sabato, gennaio 13, 2007

CASTRUM DOLORIS, IV



Ovvero: Il binario per l'Inferno è lastricato di buone intenzioni.

"Sono le due steli inaugurate sabato 23 in occasione della dedicazione della stazione Termini a Giovanni Paolo II: un altro esempio concreto, tangibile, dell’amore di questa città per il Papa che le ha riservato sempre un posto speciale nel suo cuore." Così veniva spiegato nell'incipit di un articolo di "Roma-Sette" ,l'inserto dell'Avvenire, del 27 dicembre 2006.

Nelle stesse ore non si facevano attendere le reazioni indignate della Rosa nel Pugno e della sinistra radicale dei DS capitolini e delle associazioni anticlericali. Ecco un esempio della loro bella prosa: "Approfittando delle feste natalizie e dello sciopero dei giornalisti, con un colpo di mano che non ha precedenti, il Sindaco Veltroni ha organizzato una cerimonia-blitz per intitolare la Stazione Termini a Giovanni Paolo II.
I Radicali di Sinistra - www.radicalidisinistra.it - condannano la scelta di Veltroni che, in un solo colpo, si è allineato al clima di confessionalismo e di opportunismo verso la Chiesa cattolica ed ha ignorato le migliaia di contestazioni che erano state sollevate, mesi fa, all'annuncio dell'iniziativa.
Per i Radicali di Sinistra la pretesa di intitolare al papa Giovanni Paolo II la stazione Termini è una grave ferita al carattere laico e plurale di Roma, che solo in minima parte si riconosce nella figura del Papa defunto; sarebbe stato preferibile che la stazione centrale della Capitale italiana venisse intitolata ad un grande profilo della cultura e della civilità italiana verso il quale tutta la Città potesse identificarsi, non ad un capo religioso. Con questa scelta, Veltroni ha svenduto l'immagine di Roma per agevolare la sua corsa verso Palazzo Chigi, anticipando che una sua futura guida del Centrosinistra sarà in ogni caso all'insegna di un reverenziale servilismo nei confronti delle gerachie vaticane e di irrispettosa indifferenza per ogni convinzione che non sia quella cattolica."

E Amen.

Dopo aver invitato gli "Illuministi" romani a protestare nel forum del Comune di Roma, è stato annunciato un sit-in di protesta all'interno della Stazione Termini per la mattina di sabato 13 gennaio per informare gli ignari viaggiatori della deriva clericale -anzi, visto il luogo: del "deragliamento clericale"- di cui erano inconsapevoli vittime!
Meditate: migliaia di cittadini italiani e straniei costretti a vedere frustrate le proprie convinzioni, a veder schiacciata da una oscurantista iscrizione la propria libertà di coscienza ogni qual volta dovevano scendere e salire da un treno!
Che pena!

Ma il buon Veltroni, ha saputo dissolvere ogni protesta chiarendo il qui pro quo: la stazione Termini semplicemente non è mai stata dedicata a Giovanni Paolo II.

La manifestazione tanto rumorosamente annunciata è stata perciò annullata e l'accaduto ha dato la possibilità agli ex manifestanti di riaffermare la lealtà dei DS nei confronti di Walter Veltroni e della compattezza di ideali con cui la Sinistra si dedica al buon governo dell'Urbe.


I democratici di Sinistra, i Radicali e ogni specie e sottospecie di laicisti potrà, perciò, prendere tranquillamente il treno senza rimanere più (troppo) turbato da quelle "inquitanti" scritte. Comunque bisogna ammettere che le loro (ridicole) paure un fondo di verità dovevano pur averle!

La mattina del 23 dicembre 2006 alla presenza delle autorità civili e religiose si è svolta nella stazione Termini di Roma una cerimonia che è stata universalmente interpretata come la dedicazione della maggiore stazione ferroviaria di Roma e d'Italia al papa polacco di santa memoria.
Forse nel clima buonista crato dalle luci, dagli addobbi e dal suono delle zampogne, i partecipanti all'evento sono caduti vittima di un incantamento? Eppure, se travisamento dell'operato di Veltroni c'è stato, c'è da incolpare soltanto il piissimo "Uolter" che ancora "corpore insepulto" si era espresso favorevolmente per dedicare la stazione Termini al defunto papa Wojtyla.
Infatti,nella commemorazione ufficiale organizzata il 5 Aprile 2005 nella sala Giulio Cesare (sede del governo capitolino) il sindaco Walter Veltroni annunziò di voler procedere presso le Ferrovie dello Stato affinché la principale stazione ferroviaria della capitale fosse dedicata a Giovanni Paolo II: cosa poteva fare la città di Roma per manifestare l'affetto e la stima per Giovanni Paolo II, il grande papa viaggiatore, se non dedicargli lo scalo ferroviario principale dell'Urbe?

Si vede però che nel frattempo Veltroni, passata la commozione del momento, si è accorto che si può continuare a vivere anche senza Karol Wojtyla e che i pellegrini e i turisti comprano i biglietti per Roma-Termini per venire a veder il papa anche se si tratta di Joseph Ratzinger, perciò il sindaco di Roma ha così chiarito "l'equivoco":
"Il nome di Giovanni Paolo II, dal 23 dicembre compare in due steli che si trovano nell'interno della stazione. La cerimonia che si è svolta quel giorno non è stata dunque una intitolazione, per il semplice motivo che la stazione continua a chiamarsi così, "Termini", con il nome che evoca la storia millenaria di Roma, che ormai fa parte dell'identità della città e della consuetudine di milioni di persone."

Le iscrizioni perciò non sono delle scritte dedicatorie dell'edificio in cui si trovano, ma "solo" delle stele: delle stele funerarie, dei cenotafii alla memoria di Giovanni Paolo II eretti dalla giunta capitolina per manifestare l'affettuoso ricordo della multietnica, multiculturale e multireligiosa metropoli per una grande personalità che con la sua presenza ventisettennale nell'Urbe ne ha arricchito la pluralità culturale e religiosa.
La stazione Termini pertanto non è stata mai intitolata a Giovanni Paolo II, e Veltroni sembra quasi chiedersi come sia stato possibile che sia stata messa in giro una simile diceria.

