lunedì, dicembre 10, 2007

Il quarto miracolo di Benedetto XVI

Ovvero: "Anche a te una spada trapasserà l'anima, affinchè siano svelati i segreti di molti cuori."



Il 6 novembre 2007, il monarca dell'Arabia Saudita, Sua Maestà Abdullah bin Abdulaziz al-Saud si è recato in Vaticano per incontrare Sua Santità Benedetto XVI per una visita ufficiale.
E' stata la prima volta, non solo che un sovrano saudita incontrasse il Papa di Roma, ma soprattutto la prima volta che colui che si fregia del titolo di "Custode" delle sacre moschee della Mecca e di Medina abbia dialogato con la massima autorità cristiana!

Se ben poco è trapelato del contenuto del colloquio privato nella biblioteca dell'appartamento pubblico, ha destato molto scalpore l'omaggio al pontefice del monarca custode dell'ortodossia sunnita. Infatti, oltre ad una scultura d'oro e d'argento raffigutante un cammello presso una palma, re Abdullah ha donato al Papa una scimitarra d’oro la cui impugnatura era tempestata di pietre preziose.

Il sedici volte e vieppiù mansueto Benedetto ha, con un poco di imbarazzo, delicatamente toccato la spada, per mostrare di apprezzare "il pensiero" ma, prudentemente, ha evitato di fare alcun commento.

Benedetto XVI aveva ricambiato, oltre che con la di prammatica medaglia in oro del pontificato, omaggiando il sovrano dello Stato in cui è vietata la costruzione di chiese con una grande stampa cinquecentesca raffigurante l'erigenda Basilica Vaticana.


L’ambasciatore saudita presso lo Stato italiano, Mohammed Ibrahim Al-Jarallah, in una intervista nel numero di ottobre (sic!) del mensile 30 Giorni, ha spiegato il significato simbolico del prezioso ed insolito omaggio del custode delle sacre moschee della Mecca e Medina al Vicario di Gesù Cristo:
«Nella tradizione araba donare a qualcuno un’arma, un oggetto simbolico come una spada, significa riporre in quella persona la fiducia. Chi riceve l’arma potrebbe anche usarla, se lo vuole, contro chi gliela ha donata. Questa è l’origine del simbolismo. E l’episodio del dono al Papa ne è proprio una conferma. C’è gente però che ha pensato che noi stessimo tentando di spaventare la controparte! Non è questo assolutamente il significato. In realtà, ciò dice che speriamo di avere tutti un obiettivo per cui lavorare: pace e prosperità per il nostro popolo e per il resto del mondo. È stato un gesto di profonda fiducia nell’interlocutore. C’è anche da dire» spiega l’ambasciatore «che per noi arabi un’arma può far parte dell’abbigliamento tradizionale». E conclude: «Se è già successo in altre occasioni che il re abbia elargito un tale omaggio, questa è di sicuro la prima volta che una spada è stata donata a un papa in un atto di affidamento».

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mercoledì, ottobre 17, 2007

Sacra Conversazione /12

Sive:“Sic respondes Pontifici?” (Jo. XVIII, 22)


136 autorità islamiche nell'anniversario della "Lectio Ratisbonensis" ed in concomitanza con la fine del Ramadan hanno inviato una lettera aperta a tutti i capi della cristianità dal Papa di Roma in giù evidenziando la fattibilità di un incontro fraterno e rispettoso tra cristiani e maomettani che si incardini sui due evangelici "Comandamenti dell'Amore": amare Dio sopra ogni cosa ed amare il prossimo come se stessi.

Il padre gesuita egiziano Samir Khalil Samir (massimo studioso cattolico di islam)intervistando al riguardo -dal "clerical chic" Foglio di martedì 16 ottobre 2007- ha elecato i motivi di per cui rallegrarsi per le dichiarazioni dei leaders maomettani poichè essi: "citano il Corano ma anche il Vangelo e l’Antico Testamento. E’ un riconoscere, non dichiarato ma implicito, del Nuovo Testamento come documento di rivelazione. Tutto è impiantato sull’amore per Dio e il prossimo.
La terminologia usata è cristiana, non musulmana, come un voler fare passi autentici verso il dialogo fra le fedi. Tutto il discorso è spirituale e permette un dialogo tra gli uomini più sereno dei testi precedenti.
La conclusione cita il versetto 5,48 del Corano, ‘se Dio avesse voluto avrebbe fatto di voi una sola comunità’, sanziona la diversità anche a livello religioso”
.

