mercoledì, febbraio 20, 2008

ADVERSUS HAERESES, XIII



Ovvero: Con "quanta cura" Marco Politi scrive i suoi articoli?



Commemorandosi il centotrentesimo anniversario del beatissimo trapasso di Papa Mastai (7 febbraio 1878), mercoledì 6 febbraio 2008 il sedici volte Benedetto salutando i pellegrini radunatisi nell'Aula Paolo VI per la consueta udienza generale ha menzionato, tra gli altri, anche i rappresentanti del Comitato Pio IX di Senigallia:
"Vi ringrazio per il vostro generoso impegno teso a richiamare l'attenzione sulla figura e sull'esemplarità delle virtù di questo grande Pontefice, che espletò con eroica carità la missione di pastore universale della Chiesa, avendo sempre come obiettivo la salvezza delle anime. Nel suo lungo pontificato, segnato da avvenimenti burrascosi, egli cercò di riaffermare con forza le verità della fede cristiana di fronte a una società esposta ad una progressiva secolarizzazione. La sua testimonianza di indomito e coraggioso servitore di Cristo e della Chiesa costituisce anche oggi un luminoso insegnamento per tutti. Auspico di cuore che questa significativa ricorrenza contribuisca a far conoscere meglio lo spirito e il "volto" di questo mio beato predecessore e a farne apprezzare ancor più la sapienza evangelica e la fortezza interiore."


Chi tra i vaticanisti avrebbe potuto avere mai qualcosa da ridire per un saluto rivolto dal papa a dei pellegrini giunti a Roma per celebrere (per giunta un anniversario tondo) la festa di un santo ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa cattolica?

Marco Politi, ovviamente!
Egli, dopo aver celebrato nell'intimo dei novelli Novendiali per la buon'anima di Papa Mastai Ferretti, in data 16 febbraio -cioè ben dieci giorni dopo!- ha pubblicato sulla Repubblica un disgustoso articolo pieno di veleno e vomito verso il nove volte e beato Pio e verso il sedici volte Benedetto pontefice regnante!

"L´ombra di Pio IX torna ad affacciarsi in Santa Romana Chiesa. L´improvvisa esaltazione di papa Mastai, indicato da Benedetto XVI come grande pontefice di esemplari virtù, «indomito e coraggioso» combattente contro la secolarizzazione dell´Ottocento, non è l´auspicio migliore per un rasserenarsi delle tensioni tra la società laica e il papato...
L´immagine di Pio IX, nella descrizione fatta da Ratzinger, è quella di un pontefice che lotta per riaffermare le verità della fede cristiana di fronte a una società protesa verso la secolarizzazione. Un eroico baluardo. Ieri Pio IX, oggi Benedetto XVI è l´equazione presentata istintivamente agli occhi dei fedeli e del mondo. L´Osservatore Romano conferma. «Oggi si vive in buona parte dell´eredità di Pio IX - proclama fiero il postulatore della causa di canonizzazione - e si corrono rischi che il suo magistero intendeva risparmiare alla Chiesa d´allora e di sempre». Così si pone sullo stesso piano ciò che conciliabile non è.
L´opposizione frontale alla modernità di Pio IX e l´apertura ai segni dei tempi di Giovanni XXIII, l´infallibilità papale da un lato e la gestione collegiale della Chiesa con l´insieme dei vescovi dall´altro.
Torna continuamente, insomma, la volontà di negare il carattere di svolta e, per certi aspetti, di rottura del concilio Vaticano II..."

Il guaio di Politi e che l'idea reiterata con diabolica perseveranza, secondo cui il Concilio Vaticano II ha prodotto un rottura totale con cattolicesimo come s'era andato strutturando nei diciannove secoli precedenti, non viene combattuta subdolamente da Benedetto XVI tramite la citazione di questo o di quel papa reazionario ma è stata solennenente, fortemente e perentoriamente negata da Papa Ratzinger nel suo primo discorso alla Curia Romana del dicembre 2005, quarantesimo anniversario della chiusura del Vaticano II.

