lunedì, febbraio 25, 2008

La Ceremonia del Besamanos [3]

"Gesù disse: «Chi mi ha toccato?».
Mentre tutti negavano, Pietro disse: «Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia».
Ma Gesù disse: «Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me».(Lc VIII, 45-46)"

Ovvero: racconto agiografico di Maurizio Crippa (Il Giornale, lunedì 25 febbraio 2005) intorno al divoto baciamano di Giuliano l'apostolo apostata al sedici volte Benedetto papa "ccioiosamente" regnante avvenuto tra le sacre mura della Chiesa romana di Santa Maria Liberatrice nella terza domenica di Quaresima dell'anno terzo di pontificato.

«E finalmente in una tiepida domenica mattina di febbraio si sono incontrati. Un semplice parrocchiano un po' speciale del Testaccio, il quartiere un tempo popolare e poi simbolo della Swinging Rome rutelliana, e il vescovo della città venuto in visita alla parrocchia di Santa Maria Liberatrice.

La foto presa al volo dall'Ansa è bella e reticente, come tutte le foto rubate alla cronaca. Il corpaccione esuberante nel cappotto cammello del giornalista laico - anzi ex comunista - e oggi combattente contro l'aborto; e il corpo esile e diafano, bianco come la papalina e la zazzera del gran professore tedesco, il Papa teologo. Alla fine del lungo percorso attraverso il mondo della politica e quello delle idee, dalla noia per l'ideologia alla scoperta della teologia, Giuliano Ferrara è arrivato sotto casa, nella «sua» parrocchia, dove ieri ha incontrato Benedetto XVI, gli ha baciato con rispetto la mano, è brillato un sorriso, si sono scambiati qualche rapida parola. La foto è reticente. Non per le parole che resteranno private, ma perché non dice nulla del lampo degli occhi, che senza dubbio ci dev'essere stato. E chi come me ha consuetudine con il mio direttore, sa che sono lampi eloquenti, spesso felicemente bambini.

Un lungo rapporto a distanza, quello tra il direttore del Foglio che da tempo ha preso il vezzo di definirsi «ateo devoto», mandando fuori di testa tutti quelli che non sanno se prenderlo sul serio, e in brodo di giuggiole gli amici che sanno che è divinamente serio, assolutamente ironico. E il «professor Ratzinger», come Ferrara lo chiama spesso.

Anche se la dietrologia italiana immagina sempre rapporti sotterranei e chissà quali segreti d'Oltretevere, (...) era la prima volta che i due si trovavano vis à vis.
Un lungo avvicinamento, e credo non spiacerebbe ai due se si rubassero a Goethe le sue «affinità elettive».

Quando Joseph Ratzinger si presentò sulla Gran Loggia di San Pietro, il pomeriggio del 19 aprile 2005, i testimoni oculari - io non c'ero, sto a Milano - raccontano di un gran balzo di Giuliano sulla poltrona, e del suo urlo liberatorio «Josephum», con cui faceva eco in tutta la redazione al nome latino appena pronunciato dal cardinale camerlengo.
Il trionfo di una scommessa vinta, di un'anticipazione azzeccata.
Quella mattina, il Foglio era uscito a tutta prima pagina con il titolo «La formidabile lezione del professor Ratzinger» e aveva sbattuto in faccia ai dubbiosi il testo integrale dell'omelia che Ratzinger aveva tenuto prima dell'inizio del Conclave. E che era già un programma di pontificato. Ma un orecchio più fine avrebbe forse avvertito che i gemiti della poltrona del direttore avevano un tono diverso da quelli provocati da Ferrara per un'altra notizia, anche quella pubblicata a tutta prima pagina con un giorno d'anticipo, la rielezione di Bush alla Casa Bianca. Quello era il legittimo orgoglio di una scommessa giornalistica stravinta. Invece il tripudio di quel pomeriggio d'aprile, quello che fece decidere in un istante, come capita sempre al Foglio, di uscire il giorno dopo con la testata modificata in «Il Soglio», con una squillante «S» rossa, era la gioia di un nuovo inizio: quasi l'intuizione di un «adesso cominciamo a divertirci», adesso avremo qualcosa di cui scrivere ogni giorno.