Epperò Padre Samir non può non sottolineare che:
“Restano fuori i problemi conflittuali, la violenza nell’islam, a causa di un residuo di quel tipico miscuglio fra politica e religione.
I saggi parlano di cristiani che non devono aggredire l’islam. Intendono gli Stati Uniti e le nazioni occidentali. Dobbiamo distinguere sempre fra stati e persone.
Hanno scelto brani positivi del Corano e della Bibbia. E’ bello ma ambiguo, un altro gruppo di studiosi potrebbe scegliere versetti che vanno in senso opposto”.

L'esperto non può fare a meno di sottolineare che il testo per quanto apprezzabile espressione di una volontà generale di personalità islamiche non rappresenta però un documento ufficiale della religione islamica:
“Il testo non ha autorità giuridica, ma morale perché rappresentativo di vari paesi e di tendenze sunnite, sciite e sufi. Ha un valore etico ma non dogmatico. Da questo documento i gruppi radicali terroristi non saranno mai toccati. Ma può aiutare gente di buona volontà ad avere una visione più aperta e più pacifica. Si tratterà di diffonderlo nel mondo islamico e non di farne solo un testo per l’esportazione verso il mondo occidentale. Del testo non hanno fatto versioni persiane, urdu e turche, le lingue dell’islam. E’ pensato per l’occidente supposto essere cristiano”.
E evidente che: "Chi ha scritto il testo non è militante, sono musulmani che sanno di dover trovare un accordo preservando le affermazioni islamiche positive.
I musulmani in Europa non scendono però per strada contro il terrorismo, dicono sempre ‘questo non è il vero islam’, non agiscono. L’effetto della lettera è dunque buono ma ridotto e lento”.



Nel medesimo Foglio Carlo Panella così esprimeva, in modo assai meno devoto, le proprie perplessità:
"E’ un falso ideologico, il dialogo passa dall’abrogazione dei versetti contro ebrei e cristiani"
"L’appello dei 138 musulmani ai cristiani non può non imbarazzare chi lo riceve. Al di là delle evidenti buone intenzioni, costituisce infatti un esempio scoraggiante di falso ideologico (per non usare un termine offensivo).
Innanzitutto, si apre con una inammissibile, discriminatoria esclusione degli ebrei quali destinatari dell’appello.
Un vulnus clamoroso, evidente, irritante.
Nella tradizione coranica i “popoli del Libro” o “popoli della scrittura” sono tre: prima gli ebrei, poi i cristiani, infine i musulmani.
E’ un unicum inscindibile nello schema coranico, come è inscindibile lo schema della Rivelazione, che considera appunto il profeta Maometto il sigillo dei profeti dell’ebraismo e del cristianesimo. Ma c’è una ragione, irriferibile, poco degna, molto opportunistica, per cui l’appello non si rivolge anche agli ebrei, come avrebbe dovuto: l’antigiudaismo che sfocia nell’antisemitismo che caratterizza tutto l’islam contemporaneo e che è anche all’origine del rifiuto araboislamico di Israele (e non viceversa).
Pure, in tutto il lungo documento, molteplici sono i riferimenti e le citazioni della Bibbia, a riprova, secondo gli estensori, dell’unicità di due momenti centrali: adorazione del Dio unico e amore per il prossimo.
Ma questi dotti musulmani non si appellano con parole di pace agli ebrei, non intendono rivolgere neanche la parola, oggi, agli ebrei, pretendono – e questa affermazione ha dello sbalorditivo, tanto è intrisa di egemonismo – che “il futuro del mondo dipenda dalla pace tra cristiani e musulmani”.
Una pace che non spiegano da chi sia infranta, da cui escludono la pace teologica e quindi storica tra musulmani e ebrei.

Si rivolgono dunque solo ai cristiani e lo fanno, peraltro, con una manipolazione sfrontata del testo coranico.
Si rimane attoniti, se solo si sia letto il Corano, dalla disinvoltura con cui gli estensori estrapolano versetti, omettendo di citare i precedenti e i successivi. Un vizio questo tipico della cultura islamica contemporanea, tanto avulsa dal dibattito teologico, dall’esegesi dei testi, quanto prigioniera di un universo citazionistico sterile, per di più ampiamente manipolato, oltre i limiti del rispetto dell’intelligenza dell’interlocutore (Tariq Ramadan non è il solo maestro della dissimulazione più sfrontata).

