sabato, giugno 30, 2007

musica musicanti! 3



Nella "eroica" scena finale del film "Alatriste- Il destino di un guerriero", ascoltando i primi rintocchi della celebre "La Madrugà", tipica marcia processionale della Semana Santa sevigliana, ho sobbalzato sulla poltrona del cinema.
Ma devo altresì confessare che nella mia pochezza non l'ho riconosciuta immediatamente confondendola con la marcia "Amargura" e con la marcia "Caridad del Guadalquivir".

Ho trovato quanto mai azzeccata la scelta del sottofondo per il massacro finale della battaglia di Rocroi (rispetto all'altra opzione del brano originale appositamente composto per il film dal compositore Roque Baños: una specie di bolero in cui un coro canta un inopportuno "gloria in excelsis"), battaglia che segnò il tracollo militare della Spagna del Siglo de Oro.
Una musica solenne ma pur sempre musica penitenziale -e funebre- che opportunamente -col senno del poi- sottolinea la fine di un'era irripetibile della potenza spagnola.
Ovviamente lo spettatore spagnolo (della pellicola spagnola più costoso nella storia della cinematografia iberica) sa benissimo cosa voglia dire "Rocroi", così come sa benissimo cosa siano le funebremente allegre processioni della Settimana Santa in quell'Andalusia di cui era originario il romanzesco personaggio del capitano Diego Alatriste. Quell'Andalusia in cui tradizionalmente sono stati i direttori di bande militaria a comporre le musiche che accompagnano le barocche processioni dei simulacri della Vergine dolorosa e del Cristo appassionato.
Tra i più celebri e prolifici contemporanei è il colonnello Abel Moreno Gonzales autore appunto della, moderna (1987) ma considerata già classica, marcia "La Madrugà" e membro del reggimento conoscito come il "Soria 9" cioè corpo militare della fanteria spagnola diretto discendente della compagnia militare dei reduci delle Fiandre (cui apparteneva Alatriste) che parteciò alla sventurata battaglia di Rorcoi.

Etichette: ,

giovedì, marzo 22, 2007

visioni private /15



Ovvero: più che un articolo , un lungo lenzuolo ad opera di Maurizio Crippa [sul Foglio di mercolesì 21 marzo 2007] con cui egli fascia le piaghe di Cristo provocate da "I cento chiodi" di Ermanno Olmi.

CROCIFIGGERE I LIBRI
Un prof. di religione inchioda la biblioteca e cerca tra gli umili la fede autentica. L’ultimo film di Olmi contro la religione (“che non ha mai salvato nessuno”) si presta a equivoci simbolici. E Magris ne approfitta


"I chiodi sono proprio dei chiodoni, una spanna di ferro brunito come quelli della croce di Gesù. I libri non sanguinano, nella loro quint’essenza di lettera morta. Il professore che inchioda i libri ai muri e al pavimento ha già barba e capelli e occhi da Nazareno, ma per il momento è solo un professore di Filosofia delle religioni, giovane e di successo. Che a un certo punto non ne può più, delle religioni e del successo. Perché “le religioni non hanno mai salvato nessuno”, come dice a una bella studentessa, e guai a chi “nella sua vita ha amato più i libri che gli uomini”, come dice a un vecchio monsignore.
E’ morta dottrina, e bisogna ribellarsi.

Butterà tutto e se ne andrà in riva al Po, a cercare con gli umili e i semplici il miracolo dell’amore e della fede autentica, no religione. Parafrasi cristologica, direbbero i dottori del tempio.
Il regista che vuole parlarci del “Cristo delle strade, non l’idolo degli altari e degli incensi”, il regista che ritiene libri e altari solo “comoda formalità, ipocrita convenienza o addirittura pretesto di sopraffazione”, il regista che vede nel cristianesimo la “ribellione che Cristo compie nel disturbare la vita del tempio”, un cristianesimo senza dottrina e fuori dalle chiese, il regista di questo vigoroso attacco alla religione si chiama Ermanno Olmi.

Non un dissacratore di ogni Dio e di ogni fede, non un cascame dell’eterna commedia anticlericale all’italiana. Ma un artista profondamente religioso, anzi un cineasta cattolico, definizione troppo stretta e troppo larga che però lui si è portato dignitosamente sulle spalle tutta la vita, quando portarla pesava
più che adesso. Di questo suo “Cento chiodi”, che uscirà nelle sale il 30 marzo, ha già detto che è il suo ultimo film di narrazione.

E dunque l’ha girato con “la consapevolezza che l’ultimo atto riassume il senso di tutta la tua esistenza”. Lo ha riassunto così: “Mi sono chiesto: che cosa racconto
nel mio ultimo film? Meglio ancora: di chi parlo? L’unico interlocutore che continua a interrogarmi, senza che io riesca a darmi risposte rassicuranti, è Cristo, una figura inquietante che da duemila anni occupa uno spazio della nostra esistenza pur non avendo mai scritto un libro”. E ha cavato un film che vuole smascherare “la non verità della religione”, contrapposta alla fede, come dice René Girard, con frasi anche violente, dove si accusa “Dio, il massacratore dell’umanità”, che “il giorno del giudizio sarà Lui a dover rendere conto della sofferenza dell’umanità”.