Ferrara ripete sempre che ad appassionarlo alle vicende della Chiesa fu la potenza meravigliosamente spavalda davanti alla modernità di Giovanni Paolo II. Ma già allora, in tempi non sospetti, fu il Prefetto della Fede ad attirare la sua attenzione.
Nel 2000 il Foglio aveva già pubblicato con risalto la Dominus Jesus, la «dichiarazione circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa», contestata dai progressisti, con cui Joseph Ratzinger faceva punto e a capo di tutte le possibili confusioni sulle diverse religioni. Analoga attenzione aveva attirato nel 2004 la Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella chiesa e nel mondo, scritta sempre dal Custode della Fede. Altra clamorosa bomba messa sotto la mentalità corrente, che non a caso interessò maggiormente le femministe inquiete che tante anime belle della Chiesa chiacchierante, quella istituzione trasversale che tanto Papa Ratzinger quanto Ferrara detestano apertamente. Erano i primi segnali, che lasciavano a bocca aperta molti in redazione, di un interesse crescente. Ma segnali che venivano da lontano.

Ferrara semplicemente si è accorto che la sapienza della Chiesa, Agostino e Tommaso, Wojtyla e Ratzinger, ha spesso molte più cose interessanti da comunicare all'uomo (post)moderno - sull'amore umano, sulla nascita e la morte, fino al «supremo scandalo del nostro tempo», l'aborto - di quanto non l'abbiano tonnellate di filosofia corrente e di scadente pensiero unico laico. E da allora il Foglio è stato un tripudio di iniziative che Ferrara ama definire «ratzingeriane», come anche gli Appunti per il dopo pubblicati la scorsa estate.
Vista da (abbastanza) vicino la fascinazione di Ferrara per Ratzinger («siamo il giornale del Papa», è battuta su cui in redazione si può scherzare, ma fino a un certo punto) è fatta sostanzialmente di due cose. L'interesse per un uso della ragione «illuminista», che si interroga su tutto e non rinuncia alla ricerca della Verità. L'altra è il sacrosanto amore per il linguaggio, la parola cristallina che chiama le cose con il loro nome, che scandaglia il vero e lo rende comprensibile anche ai laici.
Di contro c'è l'odio per il fumo dell'ecclesialese, il linguaggio indigeribile che invece sembra essere il codice segreto del cattolicesimo contemporaneo. Quello «aperto al mondo», ma che al mondo non riesce a dire niente di interessante. E figurarsi a un uomo di mondo come Giuliano Ferrara.
Da qui il grande rilancio del discorso «illuminista» di Ratisbona, e la passione con cui il Foglio ha discusso le encicliche di Benedetto XVI: passione intellettuale per un uomo che ha qualcosa da dire, e sa splendidamente dirlo, sottolinea sempre Ferrara. Fino alla pubblicazione a tutta prima pagina del grande discorso negato alla Sapienza, sbattuto in faccia all'ignoranza di professori piccini e censori.

Da anni in tanti si interrogano sui rapporti tra Giuliano Ferrara e la Fede, tra il direttore del Foglio e il Papa. Su quel suo stare «sulla soglia» di Santa Romana Chiesa. Chi ha la possibilità di frequentare la faccenda un po' più da vicino, potrebbe testimoniare davanti al Sant'Uffizio soltanto di quel che vede: una stupenda, inconsueta, avventura intellettuale e umana. Vissuta con amore e buonumore dal suo protagonista. Fino all'ultima partita, quella che Giuliano Ferrara ha intrapreso della lista per la moratoria contro l'aborto. Su questo, il Papa ha già detto quel che doveva dire: riprendendo, nel discorso al corpo diplomatico di inizio anno, il filo del parallelo ferrariano tra la moratoria della pena di morte e il necessario impegno a favore della vita.»

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giovedì, agosto 09, 2007

vite parallele /13

Ovvero: "L'Udienza del baciamano"



Il religioso redentorista polacco Tadeuz Rydzyk (che aveva passato nella libera Germania Occidentale la fine di quegli anni Ottanta in cui il Papa Polacco stava dando le ultime spallate al comunismo sovietico), venuto a conoscenza del successo italico della comasca Radio Maria, appena crollato il Muro di Berlino, si presentò negli studi radiofonici di Erba proponendo di far sbarcare la Radio della Madonna nella cattolicissima Polonia, proprio nel momento in cui Radio Maria Italia stava aprendo le varie succursali estere (poi riunite nell'associazione Word Family of Radio Maria di cui però l'omonima radio polacca non fa parte).

Radio Maria finanziò la nascente emittente polacca che però si chiamò Radio "Maryja" poichè i mille cavilli della polacca legislazione comunista e statalista -e sciovinista- impediva a degli stranieri di registrare un marchio estero ragion per cui si dovette mutare nome e logo ed anche statuto (mentre la Radio Maria italiana è un'associazione giuridicamente laica quella polacca è una radio di proprietà ecclesiastica) con la spergiurata promessa di padre Tadeuz Rydzyk di uniformarsi appena la legge polacca lo avesse consentito agli standard della emittente madre.

