martedì, ottobre 09, 2007

visioni private /17

Ovvero: "FIGLIOLI SIATE UMILI, STATE BASSI, SIATE UMILI STATE BASSI!" (S.Filippo Neri)


La fiction religiosa "Chiara e Francesco" andata in onda domenica 7 e lunedì 8 ottobre 2007, quale nuova perla nella litania di biografie di santi che la Lux Vide produce per la privata devozione dei fedeli al piccolo schermo, ha ottenuto il prevedibile gradimento del pubblico con oltre sei milioni di spettatori la domenica e sino a 7.795.000 (share 29.48%) il lunedì.

Poichè Sant'Ignazio di Loyola nelle sue "regole" ( a conclusione degli Esercizi Spirituali) insegna ai fedeli cattolici che bisogna: "Lodare le reliquie dei santi, venerando quelle e pregando questi; lodare le "stazioni", i pellegrinaggi, le indulgenze, le perdonanze, le Crociate e l'accendere candele nelle chiese" non posso che unirmi al plauso per la mini-serie in due puntate che Raiuno ha offerto alla visione "beatifica" del pubblico televisivo italiano poichè l'italico telespettatore ha così potuto venerare le effigi e meditare sulle virtù dei due santi assisiani doppiamente patroni poichè l'una è la Patrona della Televisione e l'altro è il Patrono d'Italia!

E poichè lo stesso Sant'Ignazio esorta a "Lodare molto la vita religiosa, verginità e continenza, e non in uguale misura il matrimonio" non si può non rimanere piamente consolati che i mezzi di comunicazione di massa vengano messi al servizio di un argomento così squisitamente spirituale, ascetico e mistico quale la sequela e l'imitazione di Nostro Signore Gesù Cristo, povero, casto ed obbediente alla volontà del Padre buono che è nei cieli!
Lodabile quindi la volontà di "attualizzare" i racconto agiografico del "Poverello" affinche l'universale messaggio dell'amore evangelico fosse sentito ancor più vicino e quasi compenetrato alla sensibilità del "veggente catodico"!

Mirabile a tal scopo la scelta del protagonista maschile Ettore Bassi, attore dalla faccia pulita, che (se non legittimamente) è stabilmente unito da vincoli di amore e di fedeltà con una singola donna nonchè, in obbedienza alla finalità precipua dell'unione coniugale, padre di una plurima prole. Bassi è stato protagonista di fiction di buoni sentimenti e per molti hanni è stato presentatore di programmi finalizzati al diletto della puerizia.
L'attore barese nato nel 1970, e che principiò la propria cariera nel mondo dello spettacolo nel 1992 con la vittoria del concorso "Il più bello d'Italia", grazie al proprio fisico per nulla imponente, asciutto, e direi emaciato, ha ben impersonato il giovine figlio di Pietro di Bernardone rispetto ad un Raul Bova che, esattamente un quinquennio prima in un'altra fiction (in onda su canale 5 domenica 6 e lunedì 7 ottobre 2002), interpretò un Poverello "atletico" poichè nonostante sia acclarato dalle fonti storiche che Francesco d'Assisi fosse secco, basso, pelato e con le orecchie a sventola, la post-moderna agiografia televisiva pretende che il santo sia interpretato da attori molto avvenenti.


Nella prima puntata perciò Ettore Bassi è un capelluto Francesco ventenne "et ellu è bellu et radiante cum grande splendore" che incrocia lo sguardo dei una Chiara bambina durante i drammatici eventi intorno all'anno 1200 quando il partito dei borghesi di Assisi si ribellò contro il governo della nobiltà cittadina costringendo anche messer Favarone, padre di Santa Chiara, ad andare in esilio. L'espediente narrativo ha la lodevole funzione di far notare al telespettatore la forte differenza d'età tra Francesco e Chiara che solitamente, per una vulgata canonizzata dal celebre film di Zeffirelli, vengono immaginati come due coetanei e dipinti pertanto nelle posa di adolescenti complici e solidali nelle esternazioni loro crisi adolescenziali.

La finzione televisiva sposa così la tesi degli storici che vedrebbe assai probabile il giovane Francesco quale attivo membro della ribellione del ceto dei "Minores" di Assisi nella lotta politica ai "Maiores". Va notato che in quel frangente i rivoltosi dovettero industriarsi a costruire nuove mura e fortificazioni a difesa di Assisi ed è probabile che proprio in tale occasione Francesco abbia imparato a fare il muratore, arte che metterà a frutto anni dopo al tempo della propria "conversione" quando si impegnerà nella riparazione delle chiesette campestri di San Damiano, San Pietro e Santa Maria degli Angeli.

Ho trovato assai lodabile la prima parte della miniseria, in cui si racconta del giovane socialmente privilegiato (sapeva infatti il latino ed il francese, ovvero le lingue della cultura sacra e della cultura mondana) scialacquatore dei beni paterni tutto dedito a conseguire l'arrampicata sociale dandosi arie da gran signore (infatti quando cadde prigioniero nella guerra contro Perugia fu proprio grazie ai suo contegno aristocratico che fu erroneamente posto nella prigione assieme ai nobili).
Francesco a causa del malessere che lo bloccò per mesi non potè partire nel 1204 per la Quarta Crociata ma quando -dopo tentennamenti- partì per le Puglie per mettersi alle dipendenze del nobile Gualtiero III di Brienne non lo fece per partire nuovamente per la Crociata, come si sostine nella fiction (e non solo!), ma per andare a combattere per guadagnare a Gualtiero il trono di Sicilia, in quegli anni politicamente tumultuosi della minore età di Federico II.

Forse troppo esuberante la recitazione di Lando Buzzanca nei panni di Pietro Bernardone, o forse troppo scialbe le capacità espressive dei comprotagonisti. Comunque vedendo Buzzanca che torna a casa e chiama la moglie franzosa col vezzeggiativo di "Mon amour" sembra che il film si intitoli "Il merlo maschio alle crociate".

Sulla voce di Cristo che sembra parlare a San Francesco "col megafono" dico solo che poi non ci si deve stupire se i "cattolici distratti" si meraviglino assai ed anche si scandalizzino alla notizia che una Santa come Madre Teresa di Calcutta abbia ammesso di non sentire la voce di Dio!

Anche se piena di strafalcioni ed inesattezze la fiction "Chiara e Francesco" meriterebbe somme lodi unicamente per un particolare della rappresentazione -peraltro fedele all'iconografia giottesca- di San Francesco che si denuda dei propri abiti riconsegnandoli al padre (e cioè rinunciando volontariamente ai privilegi della propria casta).
Per la prima volta in un film su San Francesco la folla che assiste non ride divertita e non sghignazza boccaccescamente poichè gli uomini del medioevo nella nudità non trovavano niente di comico e di risibile! Nudità era, infatti, sinonimo di povertà e in un'epoca in cui era l'abito a fare il monaco la rinuncia alle stoffe di Francia era una rinuncia non solo alla ricchezza personale ma anche alla privilegiata posizione sociale.
Una cosa che dopo otto secoli ancora non si comprende è che san Francesco non rinunciò alle ricchezze ma rinunciò al "potere" (ragion per cui la sua crisi religiosa non si concluse con "l'entrata in Seminario" poichè anche il prete è chiamato a esercita un potere). E se il Vescovo di Assisi lo coprì ( o lo fece coprire) col proprio mantello episcopale non fu certo perchè mancassero altri che potessero porgere uno straccio per coprire le pudenda del figlio ribelle di Pietro di Bernardone ma proprio a significare che Francesco era sotto la protezione (cioè il controllo) della gerarchia ecclesiastica (la Chiesa così si faceva garante del ristabilimento dell'ordine sociale).


Francesco se sceglie di indossare un saio di stoffa grezza cinto da una semplice corda non fa niente di "nuovo" egli si è vestito da "penitente" così come stabilito dal "diritto canonico" che imponeva la "mutatio habitus" per manifestare pubblicamente la propria condizione di pubblico peccatore e prescriveva una serie di divieti fra cui quello di assistere agli spettacoli e partecipare a feste, vietava di dedicarsi al commercio ed il possesso delle armi.
Non era affatto inconsueto che uomini e donne scegliessero di "fuggire il Mondo" per fare penitenza dei propri peccati e lo stesso san Francesco nel "Testamento" dettato poco prima di morire racconta così la genesi del francescanesimo: "Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza cosi".

Nella Fiction, Frate Bassi appare vestito da novizio cappuccino con quella sua imperitura barba di due giorni che sottolinea la mascella volitiva del frate -che non deve chiedere mai- e con un poco clericale taglio di capelli.

Col fascino della sua repentina vocazione frate Bassi riesce a trascinare i suoi ex compagni di ventura così che lo spettatore non viene informato che in realtà San Francesco passò ben tre anni prima che nel 1209 qualcuno si unisse a lui!
Tra questi primi compagni spicca Illuminato interpretato da Gabriele Cirilli -"Tatiana?! Chi è Tatiana?!!"- che per gli sceneggiatori è un pò il Sancio Panza della situazione esattamente come un'altro attor comico Enrico Brignano che nella fiction del 2002 su Sant'Antonio da Padova interpretò il fraticello zotico e cafoncello compagno dell'aristocratico "Santo dei miracoli" impersonato da Daniele Liotti (il Raul Bova dei poveri).
L'onnipresenza di frà Illuminato si spiega col fatto che nello svolgersi della trama è prevista la scena del dialogo tra San Francesco e il Sultano -anche se le fonti parlano di "predica" al Sultano!- e San Bonaventura, nella "Legenda Maior", informa che- conformemente alla regola evangelica di andare a predicare a due a due- il Santo aveva portato con se proprio Frà Illuminato!
Colui che è passerà alla storia come San Illuminato da Rieti nonchè vescovo di Assisi viene rappresentato come un sempliciotto servitore di un "San Francesco super star" che è sempre giovane e fascinoso con sempre una splendida e folta capigliatura che non sfiorisce nemmeno quando di ritorno dalla Terra Santa -finalmente!- la barba si allunga e s'imbianca repentinamente.

Ho sperato ardentemente che da un momento all'altro frate Gabriele Cirilli guardandolo in faccia frate Bassi sbottasse nel suo consueto tormentone cabarettistico: "Ma come "azz" porti 'sti capelli!!!"

Se il Concilio Vaticano II ha abolito per gli ecclesiastici l'obbligo della "chierica" all'epoca del Concilo Lateranense IV invece si era di parere diametralmente opposto!
San Francesco era a tutti gli effetti un ecclesiastico non solo perchè membro di una confraternita religiosa ma perchè era stato consacrato Diacono su ordine di Innocenzo III per dare un minimo di appiglio canonico sia all'autorità di Francesco sui suoi primi compagni sia per meglio legare Francesco all'obbedienza della gerarchia.
Il regista e gli sceneggiatori di "Chiara e Francesco" non possono essere scusati per il non presentare mai il poverello in abiti liturgici così come si sarebbe dovuto fare ad esempio nella riproposizione del presepe di Greccio. Nel 1223 a Greccio, dove il Santo tornando ad Assisi- proveniente non da Gerusalemme ma da Roma!- trascorre il Natale, non ad uno stalliere ma ad un nobile del luogo, Francesco chiese l'autorizzazione di organizzare una sacra rappresentazione cui parteciò in religiosa e ben ordinata processione tutta la popolazione guidata dal clero (in tale occasione nessuno fu chiamato a rappesentare Giuseppe e Maria!) e davanti ai soli bue e asino venne celebrata la Messa di mezzanotte che San Francesco servì in abiti diacononali e proprio in quanto diacono lesse il Vangelo dell'annunzio degli angeli ai pastori di Betlemme e tenne il sermone! Su questo a fiction sorvola.


Anche l'altro celebre "fioretto" del lupo di Gubbio viene avulso dal contesto storico e viene tramutato nell'incontro affettuoso tra un Aski e il suo volenteroso "educatore cinofilo".