Valga per tutti l’esempio clamoroso di manipolazione del testo operato con la citazione dei soli versetti 113, 114 e 115, della terza sura, a riprova della affermazione centrale di questo documento, riportata con rilievo da tutti i media in questi giorni: “Come musulmani noi diciamo ai Cristiani che non siamo contro di loro e che l’islam non è contro di loro, a meno che non intraprendano la guerra contro i musulmani a causa della loro religione, li opprimano e li privino delle loro case”. I tre versetti citati lasciano intendere effettivamente una rivelazione coranica impregnata di ecumenismo: “Non sono tutti uguali. Tra la gente della Scrittura c’è una comunità che recita i segni di Allah durante la notte e si prosterna (...) Credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, raccomandano le buone consuetudini e proibiscono ciò che è riprovevole e gareggiano in opere di bene. Questi sono i devoti (...) Tutto il bene che fanno non sarà loro disconosciuto, poiché Allah riconosce perfettamente i devoti”.

Ma il punto è che essi sono preceduti da tre versetti e seguiti da altri tre, in un tutto unico e inscindibile, che incitano all’avvilimento della gente della Scrittura “grazie a una corda d’Allah o a una corda d’uomo”, a prescindere assolutamente dal fatto che cristiani ed ebrei portino o meno guerra ai musulmani. Versetti chiarissimi: [...] O voi che credete, non sceglietevi confidenti al di fuori dei vostri, farebbero di tutto per farvi perdere. Desidererebbero la vostra rovina; l’odio esce dalle loro bocche, ma quel che i loro petti celano è ancora peggio. Ecco che vi manifestiamo i segni, se potete comprenderli (sura III, 116-118)”.

Il significato profondamente settario del messaggio non è equivocabile tanto che viene compendiato da Maometto, nel versetto 29 della nona sura: “Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati”.
Questo versetto è storicamente fondamentale, come sa chiunque abbia un minimo di conoscenza dell’islam. E’ infatti alla base del jihad (il “piccolo jihad” naturalmente) che storicamente i musulmani hanno sempre condotto, assieme al Profeta e poi per secoli dopo la sua morte, contro ebrei e cristiani.

Si potrebbe continuare a lungo nel rilevare le intollerabili omissioni che gli estensori dell’appello hanno operato nel loro testo.
La manipolazione è semplice, quanto evidente: si sottolineano i punti teologici di unitarietà, la comune ascendenza abramitica (inesistente, perché il Corano nega
espressamente che egli fosse “ ebreo o cristiano”), per non affrontare, per non mettere in discussione i dogmi islamici che rendono impossibile nei fatti il dialogo perché nelle società musulmane buona parte degli stessi firmatari conculca la libertà religiosa delle altre fedi.

Come è possibile scrivere un appello del genere senza minimamente prendere posizione sulla libertà di pensiero e di religione nell’islam, oggi?
Come è possibile che questo appello sia firmato da teologi di università saudite che impediscono con la violenza non solo di fondare chiese, ma che addirittura incarcerano i cristiani che esercitano la loro fede nel regno, o da ayatollah iraniani che non si sono mai espressi contro la persecuzione sanguinaria a cui sono sottoposti i Bahi nel loro paese?
Come è possibile che un documento come questo non prenda atto delle ribadite fatwe di tutti i più eminenti ulema dell’autorevolissima (e “moderata”) università coranica di al Azhar? Lì è stabilito che il musulmano il quale “dia pubblico scandalo” della sua conversione al cristianesimo deve essere condannato a morte dalla giustizia secolare.
E infine, sul piano teologico, come è possibile che gli estensori giochino con le parole e fingano che vi sia condivisione cristiana della definizione islamica di Dio “che non ha associati”?

Al di là della complessa definizione della Trinità, che può non essere contraria a questa definizione, tutti sanno che il culto dei Santi e della stessa Maria, nel cristianesimo vìola appieno questa rigida disposizione islamica. Nel cristianesimo Dio, Allah, ha appunto degli “associati”, degni di devozione e di culto e questo definisce appunto il shirk, il più grave e intollerabile peccato per l’islam. Proprio questa “associazione” è stata la base della ripulsa del cristianesimo come idolatra da parte di Ibn Taymiya, ed è la ragione della virulenza anticristiana di cui è intriso il wahabismo-salafismo non solo di al Qaida, ma anche dell’intollerante regno saudita.