Inutile dire che la cattolica "Radio Maryja" ebbe subito un enorme successo mediatico nella cattolicissima polonia euforicamente devota al suo Papa e alla sua Chiesa che l'avevano liberata dal demone comunista per riconsegnala nelle mani di Dio per intercessione della sua Santissima Madre!
La radio di padre Rydzyk trasmette su onde medie e via satellite avendo dai 4 ai 6 milioni di ascoltatori al giorno.
Il successo mediatico si è accompagnato al successo economico tanto che padre Rydzyk controlla anche il quotidiano Nasz Dziennik, la cui tiratura supera le 250.000 copie ed il canale televisivo TV TRWAM, inoltre tre fondazioni e un istituto superiore di sociologia e di mediologia ed una scuola di giornalismo.

Inutile dire che a questo punto padre Rydzyk (e la Provincia polacca della Congregazione Redentorista che è proprietaria della radio ) non ebbe più alcuna intenzione di far rientrare il prorio impero mediatico "della Madonna" sotto il controllo della "famiglia mondiale" di Radio Maria Italia, non rinunciando a copiare anche il nome di quest'altra associazione fondando il movimento "Rodzina Radio Maryja" cioè la “Famiglia di Radio Maria” cui aderiscono tra i 5 e i 6 milioni di "fedelissimi" polacchi che si attengono in tutto alle direttive di padre Rydzyk non solo in materia religiosa ma anche politica.
Infatti, identificanto parossisticamente la fede cattolica con patriottismo polacco, dai microfoni della sua radio, padre Rydzyk si scaglia contro tutto ciò che non è polacco come se ciò che polacco non è fosse di per se stesso un pericolo per la fede cattolica: protestanti, ebrei, massoni, europeisti, tedeschi, russi, omosessuali e socialisti per lui pari sono.
Egli sogna una Polonia baluardo della "vera fede", ma che egli confonde con gli usi e costumi delle popolazioni contadine, vedendo in ogni modernizzazione della Polonia un attentato alla sua tradizione religiosa e, pertanto, facendo esplicita campagna elettorale per i partiti delle destre e in particolare per il "Pis" il partito "Legge e Giustizia" dei fratelli Kaczynski addirittura ospitando, tra una messa ed un rosario, i comizi di uomini politici delle Destre che sono ormai ospiti abituali della radio.
Padre Tadeuz Rydzyk si è appellato al "suo" popolo per il boicottaggio del referendum sull’adesione all’Unione Europea, per l'introduzione in Polonia della pena di morte oppure ha minacciato che le teste dei deputati favorevoli alla liberalizzazione dell’aborto saranno rasate a zero, proprio come i polacchi che collaboravano coi nazisti in tempo di guerra.
Il nazionalismo becero di padre Rydzyk è evidente soprattutto nell'acceso antisemintismo e nel suo continuo denunciare ovunque complotti ebraici contro la Chiesa cattolica -cioè contro la Polonia- e nell'accettazione di forme di negazionismo che attenuino l'importanza dell'"olocausto" ebraico e che invece enfatizzino il "martirio" del popolo polacco.

Il malcontento pontificio per la brutta china presa dall radio più ascoltata di Polonia è emerso dagli eloquenti silenzi di Giovanni Paolo II che in più occasioni omise di salutare i partecipanti alle udienze papali giunti in Vaticano con pellegrinaggi organizzati da Radio Maryja mentre Benedetto XVI tramite il Nunzio Apostolico a Varsavia ha papale-papale ordinato alla Conferenza episcopale polacca di mettere un freno a Radio Maryja, ricevendo il plauso innanzitutto delle organizzazioni ebraiche ma anche di tutti coloro che -nella gerarchia e tra i fedeli- in Polonia vivono nella continua polemica verso padre Rydzyk secondo il quale se si è un buon cattolico si deve votare per i fratelli Kaczynski e viceversa solo chi vota per i partiti che piacciono a padre Rydzyk è da considerarsi un vero cattolico.

La polemica è riesplosa furente martedì 7 agosto 2007 quando il quotidiano Nasz Dziennik, organo di stampa del colosso mediatico di padre Rydzyk, è uscito in edicola con un articolo -con tanto di eloquente foto al seguito- che annunziava che domenica 5 agosto a Castel Gandolfo il Papa sedici volte Benedetto ha concesso a padre Rydzyk un'udienza privata, a margine di un incontro con alcuni Redentoristi polacchi. Secondo il giornale polacco:"Benedetto XVI ha invitato Padre Rydzyk, impartendo la sua benedizione a Radio Maryja e a tutti i suoi collaboratori e ascoltatori".

