoli. Ciò per dire che le varie versioni delle laudes regiae costituiscono quasi un termometro dell'evoluzione dei rapporti tra Papi e imperatori, della teocrazia o all'inverso del cesaropapismo; erano insomma una faccenda di «teologia politica», un «accompagnamento vocale» al «culto medievale del sovrano» prima, e più tardi della presa di sopravvento clericale. A parere dello storico tedesco, anzi, esse «si collocano tra le più antiche testimonianze della storia politica occidentale del tentativo di stabilire una somiglianza con la "città di Dio"». Così almeno fino all'XI-XII secolo. Ché poi avviene l'inversione della medaglia («Il diritto divino dei sovrani - scrive Kantorowicz - e il diritto imperiale dei pontefici sono manifestazioni diverse della stessa idea di fondo, in quanto entrambi derivavano dal modello del Cristo rex et sacerdos, che sia il re sia il vescovo emulavano»): la riforma del papato e la lotta per le investiture enfatizzano infatti la dimensione «temporale» del potere pontificale, anche il Papa cinge una corona (la tiara) e si guadagna le sue laudes, esemplate su quelle dell'imperatore - che da parte sua si è nel frattempo «laicizzato».

Insomma, niente di strano se il Christus vincit lascia le laudes regiae e durante la cattività avignonese penetra nel Pontificale romano. Dove però rimane a dormicchiare fino alla riscoperta, avvenuta per opera dei cultori del gregoriano alla fine dell'Ottocento, e al rilancio legato all'introduzione della festa liturgica di Cristo re (1925). Con una coda maligna, tuttavia: nel canzoniere dei piccoli balilla italiani, anno 1929, anche Benito Mussolini era salutato da un Christus vincit... Manco fosse Carlo Magno.
Ernst Kantorowicz
Laudes Regiae
Studio sulle acclamazioni liturgiche e sul culto del sovrano nel Medioevo
Medusa. Pagine 318. Euro 36

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mercoledì, gennaio 10, 2007


RINTRONATI PATOLOGICI

Ovvero:
Io confesso di non fare i salti di gioia (come alcuni "cattolici romani") per la riutilizzazione di un trono papale "sponsor by" Leone XIII, nè tantomeno dolermene, lagrimando, per un presunto tradimento dello "spirito conciliare".
Il fatto è che il trono c'è e, pur avento più di un secolo sul "groppone" (anzi sullo schienale), è in ottime condizioni, giacchè sarà sembrato un peccato (veniale, intendiamoci, ma pur sempre "davvero un vero peccato!") che marcisse in un angolo dell'apparamento nobile. Benedetto XVI, e quelli che lo servono, sono bavaresi e perciò hanno grande familiarità con l'ebanistica baroccheggiante che sommerge il mobilio ecclesiastico intagliato in onde ricciolute placcate d'oro e di smalti.

E' da ricordare ai turbati che vedono in queste "novità" i sintomi di una temuta "Restaurazione" o agli euforici che attendono a breve il ripristino dei flabelli e della sedia gestatoria, del fanone e del bacio della sacra pantofola, che un vero cattolico tradizionalista dovrebbe più che rallegrarsi per il recupero di un pezzo da museo lamentarsi e sempre lamentarsi, per l'eliminazione del triregno dallo stemma pontificio e per l'abdicazione del titolo di Patriarca d'Occidente: decisioni entrambe veramente e profondamente demagogiche!

Nel caso del rispolvero del trono con gli angioletti dorati trattasi perciò di accademica questione da risolversi tra arredatori d'interni: nell'Aula Nervi stà bene la bianca poltrona dai grandi braccioli bianchi, mentre nella Sala Regia stà bene il tronetto dorato con tanto di predella di tessuto scarlatto.
Giovanni XXIII che su quel medesimo trono fu incoronato non è forse la bandiera di ogni preteso e pretestuoso progressismo ecclesiale?
E Paolo VI, che cambiò la tappezzeria rossa da pareti, pavimenti e poltrone per sostituirla con più ascetici (ma ugualmente costosi)damaschi bianchi, non è per la maggior parte dei contemporanei un papa di un lontano passato al pari di un Paolo V, di un Paolo IV e un Paolo III?

Non vedo quale problema possa fare che un Papa del ventunesimo secolo sia assiso su un trono in stile tardo-barocco -invece delle più austere ma non meno ingombranti (e nemmeno meno costose) bianche poltrone dovute al restiling montiniano- quando invece non fà problema che le pareti, in cui si trova il trono tutto angioli e festoni, sia decorato da affreschi che celebrano il saccheggio della cristianissima Costantinopoli da parte dei veneziani e la mattanza degli ugonotti nella "Strage di San Bartolomeo"; la vittoria contro i Turchi a Lepanto e la vittoria della Lega Lombarda sull'Imperatore Barbarossa costretto, quale segno della sconfitta, a piegare il collo sotto il piede di un soddisfatto Papa Alessandro III: "Papa vere Imperator est".