Se gli estensori di questo appello hanno estrapolato solo le citazioni ecumeniche del Corano e hanno volutamente tralasciato quelle palesemente e incontestabilmente settarie, perché ritengono queste inefficaci, avrebbero una strada e una strada sola da percorrere dentro il mondo musulmano.
[...]
Questo fece invece uno straordinario teologo musulmano, che rispose con entusiasmo al dialogo interreligioso proposto dal Concilio Vaticano II, e che propose di esaltare il messaggio islamico delle sure “meccane”, le prime, quelle impregnate con evidenza dalla Rivelazione.
Di conseguenza, le sure medinensi (quasi tutte quelle settarie da noi qui citate sono medinensi), così evidentemente influenzate dall’esperienza storica e politica del Profeta, così ispirate dalle logiche della guerra e della spada, così umane (incluso lo sgozzamento dei 650 ebrei Banu Quraizah, inclusa la punizione degli ebrei trasformati in “porci e scimmie” da Allah), dovevano essere considerate per quel che erano e non veicolo di Rivelazione. Uno schema teologico eccellente, l’unico che apre ad una possibilità di dialogo interreligioso e che permette all’islam di percorrere quella strada dell’interpretazione e dell’esegesi che ha permesso all’ebraismo di superare le dure e oggi intollerabili prescrizioni del Levitico.
[...]
Quel teologo, Muhammed Taha, che molti considerano un vero e proprio Martin Lutero dell’islam contemporaneo, è stato impiccato a Khartum il 19 gennaio del 1985, quale apostata.
Sarebbe interessante sottoporre ai firmatari di quest’appello il quesito sulla correttezza o meno di quella condanna a morte."




Ancor più amaramente ironica -sul Foglio di mercoledì 17 ottobre- la disamina che della lettera sei 138 fà "l'orrido" Camillo Langone: "vedo che qualcuno ha preso sul serio la missiva. Quindi tocca parlarne.

Comincio dalla fine cioè dalle firme. Il fatto che siano 138 è la prova della debolezza del documento. E’ il tentativo di surrogare l’autorità col numero. Molti firmatari sono professori universitari, categoria sovrabbondante abituata a firmare appelli in ogni parte del globo su qualsivoglia argomento. Per fare massa vengono reclutati perfino degli “assistant professor” [...] Ma in fondo alla Lettera Aperta non ci sono soltanto accademici ininfluenti, ci sono anche guide religiose che almeno a livello locale dovrebbero guidare per davvero.

Il sultano di Sokoto, ad esempio, ovvero il capo spirituale dei musulmani nigeriani. Spirituale in senso maomettano, ovvio, visto che Saadu Abubakar ha fatto una bella carriera militare ed è diventato colonnello non certo grazie agli appelli pacifisti. Nei giorni scorsi, proprio mentre firmava la lettera in cui si inneggia all’amore fra i popoli accomunati dalla fede in Dio, nella sua Nigeria del nord nove cristiani sono stati uccisi (alcuni orrendamente mutilati), un sacerdote cattolico è stato ferito, chiese, scuole e negozi cristiani sono stati assaltati. La situazione è così tragica che le autorità civili stanno trasferendo (o deportando?) i cristiani in zone più sicure.
Quindi avevo ragione io: la lettera firmata dal sultano non era indirizzata al Papa bensì a quei connazionali che si ostinano a leggere non solo i versetti coranici amorosi (enfatizzati nel documento) ma anche e soprattutto i versetti bellicosi (accuratamente ignorati dallo stesso).

Un altro personaggio che ha problemi nella gestione dell’indirizzario è il rettore dell’università Al Azhar del Cairo. Sto parlando dello sceicco Al Tayeb.
Ci sarà pure un bidello, nel principale centro di insegnamento religioso dell’islam sunnita. Bastava che Al Tayeb gli dicesse di andare a chiamare la professoressa Soad Saleh, colei che, dovendo dare un parere giuridico sulla conversione di un musulmano egiziano al cristianesimo, ha risposto in punta di sharia: “Chi rinuncia all’islam è un apostata e merita di essere ucciso”.
Insomma, prima di spedire lettere in giro vedete di mettervi d’accordo fra di voi.
Potrei smontare le firme se non proprio una per una, nazione per nazione.
Ai firmatari sauditi vorrei mostrare l’inutilità di spiegare il Vangelo al Papa: sarebbe molto più utile sottoporre il Nuovo Testamento a re Abdullah, magari la pianterebbe di far lapidare le adultere."