Evidentemente, l'integerrimo padre Rydzyk può resistere a tutto tranne che alla tentazione di strumentalizzare la persona e l'autorità del pontefice, trasformando un veloce baciamano concesso ad una schiera indistinta di redentoristi polacchi, in una "udienza privata" al solo Tadeusz Rydzyk.
Non c'è stato nessun faccia a faccia, nessun incontro a quattrocchi e nessun segno di benevolenza da parte del Romano Pontefice ma mentre il papa -finito l'Angelus ritornava nei suoi appartamenti- velocemente porgeva la mano al bacio di una fila di indistinti figli di San'Alfonso schierati; padre Tadeusz avrà sicuramente chiesto una benedizione apostolica per gli ascoltatori della propria radio presentandosi poi in Polonia brandendo la benedizione papale come una "benedizione" al proprio modo di operare.

Nel polacco sconcerto generale, immediata c'è stata mercoledì 8 l'isterica reazione dell'Ejc cioè il "Congresso ebraico europeo" (organismo cui aderisce anche l'Unione delle comunità ebraiche italiane) che con una nota ha vivamente protestato la propria indignazione: "Il Congresso ebraico europeo è scioccato di apprendere che Papa Benedetto XVI ha ricevuto in udienza privata e nella sua residenza estiva Tadeusz Rydzyk, il direttore dell'antisemita Radio Maryja"; insinuando, non troppo velatamente, che un simile "gesto" del pontefice regnante fosse "dimostrativo" di una politica di maggior tolleranza della Chiesa ratzingeriana verso l'antisemitismo.


Non si è fatto attendere il Comunicato della Sala Stampa vaticana che seccamente (e un pò seccatamente) rimarcava che riguardo "al "baciamano" avuto dal P. Tadeusz Rydzyk al termine dell'Angelus di domenica 5 agosto u.s., si comunica che il fatto non implica alcun mutamento nella ben nota posizione della Santa Sede sui rapporti tra Cattolici ed Ebrei."

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Oscar Wilde a metà del 1897 aveva finito di scontare i due anni di lavori forzati cui era stato condannato per "gross indecency" cioè "grave immoralità" (come nell'età vittoriana si definiva eufemisticamente la pratica omosessuale), distrutta la reputazione, annientata la sua attività letteraria ed economicamente ridotto alla bancarotta, si trasferisce sotto falso nome all'estero vivendo con sussidi di vecchi amici e di un piccolo vitalizio della moglie (morta nel 1898).
Si trasferisce a Parigi e viaggia in Italia sotto lo pseudonimo di Sebastian Melmoth dove a Napoli reincontra Alfred Douglas il giovane lord che era stata la causa della propria rovina.
I due tentano di vivere insieme nella "esotica" Italia lontani dalla "puritana" Inghilterra ma i pettegolezzi sulle equivoche frequentazioni dei due gentiluomini inglesi con giovani maschi autoctoni si diffondono rapidamente, raggiungono in Patria le rispettive famiglie che ordinano perentoriamente di mettere fine allo scandalo pena la revoca dei vitalizi che erano la loro unica fonte di sostentamento.
Nel febbraio 1898 Wilde orfano del suo "Bosei" partì per Parigi.

Ritornò in Italia l'anno dopo, infatti nell'aprile 1899 Oscar Wilde è a Genova per pregare sulla tomba della moglie Constance Lloyd sepolta nel cimitero di Staglieno. Ma quello non fu l'unico motivo poichè nelle sue stesse lettere agli amici ammette che il fine del suo soggiorno ligure è la possibilità di poter -viste le proprie ristrettezze economiche - vivere con soli dieci franchi al giorno "ragazzo compreso": cioè la maggior possibilità di trovare a basso costo prostituti in un Paese sottosviluppato qual'era l'Italia umbertina.
In maggio era di nuovo a Parigi.

L'ultimo viaggio di Wilde in Italia avvenne nel 1900, poco prima della morte. Stavolta Wilde visitò Palermo e della sua permanenza siciliana descrive con molto gusto le molte visite che fece tra il 2 e il 9 aprile 1900 alla cattedrale di Monreale: "Ci andavamo spesso in carrozza, essendo i cocchieri ragazzi modellati nel modo più squisito."
"Ho anche fatto amicizia con un giovane seminarista ...Gli ho dato molte lire, e gli ho predetto un cappello cardinalizio, se fosse rimasto molto buono, e non mi avesse più dimenticato. Lui ha detto che non mi avrebbe dimenticato mai più; e veramente non credo che mi dimenticherà, perché ogni giorno lo baciavo dietro l'altar maggiore."