Post Scriptum: Confesso che m'era sfuggito che, dopo la mozzetta e il camauro bordati d'ermellino e prima del trono, Benedetto XVI (durante l'udienza di mercoledì 6 settembre 2006) ha rimeso in auge il saturnio!

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martedì, dicembre 12, 2006

CASTRUM DOLORIS, II

Sive: dogmate papali datur ac simul imperiali

Le quattro Basiliche patriarcali di Roma si chiameranno d’ora innanzi Basiliche “papali”. Lo ha annunciato -lunedì 11 dicembre anno Domini 2006_ il Cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, Arciprete della (non più "Patriarcale") Basilica di San Paolo fuori le Mura.


In occasione di una conferenza stampa tenutasi per annunciare la fine delle indagini archeologiche sotto l'altare papale ed il ritrovamento del Sarcofago di San Paolo Apostolo, il porporato ha dichiarato che Benedetto XVI ha riveduto gli statuti delle Basiliche maggiori che d'ora in poi non avranno il vetusto onorifico titolo di "patriarcale".

Le motivazioni addotte dal signor cardinale arciprete sono che: “molti interpretavano che il titolo di Patriarcale volesse alludere al fatto che il Papa esercitasse, mediante queste, un suo titolo di Patriarca d’Occidente, in contrasto al Patriarca d’Oriente, cosa che non è per niente vera”.

Benedetto XVI ha invece deciso di rinunciare, in parte per ragioni ecumeniche, al titolo di “Patriarca d’Occidente”, che infatti ha fatto espellere dall’Annuario Pontificio della Santa Sede.

“Le quattro Basiliche erano state date nei tempi passati, dai Papi, come base in Roma per i Patriarchi orientali cattolici, non come titolo ufficiale”.
“Quindi, il Papa ha deciso che d’ora in poi le quattro Basiliche maggiori si chiamino ‘Basiliche papali’”, ha poi concluso.

Amen dico vobis.
Volontà del Papa volontà di Dio: ripetevano i santi!

Il Romano Pontefice è liberissimo di modificare, ammodernare e riformulare gli statuti delle sue basiliche, sue poichè per i Patti Lateranensi fanno parte integrante dello Stato della Città del Vaticano. Sue proprie perchè dotate di altare maggiore sul quale fino a pochi decenni or sono solo il Pontefice gloriosamente regnante poteva "funzionare", oppure vi poteva celebrare un eminentissimo porporato su delega del pontefice e solitamente alla presenza della sua augusta persona.

Confesso di non aver molta voglia di spiegare le mie perplessità, non sulla decisione papale di eliminare l'appellativo di patriarca dai suoi titoli e di patriarcale alle sue basiliche ma sulle motivazioni addotte (nell'uno e nell'altro caso).

Sarebbe bastato dire: "così è perchè così il papa vuole" invece di ricercare motivazioni storiche ben poco fondate.
Vengo infatti a scoprire che fino adesso noi blebaglia eravamo convinti che "mediante queste" basiliche patriarcali il papa esercitasse le sue prerogative di Patriarca della Chiesa di rito latino! Sicchè l'eminentissimo Cordero Lanza è venuto a fugare la generale e sembra quasi superstiziosa convinzione che fossero le basiliche ad avere la virtù di dare al Vescovo di Roma il potere giurisdizionale su tutte le diocesi di rito latino! Grazie Eminenza di aver dissipato quest'errore (che Ella ha creduto di scorgere nelle nostre fragili menti) ma non ci ha spiegato il perchè il papa pur rigettando il titolo di patriarca ne eserciti le funzioni.

Ulteriore nota di biasimo all'eminentissimo: le basiliche "Maggiori" o (fino ad ora) "patriarcali" non sono quattro ma sono cinque: 1)San Giovanni in Laternao (l'Arcibasilica); 2) san Pietro in Vaticano; 3) san Paolo; 4)Santa Maria Maggiore; 5) san Lorenzo al Verano!

Di "San Lorenzo fuori le mura" tutti si dimenticano, perchè non vi è una porta santa e perchè non è territorio extraterritoriale e a quanto pare se ne è dimenticato anche il cardinale Montezemolo.

Antica è, infatti, l'usanza di significare nelle cinque (cinque e non quattro!) chiese maggiori dell'Urbe le cinque maggiori Chiese dell'Orbe ovvero i patriarcati maggiori di cui Roma è il primo dei patriarcati (e il papa è il primo fra i patriarchi). Non si capisce perciò quale sia il vantaggio ecumenico specialmente con le Chiese ortodosse nell'abolire il titolo (ma non le funzioni!) di patriarca d'Occidente.