Un film che si presenta alla prima scena con un gesto non già blasfemo (e perché mai? il cristianesimo non è una religione del Libro), ma certamente provocatorio. Una ribellione contro la religione intesa come teologia, dogma. Non l’istituzione interessa a Olmi, ma il Cristo “uomo, uno come noi, che possiamo ancora incontrare in un qualsiasi giorno della nostra esistenza: in qualsiasi tempo e luogo”. Una ribellione che ha qualcosa a che fare con il rifiuto della storia – il passato di una religione – in nome di una fede da ritrovare, inchiodando il passato al proprio passato. Temi suggestivi, carne in cui affondare i denti.
Poiché oggi che non è solo “il sacro” a rivendicare il suo posto nella storia, ma a rivendicarlo è proprio il nome e la storia di quel “Cristo” che, metaforicamente, Olmi affida al viso di Raz Degan. Oggi che la cultura è al bivio tra non dimenticare le proprie radici o scegliere la strada di una fede egoriferita, che si arrovella con scetticismo attorno alle sue domande.

In attesa di vederlo al cinema, già si può azzardare che il film di Olmi abbia colto il punto, e che troverà ascolto in primis tra i critici della religione: non tanto gli Odifreddi ottocenteschi, ma più ancora i cultori di quella religiosità secolarizzata, un po’ parente povera della gnosi, che ama meditare spiritualisticamente al riparo dalle ingerenze di ogni fede rivelata. Insomma quella dell’intellettualità alla Corrado Augias e Mauro Pesce e alle loro indagini su Gesù. Del resto un piccolo saggio di come verrà trattato questo piccolo grande evento culturale lo ha già offerto Claudio Magris, uno dei pochi fortunati ad aver già visto i “Cento chiodi” e che ha firmato per Federico Motta Editore la prefazione al volume fotografico che accompagnerà l’uscita del film, e che contiene anche una conversazione tra il regista e il biblista Gianfranco Ravasi.

Nel suo breve scritto, Magris prende il film proprio dal suo verso più controverso, come un richiamo a una sacralità diffusa, senza dogmi e senza storia, facendo forza (e banalizzando un po’) sulla teologia protestante, sulla distinzione tra fede e religione cara a Karl Barth, sul rifiuto del “Dio tappabuchi” denunciato da Dietrich Bonhoeffer. Ma, soprattutto, per Magris Cristo è un simbolo, un ideale a-storico, disincarnato e dunque malleabile: “E’ uno degli uomini (forse anche molti, sconosciuti e ignoti) che possono diventare Cristo, con la loro vita, o meglio nei quali il sacro – Dio, il divino, il Verbo – si può incarnare, com’è accaduto una volta in Galilea”.
Così in tre pagine riesce in un’impresa di riscrittura idealistica del cristianesimo come neanche Dan Brown, infila un’interpretazione ereticale via l’altra.

Spiega Magris che “la fede non è un contenuto dottrinale, bensì una sostanza della persona”.
Che il Vangelo va “scoperto sotto le apparenze di una realtà quotidiana, lontana – nel tempo e nello spazio – da quella storia in Galilea e dalle costruzioni filosofiche e teologiche costruite nei secoli intorno a quella storia”.
Si fa scortare da Rudolf Bultmann, certo, il grande teologo protestante della “demitizzazione” del Vangelo, per liberare “il senso perenne della parola e dell’agire di Cristo dalla veste storicamente e fantasticamente condizionata con cui ogni epoca li avvolge”.
L’universalità di Cristo “non si limita ad alcuna epoca e ad alcun paesaggio”, è il suo succo: dunque è liberamente inchiodabile come un libro vecchio, confutabile nel più completo e personale relativismo.

Sulla carta, insomma, il film di Olmi si presterebbe ai sostenitori di un Cristo che non vuole “diventare una figura idolatrata, un Capo oggetto di culto e quindi potenzialmente limitatore della libertà di ognuno”. Del resto, per Magris, “pure nei Vangeli il Cristo che riappare dopo la resurrezione è quasi immateriale, una parvenza più che una presenza”. Un brivido giù per la schiena, per chiunque abbia visto un quadro di Caravaggio o abbia letto in qualche copia del Santo Evangelo non ancora inchiodata di Gesù che, dopo la resurrezione, mangiava pesce arrosto sulla spiaggia con i suoi amici.

Ma sono le stesse idiozie che sostanziano il danbrownismo, la non-religione diffusa che domina il rapporto con Dio nella nostra epoca di noia metafisica. E’ l’idea del cristianesimo che gira attorno.