Partito da Palermo, si reca poi a Napoli per tre giorni e poi a Roma, dove soggiorna per circa un mese dalla metà di aprile fino alla metà di maggio.
Era esattamente il Sabato Santo di quell'Anno Santo 1900 quando Oscar Wilde recatosi per il the all'Hotel d'Europa fu avvicinato da un uomo sconosciuto che gli chiese se avesse avuto piacere di vedere papa Leone XIII il giorno successivo. Wilde, sempre ironico, esibendosi in un deferente inchino rispose "Non sum dignus!", parodiando una frase della messa cattolica.
L'uomo consegno il biglietto necessario per essere ammessi alla cerimonia pontificia. Così il giorno di Pasqua -15 aprile 1900- Oscar Wilde si presento in prima fila tra i pellegrini convenuti a ricevere la benedizione "urbi et orbi".
"Ieri ero in prima fila con i pellegrini in Vaticano ed ho ricevuto la benedizione del Santo Padre [...]. Era meraviglioso mentre sfilava di fronte a me portato sulla sua sedia gestatoria, non era né carne né sangue, ma un’anima candida vestita di bianco, un artista ed un santo [...]. Non ho mai visto nulla di simile alla straordinaria grazia dei suoi modi; di tanto in tanto si sollevava probabilmente per benedire i pellegrini, ma certamente le sue benedizioni erano rivolte a me".
Wilde più tardi scrisse: "Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli Apostoli e padre della Cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentì la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto, e io ne provai piena consapevolezza".
Oscar Wilde rimase entusiasta del vecchio Leone che "non è più di carne e sangue: non ha tracce di corruzione mortale".
La sua devozione per il nonagenario papa Pecci è totale fino al punto di imputare al pontefice di averlo miracolato: Wilde soffriva infatti da cinque mesi di una grave forma di dermatite con eruzioni cutannee che egli imputava ad un avvelenamento da frutti di mare avariati (anche se molti suoi biografi ipotizzano che potesse essere un effetto della sifilide o una reazione allergica alla tintura per capelli o una dermatite per insufficienza vitaminica per abuso di bevande alcoliche).

Dopo la benedizione papale i sintomi sparirono e Wilde nelle sue missive propaganderà la propria convinzione che la dermatite fosse scomparsa per merito del papa: "il Vicario di Cristo ha fatto tutto".
Convintosi, pertanto, che le benedizioni papali facessero bene alla salute durante il suo soggiorno romano cominciò a procurarsi i biglietti per partecipare alle "udienze pontificie".

Le "udienze generali" e le "udienze del baciamano" erano state inventate dai papi che, dopo la Breccia di Porta Pia, dichiaratisi "prigionieri in Vaticano" (e rifiutando di mettere piede fuori dal Vaticano) pur tuttavia volevano continuare ad avere il caloroso contatto con i fedeli.
Le udienze erano rare, sempre in occasione di pellegrinaggi ufficiali di città, diocesi o nazioni, ma essendo quell'anno 1900 un anno giubilare vi fù con l'aumento dei pellegrini anche un'aumento delle udienze pubbliche.
Molte volte, pertanto, Oscar Wilde tra la fine di aprile e l'inizio di maggio si mise pazientemente in fila per salire i gradini del trono papale e inginocchiarsi rapidamente davanti al bianco vegliardo e baciargli la mano.

A questo "invaghimento" di Wilde per il cattolicesimo non fece seguito alcun concreto atto di "conversione" poichè egli tra una benedizione papale e l'altra continuava nelle sue solite frequentazioni di "ragazzi di vita" dei quali parla con nonchalance nelle sue lettere: "Robbie mi ha lasciato in eredità una giovane guida, che non sa niente di Roma. Si chiama Omero, e gli sto mostrando la città"; oppure: "Ho abbandonato Armando, un giovane Sporo romano molto sveglio e elegante. Era bello, ma le sue richieste di indumenti e cravatte erano incessanti: abbaiava letteralmente per degli stivali, come un cane verso la luna.
Ora mi piace Arnaldo: era il più grande amico di Armando, ma l'amicizia è finita."


Della inconciliabilità dei suoi sentimenti Wilde si rendeva lucidamente conto: "La mia posizione è curiosa" -epigrammò- "Non sono un cattolico: sono semplicemente un violento Papista".

E del suo personalissimo "furore" papista Oscar Wilde racconta divertito di averne fatto partecipe anche un suo ennesimo giovane pupillo: "Avevo dato un biglietto a un nuovo amico, Dario.
Mi piace tanto il suo nome: era la prima volta che vedeva il papa: e ha trasferito su di me la sua adorazione per il successore di Pietro: mi avrebbe baciato, temo, all'uscita della Porta di Bronzo se non lo avessi respinto con severità. Sono diventato crudelissimo con i ragazzi, e non gli consento più di baciarmi in pubblico".