L'idea, invece, secondo cui il cattolicesimo anche nel XXI secolo "vive in buona parte dell´eredità di PioIX", e che fa muovere a sdegno sin nelle viscere il Nostro sono parole non di un fanatico pretuncolo lefebvriano ma di un papa "conciliare" come Paolo VI!
Papa Montini, infatti, nel centenario della morte di papa Mastai presiedette un solenne pontificale in San Pietro per "l'amabile figura di Papa Pio IX":
... per commemorare la sua nascita al Cielo, avvenuta un secolo fa, allorché la sua anima apostolica, al suono dell'Ave Maria, lasciò il corpo ormai grave d'anni e d'affanni. Ciò vuol dire che limiteremo la nostra memore attenzione e la nostra devota meditazione sul profilo spirituale ed apostolico di un Pontefice che tanto fu amato, e su ciò che egli, con invitto coraggio, intraprese per l'incremento della fede cattolica e per il bene della Santa Chiesa.
...l'ansia di servire la causa di Cristo e del suo Vangelo. "Servire la Chiesa: questa fu l'unica ambizione di Pio IX", ha scritto uno storico autorevole. Ciò spiega l'instancabile sua dedizione ai doveri, anche i più gravosi e più ardui, dell'apostolico ministero: una qualità costante che è doveroso riconoscergli non senza ammirazione, al di là degli stessi impulsi dell'umano carattere e delle obiettive difficoltà che si frapposero alla sua azione di Pastore e di Sovrano..."

Dopo di chè il papa, che viene sempre citato a sproposito per aver detto nel centenario di Porta Pia che la fine del potere temporale fu provvidenziale, fa un elogio dello Stato Pontificio:

"...Il crollo del Potere temporale appariva indebito e grave, e comprometteva l'indipendenza, la libertà e la funzionalità del Papato; minaccia questa che pesò, fino ai giorni della Conciliazione, sulla Sede Apostolica, tenendo vivo con nostalgica amarezza il ricordo dei secoli, in cui il Potere temporale era stato lo scudo difensivo di quello spirituale e in pari tempo il tutore del territorio dell'Italia centrale, vi aveva conservato la memoria e il costume civile della tradizione classica romana, favorendo la promozione della compagine degli Stati del continente, alimentando una coscienza unitaria della civiltà scaturita dall'umanesimo greco-romano, e soprattutto sviluppando negli animi e nei costumi la fede cattolica... La ferita inferta allora al Papato arrivò anche a grande parte del Popolo e della Chiesa intera, e ne tormentò per lunghi anni la coscienza civile e il sentimento cattolico."

"Intorno alla compatibilità del regno temporale col regno spirituale disputano tra loro i figli della Chiesa cristiana e cattolica" (Sillabo) ma il sedicente cattolico più o meno adulto, più o meno baciapile, che continua a biasimare Pio IX, per essere sempre rimasto intransigentemente reazionario nel rivendicare i propri diritti di sovrano temporale, vuol dire che non è un figlio affettuoso che si vanta di professare la fede cattolica! La storia stessa infatti ha premiato l'intransigenza di Pio IX (e parimenti dei suoi successori come solitamente si fa finta di dimenticare)!
Pio IX in fine ha vinto: ciò che di principio rivendicava Papa Mastati fu concesso cinquantanni dopo la sua morte a Pio XI con i Patti Lateranensi del 1929 e la creazione dello Stato del Vaticano.

"Ma ecco- continua papa Montini-, proprio in quella paradossale situazione il prodigio della immortalità di Pietro ("Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo", aveva detto Gesù [Matth. 28, 20]), si rinnovò. Tutto il Pontificato di Pio IX fu, si può dire, una rivelazione delle inesauste energie che il Papato e la Chiesa, per una storia sempre nuova, possiedono in proprio.