Perchè allora i "dolmen" dedicati a papa Wojtyla sono stati posti dentro Termini e non fuori o in qualunque altro posto della Città Eterna, magari in Via della Conciliazione?
Domanda ingenuamente retorica: quale posto con un maggior afflato simbolico avvrebbe potuto scovare l'amministrazione capitolina per issare un catafalco al grande papa dei viaggi internazionali, dell'incontro tra le fedi e le culture, se non la Stazione Termini?

L’architetto, ideatore e progettista, Roberto Malfatto così parla delle due creazioni: “L’ispirazione è nata dalla semplicità e dal rigore che Giovanni Paolo II esprimeva, ma anche dall’innalzamento verso il cielo. Abbiamo, quindi, pensato ad un oggetto che si innalzasse verso il cielo, che avesse un coronamento particolarmente significativo e particolarmente ricco. Una forma semicircolare, che in qualche modo evoca – secondo noi – delle immagini legate anche all’iconografia ecclesiastica".

Le stele sono entrambe alte 12 metri e recano la (forse) poco equivocabile iscrizione “Stazione Termini-Giovanni Paolo II”.

Etichette: , ,

mercoledì, novembre 01, 2006

Sonetos Fùnebres IX

"Tutta l'umanità, tutti i popoli e le nazioni sono in cammino, come Israele, nel deserto di questo mondo. Certo, ogni regione del pianeta ha sue caratteristiche di cultura e di civiltà, che la rendono interessante e gradevole. Ciò non toglie che ogni terra resti sempre, da un punto di vista più profondo, un deserto attraverso il quale l'uomo avanza verso la patria promessa, verso la casa del Padre.

In questo pellegrinaggio la guida è Cristo crocifisso e risorto che, mediante la sua morte e la sua risurrezione, conferma costantemente l'orientamento ultimo del cammino umano nella storia.

Di per sé, il deserto di questo mondo è luogo di morte: l'essere umano vi nasce, vi cresce e vi muore. Quante generazioni, nel corso dei secoli, hanno trovato la morte in questo deserto! L'unica eccezione è Cristo. Solo Lui ha vinto la morte e ha rivelato la vita. Solo grazie a Lui coloro che sono morti potranno risorgere, perché Lui soltanto può introdurre l'uomo, attraverso il deserto del tempo, nella terra promessa dell'eternità. Lo ha già fatto con sua Madre; lo farà con tutti coloro che credono in Lui e fanno parte del nuovo Popolo in cammino verso la Patria del Cielo"


Giovanni Paolo II

Etichette: ,

giovedì, aprile 06, 2006

Vite Parallele /7



"Non è bene che un Papa viva più di vent'anni" scriveva il padre oratoriano John Hanry Newman in un suo sfogo epistolare mentre Pio IX che regnava gloriosamente, e a grandi passi si avvicinava al venticinquesimo di Pontificato, aveva indetto quel Concilio Vaticano da cui ne sarebbe uscito con l'aureola dell'infallibilità.

Scriveva il più celebre convertito d'Inghilterra che un pontificato ultraventennale produceva inevitabilmente il pericolo di una specie di "dittatura" sulla Chiesa: non solo le idee, le convinzioni,le devozioni, di un singolo papa rischierebbero d'essere assolutizzate ed estese acriticamente alla Chiesa universale ma anche i preconcetti, le antipatie personali, i clientelismi e i carrierismi ecclesiastici non troverbbero quel freno, quell'argine, quel riequilibrio che è data dalla ciclica morte del papa regnante. E si sa che i cardinali mai auspicano che si elegga un papa fotocopia del predecessore.

Comunque, Pio IX, pur fra le amarezze dovuta alla presa di Roma, celebrò il raggiungimento dei fatidici "anni di San Pietro" (primo papa a superare i 25 anni!) e per giunta coronato del dogma dell'infallibilità pontificia e contornato dall'affetto dei cattolici del mondo intero che raccoglievano petizioni affinchè gli venisse ufficialmente tributato il titolo di "Pio Magno" poichè tale era considerato dai fedeli cattolici a lui contemporanei.
Pio IX per umiltà preferì declinare tali manifestazioni di glorificazione della sua persona chiedendo come dono del venticinquesimo di pontificato "solo" una nuova decorazione per il trono della venerata statua bronzea del Principe degli Apostoli.

Pio IX superò di gran lunga le nozze d'argento col papato e questo fu dai fedeli universalmente considerata uno specialissimo segno dellle divine compiacenze del Signore Gesù Cristo verso l'operato del suo vicario in terra.
Grazie ai quasi 32 anni di pontificato e grazie alla grande diffusione che nell'Ottocento ebbe la Stampa e l'arte fotografica l'immagine di Pio "il Grande" era diffusissima e notissima all'occhio e al cuore della maggioranza dei cattolici.

Giovanni Maria Mastai Ferretti aveva aggiunto al carisma papale un suo indubbio carisma personale. Era piacevole a vedersi, aveva un bel volto rotondo e segnato da un perenne sorriso, una belle voce e un eloquio capace di commuovere e affascinare come era insegnato nelle lezioni di oratoria di ogni buon ecclesiastico dell'epoca ma il Mastai vi eccelleva grazie al suo carattere solare ed empatico. Aveva un grande spirito di osservazione, grande umorismo- a volte anche caustico-, amava il contatto con la gente, si sentiva veramente a suo agio quando poteva andare in mezzo al (suo) popolo e, cosa degna di nota, non era affatto misogeno: a differenza della quasi totalità del clero cattolico dell'epoca non aveva alcun imbarazzo a stare da solo in una stanza con una donna e riusciva "persino" a fare tranquillamente conversazione.

Ma anche se dai fedeli Pio IX era considerato quasi eterno, ecco che divenuto ottuagenario Papa Mastai non è più l'uomo giovanile che compare sui ritratti ufficiali: il suo fisico risente di tutti gli acciacchi dell'età ed è particolarmente affetto da delle piaghe alle gambe che gli rendono difficoltoso il muoversi.

Il 13 maggio 1877 Pio IX compì 86 anni e pare che ai monsignori della Corte pontificia che gli facevano gli auguri avrebbe detto:"Per quest'anno e poi basta".
Il suo fisico ottuagenario ebbe assai a soffrire per il caldo estivo e con l'arrivo dei primi freddi PioIX fu assalito da ripetute crisi infuenzali. La percezione che il pontifice era ormai al tramonto fece si che re Vittorio Emanuele II desse l'ordine di preparare gli apparati funebri.
Ma Pio IX visse ancora per compiere la sua ultima opera di misericordia: fu, infatti, il cinquantottenne re d'Italia che, colpito da febbre improvisa, morì il 9 gennaio 1878.