Nell'ordine onorifico dopo Roma viene Costantinopoli, poi Alessandria d'Egitto,Antiochia e Gerusalemme. Non risulta che i patriarchi dell'Oriente (i patriarchi e non "il" patriarca d'oriente come dice il cardinale Cordero!) durante il primo millennio fossero soliti soggiornare presso il loro collega d'Occidente. Anche il papa di Roma non amava recarsi in Oriente: i papi non hanno mai partecipato personalmente a nessun concilio ecumenico e le poche volte che si recarono a Costantinopoli vi furono condotti contro la propria volontà (e di solito in catene).

Il far coincidere l'ordine delle basiliche maggiori all'ordine dei patriarchi maggiori, fu perciò un vezzo antico e venerando, ma pur sempre un vezzo privo di un qualsiasi riscontro storico! Pensare che la basilica di San Pietro sia stata per oltre mille e cinquecento anni chiamata dagli stessi Pontefici Romani col titolo "patriarcale" perchè i papi erano convinti che fosse la residenza romana dell'arcivescovo di Costantinopoli parmi teoria insostenibile. E'sempre stata detta patriarcale perchè pur non essendo residenza papale (i papi alloggiava stabilmente al Laternao) era residenza saltuaria dei papi, San Pietro assieme alle altre tre basiliche poichè i papi, e la corte pontificia, vi si recavano in sontuoso corteo per alcune solennissime ricorrenze liturgiche.

Mettiamola così: Benedetto XVI -cooperator veritatis!- ha voluto mettere fine ad una pia bugia ecumenica dicendo, per bocca del cardinale Cordero Lanza di Montezemolo, che i patriarchi bizantini non hanno mai avuto una residenza ufficiale a san Pietro, san Paolo, santa Maria Maggiore e san Lorenzo.
Amen.

Post Scriptum: del fatto poi che, pur avendo tolto l'altare di san Timoteo dal'emiciclo della "Confessione" ricavata davanti all'altare maggiore della basilica ostiense, non si riesca a vedere il sarcofago con i resti di san Paolo, io direi che ciò non può sorprendere chi è a conoscenza del fatto che Gregorio XVI e Pio IX -in illo tempore- hanno dato il loro assenzo a qualcosa che è fonte di orrore per ogni lefevriano.

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martedì, novembre 21, 2006

Pro Missa Bene Cantata [2]

Ovvero: la Messa dell'Incoronazione

Era passato meno di un mese da quando Giovanni XXIII aveva presieduto la solennissima cerimonia d'apertura del II Concilio Ecumenico Vaticano quando, domenica 4 novembre 1962 , Papa Giovanni XXIII scese nuovamente in San Pietro con tutto il suo fastoso corteggio per presiedere un'altra solennissima liturgia.
Il papa, in verità, allo stesso modo dell'11 ottobre, non celebrò la messa ma vi assistette assiso sull'alto suo trono.
La messa viene così celebrata su un altare mobile posto nella navata centrale davanti all'altare della Confessione.
Per l'inaugurazione del Concilio -era la ricorrenza liturgica della Divina Materintà di Maria :"Gaudet Mater Ecclesia!"- la messa "de Spiritu Sancto" venne celebrata dal cardinale Eugenio Tisserand, il Decano del sacro collegio.
Domenica 4 novembre invece, giorno in cui si commemora San Carlo Borromeo , fu l'arcivescovo di Milano il cardinale Giovan Battista Montini , chiamato a presiedere il solenne pontificale alla presenza di ottanta cardinali, dieci patriarchi e di quasi duemila e cinquecento tra arcivescovi, vescovi ed abati: il motivo di tanta solennità era la felice ricorrenza del quarto anniversario dell'Incoronazione di Giovanni XXIII.

Era stato il neoeletto papa Roncalli (28 ottobre 1958) ad ordinare che la la propria solenne intronizzazione ed incoronazione avvenisse nella memoria liturgica di san Carlo Borromeo di cui Angelo Roncalli era sempre stato grande devoto nonchè studioso.
Il cerimoniale allora in vigore prevedeva che la "cappella papale" in occasione dell'anniversario dell'incoronazione di un pontefice regnante fosse celebrata in San Pietro da colui che aveva avuto l'onore di essere stato il primo cardinale creato dal papa medesimo. Non fu certo senza ponderazione, quindi, che Papa Giovanni aveva voluto che la prima "creatura" del suo primo concistoro fosse proprio monsignor Montini, il successore di San Carlo sulla cattedra ambrosiana!