Ma nonostante tutte le giuste critiche possibili, i cristiani però debbono ricordarsi di quel Gesù che ha comandato di amare il prossimo (come ora i leader mussulmani "amano" ricordare: "spiegare il Vangelo al Papa" dice "l'orrido" Langone!) e perciò debbono accogliere benevolmente le dichiarazioni di buone intenzioni (pur rammentando che la strada dell'Inferno ne è lastricata).
Gesù insegnò che bisogna rispondere mitemente a coloro che cercano di intavolare un "dialogo religioso" : "Se ho parlato male, mostrami dov'è l'errore, ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?".

Fu lo stesso Signore Gesù Cristo a dire: "Chi non è contro di noi è per noi". Pertanto appare sommamente opportuna la frase di San Eusebio di Vercelli con cui il sedici volte Benedetto (proprio il 17 ottobre 2007) ha concluso la catechesi del mercoledì :
"Mi rivolgo a tutti voi, miei fratelli e sante sorelle, figli e figlie, fedeli dei due sessi e di ogni età, perché vogliate... portare il nostro saluto anche a quelli che sono fuori dalla Chiesa, e che si degnano di nutrire per noi sentimenti d’amore" .

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sabato, agosto 18, 2007

POST Mortem 5



E' durata ben poco l'illusione sulle prime timide aperture al principio sacrosanto della libertà religiosa da parte delle massime autorità dell'islam sunnita dell'università Al Azhàr del Cairo (che viene dai media volgarmente rappresentato come "il Vaticano islamico").

"Il muslim che rinnega l'islam per passare ad altro credo compie un grave peccato la cui punizione spetta a Dio solo" aveva suppergiù dichiarato Ali Gomaa Gran Muftì d’Egitto, ma la dichiarazione del "maestro della legge" ora ci appare puramente accademica e avulsa dalla realtà socio-politica di un paese come l'Egitto, in cui pur regna l'islam cosiddetto "moderato", dove però poi in concreto il rinnegamento dell'islam è considerata una macchia da lavare col sangue.

Accade che intorno alla solennità della Madonna Assunta, forse perchè il teatrino della politica è in vacanza, dai giornali emergano notizie inquietanti provenienti da paesi islamici in cui avvengono episodi di "intolleranza di Stato" verso quei cittadini mussulmani convertiti a Cristo.
Mentre in Iran un uomo il 14 agosto è stato arrestato e rischia la condanna a morte per impiccagione "solo" per essere stato trovato in possesso di un libro dei Vangeli, e mentre nella parte di Cipro occupata militarmente dalla "laica" Turchia una sedicente milizia turco-cipriota ha impedito con la violenza la celebrazione della divina liturgia nel monastero di San Barnaba di Famagosta (mentre già quasi tutte le chiese sono state trasformate dagli occupanti in moschee, depositi militari, stalle, discoteche e -quando è andata bene- in musei): ecco che in Egitto il venticinquenne Mohammed Hegazy, nato mussulmano e convertitosi a quindici anni alla confessione cristiana copta, è costretto a vivere in clandestinità per non essere sgozzato dal primo buon mussulmano che lo riconosca.
Il suo "peccato" è quello di aver richiesto di cambiare la dicitura sulla sua carta d'identità alla voce "Religione" poiché per lo Stato egiziano egli risulta mussulmano ragion per cui non si è potuto sposare secondo il rito cristiano-copto ma è stato costretto a sposarsi secondo il rito islamico, pena la dichiarazione da parte dello Stato di nullità del matrimonio.

Molte fatwe cioè vere e proprie "sentenze" di morte sono state lanciategli contro, l'ultima in ordine di tempo da Soad Saleh, il preside della facoltà di Scienze islamiche di Azhar, ha commentato la foto diffusa via internet di Hegazy con in mano un vangelo e con la moglie in un luogo di culto cristiano accanto ad una immagine dell Santa Vergine Madre di Dio: «Chi rinuncia all’islam è un apostata e merita di essere ucciso, tanto più se ci si vanta facendosi fotografare con la moglie vicino al Vangelo».

Riassume la questione Carlo Panella nell'articolo "La voce di al Azhar" (Il Foglio; sabato 18 agosto 2007) paventando i possibili rischi che queste dottrine vengano poi placidamente insegnate, predicate ed eseguite (!) anche presso le moschee europee che alla grande mosche a di Al Azhar fanno riferimento.