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sabato, giugno 23, 2007

vite parallele /11

Sive: Historia Ecclesiastica Anglorum


Morta nel 1901 la Regina Vittoria l'ormai attempato Principe di Galles diventato Re Edoardo VII , dopo aver atteso il tempo tradizionalmente stabilito per il lutto e assolte le farraginose cerimonie per l'incoronazione in Westminster (1902), iniziò una lunga serie di viaggi internazionali che lo condussero presso tutte le capitali europee, aiutato dal fatto che di tutti i monarchi europei egli era parente stretto.
Nel primo viaggio del 1903, dopo essere passato da Parigi, arrivò a Roma ove, dopo esser stato omaggiato dai Savoia al Quirinale, si recò ad omaggiate il "prigioniero in Vaticano": evento di portata storica poichè era la prima volta dopo lo scisma di Enrico VIII che un Re d'Inghilterra incontrava un Papa. Edoardo ben consapevole dell'etichetta (e dei principi del diritto feudale) si inginocchiò e baciò la mano di Leone XIII.
Il bianco vegliardo, quale segno di favore, donò al monarca britannico una propria fotografia con dedica autografa.

Scriveva il seminarista Angelo Roncalli (futuro papa Giovanni XXIII) nel suo "Giornale dell'Anima" in data 29 aprile 1903:

"In questi giorni la Roma ufficiale è in festa per la venuta di Edoardo VII, re d'Inghilterra .[...]
Quest'uomo è rivestito di una grande autorità, egli è un re di una delle più grandi nazioni e perciò merita che gli si faccia onore, lo si rispetti. Ma è sempre un povero uomo questo re d'In­ghilterra, questo imperatore dell'Indie, e, per somma umiliazione, questo protestante, capo di una religione che non è la vera ed al quale un mondo ufficiale che si dice cattolico, per combattere la propria Chiesa, presenta le sue corone, il suo tributo di applausi.

Il mondo fa baccano intorno a questo uomo, che piace per­ché è ben vestito e sfarzosamente accompagnato, e crede che tutto finisca qui quanto vi ha di bello e di grande, non si pensa che sulla cima di monte Mario non si sente, non si distingue più nulla di quanto avviene in città; e tanto meno si pensa che al di sopra di monte Mario, e di tutti i monti della terra dove non si sa nulla delle bagatelle di quaggiù, vi ha un Dio che vede ed ascolta tutto, e dinnanzi al quale tutti questi gaudenti d'oggi, ed anche lui, que­st'uomo, sono come atomi di polvere; un Dio che un giorno li giu­dicherà, e staranno umiliati, annichiliti, schiacciati.
Ah, come è stolto il mondo nei suoi apprezzamenti, come è cieco nei suoi giu­dizi! Lo scintillare di una livrea, un ondeggiare di pennacchio lo commuove, lo mette in visibilio, e nessuno intanto pensa a Dio, se non per offenderlo e per bestemmiarlo, e anche le persone serie si lasciano trascinare, distrarre come gli uomini del secolo.

Anch'io l'ho veduto, questo uomo; ma tutta questa baldo­ria mi ha annoiato, lasciato il cuore scontento. Il rapido passaggio dei cocchi sfarzosi della gran corte delle maestà reali mi ha ricor­dato più evidente il «sic transit gloria mundi» (IC 2.6) e il «va­nitas vanitatum et omnia vanitas» (Qo 1,2).

Eppure questo uomo, tuttoché protestante, qualche cosa di ve­ramente buono l'ha fatto qui in Roma.
E che cosa ha fatto? Ren­dendosi superiore a certe voglie tendenziose dell'anticlericalismo italiano e straniero, egli nel fastigio della sua grandezza non si ver­gognò, anzi se l'ebbe ad onore, di visitare e di chinarsi davanti ad un altro uomo, ad un povero vecchio perseguitato, ma che egli ha riconosciuto siccome più grande di sé: davanti al Papa, al vicario di Gesù Cristo.

E questo fatto oggi è così solenne da segnare una pagina gloriosa nella storia del pontificato romano; fatto altamente figu­rativo, questo, di un re eretico dell'Inghilterra protestante e da più che tre secoli persecutrice della Chiesa cattolica, che va a presenta­re personalmente i suoi omaggi al povero vecchio Papa, tenuto co­me prigioniero in casa sua.