Cadendo, percio, la ricorrenza dell'inizio del quinto anno del suo pontificato durante i lavori del concilio, Papa Giovanni fu ben lieto di far presiedere (e per la quarta volta) la messa commemorativa della propria elezione a colui che sette mesi dopo sarebbe stato chiamato a succedergli. Essendo la festa di san Carlo, infatti, al Papa "Buono", nulla sembrava più appropriato che chiedere di celebrare al successore dello stesso Borromeo nella carica di Arcivescovo di Milano e di conseguenza volle che data la cornice ecumenica la messa fosse in Rito Ambrosiano.

Il Concilio si era aperto da meno poche settimane, quindi, ma esso si era già impantanato poichè, non essendoci eresie da affrettarsi a condannare, dovendosi i padri conciliari limitare a trattare temi di carattere squisitamente "pastorale" essi però non avevano una chiara idea in cosa dovesse consistere "l'aggiornamento" della Chiesa cattolica auspicato da papa Giovanni.
Ma il clima conciliare di quei giorni fu altresì funestato dal diffondersi di voci allarmate sul repentino aggravarsi delle condizioni di salute di papa Roncalli (ed anzi, si temeva una sua improvvisa dipartita già prima della conclusione della prima sessione). Pertanto, con questo sottinteso sottofondo di anziosa attesa, nei padri conciliari destarono profonda impressione le parole di Giovanni XXIII, nell'allocuzione di fronte a tutto il concilio schierato, in cui, tessendo le lodi del santo del giorno, elogiò la capacità dell'"Arcivescovo di Milano" nell'aver saputo condurre a buon fine "il concilio"; della meritoria opera del cardinal Borromeo al concilio di Trento stava parlando Papa Roncalli ma gli occhi di tutti si puntarono sull'arcivescovo di Milano quasi che Giovanni XXIII del cardinal Montini stesse volutamente vaticinando.

Devesi, poi, sapere che nelle rarissime occasioni in cui era il papa a celebrare la messa, l'antico cerimoniale prevedeva che alla fine del sacro rito fosse consegnata al romano pontedice una borsa contenente alcune monete d'oro quale ricompensa "per aver bene cantato la messa".
Accadde che finito di "cantare la messa" il cardinale Montini, recatosi presso il trono papale per il tradizionale rito dell'obbedienza, abbia avuto la sorpresa di ricevere dalle mani del papa una preziosa croce pettorale: "pro missa bene cantata" fu la motivazione addotta da Giovanni XXIII.




La “Fondazione pro Musica e Arte Sacra“ che si occupa di raccogliere fondi per i restauri delle basiliche patriarcali di Roma (San Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le mura), ha organizzato la "V edizione del Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra" dal 15 e 19 novembre nella -come suol dirsi- "straordinaria cornice" delle quattro basiliche maggiori.

Cadendo nel 2006 la ricorrenza dei 250 anni della nascita di Mozart il programma del festival è stato dedicato per intero al compositore salisburghese. Festeggiandosi, inoltre, nel 2006 i 500 anni di posa della prima pietra della Basilica di San Pietro in Vaticano ( nonchè dell’istituzione della Guardia Svizzera Pontificia!) il Festival si è chiuso domenica 19 novembre nella Basilica vaticana, con l'esecuzione della celeberrima Messa dell'Incoronazione K. 317 eseguita - perla terza volta in san Pietro- dei Wiener Philharmoniker (insieme ai Wiener Sängerknaben ed ai cantori selezionati dei Cori di Colonia e Speyer) diretti dallo specialista mozartiano Leopold Hager.
A differenza di ciò che è accaduto nelle altre basiliche, domenica 19 novembre 2006 in Vaticano non s'è trattato di esecuzione concertistica ma di vero e proprio accompagnamento musicale della Santa Messa Solenne che per l'occasione è stata celebrata all'altare della Confessione dall'eminentissimo compatriota di Mozart cardinale Christof Schönborn, arcivescovo di Vienna.
La "Krönungsmesse" è così chiamata poichè fu commissionata a Mozart in occasione di una annuale (la ventottesima) commemorazione dell'incoronazione canonica con corona rocaille e raggi d’argento della statua della Madonna di Plain avvenuta nel 1751 la quinta domenica dopo Pentecoste. Da allora ogni anno in tale data a Salisburgo si festeggia la sacra immagine di Maria Plain.
Il dotto cardinal Schönborn (già discepolo del professor Ratzinger e poi collaboratore del cardinal Ratzinger alla Congregazione per la dottrina della fede), alternando la madrelingua tedesca con un ottimo e fluido italiano,ha ricordato alla numerosa assemblea la festa liturgica della "Dedicazione" della Basilica Vaticana, commemorata il giorno precedente (18 novembre)e, traendo spunto dele apocalittiche letture della messa del giorno, ha elogiato l'arte sacra con cui l'uomo cerca di esprimere attraverso una bellezza ed una perfezione sensibile l'icona della perfezione e sublimità delle realtà invisibili.