La difesa di monsignor Ravasi

Ma gli Augias e i Dan Brown li ha già smentiti ufficialmente il Vaticano: niente processi, per carità, che non è più il tempo.
Però la dottrina della fede è pur sempre la dottrina della fede. Inutile dire che a Ermanno Olmi non accadrà nulla di anche lontanamente simile, non sarà sottoposto a censure né si prenderà una spazzolata come accadde invece a Jean-Luc Godard, quando provò ad accostarsi con troppa attualità e scarso rispetto dogmatico alla Vergine in “Je vous salue Marie”.
Ma Godard era un ginevrino ateo e pure calvinista; Ermanno Olmi è un vecchio cattolico bergamasco, figlio del popolo e di una fede semplice, tutta legata alla storia e alla terra.
Domenica scorsa lo ha preventivamente esaltato l’Avvenire, presentando il suo film, e per lui garantisce monsignor Gianfranco Ravasi, amico e bibliotecario, paradossalmente come quello a cui Raz Degan inchioda i preziosi manoscritti.

Il suo film di commiato è un atto di fede, come del resto lo sono stati quasi tutti i suoi precedenti. Fede semplice e tormentata a un tempo. “Olmi ha voluto non dissacrare, ma de-sacralizzare la religione, per ricordare l’importanza della fede, di un rapporto autentico con la natura, le persone, con il calore di una carezza. La sua è la rappresentazione del Cristo incarnato”, lo difende monsignor Ravasi:
“Punta il dito contro l’istituzione sclerotica, ma la sua è una metafora evangelica. Non c’è niente di spiritualista, anzi c’è semmai un eccesso di incarnazione. E non è neppure contro la chiesa, il suo personaggio anzi raduna attorno a sé proprio una comunità, con cui ripete i gesti dei sacramenti. Ovviamente sotto forma di metafora
poetica”.

Ammette Ravasi che sì, “è possibile che il film si possa prestare a qualche lettura contraria, alla negazione dell’istituzione, ma in Olmi non trovo il cristianesimo ridotto a sociologia, a opinione. Lui per primo si stupirebbe di una simile lettura”.

Certo però la sua visione “è quella di un ritorno a un cristianesimo ideale, primordiale, e può essere legittimo che il film venga letto da qualcuno in questa chiave. Fa parte dell’ambiguità dei simboli”.



Piuttosto, allora, ci sarà da interrogarsi sul cristianesimo di Olmi. Di dove venga e cosa porti con sé.
Il vecchio ragazzo della Bovisa, il figlio del cattolicesimo padano e giovanneo non è certo uno scettico demolitore della fede o un relativista à la page, uno che rifiuti lo scontro sanguigno dell’uomo con la verità in nome del Dio tappabuchi.
Anche se, dopo una carriera d’insulti da parte della critica proprio a causa della sua religiosità, è diventato un po’ un idolo di certa sinistra quietista, da “Il mestiere delle armi” in poi, letto in chiave pacifista (“il mio film non è certo una bestemmia contro chi crede in un Dio trascendente, semmai un’accusa verso gli uomini che stanno tradendo il Dio della pace”).

Olmi è soprattutto uno che è “sempre stato leale con le storie che ha narrato”. Un cineasta le cui immagini “sono belle perché sono splendore del vero”, come diceva Godard del cinema di Rossellini, suo maestro ideale. Un uomo della Bassa, cresciuto negli stessi campi lunghi e nello stesso dialetto del Papa del Concilio. E a Giovanni XXIII ha dedicato un bel film tormentato, “E venne un uomo”.

Olmi non è la chiesa del Concilio, intesa come quella pletora di cattolici variamente adulti, quelli che non amano sottostare a nessuna dottrina. La sua è una religiosità appunto giovannea, se per giovanneo si intende l’afflato dello Spirito del Concilio: ritornare alla carne e non alla lettera morta del cristianesimo, perché “le religioni non hanno mai salvato nessuno”.

Cristianesimo ed ethos della terra

Allo stesso tempo la spiritualità di Olmi (non si vuole qui minimamente impalcarsi a giudici di nessuno, di un artista men che meno) è un po’ caso esemplare della storia del cattolicesimo di questo secolo. Olmi è nato nel 1931, figlio di quella fede dei padri, che è stata in Italia un tutt’uno con l’ethos della terra e come un’idea precisa delle cose di lassù. Quella fede tramandata che, a dispetto dei più efferati laicisti, ha preservato l’Italia come “un terreno molto favorevole”, come l’ha definita Benedetto XVI a Verona. Un cristianesimo che era tutt’uno col sentimento del vivere, del morire, del faticare e dell’essere leale con le cose, con la natura, nel loro dato di “essere dati”. Che è un po’ anche la cifra poetica di Olmi. Ma che è anche la cifra di un cristianesimo che a un certo punto ha iniziato a scoprirsi tutto crepe ed inaridito, come le secche del Po, travolto dalla modernità in quanto sinceramente convinto, desolatamente convinto, che la modernità l’avesse già travolto. Un cristianesimo ormai incapace di guardare le cose di lassù, ma anche di reggere lo scontro a suon di ragione con quelle di quaggiù. Al di là (o meglio malgrado la sua personale parabola umana e artistica), Olmi è un po’ anche il riflesso emblematico di un cristianesimo che è andato perdendo il bandolo della sua millenaria matassa. “Se Cristo fosse qui”, ha titolato Famiglia Cristiana un articolo dedicato a “Cento chiodi”. Alla fine del film, Olmi fa andare via il suo “Cristo”. Metafora trasparente dell’Ascensione, assicura Ravasi, ma per non tornare più. E mica gli viene in mente di dire: “Sono con voi tutti i giorni”. E’ il cristianesimo del Dio Nascosto, che bisogna cercare e non si fa trovare. “No, no, no… Credo che Dio non parli con l’uomo. Guai se lo facesse. Arrivo a dire che, forse, Egli non vuole nemmeno che si parli con lui”, ha detto in un’intervista lo scorso anno.
“Ha nell’esistente i suoi rappresentanti: parla attraverso la luce, il buio, l’erba, i fiori… Il senso della vita non bisogna andare a cercarlo, bisogna porsi in ascolto, in silenzio”.
Il perfetto viatico della laicità. Ma anche la debolezza di un cristianesimo per cui Gesù è diventato soprattutto uno da cercare. Mica uno presente. E’ il Deus Absconditus che è stato caro alla generazione dei Lazzati, dei David Maria Turoldo, per citare un altro artista che aveva messo radici nella terra di Papa Giovanni.