Alla notizia che la salute dello scomunicato Vittorio Emanuele era grave Pio IX inviò immediatamente il proprio confessore al Quirinale per dargli l'assoluzione ma i ministri rifiutarono di farlo accedere. Dopo le ripetute richieste del re di voler "morire in grazia di Dio" fu consentito al cappellano di Corte di confessarlo e togliergli la scomunica. Si potè così celebrare delle esequie religiose e fu il medesimo Pio IX a scegliere il Pantheon quale regia sepoltura.

A fine gennaio sembrò ai medici che la salute del pontedice fosse migliorata tanto da consentirgli di presiedere il 2 febbraio il rito dell'omaggio delle candele benedette ma il giorno dopo la salute del papa peggiorò di colpo; Pio IX si mise a letto e le sue condizioni continuarono a peggiorare di giorno in giorno mentre i saloni della "anticamera pontificia" si riempirono di ecclesiastici, diplomatici e nobiltà romana ansiosa di avere notizie fresche sull'agonia del Santo Padre.
Intorno al suo capezzale, nel frattempo, si susseguiva l'omaggio dei cardinali, mentre il papa, semiseduso sopra il suo letto rivolgeva una parola di addio ora all'uno ora all'altro porporato.

La mattina del 7 febbraio, il cardinale Giocchino Pecci, Camerlengo di Santa Romana Chiesa - che da lì a due settimane ne sarebbe stato il successore- avvicinatosi al capezzale disse al pontefice agonizzante:" Santo Pade, benedite noi tutti del Sacro Collegio, benedite tutte le Chiese".
Con voce molto affaticata ma chiara Pio IX rispose: "Si benedico tutto il Sacro Collegio, e prego Dio che vi illumini perchè possiate fare una buona scelta". Poi prendendo la piccola croce di legno che portava al collo i cui era inserita una reiquia della "Vera Croce" tracciò nell'aria un segno di croce ed aggiunse: "Benedico tutto il mondo cattolico".


Verso le cinque il Cardinale Penitenziere intonò le preghiere dei moribondi il papa spirò come se stesse fissando un oggetto invisibile la cui vista gli recasse grande consolazione e dolcezza, e fu congetturato dai presenti che egli vedesse la Santissima Vergine. Erano le 17, 40 e tutte le campane di Roma stavano dando i rintocchi dell'Ave Maria.

La profonda pietà e devozione personale di Pio IX, massimamente verso Maria Santissima, era universalmente nota al popolo cristiano e col passare degli anni com'era crescita la devozione verso la figura del Papa inteso come istituzione, non meno era andata sviluppandosi la convinzione della santità personale di papa Mastai.
La mattina dell'8 febraio diffusasi la notizia della morte del papa il popolo romano, pen nulla affezionatosi ai "piemontesi", irrefrenabilmente si riversò verso il Vaticano per vedere per l'ultima volta il proprio Papa-Re, creando un'intasamento nella zona del rione Borgo che comportò la massiccia presenza della forza pubblica per dirigere l'afflusso e il deflusso dalla Basilica di san Pietro. La salma di Pio IX portata su una semplice lettiga fu perciò esposto per cinque giorni alla devozione popolare davanti alla Cappella del Sacramento e in modo che i fedeli potessero baciargli i piedi.

San Giovanni Bosco che in quei giorni si trovava a Roma scrisse nel suo diario personale: "Oggi si estingueva il Sommo e Incomparabile astro della Chiesa, il Pontefice Pio IX. Entro breve tempo sarà subito sugli altari".
Meno di ventiquattr'ore dalla morte, con un telegramma, arrivò la prima richiesta ufficiale per richiedere l'apertura del processo di Beatificazione.

Etichette: , ,

lunedì, aprile 03, 2006

visioni private /10



Il 2 aprile 2005, poche ore dopo la morte di Giovanni Paolo II, mentre a Ivan Dragicevic, uno dei veggenti di Medjugorje, gli appariva la Madonna, come gli accade "normalmente" sin dal 24 giugno 1981, quel 2 aprile, alla sinistra della Santa Vergine è apparso anche il Papa Giovanni Paolo II da poco spirato.



Il Papa era sorridente, appariva giovane ed era molto felice. Era vestito di bianco con un mantello dorato. La Madonna si è voltata verso di lui e i due, guardandosi, hanno entrambi sorriso, un sorriso straordinario, meraviglioso. Il Papa continuava estasiato a guardare la Giovane Donna ed ella si è rivolta verso Ivan dicendogli: "il mio caro figlio è con me". Non ha detto nient’altro, ma il suo volto era raggiante come quello del papa che ha continuato a guardare il volto di lei.

Nella storia della mistica non sono poche le testimonianza di coloro che sostengono di aver ricevuto visioni di anime cui Iddio ha concesso di manifestare ai viventi notizia della propria collocazione ultraterrena.
Anche nel caso dei Romani Pontefici, in molte biografie di Santi si racconta che questi ultimi hanno cominciato a pregare per l'anima di un Pontefice appena spirato e che ad un certo punto hanno smesso intimamente certi che l'anima del papa morto avesse raggiunta la gloria del Paradiso.

Un caso ben documentato è quello legato a Papa Pio VI Braschi, incarcerato ed esiliato per volontà di Napoleone, morì in esilio il 29 agosto 1799. Il 17 giugno 1814 - quasi quindici anni dopo la morte! - apparve alla Beata Elisabetta Canori Mora come ella annotò nel suo diario spirituale:
"Mi si presentò il buon pontefice Pio VI. Mi disse che avessi pregato per lui, che era ancora in purgatorio, per diverse mancanze riguardanti il pontificato.
Piena di ammirazione, gli dissi io: «E cosa mai volete da me, anima benedetta, che sono la creatura più vile, più miserabile che abiti la terra? Andate dalle anime spose di Gesù Cristo, che vi ottengano la grazia!».
Riconoscendo me stessa e la mia scelleraggine, mi misi a piangere; il santo Pontefice non restò persuaso alla mia confessione, ma viepiù si raccomandava.
Mossa dunque da una certa compassione, gli domandai cosa voleva che avessi fatto per liberarlo dal purgatorio. «Va’ dal tuo padre», mi disse, «e l’obbedienza ti manifesterà cosa devi fare per ottenermi la grazia. Ti prometto di non abbandonarti mai, e di esserti valevole protettore in Cielo».
Dette le suddette parole, disparve.