Pungente e puntuto è poi il riferimento al Nunzio Apostolico in Egitto Sua Eccellenza Monsignor Fitzgerald che Panella erroneamente chiama "cardinale" poichè è risaputo che il sedici volte Benedetto poco dopo la propria elezione spedì in Egitto l'allora segretario del "Pontificio Consiglio del dialogo interreligioso" proprio per evitargli la promozione a presidente dello stesso (e perciò per evitargli la porpora cardinalizia).
Monsignor Fitzgerald era solito organizzare conferenze di dialogo fra le tre religioni monoteiste in cui a rappresentare la voce all'islam comparivano sommi ideologhi del terrorismo jadista (dall'articolo di Panella intendo che non gli è punto passata la smania di organizzare inutili "dialoghi" tra il papa e i leader maomettani!).


«Roma. “Chi rinuncia all’islam è un apostata e merita di essere ucciso”: questa terribile sentenza non è stata pronunciata da un membro di al Qaida, o da un estremista musulmano, ma da un esponente di spicco dell’islam “moderato”: Soad Saleh, rettore della facoltà di Ricerche islamiche dell’Università al Azhar del Cairo. E’ dunque il parere di uno dei massimi dirigenti della più autorevole fonte del diritto islamico, membro del consiglio che guida l’ateneo e che quindi ha voce in capitolo nella scelta dell’imam della preghiera della Grande moschea di Roma (che per statuto spetta ad al Azhar), e che poche settimane fa, con ogni probabilità, avrebbe accompagnato lo sheikh al Tantawi, rettore di al Azhar, nella sua visita a Benedetto XVI in Vaticano, se soltanto questa non fosse stata posticipata per motivi tecnici.

Questo parere giuridicoteologico è di fondamentale importanza, perché unisce nella barbarie totalitaria l’islam terrorista che ha ucciso in Iraq, Indonesia e in Turchia centinaia di cristiani accusati di proselitismo e centinaia di islamici accusati di apostasia, con l’islam moderato, incarnato, appunto, nella guida di al Azhar.
La sola distinzione tra questi due islam, certo non secondaria, ma ininfluente dal punto di vista dell’essenza totalitaria della teologia, sta nel fatto che Soad Saleh ritiene che “ciò non significa che i fedeli comuni sono tenuti a uccidere l’apostata, ma che questo è il dovere dello stato” e ha anche aggiunto che “gli apostati che non si vantano e non annunciano in pubblico la loro apostasia non sono passibili di morte”.
Pena che invece, a suo parere, la giustizia egiziana dovrebbe comminare al venticinquenne Mohamed Hegazy, nato musulmano, convertitosi al cristianesimo, che ha chiesto di essere riconosciuto come cristiano nella sua carta d’identità, e ha dovuto nascondersi in clandestinità dopo aver ricevuto minacce di morte, “tanto più che si vanta e si felicita d’aver lasciato l’islam facendosi fotografare con la moglie vicino al Vangelo”.
Questo giudizio di Soad Saleh va ben oltre dunque il dibattito politico interno all’Egitto, perché quando uno dei massimi esponenti della massima autorità religiosa sunnita teorizza l’obbligo dell’uccisione dell’apostata e quindi del cristiano che tenti di convertire il musulmano, questo ha terribili ricadute non soltanto nel mondo musulmano, ma anche in Europa. Proprio su pressione di questo islam “moderato”, agli stati musulmani che già applicano la pena capitale per gli apostati (Pakistan, Afghanistan, Iran, Arabia Saudita, Yemen, Sudan e Mauritania), si aggiungono oggi altri stati “laici” come l’Algeria e la Siria che la puniscono con forti pene detentive o pecuniarie o che la considerano reato grave. Ma questa tendenza liberticida ha immediate conseguenze anche in Europa, perché gli imam che fanno riferimento alle strutture religiose dei regimi più moderati (Marocco, Tunisia, Egitto) sono spinti, proprio dall’insegnamento di al Azhar, a predicare nelle moschee europee una teologia che prevede la pena di morte per chi abbandoni l’islam.
L’incontro (saltato) con il Papa
E’ evidente che questo terribile freno alla libertà religiosa e alla libertà di pensiero, costituisce sia un vulnus inaccettabile per le libertà personali, sia un freno formidabile alla integrazione delle stesse comunità musulmane nel contesto europeo. Il fallimento dei vari modelli europei di integrazione dei musulmani (ma solo dei musulmani, non degli indù, o dei filippini, o degli ortodossi extracomunitari), ha in questa minaccia di morte per chi abbandoni l’islam una sua evidente radice, gravida di infinite conseguenze. Tra queste, anche quella di chi, in terra non musulmana, applica questo precetto di persona, come fece il padre di Hina Salem a Brescia due anni fa, uccidendola proprio perché apostata, perché stava per sposare un cristiano (fatto esplicitamente proibito dalla sharia, proprio perché induce alla conversione della donna, sottoposta all’autorità tutoria dell’uomo).
Stupisce infine, in questo contesto, la mancanza di reazione pubbliche – a quanto consta – del nunzio apostolico al Cairo, il cardinale Michael L. Fitzgerald, già responsabile nella Curia per il dialogo interreligioso.
A suo tempo defenestrato da Benedetto XVI, col seguito di autorevoli voci ufficiose vaticane che lo accusavano di “dilettantismo”, Fitzgerald si è poi molto speso per fare incontrare con il Papa in Vaticano lo sheikh al Tantawi, (che concorda con Saleh sulla pena di morte per gli apostati) e ora tace a fronte di questo segnale di intolleranza e di violenza che proviene dalla loro autorevolissima al Azhar.»