Diverso è però immaginare il povero Olmi in compagnia dei cattolici adulti che useranno la sua estrema parabola cristologico-padana per inneggiare al Dio che si nasconde, altro che il Dio che rivendica un posto pubblico, altro che la pretesa di giudicare la vita e la morte, il bene e il male. Eppure Olmi proprio questo accusa. Rimprovera la ragazza che studia Filosofia delle religioni, invece di prendere sul serio la fede. “La lettera uccide, è lo spirito che dà vita” (2 Corinzi, 3,6)."

Etichette: ,

sabato, marzo 10, 2007

La composizione del luogo

Ovvero: Mariarosa Mancuso recensisce sul Foglio di sabato 10 marzo 2007 il film "IN MEMORIA DI ME" scritto e diretto da Saverio Costanzo.



Saverio Costanzo dichiara nelle interviste – genere letterario da non prendere alla lettera, ma quando la stessa frase si rincorre virgolettata su vari quotidiani, e nessuno la smentisce, finisce per fissarsi in testa – che “la giovinezza nel suo caso ha saltato un giro”. Accantonate le ciance quotidiane che occupano i trentenni, preferisce meditare sulle Grandi Questioni: il conflitto tra arabi e israeliani in “Private” (suo primo e premiatissimo film, a dispetto del finale aperto e di qualche incongruenza); la spiritualità nell’opera seconda, unico titolo italiano in concorso alla Berlinale.

Progetto lodevole, non fosse che il cinema risulta poco adatto alla meditazione. “In memoria di me” si risolve in un’alternanza di inquadrature quasi fisse – chiostri e interni del convento sull’isola di San Giorgio Maggiore, a Venezia – e di dibattiti teologici tra il padre superiore e il novizio Andrea, che si è lasciato il mondo alle spalle per un periodo di prova. Sembra di capire, senza il sostegno di una vocazione.
Sta cercando qualcosa, anche se non sa esattamente cosa: purtroppo la sceneggiatura non è abbastanza solida per far sì che lo spettatore partecipi al suo cammino e ai suoi turbamenti.

Per esempio, avremmo la curiosità di sapere se lo attira la fede, o soltanto il rigore di un’esistenza organizzata. Se lo affascina la solitudine, oppure la vita segreta dei compagni che vivono nella cella accanto. Se è interessato ai dibattiti teologici – basta credere fermamente, o bisogna anche amare? – oppure alle regole che impongono di denunciare le deviazioni di cui viene a conoscenza.

Il volto impassibile, e l’accento lievemente esotico, dell’attore bulgaro Christo Jivkov non sciolgono i dubbi. Risultato: “In memoria di me” funziona come uno specchio. Lo spettatore finisce per ricavarne esattamente quel che proietta sulle immagini (altra cosa che c’entra poco con il cinema, o almeno con il cinema che amiamo).
Ecco perché i critici italiani hanno lodato, e i critici tedeschi hanno stroncato: dove il ricatto intellettuale funziona, uno si vergogna a far sapere in giro quanto si è annoiato. Al massimo apre il dibattito sul bacio tra maschi: sarà a sfondo gay come nel romanzo di Furio Monicelli?
No, risponde il regista, è un bacio dostoevskiano.
A questo punto, gli irriducibili ancora decisi a sostenere che il re è nudo, tacciono per non far la figura degli idioti ignari dei “Fratelli Karamazov”.

Etichette: ,

martedì, marzo 06, 2007

Latae Sententiae [2]

Ovvero: "visiono private"

Il buon Ferzan Ozpetek presentando "SATURNO CONTRO" ha mille ed una volta prevenuto l'eventuale veggente della sua pellicola che il prodotto della sua regia cinematografica non trattava affatto di astrologia. Si tratta solo di una battuta all'inizio del film detta da un'Ambra Angiolini cocainomane e molto insicura per giustificare le proprie fragilità.