Mi porto la mattina seguente 18 giugno 1814 al mio padre [spirituale], gli comunico quanto passava nel mio spirito, gli domandai cosa avevo da fare; il mio confessore mi impose di andare cinque volte a Santa Maria Maggiore a visitare l’altare di Papa Pio V, e pregarlo per la liberazione di questo suo successore, altre cinque volte mi fossi portata alla chiesa di santa Pudenziana, pregando i santi martiri di ottenere la grazia.

Mi porto il suddetto giorno 18 a Santa Maria Maggiore a visitare l’altare del suddetto santo. Si raccolse il mio spirito, fui sopraffatta dallo Spirito del Signore, quando mi avvidi che il Signore prendeva per pura sua carità della compiacenza in me. Lo pregai di liberare il suddetto santo Pontefice dal purgatorio. Si degnò il mio Dio di rimettere a mio arbitrio la liberazione di quest’anima.
La povera anima mia, sopraffattta dallo stupore, per l’esuberanza della grazia: «Mio Dio», disse, «bontà infinita, lasciate che soggetti all’obbedienza la vostra grazia; e, se vi piace, lasciate che il mio padre destini il giorno».

Molto piacque al Signore il mio pensiero, e ad arbitrio del mio direttore fu rimesso il giorno della suddetta liberazione.


La mattina seguente mi porto al mio direttore, gli rendo conto di quanto è passato nel mio spirito. Mi dice il mio padre: «Io vi comando di raccomandarvi al Signore, affinché si degni in questo giorno di liberare quest’anima dal Purgatorio. Badate bene, mi disse, che non passi la notte! Dite al Signore che questa è l’obbedienza che vi corre, che si degni di esaudirvi!».

Mi parto dal confessionario, mi pongo in ginocchioni, piangendo dico: «Gesù mio, avete inteso quanto mi ha imposto il mio padre; per carità, lasciatemi obbedire!».

Fui accertata dal mio Signore, che all’ora di Vespro, questa santa anima avrebbe avuto l’ingresso felice nella patria degli eterni contenti....


Il giorno 19 del suddetto mese, nella santa Comunione, vidi questo santo pontefice davanti al trono augustissimo del sommo Dio.
Rivolta a lui lo pregai di intercedere per noi: «Santo Pontefice, gli dissi, pregate per la santa Chiesa, particolarmente vi sia a cuore la povera città di Roma».
Unisco le mie povere preghiere con le fervide preghiere di questo santo pontefice. Dio ci mostra il suo sdegno giustissimo contro tanti peccati enormissimi che l’offendono, particolarmente ci mostra Roma ingrata, e qual è il castigo preparato per questa ingrata città: dopo molte afflizioni di ogni sorta, è il togliere a questa il grande onore di possedere la Santa Sede.

Oh quante miglia distante da te, o misera città, si sarebbe allontanata la Santa Sede, se le fervide preghiere di questo santo Pontefice non avessero intercesso la grazia!

Rallègrati, dunque, che la Santa Sede non partirà da te; ma non sarai immune dal flagello che Dio è per mandare sopra la terra, per la inosservanza dei suoi comandamenti. Se non mutiamo costumi, guai a noi, guai a noi, guai a noi!

Grandi furono i ringraziamenti che ricevetti da questo santo Pontefice, molte furono le promesse che mi fece di aiutarmi in tutti i miei bisogni....
Mi disse che ringraziato avessi il mio padre, per avergli accelerato il felice ingresso al Paradiso.
Mi promise che in benemerenza della gran carità usata verso di lui, lo avrebbe assistito nel punto della sua morte."
[Diario]

Etichette: , ,

domenica, aprile 02, 2006

vite Parallele /6 [secondo quadro]

Nel 1978, l'eccesso di buona salute del neoeletto cinquantottenne Papa Giovanni Paolo II, se dal principiò suscito il sollievo per l'impossibilità del verificarsi di un'altro conclave a breve scadenza, ben presto cominciò a creare perplessità e polemiche. Karol Wojtyla non era un papa che, a differenza dei suoi augusti predecessori, stesse in Vaticano ad attendere i pellegrini; che disdetta per chi veniva a Roma per "vedere il papa" mentre lui invece stava settimane intere a zonzo per l'Asia, per Africa e per America!
Woityla "amava" viaggiare e molti si cominciavano a chiedere se fossero davvero utili e quanto costassero questi continui viaggi intorno al mondo. Giovanni Paolo II, inoltre, dismessi gli abiti pontificali, si prendeva le ferie per andare a farsi "la settimana bianca"! Quando poi i dipendenti vaticani, per ripicca per non aver ottenuto un'aumento di salario, rivelarono che il papa aveva dato ordine di costruire due piscine: una in Vaticano e l'altra a Castel Gandolfo, lo sconcerto fu irrefrenabile. I monsignori di Curia fecero presente al pontefice che l'idea del papa in costume da bagno che sui bordi di una piscina si abbronzava all'ombra del cupolone avrebbe scandalizzato i fedeli cattolici. I fedeli non avrebbero apprezzato che il papa spendesse soldi per dei lussi mentre al mondo tanti poveri muoiono di fame.
Giovanni Paolo II rispose: "Costa più una piscina o un conclave?" Volendo intendere che l'esercizio sportivo era finalizzato a mantenerlo in buona salute.

L'attentato del 13 maggio 1981 segnò solo una parentesi nella frenetica attività di Giovanni Paolo II che continuò come prima a visitare le parrocchie romane, vaggiare per tutta Italia e all'estero, oltre ai suoi quotidiani incontri con i rersponsabili della Curia Romana.
Giovanni Paolo II si svegliava tutte le mattine alle 5:30, dopo essersi vestito si recava in cappella dove inginocchiato -o sdraiato- in adorazione davanti al Santissimo Sacramento trascorreva due ore circa poi alle 7:30 celebrava la messa cui seguiva un'altra ora di ringraziamento. Alle 8:30 faceva colazione, dava udienza oppure leggeva o scriveva. Spesso per avere maggior concentrazione scriveva in cappella davanti al tabernacolo. Cercava ogni momento libero per pregare, ogni tempo morto, era occupato dalla recita del Rosario. Anche quando con l'avanzare della vecchiaia dovette diminuire gli impegni, e prendersi più ore di riposo, i lunghi appuntamenti con la preghiera rimasero invariati.