Un'apertura di dilatata generosità fu la nota precipua del suo servizio, la quale, fondendosi con le innate caratteristiche di cordialità e di buon senso, ereditate dalla sua terra e dalla sua gente, valse a conciliargli la devozione delle classi umili e popolari e via via, in misura crescente, delle moltitudini dei figli della Chiesa.
...Pio IX appare nella storia della Chiesa come un solerte animatore ed un operoso costruttore, il cui carisma e la cui eredità si protendono fino all'età contemporanea, se è vero che non poco di quanto egli intuì e volle e attuò è rimasto vivo e perdura anche oggi."

Che profonda sintonia tra queste affermazioni del 1978 e quelle espresse dal postulatore della causa di canonizzazione di papa Mastai "Oggi si vive in buona parte dell´eredità di Pio IX"! Se questo sarebbe il segnale della cospirazione lefebvreiana ed anti vaticanosecondista promossa dall'attuale pontefice, forse che, ad insindacabile giudizio di Politi, papa Ratzinger si vedrà strappato dalla buon'anima di Papa Montini lo scettro di primo cospiratore?

Orbene, sostenere che il lunghissimo pontificato di Pio IX ha prodotto dei frutti che hanno positivamente inciso su tutta la successiva storia della Chiesa non può essere considerata una discutibile e faziosa dichiarazione di principio ma è un dato di fatto incontrovertibile. Basterebbe solo pensare alle decine di nuovi ordini religiosi maschili e femminili (per tutti varrà ricordare i salesiani di Don Bosco) nati con la benedizione del beato Papa-Re!

Ora, se Paolo VI nel centenario della morte di un papa (il cui processo di beatificazione era "congelato") poteva permettersi di fare un simile peana, perchè mai nel centotrentesimo anniversario della morte di un papa ormai già beatificato Benedetto XVI avrebbe dovuto esimersi dal rivolgere un breve pensiero e saluto ai fedeli di Senigallia venuti a Roma per celebrarne la festa liturgica attorno alle sacre spoglie di papa Mastai?

Se durante l'udienza di mercoledì 20 febbraio il sedici volte Benedetto avesse salutato calorosamente una delegazione di fedeli giunti da Carpineto Romano in occasione del centotrentesimo anniversario dell'elezione di Leone XIII (20 febbraio 1878) c'è da chiedersi se Politi si sarebbe adontato.
Certamente no, perchè Leone XIII è universalmente noto per essere stato un papa "buono", "il papa dei lavoratori" il papa della "Rerum novarum" un papa progressista rispetto a Pio IX, un papa che accettò la modernità, di dice con formula equivoca.

Ma Leone XIII è anche il papa che ha rinnovato sin dalla sua prima enciclica la protesta per l'usurpazione sabauda del principato ecclesiastico. Leone XIII è il papa che ha rinnovato tutte le condanne teologiche e dottrinarie già condannate da Pio IX nell'enciclica "Quanta cura" (e sintetizate nel Syllabo), primariamente quello che all'epoca veniva detto "Indifferentismo" (ai nostri tempi si direbbe "Relativismo") religioso ma anche nei suoi risvolti filosofici e politici:
"...nel secolo XVI una funesta novità di opinioni infatuò moltissimi.
Da quel tempo, la moltitudine non solo volle dare a se stessa una libertà più ampia, che fosse di uguaglianza, ma sembrò anche voler foggiare a proprio talento l’origine e la costituzione della società civile. Anzi, moltissimi dei tempi nostri, camminando sulle orme di coloro che nel secolo passato si diedero il nome di filosofi, dicono che ogni potere viene dal popolo: per cui coloro che esercitano questo potere non lo esercitano come proprio, ma come dato a loro dal popolo, e altresì alla condizione che dalla volontà dello stesso popolo, da cui il potere fu dato, possa venire revocato. Da costoro però dissentono i cattolici, i quali fanno derivare da Dio il diritto di comandare come da naturale e necessario principio.
...dopo la cosiddetta Riforma, i cui promotori e capi combatterono radicalmente con nuove dottrine la potestà sacra e civile, repentini tumulti ed audacissime ribellioni seguirono specialmente in Germania, e ciò con tanta deflagrazione di guerra civile e con tanta strage, che pareva non ci fosse alcun luogo immune da tumulti insanguinati. Da quella eresia ebbero origine nel secolo passato la falsa filosofia, quel diritto che chiamano nuovo, la sovranità popolare e quella trasmodante licenza che moltissimi ritengono la sola libertà. Da ciò si è arrivati alle finitime pesti che sono il Comunismo, il Socialismo, il Nichilismo, orrendi mali e quasi sterminio della società civile..." (enciclica Diuturnum illud)