Appurato ciò, vorrà dire che Saturno non si opporrà, perciò, se io dichiarassi che, se avessi avuto la ventura di visionare la pellicola per tempo, avrei suggerito un titolo più aderente alla trama del film, ovvero: "LA TAVOLA VALDESE"!

Etichette: ,

lunedì, febbraio 26, 2007

Carenza di Bosforo /2

Ovvero: "Saturno contro"



Dal 23 febbraio 2007 (e primo venerdì di quaresima) è arrivato sui grandi schermi italiani il nuovo film di Ferzan Ozpetek e parimenti torna, immancabilmente, anche Serra Ylmaz la quale, grazie al viaggio apostolico del sedici volte Benedetto in Turchia, è universalmente apparsa ad Ankara accanto al Papa sfoggiando per l'occasione corti capelli tinti di bianco, probabilmente per non sfigurare accanto alle canizie ratzingeriane.

Ai giornalisti che l'hanno poi intervistata, increduli, chiedendole come mai proprio una "icona gay" fosse stata scelta dal Governo turco per fare da traduttrice ufficiale al Romano Pontefice ed il primo ministro e poi col Presidente della Repubblica (insinuando sottilmente una possibile volontà di Erdogan di mettere in imbarazzo l'ospite poco gradito, quasi che Ratzinger avesse la minima cognizione dell'esistenza stessa di un Ferzan Ozpetek!), parmi che Serra Ylmaz rispondesse un poco alterata che non c'era niente di eclatante nel suo apparire al fianco del Papa poichè la sua attrività principale non era quella di fare la "Musa" del regista suo conterraneo.
Poi però in "Saturno contro" recita la parte di una donna turca che fa la traduttrice-interprete e con i capelli color platino.

Etichette: , ,

giovedì, gennaio 20, 2005

"PAUSANIA" Time-OutLand


E sono andato a vedere ALEXANDER.
Ascoltando i commenti di chi usciva dal cinema – molte distinte coppie ultrasessantenni di cui almeno uno esser dovea, un reduce dal Classico – nessuna voce si accodava allo scalpore americano per l’omosessualità, gli unici commenti perturbati (e non) erano per i “labbroni” di Angelina Jolie.

- Ma poi, quell’attrice! Sempre così acida, con quei labbroni! Recita sempre protendendo avanti quei canotti!

Quindi mi avvio a prender il meraviglioso posto assegnatomi; ringraziando mille volte Dio che la vecchia matta “puzza di alcol e di piscio” si sia alzata dalla mia fila; gentilmente scacciata da una borghesissima – e, Deo gratias, profumatissima – coppia che reclamava le esatte poltrone segnate sul biglietto; andandosene brontolando verso i sopraggiunti un sommesso “rotti in culo!”: un propedeutico indizio sulla vicenda biografica del re macedone?

Per ripicca all’affronto subito la “disturbata” và a cercare posto in tutt’altra direzione dove i “sullodati” non possano darle fastidio. Meno male. Quell’odore di putrefazione nelle vicinanze, avrebbe reso iperrealistiche - e quindi insopportabili - le lunghe scene di cruenta battaglia.
Ma dove avrà trovato sette euro e cinquanta per venire al cinema: sotto ad una bottiglia di maraschino? Per me si è infiltrata dalle porte d’uscita… Vabbè, cerchiamo di concentrarci sull’“evento”. Qui la gente è accorsa aspettandosi qualcosa di… importante.

Mi guardo intorno: che bel pubblico! Molte coppie ornano i seggi della “Candida Rosa”. La giovane supplente di latino occhialuta con filo di perle al collo e con fidanzatino – papillon munito - al braccio; presso sta la tipica cinquantenne professoressa di Lettere e marito di sinistra. Alcuni gruppuscoli di (3 massimo 5) maschi quattordicenni, con la voglia di ottimizzare il tempo fra una serata tra amici e la speranza di saltare a piè pari lo studio d’un capitolo di storia.

Me la immagino la scena:
- La battaglia di Gaugamela?
Allora professorè, ce stava sto Alex a cavallo di Furia cavallo del West, che nel deserto aizzava l’esercito prima della battaglia, no? Che poi sti greci prima de andà a la “guera” erano un po’ come i calciatori, cioè andavano in ritiro prepartita… ma si, professorè che ha capito benissimo! Cioè come Totti obbligato a stà senza Illary… anche se in questo caso Efestione e Hilary hanno solo il taglio di capelli in comune…però questo Alexander non è proprio frocio frocio, perché quando invade l’Afganistan si sposa con una cubana da paura! Vabbè , dunque…
Alexander dà la carica ai greci contro i persiani che in realtà sono gli antichi turchi mussulmani tant’è vero che il loro capo è sputato a quel “Raz de can” di Osama Bin laden che si è fatto cotonare la barba…

Si accomodano nella fila avanti, delle cinguettanti mogli di professionisti, elettrizzate perché pur essendo ignorantissime di storia sentono che i loro mariti le hanno condotte ad un appuntamento culturale. Adunque si principi l’epopea!