L'interesse per la salute del papa si riaccese quando in una domenica del luglio 1992 affacciandosi per l'Angelus rivelò ai fedeli raccolti in piazza S.Pietro che il giorno dopo si sarebbe recato al Policlinico Gemelli per accetamenti. Il papa era affetto da un tumore risultato benigno e che fu asportato con successo. Ma per il fatto che diversamente dall'81 il cardinale Casaroli non avesse chiesto il parere dei luminari inernazionali, si diffudero allarmistiche voci di un papa affetto da oscure malattie e con un piede nella fossa.
Tra gli esperti di "cose vaticane" si aprì il preconclave: un "preconclave" durato ben tredici anni!
Nel 1993 a causa di una caduta si slogò una spalla.
Il vaticanista Giancarlo Zizzola pubblicò quell'anno una storia dei conclavi ipotizzando il prossimo per il 1994.

Nell'aprile 1994 Giovanni Paolo II scivolò nella vasca da bagno fratturandosi il femore: non potè più sciare. Fu ricoverato al Gemelli dove gli venne impiantata una protesi, ma l'operazione non riuscì perfettamente causandogli un'artrite acuta al ginocchio destro, dolori per i quali da quel momento Giovanni Paolo II dovette camminare appoggiandosi ad un bastone. Durante quel ricovero gli venne per la prima volta diagnosticato il morbo di Parkinson che cominciava allora a fargli tremare la mano sinistra.
Sempre Zizzola diede alle stampe "Il Successore": un giudizio "complessivo" del pontificato wojtyliano e una serie di ritratti di papabili; il sesto concistoro del giugno 1994, infatti, fu considerato l'ultima infornata di cardinali di giovanni Paolo II.
Nel 1995 il giornalista Peter Hebletewein diede alle stampe il libro inchiesta "The next Pope" morendo poco dopo mentre Karol Woityla continuerà a regnare per altri dieci anni per celebrare le esequie di molti suoi preconizzati successori.

Nel 1996 Giovanni Paolo II dovrà nuovamente ricoverarsi perchè colpito da dolori intestinali; sarà anche l'anno della publicazione della Costituzione Apostolica "Universi Dominici Gregis" per la regolazione del futuro conclave: in quel documento per la prima volta viene detto espressamente che la Sede Vacante oltre che per la morte del papa può avvenire in seguito a delle dimissioni, ma ormai l'opinione pubblica si è abituata all'idea di avere a che fare con un papa anziano e tutto l'interesse mediatico si spostò sui preparativi del grande Giubileo dell'anno 2000.

Nel gennaio 2001, pochi giorni dopo la chiusura della porta santa, a causa delle dichiarazioni dell'arcivescovo di Magonza secondo il quale anche se il papa pensasse a dimettersi la Curia certamente lo dissuaderebbe, si riaprì fragorosamente la disquisizione sull'opportunità delle dimissioni papali.
Il papa infatti negli ultimi anni si era molto imgobbito, era aumentata la difficoltà a camminare e dall'anno 2000 nelle occasioni pubbliche per gli spostamenti utilizza una pedana mobile, la voce una volta tuonante diventa flebile e le parole cominciano ad essere biascicate. Fa ormai solo pochi passi e comincia a celebrare la messa seduto. Nonostante che Giovanni Paolo II ripetesse spesso che il suo destino era solo nelle mani di Dio e che Dio solo poteva togliergli il peso del pontificato, molti davano per certo che, per sfuggire alla Curia che lo costringeva a non dimettersi, papa Wojtyla avrebbe sfruttato il suo viaggio in Polonia del 2002 per abdicare e chiudersi in un convento a godersi il meritato riposo.

La visita al Parlamento italiano del 14 novembre 2002 è l'ultima volta in cui il papa seppur a fatica camina da solo appoggiandosi al bastone. Da quel momento apparirà in pubblico sempre seduto su una poltrona a rotelle.
Nel 2003, venticinquesimo di pontificato, non ha più la forza di leggere un discorso intero e diviene usuale che monsignor Leonardo Sandri Sostituto della Segreteria di Stato, comparisse in piedi accanto al pontefice facendosi sua portavoce. Nel discorso del 16 ottobe 2003 il papa tenne personalmente a spiegare la motivazione spirituale per cui continuava nella sua missione: "Oggi, cari Fratelli e Sorelle, mi è gradito condividere con voi un’esperienza che si prolunga ormai da un quarto di secolo. Ogni giorno si svolge all’interno del mio cuore lo stesso dialogo tra Gesù e Pietro. Nello spirito, fisso lo sguardo benevolo di Cristo risorto. Egli, pur consapevole della mia umana fragilità, mi incoraggia a rispondere con fiducia" . Implicitamente così Giovanni Paolo II dichiarava che non si sarebbe mai dimesso.

Pur nelle difficoltà fisiologiche e logistiche Giovanni Paolo II continuò a viaggiare: nel Maggio 2003 in Spagna, a giugno festeggiò il suo centesimo viaggio internazionale in Croazia ed Erzegovina. In Settembe si recò in Slovenia e ad ottobre al santuario della Madonna di Pompei. Nel 2004 : in Svizzera a Giugno, a Lourdes in Agosto e a Loreto in Settembe. Giovanni Paolo II appare ormai spossato ma contro ogni pessimistica previsione nel Natale 2004 riesce a legere da solo tutto il discorso "Urbi et Orbi" e a fare gli auguri in 66 lingue: le stesse degli anni precedenti. Ma a fine gennaio la situazione precipita rapidamente.
A tarda sera del primo febbaio 2005 viene ricoverato urgentemente al Gemelli per difficoltà respiratorie,; i medici propongono una tracheotomia pochè la posizione del collo cascante verso il petto tende a schiacciare i muscoli della laringe; ma essendoci il pericolo che il papa non possa più parlare Giovanni Paolo II temporeggia. Essendosi placata la febbe e rientrato il problema respiratorio il papa vuole tonare in Vaticano e i medici lo accontentano il 10.
Il 13 muore suor Lucia di Fatima.
Il 24 improvvisamente un nuovo ricovero: ormai la tracheotomia risulta indispensabile.