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mercoledì, luglio 25, 2007

Il terzo miracolo di Benedetto XVI


“I musulmani sono liberi di cambiare religione perché la fede è una questione esclusiva tra l’uomo e Dio”. Lo ha dichiarato il Gran Muftì d’Egitto Ali Gomaa sul 'Muslim speak forum' della rivista americana 'Washington Post-Newsweek': "Chi cambia religione compie peccato dal punto di vista dell'Islam e rispondera' a Dio nel giorno del giudizio, ma non puo' essere punito dalla giustizia terrena a meno che questa scelta non rappresenti una minaccia alle fondamenta della societa".

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venerdì, giugno 01, 2007

Il secondo miracolo di Benedetto XVI


Giovedì 31 maggio 2007 , con un comunicato congiunto, La Santa Sede e gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la decisione di stabilire ufficiali relazioni diplomatiche al fine di “promuovere relazioni di amicizia reciproca e di sviluppare la cooperazione internazionale” . Perciò la Santa Sede aprirà una nunziatura apostolica ad Abu Dhabi e gli Emirati Arabi Uniti un’ambasciata a Roma, (in ottemperanza di ciò che, circa le relazioni diplomatiche, prescrive la Convenzione di Vienna del 18 aprile 1961).

L’accordo è stato firmato dall’Arcivescovo Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso l’ONU, come rappresentante della Santa Sede, e da Abdulaziz Nasser Al-Shamsi, ambasciatore e rappresentante permanente degli Emirati Arabi Uniti presso l’ONU, come rappresentante del Governo di questa federazione.

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venerdì, aprile 06, 2007

Il primo miracolo di Benedetto XVI

Ovvero: "Nelle Moschee possono pregare anche i cristiani!"

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venerdì, marzo 09, 2007

Fides et Ratzinger /2

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venerdì, marzo 02, 2007

Fides et Ratzinger

Ovvero: Magister "Ruinante"

[Prolusione all'VIII Forum del "progetto culturale" della Chiesa italiana, Roma, 2 marzo 2007]

"Anche con altre motivazioni J. Ratzinger mostra che la razionalità non può essere spiegata con l’irrazionale e che il soggetto umano non può essere ricondotto ad un oggetto né conosciuto adeguatamente attraverso i modi e i metodi con cui si conoscono gli oggetti. Egli è però pienamente consapevole non solo che questo genere di considerazioni e argomentazioni vanno al di là dell’ambito della conoscenza scientifica e si pongono al livello dell’indagine filosofica, ma anche che sullo stesso piano filosofico il Lógos creatore non è l’oggetto di una dimostrazione apodittica, ma rimane “l’ipotesi migliore”, un’ipotesi che esige da parte dell’uomo e della sua ragione “di rinunciare a una posizione di dominio e di rischiare quella dell’ascolto umile”. In concreto, specialmente nell’attuale clima culturale, l’uomo con le sue sole forze non riesce a fare completamente propria questa “ipotesi migliore”: egli rimane infatti prigioniero di una “strana penombra” e delle spinte a vivere secondo i propri interessi, prescindendo da Dio e dall’etica. Soltanto la rivelazione, l’iniziativa di Dio che in Cristo si manifesta all’uomo e lo chiama ad accostarsi a Lui, ci rende davvero capaci di superare questa penombra (cfr "L’Europa di Benedetto", pp.59-60; 115-124).