Comincia la visione, anzi: comincia la “versione”!
A scuola ho fatto solo versioni di latino, ma comunque mai più di due ore…Oliver Stone se ne è prese tre: ma alla fine devo dire che, se fosse stato mio compagno di classe la mia prof, maneggiando la matita rossa e blu, avrebbe definito la creazione del regista, una traduzione “ad sensum”.
Detto da lei era un gran complimento, era importante se eri riuscito a trovare il bandolo della matassa in una storia degli antichi.

Etichette: ,

mercoledì, novembre 17, 2004

il coccodrillo come fa?

Un annetto fa, ai tempi in cui andai a vedere Magdalen, già sui mezzi di comunicazione si vociferava maliziosamente che Pedro Almodovar (aia!) stava girando un duro film di denuncia (mamma!!) contro i preti pedofili(Aiuto!!!) .

Il senso era: voi clero-e clericali annessi- che vi stracciate le vesti adesso -ah!ah! Ah!risata- tremate!Che quando arriva Almodovar “so cazzi!” (e non solo metaforicamente).

Io –che se lo dice un giornalista ne avrà ben donde!- mi ero quindi già preparato al peggio, poi ad Agosto ho conosciuto Ignacio.

Ad Agosto ho lavorato come cameriere in uno stabilimento balneare sulla spiaggia di Nettuno, gomito a gomito con Maria Goretti.

Un animatore spelacchiato dovendo, con la sua pianola, rallegrare il pranzo delle allegre vecchiette, spesso si portava a dargli man forte, i due figlioletti (5 e 14 anni) già ampiamente inseriti nel mondo dello spettacolo!

Il maggiore, ad inizio carriera, partecipò e vinse lo Zecchino d’Oro, con un pezzo che rimane uno tra le più gloriose canzoni della musica contemporanea. Un giorno, trovandomi a pranzare col suddetto Gremlins, sforzandomi di fare l’umano, gli chiedo del suo “lavoro”nel cinema.
Si schermisce: niente di importante, lui fa il doppiatore, e soprattutto di cartoni animati.

Io -infondo, anche a me stà a cuore il futuro della specie- gli ho espresso tutto il mio compiacimento per la ricchezza, la vivacità di quel bagaglio d’ esperienze che sta acquisendo, in questa età nella quale si schiudono le potenzialità; bagaglio che avrà comunque un indubbio valore formativo della sua strutturazione personale. Ovviamente non glielo ho detto con questo lessico: io non molesto i bambini!

Parlottando vengo a sapere che ha appena finito di doppiare La Mala Education; ed io mi ritrovo a pensare ad una fredda sera d’autunno dell’anno prima, mentre esco dal cinema.

-E tu quale personaggio hai doppiato?

-Ignacio.

Io ignoravo che ruolo avesse esattamente Ignacio nella trama ma lo potevo intuire…
Avrei tanto voluto delle anteprime da rivendermi con aria saccente, poi, agli amici, nell’imminenza dell’uscita del film nelle sale, ma trattandosi di minorenne, ho avuto lo scrupolo di aspettare che la natura facesse il suo corso, e il doppiatore cambiasse timbro di voce.

Ripensandoci, poi mi son detto che lo scrupolo di metterlo a disagio -chidendogli di narrare la trama del film- era forse eccessivo. Dopo essere costretto dal genitore, alla veneranda età di 14anni, a subire l’onta di continuare a cantare una canzoncina per bambini,davanti a delle vecchie plaudenti, per lui, doppiare un abuso sessuale, non poteva essere stato troppo imbarazzante.



E dopo quasi un mese di programmazione, sono andato a vedere questo pruriginoso melò. Ho scoperto che “melò” è un modo elegante per definire una commediola patinata che si ispira all’umorismo della serie dei film di Pierino: per la delusione di quelli che diplomaticamente hanno declinato la proposta di una serata al cinema.

Un polverone per nulla (per poco)! Quelli che si sono scandalizzati, non hanno mai visto i b-moves fine anni ’70 con Alvaro Vitali, Bombolo o Renzo Montagnani: “Dove vai se il vizietto non ce l’hai” . L’accostamento non sembri peregrino, visto che La Mala Educacion è ambientata alla fine degli anni settanta, ed accanto ad un travestito Garcia Gael, non avrebbero sfigurato un Lino Banfi e un Alvaro Vitali vestiti da donna, come nella migliore tradizione dell’umorismo boccaccesco italico d’annata.

Pretenzioso assai parlare di “manifesto della morte dell’Occidente”.Il film di Almodovar segna la crisi della cultura occidentale non più di Alvaro Vitali nella magistrale interpretazione di Paolo Roberto Cotechigno; anche se, me ne rendo conto, la sfumatura omosex, può aver messo a disagio gli spettatori che, come me, sono affetti da una, seppur vaga tendenza all’eterosessualità.