Essendo risaputa la passione per la musica classica di Papa Benedetto XVI ed in particolare per la musica sacra di Bach e di Mozart (passione condivisa anche da Schönborn) il "divinus" Magister si era arrischiato a ventilare un'apparizione a sorpresa del sedici volte Benedetto che non avrebbe certo resistito alla tentazione di ascoltare risuonare sotto la cupola michelangiolesca le divine note mozartiane!
In vero, esercitando eroicamente la virtù della prudenza e rendendosi pertanto vindice anche sulla più veniale tentazione, Papa Ratzinger ha preferito starsene nel proprio appartamento privato per rimanere fedele all'appuntamento domenicale della preghiera dell' Angelus con i fedeli raccolti in Piazza San Pietro.
Affacciandosi alle ore 12 in punto il Papa ha salutato i musicisti per lodare l'evento ed ha affermando che: “Nella musica spirituale e nell’arte sacra risuonano e brillano la bellezza e la grandezza della fede”.

Il pubblico encomio al suo pupillo è stato solo differito. Il cardinal Schönborn aveva infatti pochi giorni prima annunciato all'Austria "felix" che Benedetto XVI aveva accettato l'invito a compiere un viaggio Apostolico a Vienna per essere presente l'8 settembre 2007 ai festeggiamenti per l’850° anniversario della fondazione del Santuario mariano di Mariazell; una piccola località di montagna, situata a circa 870 metri di altitudine e che conta circa 2.000 abitanti, ubicata nel cuore dell’Austria, a 160 chilometri a sud-est di Vienna, che riceve ogni anno un milione di pellegrini attratti da'immagine della Madonna delle Grazie detta la “Magna Mater Austriae”.

Il Cardinale Christoph Schönborn ha molto tenuto a sottolineato che non era affatto scontato che il papa accettasse l'invito e pertanto gli austriaci debbono essere molto onorati che il Papa -tra i molti viaggi internazionali possibili- abbia voluto recharsi in visita in un Paese di dimensioni assai ridotte come l’Austria.

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sabato, ottobre 28, 2006

In Nome del PAPA (MARCO)Rè [secondo]



Nella Fiction religiosa Giovanni Paolo I "Il sorriso di Dio" quale ulteriore sintomo della chiaroveggenza di Papa Luciani sulla brevità del proprio pontificato, e sulla sua intima certezza che a breve gli sarebbe successo Karol Woytjla col nome di Giovanni Paolo II, viene sottolineata l'anomalia della volontà e dell'insistenza con cui al nome di "Giovanni Paolo" venne unito il numero ordinale "Primo".
Come nella fiction spiega al papa Marcorè il monsignore esperto di araldica pontificia - e come nella realtà venne obbiettato a papa Luciani- era un errore chiamare "primo" qualcuno o qualcosa di cui non si ha un "secondo".

Per esempio: quando parliamo della Regina Vittoria, non abbiamo il bisogno di specificare che stiamo parlando di "Vittoria Prima" poichè dopo di lei non ci sono state altre regine d'Inghilterra di nome Vittoria.
Così prima del 1952 quando si parlava della "Regina Elisabetta" si intendeva universalmente riferirsi alla regina inglese vissuta nel 1500.
Solo quando Elisabetta II Winsor salì al trono la figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena cominciò ad essere chiamata "Elisabetta Prima".

Similmente solo dopo che Giovanni XXIII indisse la convocazione del Concilio Vaticano II si cominciò a chiamare "Vaticano Primo" quello che fino a quel momento era "il" Concilio Vaticano "tout court".

Se le cose stanno così allora veramente papa Luciani voleva sottolineare che il suo regno sarebbe durato il tempo di un sorriso?
Voleva profetizzare l'avvento a breve di un Giovanni Paolo II?

La risposta è: NO.
No, perchè l'errata applicazione del numero ordinale in età contemporanea è una abitudine invalsa nel mondo ecclesiastico.
E di questa errata applicazione abbiamo lampanti esempi nelle chiese ortodosse!
Sua santità Atenagora I è stato così sempre chiamato quando era in vita e alla sua morte non è stato eletto nessun Patriarca di Costantinopoli di nome Atenagora "Secondo". Ad Atenagora è successo Demetrio anche lui "primo"! A Demetrio I è successo l'attuale arcivescovo di Costantinopoli universalmente noto col nome di "Bartolomeo Primo" anche se noi tutti ignoriamo se da qui alla fine del mondo ci sarà mai un Bartolomeo II.
Allo stesso modo in Armenia Il patriarca Karekìn "Primo" era così ufficialmente chiamato anche prima che gli succedesse Karekin II.