È un segno dei tempi (Mt 16,4) che dopo una notte burrasco­sa si irradiano di una luce novella sorgente dal Vaticano, un ritor­no lento ma vivo e reale delle nazioni in braccia al Padre comune che da tanto tempo le attende, piangendo la loro stoltezza, un trion­fo di Cristo Re che sollevato sulla croce trae un'altra volta a sé tutte le cose (Gv 12,32). E per questo la visita del re Edoardo mentre mi conferma nella vanità dei rumori mondani, mi eccita a ringraziare il buon Dio che tiene le chiavi del cuore umano e, attraverso a tutti gli intrighi del­la politica, trova modo di far risplendere la gloria del suo nome e della sua Chiesa cattolica."
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A seguito di un accordo all'interno del Partito Laburista, dopo dieci anni, da leader del partito e leader governativo, Tony Blair avrebbe dovuto lasciare le consegne a Gordon Brown, in data 24 giugno cedergli la carica di leader laburista e il seguente 27 giugno la carica di Primo Ministro. Nei due ultimi mesi del suo Governo quindi Blair ha pianificato un vero e proprio "tour" mondiale conclusosi con la visita in Vaticano. Sabato 23 giugno 2007 l'uscente premier britannico Tony Blair è stato ricevuto in udienza ufficiale dal Sommo Pontefice.

L'udienza è stata particolarmente attesa dai media a causa delle voci insistenti di una conversione di Blair al credo cattolico professato dalla consorte Charie (e nel quale sono stati battezzati ed allevati i loro figli). Conversione di cui si sarebbe volutamente dare nunzio solo dopo la fine del mandato politico dell'ufficialmente anglicano primo ministro britannico, per non mettere in crisi il proprio Governo -cioè il Governo di sua Maestà Britannica la quale è anche Capo della Chiesa d'Inghilterra- poichè, seppur godendo di un regime democratico, non di meno, costituzionalmente l'Inghilterra è una teocrazia, al pari del'Iran.

Di fronte al tamtam mediatico proprio sabato mattina a Roma, prima di recarsi dal Papa, per la prima volta Blair ha parlato "papale-papale" della sua presunta conversione ai microfoni della Bbc dichiarando che il suo passaggio al cattolicesimo «non è ancora definito». Nel frattempo il Times usciva con un'intervista al medesimo Blair il quale affermava che il passaggio formale alla Chiesa Cattolica Romana è una questione «in sospeso» e altresì "rassicurava" che non ci sarebbe stato un annuncio formale dopo la visita a San Pietro (rassicurando il puritano uditorio britannico che sabato 23 giugno non ci sarà nessuna fumata bianca è che il cardinale protodiacono potrà starsene tranquillamente a casa sua).


Blair è arrivato in Vaticano poco prima delle undici.
Sedutosi alla scrivania della Bibilioteca dell'appartamento pubblico di fronte al candido pontefice che si congratulava per il successo dell'appena conclusosi vertice europeo di Bruxelles, Tony Blair forse un pò disturbato degli insistenti flash dei fotografi pontifici ha confessato al venerando Pontefice: "A volte mi sembra che passiamo tutta la vita sotto i riflettori".
I commentatori vi hanno letto uno sfogo del cuore del pio Tony addolorato per la continua disamina con cui della sua più intima vita spirituale e religiosa si pascolano cinicamente i media.

Singolare anche la dinamica dell'incontro, infatti dopo circa venticinque minuti di colloquio privato tra Pontefice e Primo ministro inglese, e' stato introdotto nella Biblioteca anche il cardinale Murphy O'Connor arcivescovo di Westmister e primate cattolico d'Inghilterra e il colloquio a tre e' proseguito per altri dieci minuti. Solo dopo e' entrata la moglie di Blair e le altre persone del seguito.

"Emblematico" è stato valutato il dono del'uscente Primo ministro britannico: un quadretto con tre foto d'epoca del cardinale John Henry Newman ovvero il più celebre anglicano convertito al cattolicesimo dell'età vittoriana e "padre spirituale" di tutti i successivi "ritorni a Roma" degli anglicani nell'ultimo secolo e mezzo.
Compiaciuta del fatto che il sedici volte Benedetto abbia assi gradito l'omaggio è intervenuta nel dialogo Cherie "la cattolica": "Questa è la firma di Newman!" ha sottolineato la moglie del premier britannico,indicando una firma apposta sopra una delle tre foto.
Benedetto XVI ha contraccambiato con rosari e medaglie del pontificato.

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martedì, settembre 06, 2005

La Ceremonia del Besamanos



Don Juan Carlos primero y la reina Sofia sono atterrati la mattina del 5 settenbre 2005 a Ciampino. Alle ore 11 antimeridiane sono stati ricevuti in privata udienza dal Sommo Pontefice “ccioiosamente” regnante nella residenza estiva delle “Ville Pontificie” di Castel Gandolfo, poi terminato l’incontro “los Reyes” hanno ripreso il volo per Madrid.

Era conveniente, infatti, che la prima udienza di un Papa a membri di una famiglia reale fosse riservata alle “Loro Maestà Cattoliche”. E così Papa Benedetto, con addosso quella stola ricamata che lo avvolge quasi fosse un ampio piviale, tra ampi sorrisi, ha steso la mano per il bacio dell’anello alla regale coppia.