Azzeccato l’ingranaggio-su cui Almodovar lavorava da un decennio-, ma quando si scopre dove sta il trucco, la storia si trascina per (pochi) fastidiosi, prosaici minuti: non c’è più ritmo, forse perché non c’è più finzione.

La filosofia di fondo è che ogni uomo è mendacia, i rapporti tra gli uomini nascono da una volontà di sfruttare l’altro, ed in questo, aimè, “l’ingenuo” Ignacio non è da meno del “cattivo”padre Manolo:
"Penso che perdo la fede in questo momento e, non avendo fede, non credo né in Dio né nell'inferno. Se non credo nell'inferno, io non ho paura. E se non ho paura, sono capace di qualsiasi cosa".
Una lucida fenomenologia dell’abbrutimento umano; alla fine quello che ne esce meglio è proprio padre Manolo: non lo scialbo spretato ma quello del film dentro il film, credibile perché frutto di una sceneggiatura, per l'immaginario dello spettatore era perfetto nel ruolo proprio perché era falso.
Per Almodovar, nessuno ha sincere lacrime per il proprio abbrutimento.

Quizaz, quizaz, quizaz...

Etichette: ,

martedì, ottobre 19, 2004

trarre le conseguenze



L’amicizia è – ma non in senso peggiorativo – il meno naturale degli affetti naturali, il meno istintivo, organico, biologico, gregario e indispensabile...
Quando due persone diventano amiche significa che esse si sono allontanate, insieme, dal gregge. Senza l’eros nessuno di noi sarebbe stato generato, e senza l’affetto nessuno di noi avrebbe ricevuto un’educazione; al contrario si può vivere e riprodursi anche senza l’amicizia... Questa qualità, per così dire “innaturale”, dell’amicizia costituisce un’ottima spiegazione al fatto che essa fu esaltata in epoca antica e medievale, ma è tenuta in poca considerazione ai giorni nostri. L’ideale che permeava di sé quelle età era d’impronta ascetica, volto a una rinuncia del mondo... Unica tra tutti gli affetti, essa sembra innalzare l’uomo a livello degli dei, o degli angeli... Niente è più lontano dall’amicizia di una passione amorosa. Gli innamorati si interrogano continuamente sul loro amore; gli amici non parlano quasi mai della loro amicizia. ( ...)
L’amicizia nasce dal semplice cameratismo quando due o più compagni scoprono di avere un’idea, un interesse o anche soltanto un gusto, che gli altri non condividono e che, fino a quel momento, ciascuno di loro considerava un suo esclusivo tesoro (fardello). La frase con cui di solito comincia un’amicizia è qualcosa del genere: “Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico...”.
Il marchio della perfetta amicizia non è il fatto di essere pronti a prestare aiuto nel momento del bisogno (anche se questo si verificherà puntualmente), ma il fatto che, una volta dato questo aiuto, nulla cambia. Si è trattato di una deviazione, di un’anomalia, di una fastidiosa perdita di tempo, rispetto a quei pochi momenti – sempre troppo fugaci – in cui si può stare insieme... L’amicizia, come l’eros, non è mai inquisitrice. Si diventa amici di una persona senza sapere, né preoccuparsi, se egli sia sposato o meno, o di come si guadagni da vivere. Tali “questioni pratiche”, “affari di secondaria importanza” non hanno nulla a che vedere con la domanda fondamentale: “Vedi la stessa verità?”... Questa è la regalità dell’amicizia: in essa ci incontriamo come sovrani di stati indipendenti, fuori del nostro paese, sul terreno neutrale, svincolati dal nostro contesto... Da ciò deriva il carattere squisitamente arbitrario e l’irresponsabilità di questo affetto. Non ho il dovere di essere amico verso nessuno, e nessuno ha il dovere di esserlo nei miei confronti... L’amicizia è superflua, come la filosofia, l’arte, l’universo (Dio infatti non aveva bisogno di
creare).
(C.S. Lewis)

Etichette: , ,

sabato, ottobre 16, 2004

Viaggio in Inghilterra

Quando lo vidi, sul pullman che (ci) portava in Valle d’Aosta, quella mattina del 7 luglio ’96 ne rimasi spiazzato; affascinato da un messaggio che non riuscivo a comprendere. Non riuscivo a circoscrivere nelle mie categorie di garzoncello scherzoso, tutto quell’appassionata e dolorosa domanda di senso. Il dover nella propria carne celebrare quel “Sacrum Commercium” dell’amore e del dolore - (…) “Nell’ombra esso vapora”/ “Ed è?…” “La Vita, o cavaliere errante!”- era ciò che turbava quel fanciullino, che non ha smesso di avere un cuore tremante: “ (…) Tale è l’arte dell’oscuro Atlante:/ non è, la vedi: è, non la vedi. (…) ”.

-Il dolore di oggi fa parte della felicità di ieri!

-E’ difficile ammetterlo! E’ difficile accettarlo.

Sono parole che aprono un abisso nel quale, precipitarvi sarebbe accettare che la mia vita non è mia.Si ha paura ad abbandonarsi a ciò che non puoi controllare: la Realtà.