Riguardo al primo viaggio a Roma del 1210 con i primi dodici compagni per ottenere udienza dal Papa (con tanto di presentazione del vescovo di Assisi che ne garantiva l'ortodossia) lo spettatore che ha introiettato il maestoso fulgore del Duomo di Monreale che Zeffirelli usò per rappresentare l'Aula Concilii del Patriarchio Lateranense non può rimanere che deluso dalla chiesetta di cartone che fa da cornice all'udienza col Santo Padre -anzi con "il Padre Santo"- che seppur appare più giovane rispetto al vegliardo del film di Zeffirelli (Innocenzo III all'epoca aveva 50 anni) è accomunato dagli stessi errori storici nella rappresentazione della persona del papa: innanzi tutto Innocenzo III non portava la barba.
Se in età Contemporaneo è divenuto normale vedere il Pontefice Romano andare in giro vestito di bianco nei tempi antichi il Papa doveva sempre apparire in pubblico ammantato di rosso tant'è vero che i cardinali proprio nel XIII secolo ebbero dai papi il privilegio di vestirsi dei colori papali (cioè la porpora!) per meglio significare che la loro autorità sulla Chiesa Romana era un'emanazione dell'autorità della persona del Papa stesso.
La Tiara papale era bianca ma era bassa e non raggiungeva le arditezze ogivali rappresentate nella fiction (che invece raggiungerà unicamente per il periodo del pontificato di Bonifacio VIII) e che più che guardre a Zeffirelli si sarebbe dovuto guardare agli affreschi di Giotto. Così anche quando timidamente si cerca di uscire dal vicolo ceco del lieto fine di "Fratello Sole Sorella Luna" non si osa giungere ad una rappresentazione realistica del dialogo tra il papa e il Santo e attenuando il più possibile l'ingiunzione pontificia di andare a predicare ai porci, giungendo così a rappresentare un inconciliabile "giusto mezzo" tra Zeffirelli e Dario Fò.



Sulla presenza di Francesco in Egitto si può solo apprezzare la volontà di rappresentare la volontà di dialogo del santo e parimenti del Sultano anche se però appare grottesca la scena in cui da un crociato che gli annuncia l'indizione della quinta crociata (1217) il santo viene a sapere della sciuagurata conclusione costantinopolitana della quarta crociata di dodici anni prima!
Sottolineare, poi, che all'epoca di San Francesco il termine "Crociata" -ampiamente usato nella fiction- non era stato ancora coniato è inutile come deprecare che in Quo Vadis ci siano gli ananas e le banane.
Sottolineare, invece, che San Francesco non tornò in Italia perchè la sua "missione di pace" in Palestina era fallita ma perchè fu avvisato che in sua assenza i frati stavano litigando sulle regole della vita "conventuale" e stavano scindendosi in gruppi contrapposti, questo non mi pare affatto secondario!

Inevitabile nel confezionalento del "santino" di S.Francesco il mettergli in bocca la così detta "Preghiera di San Francesco" - quella che dice: "Signore, fa di me uno strumento della Tua Pace: Dove è odio, fa ch'io porti l'Amore, Dove è offesa, ch'io porti il Perdono, etc"- che in realtà fu composta ai primi del XX secolo e stampata dietro ai santini che venivano distribuiti ai soldati della prima guerra mondiale!

In questa mia -affettuosissima- disamina della novella agiografia televisiva ho a bella posta tralasciato l'altra "protagonista": Santa Chiara.
Il racconto della vocazione religiosa della nobilissima e bellissima figlia di messer Favarone è sostanzialmente fedele così come la presentazione di Chiara come già da bambina tutta intenta alle opere di pietà verso i poveri e non, come spesso si ritiene, come spinta dall'esempio di Francesco. Al processo di canonizazione la sorella Beatrice testimoniò che : "San Francesco udita la fama della sua santità, andò a lei, così che la vergine Chiara acconsentì alla sua predicazione e rinunciò al mondo e a tutte le cose terrene e andò a servire a Dio più quanto presto potette".

Molto coinvolente la rappresentazione della consacrazione monacale di Chiara ed il taglio dei capelli per mano di San Francesco in un contesto squisitamente liturgico, con la processione notturna con le fiaccole al canto di un acconcio reponsorio gregoriano "Veni Sponsa" e all'interno di una chiesa (anche se in realtà la cerimonia noturna si svolse alla Porziuncola e non in San Damiano!) e non "nei campi di grano che dirti non sò" di Zeffirelli.

Ho, però, notato con dispiacere che il salmo gregoriano è appicicato come una suggestiva musica di sottofondo e non è invece, come sarebbe stato assai opportuno, intonato dalle schiere di frati presenti alla cerimonia: riflesso di un cattolicesimo post moderno che come massimo apprezzando per il "misticismo" della musica sacra non sà fare altro che offrirla ai turisti che visitano le chiese come sottofondo folcloristico.

La Santa Chiara della fiction và poi in giro troppo spesso con i capelli sciolti, cosa disdicevole per una vergine del medioevo, ma che sicuramente è stato un pensato per meglio farla somigliare alle "serafiche" ragazze del XXI secolo dal volto pulito e di buoni sentimenti che popolano le riunioni della Gi.Fra anche se la giovane attrice Mary Petruolo ha corso il rischio di apparire una "Chiara di Rivombrosa".

I realizzatori della fiction hanno esaltato il fatto che per la pri­ma volta santa Chiara non è stata relegata ad un ruolo marginale di muta pia donna, come accaduto nei film del passato, ma anzi è stata utiliz­za come chiave per comprendere Francesco e viceversa.
Insomma, si è voluto meglio sottolineare non solo le affinità "elettive" tra i due santi ma anche sottolineare le nette differenze delle due vocazioni pur nella fedeltà allo stesso e medesimo carisma "francescano": la predicazione itinerante per portare il messaggio evangelico agli uomini lì dove gli uomini vivono (ed innazitutto prima che con le parole dare l'esempio di una vita vissuta solo per Cristo) e invece la scelta di separarsi anche fisicamente dal mondo per vivere di preghera e di contemplazione del messaggio evangelico (per dare l'esempio che è posibile una vita vissuta solo per Cristo).

Se lo scopo era presentare la vocazione di Chiara, vocazione intesa come scoperta ed accettazione gioiosa consapevole e totale della propria personale "chiamata" alla consacrazione totale a Cristo, tale scopo è stato raggiunto. A ciò è bastante la frase detta alla madre: "C'è a chi Dio chiede di formare una famiglia, a chi chiede di fare del bene al prossimo, a me Dio ha chiesto tutto".
Se invece lo scopo era quello di presentare il modo concreto con cui Santa Chiara ha realizzato concretamente la vocazione ad una vita di fedeltà all'ideale francescano, assieme alle altre "Povere Signore di San Damino", in questo la fiction ha fallito miseramente, anzi non ci ha proprio provato.
Poichè oltre a farcela vedere miracolosamente destata da una specie di coma (per la fiction in contemporanea al presepe di Greccio) in una notte di Natale per poter abbracciare e cullare il neonato bambinello Gesù miracolosamente apparso fra le sue braccia (confesso che non sapevo di un tale miracolo, sempre ammesso che non sia stato inventato di sana pianta dagli sceneggiatori unendo pezzi di differenti visioni della Santa!) nulla si racconta di possibili edificanti "fioretti" in parallelo ai grandi eventi della vita di Francesco vivente, nè dopo la morte di esso si racconta niente dei lunghi ventisette anni in cui sopravvissuta al mistico santo fondatore dovette difendere virilmente il "Privilegio della povertà" mentre l'ordine dei frati -cui le clariise erano sottomesse- chiedevano ed ottenevano dalla Curia Romana mitigazioni alla rigorosa regola dattata da San Francesco (già in molte cose mitigata vivente San Francesco stesso).

L'immagine finale di Santa Chiara che camminando su di un prato segue letterarmente le orme di frate Francesco seppur assai bella e probabilmente desunta dal Paradiso dantesco suggella l'evidenza che a dispetto del titolo il protagonista della fiction è solo San Francesco; "La sua famiglia, che si mosse dritta/ coi piedi a le sue orme, è tanto volta,/ che quel dinanzi a quel di retro gitta".
E' comunque lodevole la retta intenzione.

Etichette: ,

giovedì, maggio 24, 2007

...entre todas las Mujeres! [15]


Mentre il mondo politico esternava il proprio alto consiglio invitando alla concordia e al dibattito "democratico nel rispetto di tutte le componenti"; mentre sui giornali cattolici e laici divampava la polemica; mentre nascevano petizioni per chiedere alla Rai di non acquistare i diritti del documentario "Sex crimes and the Vatican" della Bbc; mentre i comitati etici, i comitati di garanzia, i sindacati dei giornalisti (per non parlare della Blogosfera!) levavano la loro voce pro o contro la volontà di Michele Santoro di mandare in onda il tristemente noto servizio giornalistico britannico ecco che "Sex crimes and the Vatican" è stato mandato in onda mercoledì 22 maggio sulla televisione locale romana "TeleDonna" nella più totale indifferenza mediatica :
Che bisogno c'era di fare tanto fracasso per il video della BBC (che merita il massimo rispetto, ma è pur sempre la TV di Stato di un paese tradizionalmente anticattolico) sui preti pedofili, che Michele Santoro ha intenzione di trasmettere nel suo programma "Anno Zero"? Bastava sintonizzarsi ieri sera su TeleDonna (una piccola emittente laziale collegata al Partito dei Consumatori, che tradizionalmente ospita invettive antiberlusconiane e manifestazioni di solidarietà nei confronti dei cosiddetti "eroi cubani", finita di recente nel mirino del Ministero delle Comunicazioni per le violazioni al Codice di autoregolamentazione a tutela dei minori), dove scorrevano indisturbate le immagini di "Sex Crimes and the Vatican", con le confessoni delle vittime intervistate e le invettive dei loro legali...

Preti pedofili: Teledonna "brucia" Santoro (e la montagna partorisce un topolino)

Etichette: , ,

mercoledì, maggio 23, 2007

visioni private /16



Il 21 e 22 maggio Mediaset ha mandato in onda il film per la televesione di 100 minuti "L'uomo della carità" sulla figura e l'opera di don Luigi Di Liegro : su Canale 5 lunedì 21 maggio la prima puntata e la seconda martedì 22 maggio spostato su Rete4 a causa la scarsità degli ascolti.
C'è chi ha detto che "Don Luigi di Liegro – L'uomo della carità" la ennesima fiction a soggetto religioso avrebbe stancato il pubbico televisivo italiano, altri invece reputano troppo azzardato lo spostamento dellla fiction da una rete all'altra.
Sicuramente la figura di questo "prete romano" è poco nota fuori dall'Urbe, inoltre la sua vita ha poco del santino per essere classificata come la solita fiction religiosa.
Biasimando l'italico andazzo di ritenere colpevole del pessimo audience il regista o l'attore (o magari la felice memoria dell'anima di don Di Liegro), personalmente plaudo alla scelta del soggetto ed al regista di aver tracciato una biografia asciutta e senza patetismi. In ciò ha sicuramente aiutato l'analisi della biografia di questo "monsignore" del Vicariato di Roma sempre in prima fila nell'aiuto concreto ai poveri, senza parole d'ordine ideologiche, senza servilismi ai padroni laici ed ecclesiastici della Roma degli anni settanta ed ottanta (la contemporaneità del personaggio ha sicuramente molto aiutato i soggettisti e soprattutto la sua "vita intensa" ha evitato invenzioni imbellettanti).

Il fondatore della Caritas italiana, per un ventennio sempre presente, molto prima delle istituzioni -e spesso a dispetto delle istituzioni- lì dove il tessuto sociale e civile della capitale minacciava di incancrenirsi.
Un "sant'uomo" (ma senza le estasi e visioni dei "padri pii" televisivi) sempre in mezzo agli ultimi, ma sarebbe meglio dire uomo profondamente autentico e limpido nei propri intendimenti e perciò sempre a proprio agio fra gli altri uomini, tutti gli altri uomini. Epperò ci andrei cauto a sentenziare che"Non era un santo né lo sarebbe diventato", diamo tempo al tempo!