Quando nel pomeriggio del 26 agosto '78 i tre porporati a capo dei tre Ordini cardinalizi si avvicinarono al seggio del Cardinal Luciani per chiedergli come volesse chiamarsi egli rispose : "Giovanni Paolo"
"Giovanni Paolo Primo" intervenne saccentemente il Cardinale Protoprete Giuseppe Siri.
"Giovanni Paolo I" ripetè Papa Luciani e il Cardinale Protodiacono Pericle Felici annunciò alla folla che il nuovo papa: "sibi nomen imposuit Joannis Pauli Primi" .
Non c'è nessun mistero, quindi.
O forse, dietro alla fretta di aggiungere al nome del papa il numero ordinale -non bisogna dimenticare che il Cardinale Siri fu lo sconfitto di quel conclave e la bandiera dello schieramento conservatore!- possiamo scorgere il timore di una diminutio della "maestà" del ruolo pontificio conseguente alla tendenza a ridimenzionare il ruolo del "Vescovo di Roma" rispetto ai suoi "confratelli" vescovi.
I cattolici si erano ormai fin troppo abituatia a chiamare i papi molto semplicemente "papa Giovanni " e "papa Paolo". Che i fedeli si rivolgessero al Vicario di Cristo chiamandolo familiarmente "Gianpaolo" era, da molti ecclesiastici, considerata una caduta di stile da evitare.

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sabato, giugno 17, 2006

ex audientia Santissimi

E' inesorabilmente arrivata l'estate financo nei Sacri Palazzi!
"Signum magnum" dell'avvento della calura estiva fin su alla Terza Loggia è stato il cambiamento di mozzetta operato dal Sommo Pontefice "ccioiosamente" regnante che ha sostituito la mozzetta
invernale di velluto rosso bordata di ermellino (indossata ancora il pomeriggio del 3 giugno 2006 per l'incontro con i movimenti in Piazza san Pietro) con la versione estiva in raso paonazzo.

Indossando la mozzetta di raso rosso -e con in più la stola ricamata- Benedetto XVI nella tarda mattinata di venerdì, 16 giugno 2006, ha infatti ricevuto in udienza privata il Presidente della Repubblica del Costa Rica, Óscar Arias Sánchez, nonchè premio Nobel per la pace nel 1987, il quale ha chiesto alla Santa Sede l'appoggio in favore della campagna mondiale per il disarmo da lui promossa.

Arias Sánchez ha regalato al Pontefice un libro fotografico, opera di Mario Bozzo, sui meravigliosi parchi naturali del Costa Rica. Mentre Benedetto XVI, come al solito e con scarsa fantasia, ha ricambiato con delle medaglie del pontificato e una copia, in lingua spagnola, dell’Enciclica “Deus caritas est” (questo passa il convento).

Il colloquio privato fra il Santo Padre e il Premio Nobel è durato 24 minuti ed ha avuto luogo all’interno della biblioteca privata del Papa. Secondo le fonti vaticane, si è svolto in modo “molto cordiale", ma è soprattutto interessante notare che la conversazione si è svolta in lingua spagnola e senza la presenza di interpreti!
Da ciò si evince che il Sommo Pontefice "ccioiosamente" regnante si è ultimanente sottoposto ad un corso intensivo di "castigliano" in vista del viaggio apostolico in Spagna (7e 8 luglio 2006) per l'incontro Mondiale delle famiglie a Valencia.

Il programma prevede l'a visita a "los Reyes" (già incontrati a Castelgandolfo l'anno or sono) ed in assoluto il primo incontro (scontro) del sedici volte Benedetto con il Primo Ministro spagnolo Josè Luìs Rodriguez Zapatero.
Si intuisce che il Papa tiene un vivo desiderio di farsi intenere financo da chi parla l'idioma di Zapaterolandia.

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martedì, settembre 06, 2005

La Ceremonia del Besamanos



Don Juan Carlos primero y la reina Sofia sono atterrati la mattina del 5 settenbre 2005 a Ciampino. Alle ore 11 antimeridiane sono stati ricevuti in privata udienza dal Sommo Pontefice “ccioiosamente” regnante nella residenza estiva delle “Ville Pontificie” di Castel Gandolfo, poi terminato l’incontro “los Reyes” hanno ripreso il volo per Madrid.