Rincarava poi la dose (enciclica Immortale Dei)
"... il potere pubblico per se stesso non può provenire che da Dio. Solo Dio, infatti, è l’assoluto e supremo Signore delle cose, al quale tutto ciò che esiste deve sottostare e rendere onore: sicché chiunque sia investito del diritto d’imperio non lo riceve da altri se non da Dio, massimo Principe di tutti. Non v’è potere se non da Dio (Rm 13,1)...
...Perciò, come a nessuno è lecito trascurare i propri doveri verso Dio – e il più importante di essi è professare la religione nei pensieri e nelle opere, e non quella che ciascuno preferisce, ma quella che Dio ha comandato e che per segni certi e indubitabili ha stabilito essere l’unica vera – allo stesso modo le società non possono, senza sacrilegio, condursi come se Dio non esistesse, o ignorare la religione come fosse una pratica estranea e di nessuna utilità, o accoglierne indifferentemente una a piacere tra le molte; ma al contrario devono, nell’onorare Dio, adottare quella forma e quei riti coi quali Dio stesso dimostrò di voler essere onorato. Santo deve dunque essere il nome di Dio per i Principi, i quali tra i loro più sacri doveri devono porre quello di favorire la religione, difenderla con la loro benevolenza, proteggerla con l’autorità e il consenso delle leggi, né adottare qualsiasi decisione o norma che sia contraria alla sua integrità...

Dunque Dio volle ripartito tra due poteri il governo del genere umano, cioè il potere ecclesiastico e quello civile, l’uno preposto alle cose divine, l’altro alle umane. Entrambi sono sovrani nella propria sfera; entrambi hanno limiti definiti alla propria azione, fissati dalla natura e dal fine immediato di ciascuno; sicché si può delimitare una sorta di orbita, all’interno della quale ciascuno agisce sulla base del proprio diritto. Ma poiché l’uno e l’altro potere si esercitano sugli stessi soggetti, e può accadere che una medesima cosa, per quanto in modi diversi, venga a cadere sotto la giurisdizione dell’uno e dell’altro ... Pertanto tutto ciò che nelle cose umane abbia in qualche modo a che fare col sacro, tutto ciò che riguardi la salvezza delle anime o il culto di Dio, che sia tale per sua natura o che tale appaia per il fine a cui si riferisce, tutto ciò cade sotto l’autorità e il giudizio della Chiesa"

Ora, tutto questo magistero di Leone XIII non solo è la piana ed ampia esposizione delle condanne contenute nel famigerato "Sillabo" di Pio IX ma, più che dalla penna di un papa innovativo, paiono addirittura uscite dalla bocca di teocrati medievali come Innocenzo III, Innocenzo IV o Bonifacio VIII!

Non mi dilungo con citazioni dell'enciclica "Libertas", tanto cara ai fondatori della futura Democrazia cristiana, dove Papa Pecci si scaglia contro la laicità dello Stato e contro la libertà religiosa (o per meglio dire contro l'uguagliaza di tutti i culti di fronte allo Stato).

Eppure, pur avendo insegnato ai fedeli cattolici le medesime dottrine di Pio IX, Leone XIII non è vittima del medesimo dileggio laicista!
Se Benedetto XVI elogiasse "la figura mite e forte" di papa Leone XIII nessuno vomiterebbe tanto astio sulla figura altrettanto mite ed umile di papa Ratzinger, perchè?