La buona riuscita del soggetto televisivo va imputata innanzitutto al carattere, appassionato e franco e schietto, cioè poco monsignorile, dello stesso monsignor Di Liegro che l'attore Giulio Scarpati è riuscito a cogliere magistralmente. A tal proposito ha dichiarato Luigina di Liegro, nipote del sacerdote e vicepresidente della Fondazione intitolata a don Di Liego: "Io avevo individuato da un pezzo, in Scarpati, l'interprete di don Luigi, era l'unico in grado di esprimere il carisma di mio zio, la sua forza, la sua dolcezza.
Commovente la capacità di Scarpati di incarnare le movenze, lo sguardo, financo le incrinature della voce del prete romano morto nel 1997 consumato dall'ardore -più che dall'amore- per il prossimo.
“Ho avuto molto materiale a disposizione, anche interviste e Tg dell’epoca" ha spiegato il protagonista: "Ho incontrato chi l'ha conosciuto cercando di capire chi fosse veramente e sono contento che la regia asciutta di Di Robilant abbia restituito l'essenza e la forza di un personaggio lontano da ogni forma di retorica".
Opportuna, poi, la scelta di ferminare il film con la reale della folla che gremiva i suoi funerali in San Giovanni in Laterano, la cattedrale di Roma.

L'unico appunto che c'è da fare è la lamentabile usanza di presentare le autorità ecclesiastiche sempre bardate con le vesti prelatizie, come se senza zucchetto rosso e fascia paonazzo le Loro eccellenze ed Eminenze non muoveressero un passo!
Assai simpatica la scena del conferimento dell'ufficio "Charitas" con la stanza col tetto a spioventi che pare proprio il quarto piano del palazzo Lateranense! Mi chiedo infatti se il Vicariato non abbia messo a disposizione qualche proprio ambiente per esempio quello che nel film appare come l'ufficio del Cardinal Vicario, dove "miracolosamente" nel 1973 appare appeso al muro (dietro all'attore barbuto che dovrebbe essere il cardinal Poletti) un grande quadro ad olio raffigurante un anziano papa Giovanni Paolo II! Inoltre il cardinal Ugo Poletti non portava certo la barba!

Polletti morì anche lui nel 1997, pochi mesi prima di Di Liegro.
Io me lo ricordo bene, ottantunenne, da oltre un quinquennio non più Vicario di Roma ma pensionato di lusso a Santa Maria Maggiore con la carica di Cardinale Arciprete.
Me lo ricordo nel mese di maggio '96 piccolo di statura, tutto vestito di rosso, con mozzetta e rocchetto, entrare nella ombrosa basilica liberiana, dirigersi in fondo verso la cappella Paolina e lì al centro della cappella di Papa Borghese, nel fulgore del più sontuoso barocco romano, perennemente in ginocchio davanti alla Salus Populi Romani, guidare la recita del rosario e delle litanie. Poi, serrando ytra le bianche mani il proprio nero libro di devozione, riattraversare la navata porgendo la diafana mano al bacio di qualche rara fedele: uscire nel portico dove un solerte "sanpietrino" gli apriva l'anta del portone, a lato della Posta Santa, da dove, salendo l'ampio scalone barocco, raggiungeva i suoi appartamenti.

Etichette: ,

martedì, maggio 22, 2007

Amicus Plato sed magis amica Santippe, V


La BBC nel 2006 mandò in onda un reportage sugli abusi sessuali dei preti cattolici in Irlanda, Stati Uniti e Brasile o meglio sull'esistenza di precisi ordini dati dal Vaticano per occultare i fatti e così "salvare" i preti pedofili. La tesi venne immediatamente e apertamente sconfessata dalla Conferenza episcopale inglese, la quale invitò la Bbc a "vergognarsi per lo standard giornalistico usato nell'attaccare senza motivo Benedetto XVI."

Guarda caso, subito dopo il grande successo del "cattolico" Family Day ecco che alcuni giornali hanno annunciato che uno dei video più scaricati da Video Google era proprio quel servizio giornalistico della BBC, messo in rete e appositamente sottotitolato in italiano da Bispensiero (sito di amici siciliani di Beppe Grillo), chiedendosi retoricamente come mai quella inchiesta giornalistica non era mai stata trasmessa dalle TV italiane (come se ci fosse una convenzione internazionale che obbligasse Rai, Mediaset e La7 a ritrasmettere i programmi della BBC!).

Da un punto squisitamente giornalistico "le notizie" riportate dalla BBC sono assi datate: l'esplosione dello scandalo pedofilia che ha coinvolto la Chiesa cattolica in Irlanda e negli Stati Uniti risale al 2001 ed anche del prete pedofilo brasiliano che aveva scritto un piccolo trattato su come attirare le sue ingenue vittime ebbe a suo tempo giustamente ampio risalto sui Media.

E' purttroppo assolutamente evidente a chiunque che dai processi per pedofilia contro membri del clero cattolico emerge tristemente che i vescovi o i superiori religiosi spessissimo avevano già ricevuto segnalazioni da parte delle vittime di abusi e dai loro familiari e per mettere la cosa a tacere avevano trasferito il presunto pedofilo ad altra parrocchia (e al massimo magari ordinando di sottoporsi a qualche colloquio psicologo).
Non c'è bisogno però di ipotizzare un codificata strategia vaticana che imponesse ai Vescovi di insabbiare il tutto. Il recente dibattuto, presunto e clamoroso caso di pedofilia a carico delle maestre di Rignano Flaminio ne è un esempio magistrale: sia le maestre accusate sia le colleghe non fanno altro che piangere la loro estraneità a i fatti, mentre sia il sindaco e i cittadini del piccolo Comune alle porte di Roma - pur non essendo degli ecclesiastici- non fanno altro che provare fastidio per tanto clamore senza dolersi troppo per i bambini abusati ma anzi screditando la validità delle testimonianza degli infanti!

Quando i casi di pedofilia travolsero la Chiesa statunitense e molti vescovi e pure un cardinale dovettero dimettersi, Giovanni Paolo II intervenne emanando "Motu proprio" la Lettera Apostolica "Sacramentorum sanctitatis tutela" cioè un nuovo documento in cui tra le più gravi colpe di un prete veniva ribadita anche la pedofilia che veniva ancor di più sanzionata e per questo -a norma del Codice di diritto canonico- entrava a far parte di quei "delitti" che per la loro gravità non erano più demandati al giudizio del vescovo locale ma riservati immediatamente alla Santa Sede (ovviamente per "riservati" non si intende che questi non debbano essere resi pubblici ma si parla del fatto quei preti che peccano gravemente contro il sacramento dell'Eucaristia e della Confessione non possono essere assolti da nessun prete e nemmeno dal vescovo ma che sono “avocati” al Papa: cioè che la loro estrema gravità solo il Papa può "giudicare"!).

A questo documento pontificio -che è indirizzato ai vescovi- venne allegata una lettera del Cardinal Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, in cui dopo aver elencato i delitti "riservati alla Santa Sede" si puntualizza che "Ogni volta che l'ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un'indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all'ordinario o al gerarca, dettando opportune norme, di procedere" e così si veniva a modificare la precedente normativa poiché "l'istruzione "Crimen sollecitationis" finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant'Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici".

Il 18 maggio 2001 ecco che, mercé l'Eminentissimo Ratzinger, l'universo mondo veniva a conoscenza di una Istruzione del Sant'Uffizio che spiegava come indagare, processare e nel caso punire quegli ecclesiastici che si erano macchiati del "Crimen sollecitationis" cioè "crimine di provocazione": ovvero avessero usato della loro autorità in Confessione per costringere il penitente ad avere rapporti sessuali e, più in generale, nei casi di denunce di chierici che avessero avuto rapporti sessuali con donne, uomini, bambini e animali.

E' evidente che nel 1962, vista la delicatezza dell'argomento, ai vescovi era comandato che l'istruzione fosse:
"servanda diligenter in archivio secreto Curiae pro norma interna non pubblicanda nec ullis commentariis agenda".

In un'epoca in cui anche i decreti pontifici con cui si autorizzava l'uso delle lingue e delle danze indigene nelle messe dei Paesi di Missione dovevano essere dai vescovi tenuti segreti, sotto pena di scomunica, figurarsi se il Vaticano poteva rendere noto all'opinione pubblica che c'era la possibilità che dei preti avrebbero potuto avere rapporti sessuali con animali!

La tesi del progranna della BBC «Sex crimes and Vatican» è che il "crimen sollecitationis" fosse il documento che istruiva i vescovi su come insabbiare le accuse di pedofilia e che comandasse la rimozione "per promozione" del prete pedofilo come strategia abituale per mettere a tacere le dicerie ed inoltre si desse istruzione di fare pressione psicologica sulle vittime per evitare che parlassero.
Non solo! Il nuovo documento del 2001, avocando a Roma le inchieste per accuse di pedofilia non avrebbe fatto altro che aumentare l'omertà della Chiesa cattolica in materia e accrescere la mafiosa e criminale protezione dei preti pedofili: "deus ex machina" di questa diabolica strategia non sarebbe altri che il pontefice "ccioiosamente" regnante, per vent'anni prefetto dell'ex-Sant'Uffizio!

Nella più totale ignoranza dei metodi "inquisitoriali" di Santa Romana Chiesa si è fatto passare il richiamo alla discrezione e alla segretezza che indagini tanto delicate impongono con il comando di sottrarre alla giustizia civile e penale i chierici colpevoli di abusi sessuali tanto che negli Stati Uniti qualcuno ha chiesto di processare "il cittadino" Ratzinger con l'accusa di aver voluto intralciare la giustizia americana.
Ovviamente a prendere la palla al balzo ci pensarono quei laidi laici dei Radicali italiani che nel 2005 organizzarono una conferenza stampa in Texas cui parteciparono l'avvocato David Shea, il legale di Houston che denunciò in sede civile il cardinale Joseph Ratzinger davanti alla Corte distrettuale del sud del Texas per la presunta copertura data ai membri del clero responsabili di abusi sessuali; Maurizio Turco, Segretario di Anticlericale.net ed ex deputato, il deputato Daniele Capezzone; l'europarlamentare Marco Cappato e Rita Bernardini attualmente Segretario dei Radicali Italiani (olè!)!
Si vede che dopo il fallimento politico della contro-manifestazione dell'orgoglio laico di piazza Navona del 12 maggio non c'era di meglio da fare che rimestare nel torbido per far passare il messaggio che è meglio affidare i propri figli ad una coppia di gay, atei materialisti dialettici e fumatori di spinelli che invece mandarli all'Oratorio dei preti!


Però a me una cosa non è chiara della ricostruzione storica operata dai giornalisti della BBC: se la Chiesa cattolica ha per cinquant'anni coperto i preti pedofili, come proverebbe il documento approvato "ex audentia Santissimi die 16 Martii 1962", perchè il grande colpevole "storico" deve essere individuato nel cardinal Ratzinger?

Quando il beato e "papa buono" Giovanni XXIII emanò quel "documento pro-pedofili" Joseph Ratzinger era solo un prete professore "progressista" di teologia in Germania.
E' pur vero che dal 1981 divenuto prefetto il cardinal Ratzinger non modificò quella legislazione canonica ma bisogna ricordare che il superiore del prefetto della congregazione della Dottrina della fede è il papa in persona; Karol Woytjla "il buono" "il bravo" e "il bello", avrebbe potuto sin dal primo giorno del suo pontificato, abrogare quella normativa di cui sicuramente doveva essere a conoscenza sin dal 1962 poichè all'epoca era già vescovo in Polonia!

Non solo, se come sostengono i curatori di «Sex crimes and Vatican» le nuove norme emanate da Giovanni Paolo II nel 2001 hanno ancor di più aumentato la protezione ecclesiastica verso i preti pedofili ciò non solo aggraverebbe il giudizio sull'operato di Ratzinger ma ancor più nei confronti di un Karol Wojtyla falso e ipocrita che nei suoi discorsi ufficiali deprecava e condannava la pedofilia chiedendo ai vescovi di usare "tolleranza zero" verso i preti pedofili e contemporaneamente imponeva agli stessi vescovi una legislazione canonica che andava nel senso opposto!

Ragion per cui se la tesi dei giornalisti della BBc fosse vera non solo Benedetto XVI sarebbe un mostro ma anche i suoi predecessori "di santa memoria" non avrebbero avuto un contegno meno mostruoso! Si chieda pertanto di sospendere il processo di beatificazione del servo di Dio Karol Woytjla seduta stante.
Se Pio XII non viene considerato degno di essere elevato agli altare per la semplice ragione che, pur aiutandoli concretamente, non fece nessun proclama ufficiale contro l'olocausto degli ebrei, come si potrà senza scrupolo di coscienza beatificare chi fu il sommo connivente per (almeno) 27 anni dei crimini dei preti pedofili?