Era conveniente, infatti, che la prima udienza di un Papa a membri di una famiglia reale fosse riservata alle “Loro Maestà Cattoliche”. E così Papa Benedetto, con addosso quella stola ricamata che lo avvolge quasi fosse un ampio piviale, tra ampi sorrisi, ha steso la mano per il bacio dell’anello alla regale coppia.


L’incontro è durato in tutto 32 minuti, si è svolto in modo volutamente informale e con dei toni molto cortesi, dovuti ad una consuetudine tra le due autorità che supera ormai il mezzo millennio!

Il re di Spagna si è rivolto al Santo Padre in lingua italiana.
"Trato de no perder mi italiano" ha spiegato Juan Carlos; nato a Roma e battezzato dal cardinale Eugenio Pacelli; in realtà ha parlato italiano per creare la maggior familiarità possibile con Benedetto XVI che, a differenza di Papa Wojtyla, parla molto male lo spagnolo.

A mio modesto parere sono proprio queste le piccole cose che conquistano di Benedetto XVI: di questo finissimo intellettuale tedesco, che però non diversamente da tanti italiani incolti, pensa che per farsi capire dagli ispanofoni basti storpiare un po’ l’italiano aggiungendo tante esse (ed infilandoci un “carramba” qua e là).

La regina ha rivolto alcune espressioni augurali in tedesco, al che Papa Ratzinger ha ricambiato la cortesia sforzandosi di dire qualcosa che assomigliasse al “castillano”: probabilmente si riferiva a questo la regina Sofia quando ha dichiarato che il Papa ha molto senso dell’umorismo.

Il Pontefice ha parlato con soddisfazione del suo primo viaggio apostolico in Germania; ha confidato che alla Giornata Mondiale della Gioventù “gli Spagnoli si vedevano subito”cioè si erano fatti sentire (vale a dire avevano fatto un gran chiasso!); osservazione che poteva intendersi come un’esternazione di compiacimento papale per la “vitalità” dei giovani cattolici ispanici; i regali ospiti hanno quindi prudentemente preso le parole del Papa per un complimento.

Benedetto XVI ha poi mostrato di interessarsi delle vicende della real famiglia borbonica; ha chiesto notizie degli Infanti, dei loro coniugi e delle loro rispettive proli. “El Rey Catholico” ha ricordato la primogenita "criatura" di cui sono in dolce attesa i Principi delle Asturie: "no sabemos todavia si serà nigno o nigna"- ha spiegato quel gran sentimentalone di nonno Juan Carlos.

Papa Ratzinger (certamente rallegrato nell’intimo alla notizia che in Spagna ci sono ancora famiglie “tradizionali”) ha rammentato alle “Loro Maestà Cattoliche” di essere stato spesso da cardinale nel paese iberico, facendo intendere implicitamente che le sue nozioni sulla Spagna non principiano con l’era Zapatero. Il re ha allora invitato il Pontefice a recarsi in viaggio apostolico in Spagna nell'occasione della Giornata Mondiale delle Famiglie che si terrà a Valencia nel 2006.

L’incontro internazionale delle famiglie cattoliche era stato convocato a Valencia per volontà di Giovanni Paolo II e confermato dal nuovo Papa in una lettera indirizzata al Cardinale Alfonso López Trujillo, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, datata 17 maggio 2005. L’incontro dovrebbe svolgersi nel territorio dell’arcidiocesi valenziana dal 4 al 9 luglio 2006.

In vero fu il Presidente del Governo José Luis – Giuda - Rodríguez Zapatero che appena eletto corse da Papa Wojtyla ad omaggiarlo –fintamente- e ad invitarlo ufficialmente a visitare la Spagna.
Ora quindi il re non ha fatto altro che reiterare al successore di Giovanni Paolo II l’invito del Governo spagnolo. E c’è da credere che Benedetto XVI abbia gradito assaissimo l’invito a recarsi a “Zapaterolandia” a tenere qualche “caliente” catechesi sul tema matrimonio e famiglia!

Alla fine è stato presentato al Papa il piccolo seguito della coppia reale, si sono scattate le foto di rito e si è svolto il tradizionale scambio dei doni.
Il dono dei monarchi spagnoli al Papa è stata la copia anastatica di un codice del X secolo scritto in mozarabico e romanico. Il Papa se l’è cavata con un rosario ed una medaglia della Sede Vacante.




Essendo la prima volta che “los Reyes” andavano a Castel Gandolfo, il Papa, tra il compiaciuto e l’impacciato, ha fatto fino in fondo il padrone di casa, conducendoli sulla terrazza che si affaccia sul lago di Albano.
“Bellissima vista”: ha commentato la coppia reale visibilmente colpita dal panorama.
Papa Benedetto ha risposto col sorriso tipico dei timidi e alzando le mani al cielo come a voler dire: anche a me fa un certo effetto abitare qui! Mi devo ancora abituare: ‘sta villa m’è caduta così improvvisamente sulla “noce del capocollo”!