Perchè di Pio IX si fatto un simbolo, la personificazione di quel "immortale odium" per il papato, per la sua missione spirituale, segno e sintomo di qul disprezzo per la pretesa della Chiesa cattolica di professare dottrine di carattere soprannaturale!
Soltanto che ormai, i "democratici" e i "liberali" contemporanei non sono più truci nel loro anticlericalismo come lo erano nell'Ottocento, poichè non solo la Chiesa Cattolica ha dovuto fare "aggiornamento".

Il moderno antipapista per colpire e trafiggere al cuore la santità dei più venerandi dogmi del cattolicesimo ha imparato a strumentalizzare la medesima volontà della Chiesa cattolica -massimamente espressa col Concilio vaticano II- di promuovere una nuova evangelizzazione indirizzata all'uomo della società ormai secolarizzata:
"Ma l´operazione -come mutatis mutandis spiega lo stesso Politi- può riuscire soltanto affidandosi all´apologetica o rifugiandosi nella rimozione. Pio IX aborriva la democrazia, il Vaticano II l´ha fatta propria. Pio IX considerava folle la libertà di religione, il Vaticano II l´ha riconosciuta. Pio IX riteneva inconcepibile la libertà di coscienza, Karol Wojtyla ne ha fatto un cardine del suo pontificato".

Cioè bisogna infischiarsene del fatto che Leone XIII esprimeva verso il mondo moderno, cioè verso le ideologie moderne, i medesimi anatemi di Pio IX, perchè ammettere questo è ammettere che vi sia una continuità dottrinaria tra i pontefici, significa manifestare scopertamente che in realtà la propria critiaca distruttrice si rivolge non a singole pecche dei cattolici (chierici innanzitutto) ma al Cattolicesimo tout court, lo scopo di chi procede di tal sorta è quello di mostrare la contraddizzine tra un pontefice e l'altro, rappresentare ogni papa come un attore che entra in scena per dire l'esatto contrario del proprio predecessore e, con tutto ciò, far apparire il pontefice regnante sempre e comunque peggiore dei predecessori. Perciò, Pio IX non fu un buon papa perchè si oppose all'unità d'Italia (ma l'unità d'Italia non è un dogma come non lo è quello dell'unità della Jugoslavia), mente Leone XIII era un papa che amava gli operai. Pio X era un papa bonaccione che non si occupava di politica ma solo di far imparare il catechismo ai bambini; Benedetto XV era un pacifista, Pio XI era un fascista e comunque era sempre meglio di Pio XII che era un criminale nazista.
E poi "venne un uomo mandato da Dio" il suo nome era Giovanni: il papa "buono", buono cioè da usare in ogni attacco alla Chiesa. Poi Paolo VI che fece le riforme (d'accordo, avrebbe potuto fare di più ma meglio di Ratzinger!).
Papa Luciani che era un parroco di campagna che abolì la sedia gestatotia e che sicuramente avrebbe rivoluzionato la Chiesa cattolica, avrebbe venduto il Vaticano e dato il ricavato ai poveri del sudamerica per finanziare la rivoluzione anti-imperialista, se non fosse morto dopo soli 33 giorni (probabilmente a causa di un caffe avvelenato offertogli dall'allora cardinale Ratzinger).
Che dire, poi, del grande e rimpianto papa Giovanni Paolo II che per ventisei anni è volato ai quattro angoli del pianeta allo scopo di evangelizzare ai cattolici dei cinque continenti la buona novella che le religioni sono tutte uguali?

Ovviamente , Politi è persona colta, o almeno facendo il vaticanista da almeno tre papi ed essendosi sorbito migliaia di omelie sulla divinità di Gesù Cristo, sulla immacolata concezione della Vergine etc, lo sa benissimo che la dottrina cattolica dopo il Concilio Vaticano II non è mutata e che le prese di posizione di Benedetto XVI non sono in controtendenza con quelle del suo immediato antecessore. Ma egli è pagato per scrivere malevoli pettegolezzi sul pontefice sotto mano.