E, soprattutto, se Giovanni XXIII non solo "si è degnato di approvare e confermare questa Istruzione" ma ha anche comanda che quelle norme fossero "rispettate" (sic!) come lo si potrà continuare a considerare un santo distributore di miracoli per i suoi milioni di devoti? Si proceda pertanto all'eliminazione del suo nome dall'albo dei beati, il suo corpo incorrotto venga sottratto alla venerazione dei fedeli, bruciato, e le sue ceneri sparse nel Tevere!

Se a lor signori giornalisti della BBC tali richieste parranno esose e spropositate vorrà dire che anche Benedetto XVI potrebbe -il più tardi possibile!- essere un degnissimo candidato agli onori degli altari!

Etichette: , , ,

sabato, maggio 19, 2007

DEVOTIO MODERNA [7]

Ovvero: visioni private

Francesca Sanna, Anna Rita Luceri e Carla Calò, tre ruspanti pugliesi di Martano (Lecce) che formano il trio comico “Ciciri e tria” che mette in scena tre comari che "recitano" preghiere divertentemente eterodosse: senza dubbio tra le rivelazioni della stagione televisiva 2007 di “Zelig Off”(fortunato show di Canale 5 che ha tenuto a battesimo tanti nuovi talenti comici emergenti).

Etichette: , , ,

lunedì, febbraio 26, 2007

Carenza di Bosforo /2

Ovvero: "Saturno contro"



Dal 23 febbraio 2007 (e primo venerdì di quaresima) è arrivato sui grandi schermi italiani il nuovo film di Ferzan Ozpetek e parimenti torna, immancabilmente, anche Serra Ylmaz la quale, grazie al viaggio apostolico del sedici volte Benedetto in Turchia, è universalmente apparsa ad Ankara accanto al Papa sfoggiando per l'occasione corti capelli tinti di bianco, probabilmente per non sfigurare accanto alle canizie ratzingeriane.

Ai giornalisti che l'hanno poi intervistata, increduli, chiedendole come mai proprio una "icona gay" fosse stata scelta dal Governo turco per fare da traduttrice ufficiale al Romano Pontefice ed il primo ministro e poi col Presidente della Repubblica (insinuando sottilmente una possibile volontà di Erdogan di mettere in imbarazzo l'ospite poco gradito, quasi che Ratzinger avesse la minima cognizione dell'esistenza stessa di un Ferzan Ozpetek!), parmi che Serra Ylmaz rispondesse un poco alterata che non c'era niente di eclatante nel suo apparire al fianco del Papa poichè la sua attrività principale non era quella di fare la "Musa" del regista suo conterraneo.
Poi però in "Saturno contro" recita la parte di una donna turca che fa la traduttrice-interprete e con i capelli color platino.

Etichette: , ,

giovedì, gennaio 18, 2007

visioni private /14

Ovvero: Chi vuol essere agostiniano?


Gerry Scotti legge la domanda: "Chi avrebbe trovato la propria vocazione in seguito allo scampato pericolo di un fulmine?"; la risposta vale 8.000 euro.
Il concorrente di "Chi vuol essere milionario" ha un'espressione inizialmente atterrita, poi sconsolatamente scuote il capo leggendo le quattro opzioni: non c'è bisogno che parli perche si capisca che non ha la più pallida idea della risposta, lui che poco prima non ha avuto molta difficoltà ad individuare il vero nome del padre di Asterix.

Non avendo già "sprecato" gli aiuti a sua disposizione, Gerry Scotti lo invita a valutare la posibilità dell'aiuto del 50%, che il concorrente prontamenta accetta: risposta a) Sant'Agostino o risposta c) Martin Lutero? Epperò il dimezzamento delle opzioni non dimezza la sua ignoranza in materia!

Per farlo uscire dall'empasse il presentatore gli sottopone un nuovo, infausto, suggerimento: chiedere l'aiuto del pubblico.
Trovandosi a che fare con un pubblico in maggiorza milanese, città in cui Sant'Agostino ebbe la sua conversione, ed essendo per giunta Gerry Scotti nativo di Pavia, che ne custodisce le reliquie, il bravo presentatore ha avuto fiducia nelle qualità di discernimento del pubblico in sala.
Così il condutore ha argomentato il possibile risvolto "nazional-popolare" della domanda: Sant'Agostino è uno dei santi più noti -a Pavia,forse!- ragion per cui se fosse sopravvissuto miracolosamente ad un fulmine sarebe sicuramente uno tra gli aneddoti più famosi della sua vita. Al contrario Martin Lutero, pur essendo indubbiamente un importante personaggio della storia ecclesiastica, appatiene ad un contesto culturale poco italico e più mitleuropeo (ragion per cui è più probabile che alle nostre latitudini la sua biografia sia poco popolare).

E dopo che Gerry Scotti ha in pratica servito la risposta su un piatto d'argento, il pubblico sovrano, come ogni qual volta in un quiz viene interpellato su argomenti religiosi, ha immancabilmente espresso un'opinione errata: 81% per Sant'Agostino e solo il 19% per Martin Lutero. Probabilmente il 19% del pubblico nello studio televisivo era protestante.

Mentre il concorrente, visto il plebiscitario risultato del sondaggio, sorride ebete - probabilmente ringraziando in cuor suo il santo vescovo d'Ippona- pregustando la vittoria, il condutore, invece, fa la faccia dura per non far trasparire prima del tempo i sui sensi di colpa per aver sopravvalutato ancora una volta l'intelligenza della gente.
E come dice sempre Gerry Scotti:che Dio ci benedica!

Etichette:

giovedì, novembre 16, 2006

visioni private /13

Ovvero: La difesa delle sacre immagini



Nel programma televisivo "Confronti" di venerdì 10 novembre, mentre il presentatore Gigi Moncalvo elogiava l'imitazione del papa da parte di Maurizio Crozza, la giornalista Maria Giovanna Maglie ha assicurato che papa Ratzinger non aveva mai visto la sullodata parodia. Anzi, non sapeva nemmeno dell'esistenza di una parodia. I fidi collaboratori forse per paura che se ne dispiacesse non lo hanno mai avvisato. La notizia proveniva da una "fonte sicura" affermava la Maglie.
E dato che è ben difficile che il sedici volte Benedetto alle ore 23 e seguenti si metta davanti al televisore avrebbe anche potuto a lungo pontificare senza che la nuova raggiungesse le sacre stanze. Il pontefice "ccioiosamente" regnante penso che la sera vada a dormire presto e comunque se fosse affetto da insonnia si andrebbe a vedere "la LXX" e non certo "La7".
A meno che non gli abbiano presentato una copia censurata, la mattima di sabato 11 novembre il sedici volte Benedetto, sfogliando l'Avvenire, ha dissipato la sua ignoranza al riguardo, leggendo un indignato editoriale a firma Giuseppe Della Torre in cui si stigmatizzava -nessun altro termine parmi più acconcio- Maurizio Crozza e la sua caustica parodia pontificia additandola quale quintessenza del trash televisivo italico.



Personalmente protesto d'esser rammaricato, anzi: "molto rammaricato" perche sempre più m'accorgo che -nonostante i discorsi ratisbonensi- la sensibilità religiosa che va per la maggiore in Europa è quella islamica!

Trovo nelle lamentazioni dei cattolicissimi giornalisti dell'Avvenire il sintomo di una sottile quanto perversa infatuazione cattolica per il "sacro zelo" dimostrato di fedeli islamici.
Le miti "pecorelle" di Gesù "Buon pastore" provano una incoffessabile invidia pe la capacità di manifestare in modo organizzato -e perseverante!- il sacro sdegno per ogni seppur microscopica offesa della Divina Maestà.
E' umanamente comprensibile che di fronte ad interi popoli che si sollevano unicamente "A Maggior Glori a di Dio", qualcuno possa anche provare una -se così si può dire- "santa" invidia.
Epperò i manuali di teologia avvisano che l'invidia spirituale è la più grave declinazione del -di per se capitale!- vizio dell'invidia! Attenzione, perciò, a quei cristiani che ardono dal desiderio di imitare i mussulmani nella esuberanza dei loro esercizi di "timor di Dio"; e, al contempo, sempre i medesimi cristiani, rimpiagono una tramontata età dell'oro -mai esistita in verità- in cui tutti i cattolici ad un cenno del "bianco padre", come un sol uomo si predisponevano a guisa di "un esercito all'altare".

Non meravigli pertanto che se si guarda alle biografie di tanti italiani convertiti all'islam, si troveranno degli ex militanti delusi dal variegato associazionismo cattolico.
Di fronte ad una società contemporaneo che si agita come bestia senza ragione si vede nella rigidità e disciplina bimillenaria della Chiesa cattolica lo strimento efficace per "marchiare a fuoco" un Mondo bizziso. Poi la inevitabile, cogente, delusione. Chiunque in nome dei santi insegnamenti di Cristo e della Chiesa vorrà edificare il "Regno di Dio" sulla Terra -non importa se fascista o democratico, liberista o comunista- si troverà ben presto nemica la Chiesa poiche quel cristiano non ha compreso che quel Regno di Dio -annunziato da Cristo- sulla Terra c'è già: ed e la Chiesa stessa.
Nell'islam c'è un unico "jihad"; c'è un unico "sforzo" per edificare il "Regno di Dio" senza sottili distinguo teologici tra le realtà temporali e quelle spirituali. Se poi andiamo a guardare attentamente, il "paradiso in terra" sognato degli islamici e un regno modellato per tribù arabe dell'VIII secolo.
Mettendosi in simbiosi con il Corano si vuol entrare in una dimensione metatemporale che renda il muslim del XXI secolo contemporaneo di Maometto. Da questo lo "sforzo"-in un certo modo ascetico- di abbigliarsi anche nella metropoli occidentale come un cammelliere beduino e, le donne, ammantarsi da capo a piedi come le mogli di quegli antichi beduini medievali (per non far filtrare le finissime polveri dell'immoralità del desero spirituale dell'Occidente).


Il Cristianesimo ha plasmato la civiltà occidentale e ne difende pertanto la bontà di tanti sforzi di penetrazione nel secolo ma non accetta di essere identificato con la sola realtà culturale.
Pio XI condannò l'Action Francaise poichè identificava la fedeltà alla Chiesa Cattolica con la necessità di ritornare alla situazione politica precedente la Rivoluzione Francese (e Papa Ratti non era certo noto per le sue simpatie democratiche!).
Nonostante la sua graniticità dottrinaria, perciò, la Chiesa cattolica non è "dura e pura" come certuni vorrebbero.
(L'islam oltre a presentarsi come una fede senza se e senza ma-e senza troppi convegni-, propone uno stile di preghiera, umile, contrito e ordinato, e anche la più negletta moschea offre uno spettacolo assai più devoto di qualsiasi mega-raduno di papaboys in Piazza san Pietro).

LA STORIA DELL'ESPANSIONE DEL CRISTIANESIMO è completamente diversa a quella islamica.

Già la prima comunità di credenti in Gesù, tutti ebrei -come fedele alla tradizione ebraico era stato Gesù stesso!- ha capito che i convertiti provenienti dal paganesimo non dovevano giudaizzarsi per essere considerati "veri" cristiani.
L'evangelizzazione dell'impero romano venne fatta scendendo sul terreno culturale ellenistico. I cristiani hanno annunciato il vangelo anche per mezzo dela filosofia dei greci e del diritto dei romani, ben lontani quindi dall'arroccarsi alla sola esegesi rabbinica della Bibbia! "Conciliare Atene e Gerusalemme": come si suol dire (mentre a me pare che gli islamisti sognano un mondo che assomigli alla periferia della Mecca).

Le differenti impostazioni teologiche non passano sopra le teste della gente, la penetra e, anche non cosciamente, la permea. La teologia crea mentalità, indirizza le sensibilità, è l'autentica fonte della cultura : è questo che intendeva dire Benedetto XVI a Ratisbona!