L’incontro è durato in tutto 32 minuti, si è svolto in modo volutamente informale e con dei toni molto cortesi, dovuti ad una consuetudine tra le due autorità che supera ormai il mezzo millennio!

Il re di Spagna si è rivolto al Santo Padre in lingua italiana.
"Trato de no perder mi italiano" ha spiegato Juan Carlos; nato a Roma e battezzato dal cardinale Eugenio Pacelli; in realtà ha parlato italiano per creare la maggior familiarità possibile con Benedetto XVI che, a differenza di Papa Wojtyla, parla molto male lo spagnolo.

A mio modesto parere sono proprio queste le piccole cose che conquistano di Benedetto XVI: di questo finissimo intellettuale tedesco, che però non diversamente da tanti italiani incolti, pensa che per farsi capire dagli ispanofoni basti storpiare un po’ l’italiano aggiungendo tante esse (ed infilandoci un “carramba” qua e là).

La regina ha rivolto alcune espressioni augurali in tedesco, al che Papa Ratzinger ha ricambiato la cortesia sforzandosi di dire qualcosa che assomigliasse al “castillano”: probabilmente si riferiva a questo la regina Sofia quando ha dichiarato che il Papa ha molto senso dell’umorismo.

Il Pontefice ha parlato con soddisfazione del suo primo viaggio apostolico in Germania; ha confidato che alla Giornata Mondiale della Gioventù “gli Spagnoli si vedevano subito”cioè si erano fatti sentire (vale a dire avevano fatto un gran chiasso!); osservazione che poteva intendersi come un’esternazione di compiacimento papale per la “vitalità” dei giovani cattolici ispanici; i regali ospiti hanno quindi prudentemente preso le parole del Papa per un complimento.

Benedetto XVI ha poi mostrato di interessarsi delle vicende della real famiglia borbonica; ha chiesto notizie degli Infanti, dei loro coniugi e delle loro rispettive proli. “El Rey Catholico” ha ricordato la primogenita "criatura" di cui sono in dolce attesa i Principi delle Asturie: "no sabemos todavia si serà nigno o nigna"- ha spiegato quel gran sentimentalone di nonno Juan Carlos.

Papa Ratzinger (certamente rallegrato nell’intimo alla notizia che in Spagna ci sono ancora famiglie “tradizionali”) ha rammentato alle “Loro Maestà Cattoliche” di essere stato spesso da cardinale nel paese iberico, facendo intendere implicitamente che le sue nozioni sulla Spagna non principiano con l’era Zapatero. Il re ha allora invitato il Pontefice a recarsi in viaggio apostolico in Spagna nell'occasione della Giornata Mondiale delle Famiglie che si terrà a Valencia nel 2006.

L’incontro internazionale delle famiglie cattoliche era stato convocato a Valencia per volontà di Giovanni Paolo II e confermato dal nuovo Papa in una lettera indirizzata al Cardinale Alfonso López Trujillo, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, datata 17 maggio 2005. L’incontro dovrebbe svolgersi nel territorio dell’arcidiocesi valenziana dal 4 al 9 luglio 2006.

In vero fu il Presidente del Governo José Luis – Giuda - Rodríguez Zapatero che appena eletto corse da Papa Wojtyla ad omaggiarlo –fintamente- e ad invitarlo ufficialmente a visitare la Spagna.
Ora quindi il re non ha fatto altro che reiterare al successore di Giovanni Paolo II l’invito del Governo spagnolo. E c’è da credere che Benedetto XVI abbia gradito assaissimo l’invito a recarsi a “Zapaterolandia” a tenere qualche “caliente” catechesi sul tema matrimonio e famiglia!

Alla fine è stato presentato al Papa il piccolo seguito della coppia reale, si sono scattate le foto di rito e si è svolto il tradizionale scambio dei doni.
Il dono dei monarchi spagnoli al Papa è stata la copia anastatica di un codice del X secolo scritto in mozarabico e romanico. Il Papa se l’è cavata con un rosario ed una medaglia della Sede Vacante.




Essendo la prima volta che “los Reyes” andavano a Castel Gandolfo, il Papa, tra il compiaciuto e l’impacciato, ha fatto fino in fondo il padrone di casa, conducendoli sulla terrazza che si affaccia sul lago di Albano.
“Bellissima vista”: ha commentato la coppia reale visibilmente colpita dal panorama.
Papa Benedetto ha risposto col sorriso tipico dei timidi e alzando le mani al cielo come a voler dire: anche a me fa un certo effetto abitare qui! Mi devo ancora abituare: ‘sta villa m’è caduta così improvvisamente sulla “noce del capocollo”!

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