-Leggiamo per sapere che non siamo soli; Forse possiamo anche dire che: amiamo per sapere che non siamo soli.

-Beh, professor Lewis, io credo che qualche volta non possiamo far a meno di amare un film!E sussultare stupiti di fronte ad un dvd in vetrina, perche la Verità ti si pone davanti e ti ripropone la sua imbarazzante domanda, non curandosi del fatto che più fanciullini non siamo.

“Quella, tu dici che inseguii, non era

lei?” “No:era una vana ombra in sembiante

di quella che ciascuno ama e che spera

e che perde. Virtù di negromante!”

“Ella è qui, nel castello arduo ch’entrai?”

“Forse la tocchi o cavaliere errante!”
(G.Pascoli)


-Non voglio più vivere altrove! Non aspetto più che succeda niente. Non voglio sapere che c’è oltre la valle, né oltre la collina. Sono qui e mi basta.

-E’ questa la felicità per te Jack?

-Si, si è questa.

-Non durerà, Jack.

-Non pensiamo a questo ora.Non roviniamo i momenti che passiamo insieme.

-Non li roviniamo.Li rendiamo reali.

Fammelo dire, prima che la pioggia finisca e noi torniamo a casa.

-Che cos’è che vuoi dire?

-Che io morirò.

E voglio essere con te anche allora. E sarà così solo se riesco a parlarti di questo, adesso.

-Io me la caverò. Non preoccuparti per me.

-No, io credo che non sia abbastanza. Credo che cavarsela sia troppo poco. Quello che sto cercando di dire è che…

il dolore di domani fa parte della felicità di oggi.

Devi accettarlo.

Etichette: , , , ,

sabato, luglio 24, 2004

Santissimo Salvatores

Un gruppo di giovani osserva una parete della sala parrocchiale su cui viene proiettato "Io non ho paura" di Gabriele Salvatores. Si riaccendono le luci e c'è chi finalmente nasconde il cellulare dopo che ha continuato a mnandare sms per tutta la durata del film. Coloro che presiedono l'assemblea ci invitano ad un'attiva partecipazione al rito dell'ostensione solenne delle riflessioni che la "visione" ci ha elargito.

I moderatori - di quello che dovrebbe essere il dibattito - dando il buon esempio, principiano a pontificare su quesiti esistenziuali che il film ci ha posto, e sulla necessità di una catartica riusposta alle provocazioni intellettuali del film (o che avrebbe dovuto provocare). Orsù, dunque! Che considerazione provoca tale pellidcola in persone che vivono un cammino di fede? Inizia il minuetto di riflessioni fatte di burro e marzapane, che vengono donate e ricevute con il compiacimento di chi sa di presiedere ad un rito il cui cerimoniale si compie austero e solenne.

Si snoda così la sacra rappresentazione dei più venerabili luoghi comuni.

La scoperta dell'alterità, altra faccia della conoscenza del proprio sè.

Necessità di un'azione, al fine di creare strutture di fraternità sociale.

Il bisogno di luoghi in cui vivere autentiche esperienze di comunione.

Le problematiche familiari e necessità di sanare interfacciamenti famigliari inautentici.

Si passa alle riflessioni più strettamente spirituali. Ad esempio accorgersi della presenza di un Destino Buono che si manifesta nella ricerca che l'uomo fa del vero bene dell'altro suo simile; ecc.

A questo punto urge fare un brevissimo sunto di "io non ho paura" per chi ha avuto la possibilità di perderselo. Michele bambino calabrese scopre che il padre ha rapito un coetaneo bimbo lumbard. Il calabresello riesce faticosamente a creare un legame con l'ostaggio. Quando il padre di Michele, nottetempo, deve eliminare fisicamente il sequestrato, Michele lo libera sostituendosi a lui. Quindi suo padre gli spara ma - purtroppo lieto fine - lo colpisce solo ad una gamba.

"Da notare la dimensione cristica dell'atto sacrificale compiuto dal piccolo Michele!"

Beh! Di fronte all'allegoria cristica ho sentito una fitta al petto: come un colpo di lancia al costato, ed ho compreso che le sofferenze dell'uditorio stavano per terminare. Io ero stato eletto a compiere quell'atto redentivo, che non esiterei a definire cristico.
La mia religione, infatti, mi insegna che una dimensione cristica non la si nega a nessuno!

"Su! Avanti! Qualcuno di voi ha qualche riflessione che vuole condividere?"

Con tutta la gravità che il mio ruolo comportava ho alzato la mano. Mi dice un viso sorridente: "Prego Francesco dicci!"

"IO HO NOTATO CHE IL PADRE DI MICHELE AVEVA UNA PESSIMA MIRA"

Il Gelo

Il sorriso di fronte a me si era trasformato in paresi.

Molti nell'uditorio intuiscono che c'è qualcosa di insolito nell'imbarazzata celerità con cui l'assemblea viene sciolta.

Tutto è compiuto

Etichette: , ,