Se noi possiamo recarci impunemente in una edicola per acquistare un calendario con le donnine nude lo dobbiamo a quei santi monaci che nel IX secolo pur di dipingere le icone della Madre di Dio erano disposti a correre il rischio di avere le mani mozzate dagli iconoclasti!
Certo, se lo chiedete a don Georg (il segretario del papa) vi risponderà che comprare i calendari con le donne nude è peccato mortale e che questa vergogna dovrebbe finire etc, etc. Ma questo non toglie che, in ultima istanza, la nostra scristianizzata "società dell'immagine" ha avuto origine grazie al secondo concilio di Nicea dell'anno 787 che dichiarava lecita la raffigurazione degli angeli e dei santi e dello stesso Dio!

La società dell'immagine non è stata creata dallo star-sistem holliwoodiano. Se la massima autorità della cristianità viene eletta in uno stanzone le cui quattro pareti sono completamente piene di migliaia di immagini dipinte un motivo ci sarà!

Gli occidentali hanno una bimillenaria prossimità con l'immagine; hanno grandissima familiarità nel rapportarsi con la raffigurazione della realtà. L'uomo occidentale è riuscito persino a raffigurare plasticamente dei misteri della fede, cioè realtà eminentemente spirituali, quali la Trinità, lo Spirito Santo o l'Immacolata Concezione.

Mi rendo conto che l'introduzione ha preso il sopravvento e vengo al punto.


L'uomo occidentale sa "usare" l'immagine ed è anche molto smaliziato rispetto ai tempi della lanterna magica. A questo va aggiunta una secolare spirito anticlericale -anch'esso nato in un regime di cristianità- che ha reso un dato di fatto incontestabile la possibilità -se non sempre la libertà- di fare dell'ironia su Dio -il Dio cristiano!- e sui preti.

Nell'Italia del XXI secolo la soglia di ciò che è blasfemo si è molto abbassata, prova ne è il fatto che coloro che hanno deprecato la parodia di Crozza lo hanno fatto in nome della difesa del "buon gusto" e NON del "buon costume".
Ciò per cui molto mi rammarico con Boffo (direttore di Avvenire), o chi per esso, è per l'equazione tra il trash televisivo e lo "scherzare con i santi".
Ciò lo evinco dal fatto che quale insuperabile campione del trash viene additata non la trasmissione Crozza-Italia nel suo complesso ma la sola parodia di Benedetto XVI. Forse che ai pii editorialisti dell'Avvenire i siparietti di Crozza ed Elio (delle Storie Tese) paiono assai più spiritualmente edificanti?

Queste lamentazioni sono anche poco "furbe" perchè si da immediatamente la stura a quei nostri agnostici materialisti all'acqua di rose che non vedono l'ora di affermare che i cattolici sono molto più intolleranti degli islamici.

Non contenti di "stigmatizare" Maurizio Croza si è ritenuto opportuno formare una "triade maledetta" con Fiorello e Litizzetto.
Dino Boffo ha sostenuto che l'Avvenire si è fatto carico del "grido di dolore che da più parti d'Italia si eleva" a causa della cativeria con cui si scherniscono le figure religiose care al popolo italiano.
Ora, con tutta la buona volonta, dire che Ruini è personalità assai cara al popolo italiano è arduo: sarà pur assai stimato ma l'amore è un'altra cosa.
Che poi, dopo due anni all'Avvenire ci si è accorti che ogni domenica sera alle ore ventuno Luciana Litizzetto inbastiva dei dialoghi immaginari con "Eminenz", come commentarlo?

Il segretario del papa, poi, è fonte di benevola curiosità e delle ironie salottiere degli italiani nella quale si inscrive la parodia fatta da Fiorello alla radio.
Sostenere che si sia voluto dar voce alle doglianze del santo padre che, a motivo la sua alta missione, non poteva difendersi: è falso, per il semplice fatto che non essendo a conoscenza della cosa non aveva alcuna possibilità di angustiarsene.
Neanche don Georg, interpellato a riguardo da una giornalista che si è camuffata da pia fedele indignata, ha dato segno di aver saputo prima d'allora di quelle parodie.

Forse l'unica cosa buona di questa triste pantomima clericale è stata quella di far sintonizzare su La7 il sedici volte e vieppiù Benedetto per assistere allo spettacolo di un papa che in Vaticano deve fare tutto lui, che ha difficoltà nell'approcciarsi con le folle, ma alcontempo ha un vero desiderio di comunicare con la gente. Di un papa che non capisce perchè i cardinali gli sconsigliano di fare pubblicamente delle costatazioni che a lui invece paiono lapalissiane. E potrà magari anche sorridere al pensiero che alle volte la realtà supera la fantasia.

Etichette: , ,

sabato, novembre 11, 2006

visioni private /11

Ovvero: Fiction criminale del Cristianesimo


"Contrordine.
Sul più importante canale della più importante rete di servizio pubblico inglese parlare di kamikaze, scherzare sui kamikaze o ironizzare sui kamikaze è possibile.

Sulla Bbc, è possibile produrre una fiction dove si parla di kamikaze, dove tre uomini organizzano un attentato con un aereo, dove con il terrorismo si scherza, si piange, ci si innamora, si uccide, si sorride. La fiction, molto bella, si chiama “Spooks” e va in onda ogni lunedì sera alle ventuno su Bbc One. Si parla di aerei, religione, attentati, dirottamenti.
Nessun problema ma a patto, si capisce, che i terroristi non siano di colore, non siano islamici, non siano gay e non siano, soprattutto, musulmani. Nell’episodio andato in onda lunedì primo novembre, in una scena, l’attore Shaun Dingwall uccide un uomo in preghiera. L’uomo di fronte a lui è un musulmano. Dingwall interpreta la parte di un fondamentalista. Cristiano, ovviamente.

Solo un caso? Non proprio. Poco tempo fa, la stessa fiction, sulla stessa rete, allo stesso orario, aveva fatto di più.
La scena è questa: due terroristi organizzano un attentato con aerei, coltelli, pistole. Dicono ai musulmani, go home, andate a casa, vi taglieremo la testa, vi ammazziamo, andate via, fuori. Poi si schiantano con l’aereo, realizzano un video ma piuttosto che mandarlo su al Jazeera, il video va in onda direttamente sulla Bbc. L’attentato è contro una moschea. La voce di uno degli attentatori dice così: “Desidero informarvi che stiamo per combattere una guerra contro quella ‘religione di pace’ che si chiama islam”. E poi: “Questa è una dichiarazione di guerra, contro l’islam”.

Ora, il discorso è molto semplice. Parlare di kamikaze e parlare di terrorismo eccita, fa audience, piace, non si cambia canale. Alla Bbc, ovviamente, lo sanno. Ma parlare di terrorismo, parlare di kamikaze e parlare di islam eccita sì, ma spaventa pure. Pochi giorni fa il presidente della Bbc, Michael Grade, aveva spiegato che nella sua personalissima interpretazione del significato da dare al multiculturalismo, sarebbe stato preferibile parlare male dei cristiani, piuttosto che parlare male dei musulmani. Questione di sensibilità, spiegava. I musulmani si arrabbiano, quindi meglio non provocarli. I cristiani non si arrabbiano, quindi si possono pure provocare.

Molto semplice: parliamo di terrorismo, ma non parliamo di islam. Ma lo stesso Shaun Dingwall, l’attore che spara al musulmano, aveva spiegato già a febbraio quali erano le sue paure. E se qualcuno taglia la scena in cui il cristiano uccide il musulmano? Che succede, si può? Dingwall non aveva paura di un’eventuale critica cristiana, aveva paura dell’eventuale critica islamica. Nessuna scena è stata cambiata e lunedì è andata in onda la puntata con il cristiano (cattivo) che uccide il musulmano(buono).
Ma parte della comunità musulmana non era comunque contenta.
Pur apprezzando l’originale multiculturalismo della Bbc, c’è chi non ha gradito affatto le critiche che la comunità evangelica inglese ha riservato alla puntata. E così, tra i musulmani, c’è chi ha criticato tutti coloro che si permettevano di criticare.

Sempre sulla Bbc, lo scorso anno (era domenica 9 dicembre), era andato in onda uno spettacolo che si chiama “Jerry Springer - The Opera”. Nello show, c’era un conduttore, Jerry Springer (interpretato da David Soul, l’attore che in “Starsky & Hutch” faceva Hutch) che aveva come ospiti Gesù, Maria, Adamo, Eva e Dio: tutti presi per i fondelli uno per uno. Divertente, ma qualcuno non la prese bene (alla Bbc arrivarono quarantacinquemila lettere di protesta).

Qualcun altro, invece, si poneva una domanda molto semplice: ma la più importante rete di servizio pubblico inglese, la Bbc quand’è che farà una trasmissione, una fiction o una serie tv dove al posto di Gesù, Maria, Adamo, Eva, Dio, o al posto di dirottatori fondamentalisti cristiani (su cui, sia chiaro, scherzare e ridere è ovviamente lecito), ci farà fare anche una bella risata con Maometto, Allah o un imam?
La risposta l’ha data il presidente della Bbc, Michael Grade: mai."
(Claudio Cerasa; Il Foglio; giovedì 9 novembre 2006)

Etichette: , ,

domenica, ottobre 29, 2006

In Nome del PAPA (MARCO)Rè [terzo]

Ovvero: Le rivelazioni di suor Lucia Dandini

La fiction Giovanni Paolo I "il sorriso di Dio" è sicuramente una fiction riuscitissima grazie al ciclone di patetismo pietistico che ruota permanentemente intorno all'incontro tra suor Lucia e il Cardinale Albino Luciani avvenuto realmente un anno prima del conclave che lo eleggerà papa:
"Nel 1977 in Portogallo, un anno prima di diventare Papa, Albino Luciani (interpretato da Neri Marcorè) riceve da Suor Lucia (Imma Colomer Marcet), l'unica ancora vivente dei tre pastorelli di Fatima, la profezia del suo straordinario destino.
Suor Lucia, ripercorrendo con lui la sua vita, gli svela la trama di un disegno della Provvidenza. Appena nato Albino sembra non dover sopravvivere, ma quasi inspiegabilmente si riprende, come altre volte gli accadrà sempre senza un'apparente spiegazione. Albino è figlio di una famiglia poverissima. La vocazione al sacerdozio gli nasce in un momento di pericolo estremo, mentre invoca l'aiuto del Signore...
Diventato sacerdote, per Albino l'unico desiderio è quello di diventare parroco del suo paese natale, Canale d'Agordo, ma Monsignor Muccin (Alberto Di Stasio) gli chiede invece di divenire il vice direttore del Seminario Diocesano...
A guerra finita, Albino si interroga sulla sua missione e una malattia polmonare gravissima sembra sottolineare il suo smarrimento e la sua solitudine. Ma in sanatorio Albino ritrova l'amico Tiezzi, divenuto nel frattempo medico, il quale scopre che l'apparente condanna di Albino è il frutto di un errore diagnostico. Anche questo è un segno del cielo, un altro passo nel cammino del giovane Luciani. Albino incontra quasi per caso il Patriarca di Venezia Angelo Roncalli (Claudio Angelini), il futuro papa Giovanni, che apprezzandone le doti lo vuole vescovo."
Etc...

L'espediente narrativo è assai suggestivo e perciò funziona al fine della drammatizzazione, ma la suor Lucia della fiction (Imma Colomer Marcet) non ha nulla che la faccia somigliare alla assai semplice monachella veramente esistita.
Non essendoci stati testimoni presenti al colloquio tra la veggente e il cardinale gli sceneggiatori hanno potuto dare libro sfogo alla fantasia immaginando l'incontro non in un "parlatorio" o comunque in una stanza di un convento (come parrebbe normale a chi conosca anche superficialmente il funzionamento di un monastero di clausura) ma all'interno di una vasta basilica -nel caso concreto Santa Maria della Quercia a Viterbo- dove i ceri accesi che attorniano la veggente, che ovviamente non parla come un comune mortale ma si esprime come se fosse in stato ipnotico, accrescono la suggestione che Albino Marcorè si sia incautamente inoltrati nell'antro della sibilla Cumana.