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domenica, aprile 10, 2005

ENTIERRO MAGNO







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sabato, aprile 09, 2005

El Grande Entierro

[modificato]
Il miglior commento a questo straordinario raccogliersi dei leader politici mondiali intorno al feretro di Giovanni PaoloII, e la più azzeccata analisi sulle motivazioni profonde che hanno mosso la politica wojtyliana, la trovo mirabilmente espressa in uno dei salmi eseguiti dal coro della cappella Sistina, mentre la bara veniva portata nelle grotte vaticane per la solenne tumulazione.



Antifona: Aperite mihi* portas iustitiæ, et ingressus in eas confitebor Domino.
Apritemi le porte della giustizia: entrerò e renderò grazie al Signore.


SALMO 117 (118)

Confitemini Domino, quoniam bonus,* quoniam in sæculum misericordia eius.

Celebrate il Signore, perché è buono;* eterna è la sua misericordia.
Dica Israele che egli è buono
:* eterna è la sua misericordia.
Lo dica la casa di Aronne:* eterna è la sua misericordia.
Lo dica chi teme Dio:* eterna è la sua misericordia.
Nell’angoscia ho gridato al Signore,* mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo.
Il Signore è con me, non ho timore;* che cosa può farmi l’uomo?
Il Signore è con me, è mio aiuto,* sfiderò i miei nemici.
È meglio rifugiarsi nel Signore* che confidare nell’uomo.
È meglio rifugiarsi nel Signore* che confidare nei potenti.



Tutti i popoli mi hanno circondato,* ma nel nome del Signore li ho sconfitti.
Mi hanno circondato
, mi hanno accerchiato,* ma nel nome del Signore li ho sconfitti.
Mi hanno circondato come api, † come fuoco che divampa tra le spine,* ma nel nome del Signore li ho sconfitti.
Mi avevano spinto con forza per farmi cadere,* ma il Signore è stato mio aiuto.
Mia forza e mio canto è il Signore,* egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria,* nelle tende dei giusti:
la destra del Signore ha fatto meraviglie, † la destra del Signore si è innalzata,* la destra del Signore ha fatto meraviglie.
Non morirò, resterò in vita* e annunzierò le opere del Signore.
Il Signore mi ha provato duramente,* ma non mi ha consegnato alla morte.


Aperite mihi portas iustitiæ!

Apritemi le porte della giustizia:* voglio entrarvi e rendere grazie al Signore.

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venerdì, aprile 08, 2005

A Dio!

il momento, per me, più commovente del funerale del papa è stato la solenne preghiera esequiale cantata dai Patriarchi ed Arcivescovi Maggiori delle Chiese orientali in comunione con la Sede Romana, conclusasi col canto della triplice invocazione in greco:
Amen.
Eterna la tua memoria, fratello nostro, degno di beatitudine, indimenticabile. Amen.
Eterna la tua memoria, fratello nostro, degno di beatitudine, indimenticabile. Amen.
Eterna la tua memoria, fratello nostro, degno di beatitudine, INDIMENTICABILE! Amen.

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Ora lascia che il tuo servo vada in pace!

Prima delle solenni esequie, il Cardinale Camerlengo presiede il rito della chiusura della bara.

"Dio onnipotente ed eterno, Signore della vita e della morte, noi speriamo e crediamo che la vita del Santo Padre Giovanni Paolo è ora nascosta in te.
Il suo volto, a cui è venuta meno la luce di questo mondo, sia illuminato per sempre dalla vera luce che ha in te la sorgente inesauribile.
Il suo volto, che ha scrutato le tue vie per mostrarle alla Chiesa, veda ora il tuo volto paterno.
Il suo volto, che viene sottratto alla nostra vista, contempli la tua bellezza e raccomandi il suo gregge a te, eterno Pastore, che vivi e regni nei secoli dei secoli".




Il Maestro delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice e il Segretario del Sommo Pontefice, stendono il velo di seta bianca sul volto del Defunto. Poi il Cardinale Camerlengo asperge la sua salma con l’acqua benedetta.
Il Maestro depone nella bara la borsa con le medaglie coniate durante il Pontificato del Pontefice defunto e il tubo con il Rogito (la pergamena con una sintetica biografia del papa defunto ), dopo averlo sigillato con il sigillo dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

Mentre la bara viene chiusa si dice il Salmo 41 (42)

Come la cerva anela ai corsi d’acqua,
così l’anima mia anela a te, o Dio.
L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente:
quando verrò e vedrò il volto di Dio?

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