Il pericolo che il papa rimanga muto sembra scongiurato quando affacciandosi domenica 13 marzo dalle finestre del Gemelli pronuncia un breve, biascicato, saluto; la sera stessa tornerà in Vaticano per la Settimana Santa i cui Riti i medici gli impediscono prudentemente di presiedere.
Affaccandosi dalla finestra del suo studio, impugnando una palma benedetta, la Domenica delle Palme dà la sua muta benedizione alla folla di giovani presenti in piazza. La percezione che le forze di Giovanni Paolo II stanno venendo meno è sconvolgentemente chiara.
Avrebbe voluto essere presente alla Via Crucis al Colosseo ma dovette accontentarsi di seguirla dall sua cappella privata: stava seduto davanti all'altare nella sua cappella privata, seguiva la celebrazione su uno schermo televisivo e pregava. Alla stazione quattordicesima, prese nelle mani il Crocifisso e lo strinse a se.

Il giorno di Pasqua per la benedizione "Urbi et Orbi", dopo che il cardinal Sodano dal sagrato di S.Pietro ha letto il discorso papale, quando a mezzogiorno apparve dalla finestra per impartire la benedizione, a motivo della commozione e della sofferenza non riuscì a pronunciare le parole, fece soltanto il segno di Croce con la mano e con un gesto rispose ai saluti dei fedeli.
Ha rivelato il suo segretario Stanislaw Dziwisz che il Santo Padre fu profondamente scosso da questo evento. Dopo essersi allontanato dalla finestra disse: «Sarebbe forse meglio che muoia, se non posso compiere la missione affidatami», e subito aggiunse: «Sia fatta la Tua volontà... Totus tuus».

Mercoledì 30 il papa è ormai molto debole e non riesce ad alimentarsi da solo, viene perciò alimentato artificialmente; un sondino che dal naso passando per la laringe arriva allo stomaco si agginge, così, al tubicino nella trachea che gli consente di respirare.
Giovedì 31 mentre celebra la messa è assalito da fremiti convulsi: la febbe si è improvvisamente alzata: febbre alta causata da un'infezione dell'apparato urinario che da, così, inizio all'agonia che durerà due giorni.
Giovanni Paolo II riceve l'Unzione degli Infermi.
Nel primo pomeriggio del 2 aprile le suore polacche che lo assistono lo sentono nella sua lingua materna implorare: "Lasciatemi andare alla casa del Padre".

Appresa la norizia della morte il sindaco di Cracovia e il cardinale arcivescovo Franciszek Macharski chiesero la sepoltura in patria appoggiandosi alla volontà in tal senso espressa da Giovanni Paolo II prima del crollo del Comunismo (per continuare ad essere una spina nel fianco dell'URSS anche da morto).

Ma anche se i cardinali avrebbero deciso -com'era naturale - per la sepoltura in Vaticano si chiedeva che almeno il cuore di Karol Wojtyla, come era avvenuto per molti illustri polacchi del passato, venisse portato a Cracovia.
La congregazione cardinalizia ignorò la richiesta.

[ps: Questo post va letto come "pandant" del post precedente]

Etichette: ,

venerdì, marzo 31, 2006

Vite Parallele /6 [primo quadro]

Alfonso de'Liguori , fondatore e Rettor Maggiore della congregazione del SS. Redentore consacrato a Roma nuovo vescovo della diocesi di S.Agata dei Goti, l' 8 luglio 1762 si congedava dalla sua comunità di Pagani, passava per Napoli da dove l'11 partiva per fare solenne ingresso nella sua nuova diocesi.


Monsignor de'Liguori a sessantasei anni era precocemente invecchiato e con molti acciacchi. Arrivato in Cattedrale, nel bel mezzo della sua prima predica fu assalito da un violento attacco di tosse tanto che il più giovane dei canonici della catterale disse ai colleghi: "Signori miei, apparecchiamoci per ricevere l'altro vescovo, perchè se verra a monsignor Don Alfonso de Liguori un'altra tosse simile a questa lo perderemo certamente".
La cosa fu riferita all'orecchio del vescovo che rispose che prima di morire avrebbe visto rinnovarsi tutto il clero della cattedrale e così fu: comè come non è, il primo a morire fu il giovane monsignore spiritoso.

Il vescovo de'Liguori si riteneva personalmente responsabile della salvezza, o della dannazione, eterna dei suoi quarantamila fedeli. Questo peso gravoso se lo figurava plasticamente nella mole del monte Taburno che con i suoi 1394 metri dominava la cittadina di S.Agata. Intraprese da subito una "missione al popolo" chiamando predicatori da fuori della diocesi, iniziò a visitare, i malati, i carcerati, le parrocchie e le claustrali, e programmò ogni due anni, da maggio a settembre, la visita a tutta la sua impervia diocesi (certe località erano raggiungibili solo a piedi o a dorso di mulo).

Introdusse la pratica della "Vita Divota" cioè predicava giornalmente davanti al popolo radunato al Vespro per la benedizione con il Sacramento. La voce popolare era piena di ammirazione per gli sforzi del "vescovo santo" ma al contempo c'era apprensione su quanto avrebbe resistito la sua fibra: "Monsignore si ammazza da se stesso!" era l'unanime commento.

Nel febbraio 1770 Don Ercole de'Liguori, fratello di Sant'Alfonso, aveva voluto per il figlio Carlo dei funerali così solenni che qualcuno pensò che il il de'Liguori morto fosse il celebre vescovo e scrittore ascetico la cui fama era diffuso in tutta l'Europa cattolica. Fuori dal Regno di Napoli la falsa notizia fu universalmente presa per veritiera e si diffusero sulle gazzette i necrologi e molteplici furono le messe di suffragio come quella decretata dai canonici della cattedrale di Lucca cui sant'Alfonso fece pervenire una lettera di ringraziamento.

La notizia, per il vero, non poteva apparire priva di fondamento dato che il monsignore aveva settantacinque anni ed era di salute malferma e molti ecclesiastici napoletani cercavano per mezzo dell'influenza della Corte, o del Cardinale Arcivescovo o del Nunzio Apostolico, di farsi nominare successori dell'illustre infermo.