Avendo presente la profonda quanto popolare devozione di suor Lucia di Fatima, è facile immaginare che nella realtà la monachella si sia prosternata in baciamano, abbia implorato al Principe della Chiesa una pioggia di benedizioni per lei e per le sue consorelle e glia abbia offerto un the con i biscotti fatti con le sue "manine sante". Nella fiction invece la monaca-Pizia, squadrando dall'alto in basso l'incauto mortale, dice di vederlo vestito di bianco e lo sottopone ad una confessione generale da cui emergerà un inesorabile destino già scritto a cui dovrà piegarsi: il pontificato, e un breve pontificato! Dal film si evince inoltre che la veggente gli avrebbe rivelato anche il nome del proprio polacco successore!

La descrizione di un papa che per i 33 giorni del proprio pontificato non fa altro, ogni santo giorno, che ripetere, a chiunque gli capitasse a tiro, la lamentosa litania: "a queto ci penserà chi verrà dopo di me", "di questo se ne occuperà il mio successore" "la cosa verrà portata in porto dal mio successore", non può che lasciare perplessi!

E se proprio si vogliono cercare profezie sulla predestinazione di Luciani al papato, non c'è bisogno di scomodare la Madonna.
Infatti, nonostante il cardinal Luciani andasse dicendo che non c'era "pericolo" che lo facessero papa, i segni del "pericolo imminente" c'erano e non venivano direttamente da Dio stesso ma, più tradizionalmente, tramite il Suo Vicario in terra!
Come racconta la fiction televisiva, tanta era la stima di Paolo VI per il Patriarca di Venezia che nel 1972 volle andare in laguna a dimostrargliela.
Papa Montini era amante dei gesti simbolici. Alla fine di una cerimonia in piazza San Marco, si tolse la stola pontificia, la mostro alla folla, come a voler attrarre l'attenzione dei fedeli su quell'oggetto e poi voltandosi verso il Patriarca Luciani -che non era ancora cardinale- gliela impose sulle spalle.

Altro "fioretto" non raccontato dalla fiction è quello che si svolse mesi prima della morte di Paolo VI, quando ricevette in privata udienza l'episcopato veneto. Alla fine dell'udienza il papa cercò inutilmente il pulsante sotto il bracciolo della propria poltrona per richiamare nella stanza gli altri ecclesiastici non ammessi a quel colloquio riservato ai soli vescovi.
Per togliere dalle ambasce l'ottuagenario papa Montini, il Patriarca di Venezia, che gli era seduto accanto, prese la mano del papa e la guidòsul pulsante. "Adesso sa già dove si trova" gli disse (poco sibillinamente) Paolo VI.

Pertanto, le continue lamentazioni di papa Marcorè verso un Sacro Collegio che non sarebbe stato in grado di capire che il candidato "del cuore" di Paolo VI fosse invece Karol Woytjla, hanno dell'irreale e si muovono in quel filone della profezia post eventum che da Padre Dante in poi parrebbe un cliche obbligatorio quando si metta in scena una commedia che abbia come soggetto cose "divine".



Un aspetto che ha del comico se non avesse del grottesco è quella di immaginare gli ecclesiastici costantemente alla ricerca di divine rivelazioni e bramosi di profezie ultraterrene.
Ecco che poco dopo l'elezione, il nuovo papa Marcorè appena entrato nell'appartamento pontificio, sigillato alla morte di Paolo VI, si veda consegnare da un monsignore una busta tirata fuoti dal casetto di una scrivania.
Di fronte alla perplessità del 'candido' Albino, "Ma come cos'è!" dice il monsignore stupito che papa Marcorè non abbia intuito al volo: "è il terzo segreto di Fatima"!
Che cosa poteva mai essere?
Forse che nel 1978 la Chiesa Cattolica non avesse temi di più scottante attualità da affrontare?

E' assodato che durante i 33 gioni del suo pontificato, Giovanni Paolo I non abbia mai minimamente dimostrato interesse per la terza parte del Segreto di Fatima. Lo stesso Paolo VI, pur avendo letto "il segreto", quando nel 1967 a Fatima incontrò una suor Lucia bramosa di parlargli privatamente, non volle sentire una parola di quello che la veggente intendeva dirgli.


Nonostante tutta la commozione popolare che l'agiografia televisiva di Albino Luciani abbia potuto suscitare, però su questo versante la fiction si è dimostra ben poco educativa dando credito allo stereotipo che le persone "in odore di santità" non siano dei 'poveri cristi' che si sforzino di vivere "in Grazia di Dio" ma che debbono essere sempre e comunque uomini e donne dotati di poteri paranormali:in primis della capacità di prevedere il futuro alla stregua di una qualsiasi cartomante che 'pontifica' dagli schermi delle TV private.

Etichette: ,

sabato, ottobre 28, 2006

In Nome del PAPA (MARCO)Rè [secondo]



Nella Fiction religiosa Giovanni Paolo I "Il sorriso di Dio" quale ulteriore sintomo della chiaroveggenza di Papa Luciani sulla brevità del proprio pontificato, e sulla sua intima certezza che a breve gli sarebbe successo Karol Woytjla col nome di Giovanni Paolo II, viene sottolineata l'anomalia della volontà e dell'insistenza con cui al nome di "Giovanni Paolo" venne unito il numero ordinale "Primo".
Come nella fiction spiega al papa Marcorè il monsignore esperto di araldica pontificia - e come nella realtà venne obbiettato a papa Luciani- era un errore chiamare "primo" qualcuno o qualcosa di cui non si ha un "secondo".

Per esempio: quando parliamo della Regina Vittoria, non abbiamo il bisogno di specificare che stiamo parlando di "Vittoria Prima" poichè dopo di lei non ci sono state altre regine d'Inghilterra di nome Vittoria.
Così prima del 1952 quando si parlava della "Regina Elisabetta" si intendeva universalmente riferirsi alla regina inglese vissuta nel 1500.
Solo quando Elisabetta II Winsor salì al trono la figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena cominciò ad essere chiamata "Elisabetta Prima".

Similmente solo dopo che Giovanni XXIII indisse la convocazione del Concilio Vaticano II si cominciò a chiamare "Vaticano Primo" quello che fino a quel momento era "il" Concilio Vaticano "tout court".

Se le cose stanno così allora veramente papa Luciani voleva sottolineare che il suo regno sarebbe durato il tempo di un sorriso?
Voleva profetizzare l'avvento a breve di un Giovanni Paolo II?

La risposta è: NO.
No, perchè l'errata applicazione del numero ordinale in età contemporanea è una abitudine invalsa nel mondo ecclesiastico.
E di questa errata applicazione abbiamo lampanti esempi nelle chiese ortodosse!
Sua santità Atenagora I è stato così sempre chiamato quando era in vita e alla sua morte non è stato eletto nessun Patriarca di Costantinopoli di nome Atenagora "Secondo". Ad Atenagora è successo Demetrio anche lui "primo"! A Demetrio I è successo l'attuale arcivescovo di Costantinopoli universalmente noto col nome di "Bartolomeo Primo" anche se noi tutti ignoriamo se da qui alla fine del mondo ci sarà mai un Bartolomeo II.
Allo stesso modo in Armenia Il patriarca Karekìn "Primo" era così ufficialmente chiamato anche prima che gli succedesse Karekin II.

Quando nel pomeriggio del 26 agosto '78 i tre porporati a capo dei tre Ordini cardinalizi si avvicinarono al seggio del Cardinal Luciani per chiedergli come volesse chiamarsi egli rispose : "Giovanni Paolo"
"Giovanni Paolo Primo" intervenne saccentemente il Cardinale Protoprete Giuseppe Siri.
"Giovanni Paolo I" ripetè Papa Luciani e il Cardinale Protodiacono Pericle Felici annunciò alla folla che il nuovo papa: "sibi nomen imposuit Joannis Pauli Primi" .
Non c'è nessun mistero, quindi.
O forse, dietro alla fretta di aggiungere al nome del papa il numero ordinale -non bisogna dimenticare che il Cardinale Siri fu lo sconfitto di quel conclave e la bandiera dello schieramento conservatore!- possiamo scorgere il timore di una diminutio della "maestà" del ruolo pontificio conseguente alla tendenza a ridimenzionare il ruolo del "Vescovo di Roma" rispetto ai suoi "confratelli" vescovi.
I cattolici si erano ormai fin troppo abituatia a chiamare i papi molto semplicemente "papa Giovanni " e "papa Paolo". Che i fedeli si rivolgessero al Vicario di Cristo chiamandolo familiarmente "Gianpaolo" era, da molti ecclesiastici, considerata una caduta di stile da evitare.

Etichette: , ,

giovedì, ottobre 26, 2006

In Nome del PAPA (MARCO)Rè

Ovvero: Le profezie di suor Lucia Dandini



Il Sommo Pontefice "ccioiosamente" regnante la sera del 9 ottobre 2006 in Vaticano ha assistito mitemente ad una versione purgata ed emendata della fiction della Rai sulla vita del Suo predecessore Albino Luciani di santa memoria.
Giovanni Paolo I "Il sorriso di Dio" per la regia di Giorgio Capitani ha avuto per protagonista l'attore comico ed imitatore Neri Marcorè .

L'ennesima fiction religiosa sulla vita dei papi buoni del Novecento è poi andata in onda su Raiuno lunedì 23 e martedì 24 ottobre 2006. E visti i grandissimi ascolti ottenuti dalla fiction su Papa Luciani (10.240.000 e il 37,83% di share), il diretto di Raiuno Fabrizio Del Noce annunzia nobis di avere già chiesto a Raifiction di attivare la realizzazione di una nuova mini serie-evento dedicata a un grande recente pontificato: quello di Paolo VI.
Povero papa Montini!

All'eminentissimo Cardinal Tarcisio Bertone, segretario di Stato di Sua Santità Benedetto XVI, però, la visione nell'ennesimo papa buono -sempre quello morto!- è parsa indigesta soprattutto per l'eccessivo e stucchevole e manierato continuo riferimento al terzo segreto di Fatima, tema di cui l'Eminentissimo -quand'era Eccellentissimo- se ne occupò molto e approfonditamente .
Difatti, nell'intervista prontamente rilasciata a Gianni Cardinale apparsa sull'Avvenire del 26 ottobre, il cardinal Bertone ha praticamente demolito il principio e fondamento su cui ruota il melodramma ecclesiastico della trama del film tv: la predizione del pontificato,e di un un breve pontificato (!), che sarebbe stata fatta al cardinal Luciani da suor Lucia Dos Santos nel 1977.

"...Eminenza, qual è il suo giudizio sulla fiction?

Innanzitutto voglio ricordare che il Santo Padre vedendo in anteprima una versione, a dir il vero ridotta, della fiction l'ha giudicato un "bel film", "un interessante lungometraggio" e ha voluto dedicare una "menzione speciale" all'interprete principale. Indubbiamente poi è un fatto positivo che tanta gente si sia messa davanti allo schermo per vedersi raccontata la storia di Albino Luciani. Questo significa che nel popolo italiano c'è molto interesse per le vicende che riguardano la storia religiosa, compresa la vita della Chiesa e dei Papi.

Anche quando sono stati sul soglio di Pietro per solo trentatré giorni…

In effetti questo è veramente straordinario, un pontificato così breve eppure rimasto così impresso nel cuore dei fedeli, praticanti e no, in Italia ma anche fuori della Penisola. E questo perché, come ha ricordato sempre Benedetto XVI alla presentazione della fiction, Papa Luciani è stato una "figura dolce e mite… forte nella fede, fermo nei principi, ma sempre disponibile all'accoglienza e al sorriso", è stato "fedele alla tradizione e aperto al rinnovamento", è stato un "maestro di carità e catecheta appassionato". Particolarmente felice poi nella fiction è l'aspetto riguardante la grande devozione che Luciani nutriva verso la Beata Vergine Maria. E che lo stesso Papa Benedetto XVI ha ricordato citando questa bella frase di Luciani del periodo in cui era patriarca di Venezia: "È impossibile concepire la nostra vita, la vita della Chiesa, senza il Rosario, le feste mariane, i santuari mariani e le immagini della Madonna".