Proprio la percezione di una tale “strana penombra” fa sì che l’atteggiamento più diffuso tra i non credenti oggi non sia propriamente l’ateismo – avvertito come qualcosa che supera i limiti della nostra ragione non meno della fede in Dio – ma l’agnosticismo, che sospende il giudizio riguardo a Dio in quanto razionalmente non conoscibile. La risposta che J. Ratzinger dà a questo problema ci riporta verso la realtà della vita: a suo giudizio infatti l’agnosticismo non è concretamente vivibile, è un programma non realizzabile per la vita umana. Il motivo è che la questione di Dio non è soltanto teorica ma eminentemente pratica, ha conseguenze cioè in tutti gli ambiti della vita. Nella pratica sono infatti costretto a scegliere tra due alternative, già individuate da Pascal: o vivere come se Dio non esistesse, oppure vivere come se Dio esistesse e fosse la realtà decisiva della mia esistenza. Ciò perché Dio, se esiste, non può essere un’appendice da togliere o aggiungere senza che nulla cambi, ma è invece l’origine, il senso e il fine dell’universo, e dell’uomo in esso. Se agisco secondo la prima alternativa adotto di fatto una posizione atea e non soltanto agnostica; se mi decido per la seconda alternativa adotto una posizione credente: la questione di Dio è dunque ineludibile (cfr "L’Europa di Benedetto", pp. 103-114). È interessante notare la profonda analogia che esiste, sotto questo profilo, tra questione dell’uomo e questione di Dio: entrambe, per la loro somma importanza, vanno affrontate con tutto il rigore e l’impegno della nostra intelligenza, ma entrambe sono sempre anche questioni eminentemente pratiche, inevitabilmente connesse con le nostre concrete scelte di vita.

Proprio nel considerare la prospettiva credente come un’ipotesi, sia pure quella migliore, che come tale implica una libera opzione e non esclude la possibilità razionale di ipotesi diverse, J. Ratzinger – Benedetto XVI si mostra sostanzialmente più aperto di J. Habermas e della “ragione secolare” di cui Habermas si pone come interprete: essa accetta infatti come “ragionevole” soltanto ciò che si mostra traducibile nei suoi discorsi.

In questa “assolutizzazione” della ragione secolare abbiamo in qualche modo il corrispettivo, a livello teoretico, di quella “dittatura” o assolutizzazione del relativismo che si verifica quanto la libertà individuale, per la quale tutto è finalmente relativo al soggetto, viene eretta a criterio ultimo al quale ogni altra posizione deve subordinarsi"

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giovedì, dicembre 21, 2006

Emmanuel




Gloria a Te, Sapienza e "Logos" dell'Eterno Padre,
per quel progetto di salvezza che hai vissuto per noi.
Perchè così piacque al Padre a Te coeterno,
come a Te senza principio,
e allo Spirito Santo che fruisce di identica maestà.

Gloria alla Tua Bontà e alla Tua Clemenza
per i beni che a noi provengono
dalla Tua destra, sia privatamente che pubblicamente.

Nè evitiamo di darTi gloria, o Signore,
per tutto quello che sembra esserci contrario
ma non lo è mai in assoluto,
poichè tutto ciò che procede da Te, che sei il Bene,
non può essere altro che buono.

Benignissimo e incomprensibile Signore,
Tu hai voluto vivere un gesto d'umiltà
che supera ogni nostra capacità di capire!

Sei venuto a me, fatto simile a me, per salvare me:
e, dunque, compi l'opera che hai iniziato!
Che la Tua grazia infinita, o Cristo,
non sia inferiore ai miei delitti,
alla mia ingratitudine e alla mia durezza.

Ma poichè Tu puoi compiere ciò per cui sei venuto,
strappami dal ventre della belva che perde le anime!
rendi vano il furore col quale assale me
e la la sua ferocia contro di Te.

Tutto questo Ti chiedo, Signore,
ed è dolce sapere che quanto desidero
puntualmente accadrà.

Manuele II Paleologo, Imperatore (1348-1425)

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