All'asma di cui soffriva sin dalla giovinezza si erano aggiunte, la malaria e la bronchite cronica, con crisi violente che tutti lo avevano più volte creduto in punto di morte e gli era stata amministrata l'Estrema Unzione. Ciclicamente tornavano ad acuirsi l'asma, la febbre terzana e e catarro; nel marzo 1768 s'era aggiunta un nuovo male: "dolori interni" che lo costringono a passare le giornate a letto.
A luglio, calata la febbre e calmatasi la sciatica, potè rialzarsi in piedi, celebrare messa, ed essendoci la siccità intraprese subito con sforzo sovrumano una serie di predicazioni per invitare i fedeli a fare penitenza e muovere la misericordia di Dio. Dopo otto giorni, nella festa di sant'Anna, finalmente scoppio un terribile diluvio.
Ma Alfonso da quella settimana di missione popolare ne uscì spossato. Ad agosto dovette mettersi a letto con la febbre, torturato da dolori all'intestino e da una forma reumatica generalizzato che gli impedivano di prendere sonno. Il 26 agosto monsignor de'Liguori ricevette il viatico, fece testamento e si preparò a morire.
Ma non morì.
La febbe passò ma si aggravò la sindrome reumatica, artrosi lombare e soprattutto artrosi cervicale che gli impesiva di tenere la testa dritta ma che piegava il capo ciondoloni sul petto:"un povero cionco" era l'espressione con cui da quel momento fino alla morte amò autodefinirsi.

Cominciò a vivere praticamente sempre seduto in poltrona. Durante una visita di uno specialista fatto venire da Napoli -probabilmente nell'ottobre 1768- ci si accorse che il continuo contatto della barba sul petto aveva provocato una piaga purulenta, già quasi incancrena. Il medico ordinò di farlo stare steso a letto il più possibile, prescrisse bagni d'acqua tiepidi per l'artrosi e gli diede un rimedio che quietò i dolori causati dall'ulcera.
"Si faccia l'ubbidienza al medico, e poi si muoia" era il commento umoristico di monsignor Alfonso al momentodi essere sottoposto alle cure prescritte.
Ma pur rimanendo confinato a letto, tranne che per l'impossibilità di celebrare la messa, per il resto nulla era cambiato nella vita del vescovo: "Io sono il Vescovo, Iddio a me ha costituito Vescovo, ed io debbo badare con modo speciale" rispondeva al Vicario che lo pregava di riposarsi e lasciare fare a lui.
Però Alfonso aveva coscienza del suo peggioramento tant'è che conservava nascosta nel suo armadio una lettera di dimissioni indirizzata al papa e non datata per ogni evenienza.Il suo cameriere la trovò, la lesse e disse tra sè: "Ennò Monsignore, non ci dovete lasciare!" e la fece sparire.

Venuta la bella stagione i medici gli prescrissero una passeggiata in carozza mattino e sera, ma il santo si oppose: "Quello che debbo spendere per la carrozza e mantenimento dei cavalli debbo levarli ai poveri". Perciò si comprò una carrozza sgangherata e due ronzini altrettanto mal messi. Iniziarono così le passeggiate di monsignor de'Liguori che molto presto si ridussero a quella serale per il troppo strapazzo che da quelle benefiche uscite ne pativa il fisico: pochi passi aggrappato al braccio dell'accompagnatore, due uomini per issarlo in vettura e poi la vera "via crucis" che gli causavano i continui scossoni della carrozza a causa delle strade sconnesse.
La gente commentava: "Monsignor vecchio, vecchio il cocchiere, vecchia la carrozza, vecchi i cavalli". Meta della pasaggiata era la visita ogni sera ad un ammalato diverso che immancabilmente non riusciva a frenare le lacrime vedendo monsignor vescovo molto più malato di se stesso. Al rientro ci si fermava mezzora in chiesa per la visita al Santissimo Sacramento e a Maria Santissima e per un breve "fervorino" ai fedeli presenti.

La testa a penzoloni gli rendeva ormai difficoltoso il bere, gli venne proposto di usare una cannuccia d'argento ma il santo si oppose. Si usò una cannuccia di legno ma si ruppe, di ferrò ma il ferro si arrugginisce! Fu comprata di nascosto una cannuccia d'argento e si disse a monsignor de'Liguori che pareva argento ma era fatta di "stagno di Venezia".


L'8 agosto '79 scrive al padre Blasucci: "Sto bene colla testa; ma non posso camminare se non appoggiato ad un'altro, perchè non mi reggono le gambe, e già fa l'anno che non dico messa perchè il reumatismo mi ha totalmente torto il collo, che non posso alzarlo per sumere il Sangue... ho presi tanti rimedi e bagni e 'l collo sta sempre torto in una maniera... Io stò risoluto a lasciare il vescovado e venirmene a morire tra' miei nella mia Congregazione. Ora sto confuso solo circa al come e al quando".

Pur nelle continue sofferenze era in piena attività e niente era cambiato nell'attività della diocesi ed in quella del Palazzo vescovile in Arienzo tranne per il fatto che monsignore non celebrava più la messa. Sfogandosi di questa intima pena in una udienza al priore degli Agostiniani quest'ultimo si stupì che un uomo di così grande cultura come monsignor de'Liguori non fosse a conoscenza che per i sacedoti malati erano previste deroghe e indulti! Poteva celebrare seduto e bevendo al calice con una cannuccia.
Alfonso pieno di gioia il giorno appresso, domenica, celebrò messa dopo quasi un anno esatto.


Le voci che la diocesi di Sant'Agata dei Goti fosse ormai allo sbando a causa del vecchio vescovo immobilizzato a letto crescevano sempre più a Napoli così che Alfonso s'era deciso di chiedere le dimissioni a Clemente XIII, ma essendo quell'anno 1769 un "annus orribilis" nelle relazioni tra Regno di Napoli e Santa Sede monsignor de'Liguori desistette certo che, per ripicca al papa, la corte napoletana avrebbe rifiutato di concedere l'exequatur al nuovo vescovo che il papa avrebbe nominato, lasciando la diocesi per molti anni priva di vescovo. Morto Clemente XIII ed eletto Clemente XIV si decise a presentare le dimissioni essendo universalmente noto che i Borboni, e di Francia, e di Spagna e di Napoli, avevano favorito l'elezione del francescano cardinale Ganganelli.
Ma papa Ganganelli respinse le dimissioni dicendo:
"Mi contento che governi la Diocesi di sopra al letto. Vale più una sua preghiera da dentro al letto che se girasse per cento anni l'intera Diocesi".