Tutto positivo quindi…

Non proprio.
Anzitutto mi sembra che nella fiction in questione non sia stato messo bene in evidenza il fatto che Papa Luciani pur essendo dolce e mite era anche "forte nella fede", "fermo nei principi" e "fedele alla tradizione". Per questo mi è sembrato sovrabbondante il tempo dedicato a sue presunte aperture su delicate questioni di morale sessuale che comunque sarebbero da datare prima dell'enciclica Humanae Vitae che lui, a quanto mi risulta, appoggiò senza riserve. A questo proposito poi già altri hanno ricordato che il patriarca Luciani sciolse la Fuci veneziana perché si era mostrata favorevole al sì al referendum sul divorzio del 1974, contravvenendo alle indicazioni autoritative della Curia. L'episodio invece non è presente nella fiction.

Tutta la trama della fiction è giocata sull'incontro - a Coimbra - tra Luciani e suor Lucia, in cui l'ultima delle veggenti di Fatima avrebbe profetizzato al patriarca che sarebbe diventato Papa e che il suo pontificato sarebbe stato brevissimo.

È una tesi vecchia ma priva di fondamento.
Ricordo benissimo che il 9 dicembre 2003 mi recai a Coimbra dove celebrai messa per la comunità di Carmelitane, ed ebbi modo di parlare alcune ore con suor Lucia. In quella occasione esaminai con lei i rapporti avuti con Giovanni Paolo I.
L'ho già detto e lo ripeto: suor Lucia, facendomi vedere la panca dove erano seduti e si era svolta la lunga conversazione, mi disse che da parte sua non c'era stata alcuna previsione o preveggenza riguardo ad Albino Luciani. Solo, dopo la partenza del Patriarca, in comunità aveva esclamato: "Se diventasse Papa, non mi dispiacerebbe". D'altra parte anche in una relazione scritta dallo stesso Luciani su quell'incontro non viene fatto alcun cenno a profezie di questo genere.

La seconda puntata della fiction ha raccontato il Conclave che elesse Luciani e i trentatré giorni del pontificato. Che impressioni ne ha avuto?

Paradossalmente la parte forse più fedele della fiction alla pubblicistica sulla figura di Luciani è proprio quella del Conclave. Solo che in questo caso è la stessa pubblicistica a traballare in sé, visto che su quel Conclave notizie certe e documentate non ci sono né ci potrebbero essere.

E la parte dedicata al pontificato?

Capisco che in ogni buon film alla figura del buono si debba sempre contrapporre quella del cattivo o dei cattivi. Ricordo che nella fiction dedicata a Giovanni XXIII questo ruolo ingrato - e non corrispondente alla verità! - era toccato al cardinale Alfredo Ottaviani. E purtroppo anche questa fiction non è sfuggita a tale legge non scritta. E così tra i cattivi abbiamo ritrovato l'immancabile arcivescovo Paul Marcinkus, vari cardinali e un po' tutta la Curia.
Personalmente mi ha colpito il ritratto negativo - e ingiusto!- che è stato fatto del Segretario di Stato dell'epoca, il cardinal Jean Villot, e del mio grande predecessore a Genova, il cardinale Giuseppe Siri. Raccontare la Curia romana all'epoca di Papa Luciani come una congrega di ecclesiastici che non avrebbero avuto null'altro da fare che mettere i bastoni tra le ruote al nuovo Papa mi è sembrato ingiusto nei confronti della Curia, della Chiesa cattolica tutta e anche dello stesso Papa Luciani.

Dulcis in fundo l'inquadratura della tazzina di caffè quasi ad adombrare il sospetto che lì si celasse il segreto della morte prematura del Papa.

Questa francamente mi è sembrata una caduta di stile, che, pur nella libertà di espressione artistica che è e deve essere garantita a tutti, ci poteva essere risparmiata. Lanciare una allusione così pesante, quasi fosse un obbligo di cronaca farlo, mi è sembrato sgradevole. Anche perché non c'è alcun elemento serio e certo che potrebbe portare a quel tipo di conclusione..."


Etichette: ,

mercoledì, agosto 30, 2006

L'Invenzione della Vera Icona

Ovvero:Hezbollah manipola le immagini e i media occidentali se la bevono


Un articolo di David Frum (traduzione di Aldo Piccato); Il Figlio;mercoledì 30 agosto 2006.

«Probabilmente avete visto l’immagine sul giornale o alla televisione: membri di Hezbollah che distribuiscono mazzette di banconote da 100 dollari a libanesi rimasti senza casa in seguito alla guerra contro Israele. A quest’immagine mancava soltanto una cosa: la sottilissima striscia di metallo che attraversa dall’alto in basso le autentiche banconote da 100 dollari. Il denaro distribuito da Hezbollah era falso, come avrebbe dovuto risultare evidente a chiunque avesse esaminato con attenzione le fotografie.
L’attenzione era necessaria perché Hezbollah ha una ben nota storia di contraffazioni: già nel giugno del 2004 il dipartimento del Tesoro americano aveva citato Hezbollah come uno principali produttori di dollari falsi in tutto il mondo. Ma questo è stato completamente ignorato dalle agenzie di stampa che hanno fatto la coda per ottenere le foto della pseudo-filantropia di Hezbollah.

Forse è troppo aspettarsi che i giornalisti siano degli esperti di banconote false. Ma ci si aspetta che siano almeno in grado di individuare una fotografia ritoccata, soprattutto se il ritocco è fatto in modo grossolano.
Ciononostante, è stato un blogger americano, e non un direttore di giornale, che ha beccato la Reuters a distribuire fotografie false scattate dal suo ormai tristemente noto fotografo libanese, Adnan Hajj.

Hajj ha usato Photoshop per far sembrare gli incendi nelle città libanesi più grandi di quanto non fossero in realtà e per trasformare le foto dei traccianti israeliani in immagini di missili in volo. Per queste e altre fotografie false, la Reuters ha licenziato Hajj e ha eliminato dal proprio archivio migliaia di foto scattate dal fotografo libanese.

Ma lo scandalo dei servizi giornalistici sulla guerra in Libano inizia soltanto con Hajj e non finisce certo qui. A luglio, prestigiosi mezzi di informazione come AP, la BBC, il Time Magazine, ITN, il New York Times, il Los Angeles Times e molti altri hanno riportato la scioccante notizia che le forze israeliane avevano lanciato missili contro due ambulanze della Croce rossa, provocando un incendio nel quale le persone a bordo erano rimaste ferite. Alcune fotografie e un filmato fatto in seguito da un cameraman locale mostravano un’ambulanza quasi completamente distrutta con un buco al centro del tetto. Ma queste foto erano false, così come lo erano le altre pubblicate successivamente, che mostravano un attacco israeliano contro un veicolo della Reuters.

Nelle fotografie delle ambulanze e del veicolo della Reuters si vedeva un buco nel tetto, ma non era visibile praticamente nulla dell’interno e, cosa sorprendente, nessuna traccia di esplosione o incendio. L’autista dell’ambulanza, gravemente “ferito” che si vedeva nelle fotografie è riapparso in un filmato girato sei giorni dopo senza mostrare nemmeno un graffio.
Il buco nel tetto delle ambulanze non solo era perfettamente rotondo ma combaciava, per dimensioni e posizione, con quello della sirena mancante.

Non è vero ma ci credo

I reporter occidentali sono davvero così ingenui e creduloni?
Sfortunatamente, i servizi sul bombardamento del 30 luglio nel villaggio di Qana fanno supporre una spiegazione molto più inquietante. Secondo buona parte di questi servizi, le bombe israeliane hanno colpito un edificio di tre piani, intrappolando nelle macerie un gran numero di civili e di bambini. Le fotografie e i filmati di questa triste scena sono diventati le immagini simbolo di tutta la guerra libanese.
Tuttavia un esame attento di queste fotografie rivela, al di là di ogni possibile dubbio, che sono state realizzate ad arte, e con l’attiva complicità dei giornalisti occidentali presenti sul luogo.

Alcune scene sono state provate e riprovate; i cadaveri sono stati spostati da un punto all’altro. I portavoce di Hezbollah chiacchieravano allegramente al telefonino quando pensavano di non essere ripresi e poi scoppiavano in lacrime non appena si accorgevano di essere sotto l’occhio delle telecamere.

Il desiderio di immagini dal forte impatto e il pregiudizio antisraeliano hanno spinto buona parte della stampa occidentale a diventare propagandista di Hezbollah, pubblicando consapevolmente immagini false. E al fondo di ogni motivazione sta, in conclusione, la paura.
Non dimentichiamoci che Hezbollah è l’organizzazione terroristica che ha tenuto prigioniero per sei anni il reporter della AP Terry Anderson.»

Etichette: ,

sabato, luglio 22, 2006

Teologia di Base

ovvero: Le Confessioni (di una mente pericolosa)

Il quarantaduenne attore e regista Giulio Base si è imposto al vasto pubblico italiano come regista di fiction a sfondo religioso sulla vita dei santi come Padre Pio con Michele Placido, Maria Goretti e -il mai abbastanza deprecato!- San Pietro interpretato da Omar Sharif.

Giulio Base ha sempre umilmente decantato una sua particolare competenza, in materia di riduzione per il piccolo schermo della storia sacra, grazie ai suoi studi teologici che si sono in fin conclusi laureandosi in data 7 luglio 2006 presso il Pontificio Istituto Patristico "Augustinianum" retto, appunto, dai padri agostiniani, e di cui è preside padre Robert J. Dodaro, che è anche stato relatore della tesi, che il teologo Base -bontà sua- ha dedicato proprio al Santo di Ippona.
Titolo della tesi "Il tempo e la memoria in Sant'Agostino".

Il novello teologo, che possiede anche una "statale" laurea in Lettere, ha la ventura d'essere maritato con madama Tiziana Rocca, la pierre forse più famosa d'Italia, la quale essendo l'Istituto Patristico quasi attaccato al colonnato di piazza San Pietro, non ha resistito alla tentazione di festeggiare la pontificia laurea del consorte con un mondano cocktail party sulle terrazze dell'austera università agostiniana con vista panoramica sul cupolone.
A tutti gli intervenuti al sacro convivio è stata regalata la tesi di laurea in volume preziosamente rilegato.

Etichette: ,

mercoledì, maggio 03, 2006

Esperanza y macarena

Ovvero: "Dite a Laura che l'amo"



Amo a Laura pero esperaré hasta el matrimonio” (Amo Laura, ma aspetterò fino al matrimonio).
Divertentissima pariodia della gioventù cattolica ideata da quei demonietti di MTV España che hanno creato un finto sito anti-MTV della fittizia associazione moralizzatrice Nuevo Renacer "per una gioventù senza macchia".

Etichette:

mercoledì, aprile 05, 2006

Tommaso e la dottrina della predestinazione


"Confesso, non senza vergogna, che il giusto e generalizzato cordoglio per la fine infame del povero Tommaso mi irrita. Mi irrita profondamente, perché non riesco a non pensare ai tanti Tommaso senza nome che non sono pianti da nessuno, perché morti ancor più anzitempo, senza lasciare testimonianza dei loro occhi lampeggianti.
Delle due l'una: o crediamo davvero, come in questi giorni sembra essere il caso, che l'omicidio è tanto più efferato quanto più inerme e impotente, persino di balbettar difesa, è la vittima. Oppure siamo, e neppure segretamente, convinti che l'utilizzo di mezzi meno teatrali del badile faccia la differenza.

Pensando a Tommaso vediamo tutte le cose della vita che non potrà vedere. E per gli altri, quelli che della vita si sono persi anche la prima luce? Soprattutto per un liberale, è impossibile sognare la fine dell'aborto, è un'utopia troppo onerosa per le nostre coscienze grigie. Ma che ci colga almeno un'ombra di pensiero e di rimorso, almeno quando vestiamo il lutto dei vinti di Erode, è chiedere troppo?
Alberto Mingardi, Milano".

(dal blog del "divinus" Magister)

Etichette: ,

lunedì, aprile 03, 2006

Tommaso e la dottrina della grazia



Il piccolo Tommaso Onofri, bimbo biondo e riccioluto di un anno e mezzo, malato di epilessia , fu rapito dalla casa dei genitori a Casalbaroncolo (in provincia di Parma) la sera del 2 marzo.
Il padre Paolo Onofri da quel momento indossò un piccolo tau in legno , ciè una piccola croce francescana ignaro che ben presto gli inquirenti, i giornalisti e l'Italia intera gli avrebbero fatto portare una croce molto più pesante.

Gli inquirenti cominciarono a chiedere agli affranti genitori di fornire delle giustificazioni razionali di alcuni comportamenti illogici dei rapitori. Dato che i coniugi Onofri non erano in grado di giustificare il motivo per cui i rapitori avevano loro legato le mani davanti e non dietro come invece dovrebbe fare un "vero" rapitore "come Cristo comanda", e non riuscendo il signor Onofri a scusarsi abbastanza per essersi riuscito a slegare rapidamente, i magistrati decisero di scavare nelle loro misere vite di piccolo-borghesi padani.

I gionalisti e le "inviate" di "Ciao Michele" non riuscivano a contenere lo sconcerto, il terrore e il raccapriccio raccontando della "cantina dei misteri". I giornalisti -e le giornaliste soprattutto- sospiravano affannosamente e sudavano freddo cercando di immaginare per quale inconfessabile motivo la cantina di Paolo Onofri non fosse sporca, piena di topi e ragnatele. Per quale diabolico motivo era linda, piastrellata, con tanto di comodo divano ed angolo cottura?
La domanda maliziosamente reiterata creò così nei telespettatori italiani un sottile senso di colpa per aver ristrutturato il seminterrato della propria villetta monofamiliare.
Per quale perverso motivo Paolo Onofri teneva un fornelletto a gas: per farsi un caffè in santa pace?

I genitori del picolo Tommy, incoraggiati anche dalle confidenze degli inquirenti che prospettavano una soluzione a giorni, cominciarono a pregare il Servo di Dio Giovanni Paolo II per ottenere il ritrovamento del bambino, accorgendosi che il 2 aprile, suo "dies natalis" al cielo, coincideva con il primo mese (col senno di poi diremmo "trigesimo") della scomparsa del figlioletto.
Il Santo ha fatto la grazia!

La straziante attesa dei coniugi Onofri ha avuto fine.
E bisogna ammettere che l'anima di Giovanni Paolo II ha avuto pietà anche dell'Italia intera, o almeno di quell'Italia che non ce la faceva più a vedere quegli sciacalli che, famelici, circondavano la casa della famiglia Onofri. Grazie ai loro microfoni puntati, hanno fatto sentire in presa diretta agli italiani, seduti davanti comodamente a guardarsi il telegionale, le urla disperate del signor Onofri mentre anch'egli sentiva sempre sul medesimo Tg5 la notizia "che non avremmo mai voluto dare" (che, cioè, non avremmo mai voluto dare dopo qualche altro Tg di un'altra rete):che il piccolo Tommaso era morto.
Ucciso il giorno stesso del rapimento perchè piangeva.

Il rapitore Alessi Mario era un pregiudicato originario della provincia di Agrigento: il solito balordo extracomunitario.

Etichette: ,

domenica, marzo 26, 2006

dei Sepolcri, XII

Respondit Indro: "Domine non sum dignus! "


[grazie all' Amicus Plato... ]

Etichette: ,

venerdì, gennaio 14, 2005

il "GRANDE FRATE"


“Meno tre, due, uno, in onda: Ave Maria, piena di grazia…”

Oddio, non è che le immagini siano appassionanti, per chi non ama il genere: Come in certi mortali film d’avanguardia l’obbiettivo è inchiodato infatti, senza la più piccola variazione, sulla tomba che contiene le spoglie del frate… La tomba, la cappella, la gente intorno: fine.

Una specie di << Grande Fratello >> mariano, funebre e giagulatorio. Ma si sa come vanno queste cose: sempre televisione è. E …per molti è un’attrazione irresistibile.

Ed ecco che un giorno hanno cominciato ad affacciarsi per il rosario i ragazzi del paese che non vedevano l’ora di dire agli amici: mi hai visto in tivù? Poi è stata la volta dei politici locali, assai solleciti nel titillare la venerazione degli elettori per il monaco con le stimmate. Finchè la notizia che con la trasmissione “Santo Rosario in diretta dalla cripta di San Pio di Pietrelcina” l’emittente “Tele Radio Padre Pio” (canale 856) quadruplicava gli ascolti e aveva un tale successo da convincere Sky a inserire la piccola televisione tra le “Top Ten”, ha raggiunto i protagonisti della politica.
…Il telefono del santuario ha incominciato a squillare per prenotare visite private da parte di importanti personaggi politici nazionali.


Mentre leggevo mi son detto: "Devotio Moderna". Ma si, ogni epoca ha il suo modo di ritualizzare la religiosità e tra l’alto quindi, anche una particolare maniera di ostendere le reliquie dei santi.
Chi confezionando preziosi reliquiari d’argento, chi ponendo il corpo del santo in preziosissime urne di cristallo di rocca, o chi lo espone sotto l’occhio di una telecamera fissa: secolo che vai venerazione che trovi. C’è chi a Padova si delizia rimirando attorno alla donatelliana arca marmorea di sant’Antonio, a Colonia ammira lo scrigno-reliquiario dei re magi, a Catania lo stabiliante busto di sant’Agata tempestato di pietre preziose. Nella nostra epoca una telecamera di Sky impreziosisce un’aureola più dell’oro massiccio.
E comunque per esperienza personale posso dire che si può passare molto tempo ad osservare quella cripta, e non solo perché ad una cert’ora quella liscia lastra di marmo nero è molto più espressiva dì Gigi Marzullo.

Dall’articolo, "Il telerosario dei politici" di G.A.Stella sul Corriere del 13 gennaio ’05, estraggo inoltre questo ironico “Flos Florum”:

Silvio Berlusconi ci tiene a far cadere l’occhio degli ospiti sul santino di Padre Pio che tiene appoggiato su una credenza della sua villa di Arcore.Il suo cardinale camerlengo Sandro Bondi tiene l’immaginetta del caro monaco nel reliquiario che più gli è prezioso: appiccicato sulla foto della sacra famiglia berlusconiana dominata da Madonna Veronica

Pier Luigi Castagnetti precisa:<< Il leader del centrosinistra? Lo sceglieremo quando sarà il momento…e quando sarà il momento ci assisterà padre Pio >>

Francesco Forgione, che porta lo stesso nome con cui nacque padre Pio ma è un deputato di Rifondazione Comunista, confida:<< è bello chiamarsi come lui, si, non mi dispiace affatto…tutti e due abbiamo fatto una scelta di campo evangelica: quella degli ultimi, anche se io dal punto di vista di Marx>>.

Il massimo però lo Ha dato Irene Pivetti…
<< Padre Pio è mio fratello e mi guida in tivù >>

Appunto dico:Devotio Moderna!

Etichette: ,

domenica, dicembre 26, 2004

ADVERSUS HAERESES III

Vigilia di Natale, Canale5 manda in onda la registrazione del “ XII concerto di Natale in Vaticano”.
‘Apre le danze’ la nota cantante israeliana Noa: nota per partecipare tutti gli anni al concerto di Natale in Vaticano.
Per trasportare l’uditorio nella più tradizionale atmosfera natalizia, alla splendida voce di Noa viene affidata l’esecuzione di 'Silent night' (Stille nacht); come ci tiene a precisare con entusiasmo la presentatrice Cristina Parodi, Noa ha modificato il testo per adattarlo alla sua cultura e alla sua sensibilità religiosa: Noa è ebrea.
Io mi domando se il lavoro di cantante non dovrebbe consistere nell’interpretare le canzoni anziché reinterpretarne, cioè modificarne il testo in base alle, seppur legittime, convinzioni personali? Mi domando se Noa avesse dovuto cantare”Siam tre piccoli porcellin”, si sarebbe sentita a disagio a prestare la voce ad un animale impuro e lo avrebbe sostituito con qualche animale incontestabilmente kosher del tipo: ‘ siam tre piccoli caprettìn’.

Noa come ogni ebreo non crede che in quella notte santa sia nato nessun ‘Pargol divin, mite agnello Redentor’ ma lei è una cantante, ed un certo rispetto filologico glielo avrebbero dovuto inculcare a scuola di canto! Ciò che si chiede ad un cantante non è di essere convinto intimamente delle parole che pronuncia, ma che con la sua arte riesca a rendere manifesti i sentimenti dell’autore. Nessuno ascoltando Katia Ricciarelli che canta l’ Ave Maria pretende che lei in privato continui a sciorinare rosari, e un cantante lirico può partecipare al verdiano “Don Carlos” pur sapendo perfettamente che la storia della monarchia spagnola è differente da quella descritta da un librettista romantico.

Forse Noa ha pensato a tutto questo, ma poi ha concluso che Astro del Ciel non è esattamente lo Stabat Mater di Pergolesi e che nessun melomane si sarebbe stracciato le vesti per il suo glissare ogni riferimento al tema ‘Incarnazione’ in una canto natalizio.

Avrebbe dovuto fare "obiezione di coscienza" e rifiutare di dar voce ad un canto marcatamente cristiano, proponendo qualcosa in cui la sua sensibilità culturale si poteva riconoscere pienamente; ad esempio i salmi come il salmo 129 (De profundis)o il salmo70 (Miserere) o il salmo 21: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Etichette: , , ,

mercoledì, novembre 10, 2004

la strega catodica

Non sono ancora riuscito a vedere una puntata della nuova serie di “Scrubs”.
Triste, no?

Sabato scorso, mi ero impuntato di vederlo fino alla feccia, ma non ho resistito a fare un po’ di zapping, e mi sono trovato a vedere quell’“Infedele” di Gad Lerner: ospite l’onorevole Buttiglione, reduce da una ospitata da Fabio Fazio(sissimo!).Intendiamoci: Fazio lo trovo brillante, e capisco che non si può pretendere da lui che costantemente esibisca il mellifluo ossequio che ostenta con Gorbaciov.

Lo ammetto: Buttiglione non è stato “programmato” per i ritmi televisivi; ma molti che lo invitano nelle loro trasmissioni architettano le interviste, in modo da farlo sembrare ridicolo; ridicolo lui, per mostrare la ridicolaggine delle sue convinzioni; ridicolo e retrivo il suo modo di pensare (e stiamo parlando di un filosofo!). Ridicole e intolleranti, le sue convinzioni, per mostrare quanto è retriva ed intollerante la Chiesa Cattolica.

A nessuno importa sapere cosa pensi Buttiglione. Per la vulgata, Buttiglione non ha un pensiero autonomo. Buttiglione ripete a pappagallo quello che ha sentito dire dal pulpito, alla messa parrocchiale; o da Ruini, all’ultima prolusione alla CEI; o che ha letto nell’ultima enciclica papale: tutti siam sicuri che, scemotto com’è, perde il suo tempo ad aggiornarsi sulle ultime direttive oscurantiste del Vaticano; la Santa Sede, come all’Unione Europea ben sanno, è l’istituzione più malvagia dell’universo, come dimostra la valanga di risoluzioni antivaticane votate dal parlamento di Strasburgo.

Lo ammetto serenamente: il buon Rocco non è tipo che ispira simpatia; è antropologicamente buffo, e tanto basta ad azzerare ai nostri occhi la sua statura intellettuale. Ci troviamo in una situazione simile a quella degli Austrias ( FelipeII, FelipeIII, FelipeIV) che tenevano i nani a corte per compiacersi della propria regale superiorità: anche noi (laici europei) punzecchiamo l’illiberale Rocco per sentirci evoluti e moderni!

Io non ritengo che Buttiglione sia illiberale ma capisco che è bello crederlo.

Fa comodo crederci e collegare l’omicidio di un omosessuale, avvenuto giorni fa in Inghilterra, ad opera di un gruppo di minorenni, con le intolleranti dichiarazioni di Buttiglione. Ah! Questi giovani tesserati inglesi dell’UDC!

Da parte mia temo che nonostante la sua devozione al cattolicesimo sia un moderato, perfino ossequiante i valori della democrazia.
Il buon filosofo si è chiesto, ed ha chiesto, perché altri cattolici che fanno politica (ed a livello altissimo!), non sono stati sottoposti a simili indagini inquisitorie: io tento una risposta.