I Redentoristi chiesero al loro fondatore di insistere, che forse il papa non aveva ben capito la gravità delle sue condizioni di salute ma Alfonso rispondeva: "La voce del Papa è voce di Dio per me, e muoio contento se per volontà di Dio io muoia oppresso sotto il peso del vescovado".
Una volta che i Redentoristi insistevano il santo rispose: "Questo [papa] è monaco capo tuosto, se lo fo, non l'accetta; pazientiamo, ed aspettiamo l'altro Papa, che viene appresso". Questa frase fu interpretata come battuta umoristica e provocò l'ilarità generale essendo Clemente XIV in ottima salute e di 9 anni più giovane di Alfonso che invece aveva un piede nella fossa.
Ma la querelle sulla soppressione dei Gesuiti che il papa fu costretto a decretare nel 1773 provocò in Clemente XIV una prostrazione spirituale che lo portò sulla soglia della disperazione, provocando un tracollo fisico che nel settembre 1774 lo porterà alla tomba.

Alfonso ripresentò le dimissioni a Pio VI.
"Beatissimo Padre, rappresento alla V. Santità come io fui fatto vescovodi S.Agata de'Goti, nel Regno di Napoli, in età avanzata di sessantasei anni. Ho tirato, con l'aiuto del signore per tredici anni a portare il carico del vescovado; ma al presente mi vedo inabile a portaro.
Mi trovo in età cadente, giacchè nel mese di settembre entro negli anni ottanta. Oltre l'età ho molte infermità che mi minacciano da vicino la morte.patisco di mal di petto che più volte m'ha condotto all'estremo; patisco di palpiti di cuore, per cui anche più volte mi sono visto prossimo a finir la vita.
Di presente, patisco tal debolezza di testa che spesso mi fa stare come uno stolido.
Oltre di questi mali mi assaltano diversi accidenti pericolosi, ai quali debbo rimediare con salassi, vescicanti e altri rimedi; oltre tra questo tempo del mio vescovado, quattro volte ho preso il Viatico e l'Estrema unzione.
A' riferiti, aggiungo altri maliche mi impediscono di adempiere gli obblighi di vescovo.
Mi è mancato notabilmente l'udito; sicchè molto ne patiscono i miei sudditi che, volendo parlarmi in segreto, se non alzano la voce, non posso ascoltarli.
Mi si è avanzata la paralisi, in modo che non posso più scrivere un verso, e con istento fo la mia firma, ma così male che poco s'intende. Sono diventato così cionco che non posso più nemmeno dare un passo, e bisogna che due mi assistano per fare qualche moto.
Fo la vita mia o sopra del letto, o abbandonato sopra una sedia.
Non posso più tenere le ordinazioni, nè più predicare; e quello che più importa, non posso più girare per la visita, e la diocesi ne patisce positivamente.
Posto ciò, ho stimato, vedendomi vicino alla morte, supplicare V. santità ad accettare la rinunzia del mio vescovado, come fo positivamente con questa mia supplica; giacchè secondo lo stato in cui mi ritrovo, vedo che manco all'uffizio mio ed al governare delle mie pecorelle"


Papa Braschi non sapeva cosa decidere essendo incoraggiato a non accettare le dimissioni del De'Liguori da monsignor Guido Calcagnini ex Nunzio a Napoli che aveva da vicino visto ed ammirato l'operato del santo vescovo.

Due padri redentoristi, Luigi Capuano e Cipriano Rastelli, reduci da una missione popolare in Abruzzo decisero di passare da Roma per ottenere la benedizione dal nuovo papa. Il papa nuovo, ricevendoli in udienza chiese notizie sulla salute di monsignor de'Liguori: loro fondatore e Rettor Maggiore.
Appresa dalla loro viva voce la notizia dello stato compassionevole in cui si trovava l'ottantenne vescovo di S.Agata dei Goti, Pio VI disse a monsignor Calcagnini lì presente: "Essendo così non bisogna contristarlo".

Le dimissioni furono accettate con lettera datata 9 maggio 1775 ed ufficializzate nel concistoro del 17 luglio con grande gioia di Sant'Alfonso.
Qualcuno gli fece osservare che pareva essersi raddrizzato ed egli rispose con spirito che si era tolto dalle spalle il peso del monte Taburno.


L'unica paura era quella legata alla scelta del successore: "Temo però che non mi venga qualche 'milordo', giacchè tanti la pretendono, ed allora bisogna dire addio a tutte le fatiche fatte".

Monsignor de'Liguori prima di partire salutò tutte le comunità monastiche di Arienzo ma non potè recarsi dalle monache redentoriste di S.Agata perchè con la carrozza non si poteva attraversare il passo delle "Forche caudine". La madre superiora chiese al santo di lasciare per disposizione testamentaria il suo cuore al loro monastero.
Alfonso rispose: "Io ho tenuto sempre la Madre Raffaella per donna savia, ma mò ci ho perduto il conceto. Del mio cuore che ne vogliono fare soffritto! L'anima è quella che importa, che poi per il corpo, se mi vogliono bene, lo diano a mangiare ai cani".
Inviò come ricordo alla madre Maria Raffaella una croce in legno che teneva nella sala da pranzo.


La mattina del 27 luglio il vescovo salì in carrozza -per recarsi nella casa dei suoi redentoristi di Nocera- mentre il clero, la nobililtà e il popolo era in lacrime e Monsignore dovette pregarli, anch'egli con le lacrime agli occhi, di non seguirlo a piedi.
Si portò dietro solo il materasso e la poltrona a rotelle mentre tutto il palazzo vescovile venne depredato da prelati e popolino che volevano una reliquia di monsignore.

A mezzoggiorno la carrozza si fermò per la messa ed il pranzo al seminario di Nola dove un cieco che gli chiese una benedizione ottenne la vista.

L'arrivo a Nocera dei Pagani fu un ingresso trionfale, acclamato da tutta la popolazione. Entrato nella chiesa si prostrò di fronte al Santissimo Sacramento e mentre si cantava il Te Deum chi gli stava accanto sentì il suo sfogo: "Dio mio vi ringrazio, perchè mi avete tolto di sopra un si gran peso.
Gesù Cristo mio, non ne potevo più!"


Etichette: , ,