Proprio nel discorso di apertura del Concilio Giovanni XXIII ebbe a ribadire che i padri conciliari non erano stati chiamati a Roma per procedere a nuove definizini dogmatiche ma che il concilio: "vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica, che, seppure tra difficoltà e controversie, è divenuta patrimonio comune degli uomini. Questo non è gradito a tutti, ma viene proposto come offerta di un fecondissimo tesoro a tutti quelli che sono dotati di buona volontà.
Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità... Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi, in quella maniera accurata di pensare e di formulare le parole che risalta soprattutto negli atti dei Concili di Trento e Vaticano I".

Un pò come i devoto di sant'Antonio, che da lui cercano solo i miracoli ignorando che egli sia un Dottore della Chiesa, senza, pertanto, considerare utilile o necessario alla propria devozione la lettura dei tomoni scritti dal santo di Padova, similmente, Papa GiovanniXXIII viene issato a bandiera del rinnovamento, dell'aggiornamento, a difesa di ogni possibile rigurgito controriformista senza sapere che in realtà papa Giovanni nutriva una specialissima devozione per Pio IX sulla cui tomba in San Lorenzo al Verano il cardinal Roncalli si recò a pregare poche ore prima di entrare in conclave.

Alla "classica" obiezione su come poter conciliare Pio IX e Giovanni XXIII rispondeva già il cardinale Saraiva Martins nel lontano anno 2000 ai tempi della polemica sulla beatificazione congiunta di papa Mastai e Papa Roncalli:
"...cos' ha in comune il Papa della Pacem in terris con il Papa del Sillabo? "
«Giudicare il Sillabo come espressione di uno spirito illiberale e contro il progresso o come un incontrollato rigurgito reazionario, significa non conoscere a sufficienza né Pio IX né la sua epoca.
Il Sillabo non può essere considerato un atto isolato dal Magistero precedente a Pio IX né a quello a lui susseguente. Il documento venne, del resto, invocato, e con insistenza, da molti vescovi ed è conseguenza logica in un' ottica di fedeltà alla rivelazione divina e al patrimonio della verità rivelata.
È noto, inoltre, cosa il beato Giovanni XXIII pensasse nell' indire il concilio Vaticano II. Si ispirava al suo lontano predecessore Pio IX e, da buon conoscitore della storia della Chiesa, l' 8 dicembre 1960 affermava: «Dalla contemplazione della figura mite e forte di Pio IX, prendiamo ispirazione per inoltrarci di buon passo nella grande impresa del concilio Vaticano II, che ci sta innanzi»

Che direbbe Politi nello scoprire che anche il "Papa buono" ricevette in udienza i conterranei di Papa Mastai?

All’udienza generale del 6 settembre 1961, rivolgendosi ai millecinquecento pellegrini di Senigallia, il Papa ricordò subito la figura del suo antecessore marchigiano:
«I pellegrini di Senigallia vantano una gloria specialissima: Pio IX. E il vecchio Pio IX deve tornare a farsi vedere. Il pensiero va spesso a questo insigne servo di Dio e non è disgiunto dal desiderio per una sua glorificazione, riconosciuta anche sulla terra. Ci sarà il Concilio Vaticano II, il quale non può, in qualche modo, non riallacciarsi al Concilio Vaticano I, voluto e aperto da Pio IX. Chissà che in tale circostanza non ci sia pure l’auspicabile gaudio di vedere Pio IX oggetto di particolare venerazione. Sarà, comunque, quel che Iddio disporrà per la sua maggior gloria. Il Signore è mirabilis in sanctis tuis, tanto in quelli decorati con l’aureola della venerazione ufficiale decretata dal capo visibile della Chiesa, quanto in tutti gli altri che popolano il paradiso.
Noi dobbiamo attendere, quaggiù, alla nostra santificazione, il che equivale a imitare i moltissimi che hanno bene compiuto, con la fede e le opere, il pellegrinaggio terreno».

E nel suo "Diario dell'anima" durante gli esercizi spirituali dell'avvento del 1959 aveva scritto:
"Nella mitez­za e nella umiltà del cuore c'è la buona grazia del ricevere, del par­lare, del trattare; la pazienza del sopportare, del compatire, del tacere e dell'incoraggiare. Ci deve essere soprattutto la prontezza abituale alle sorprese del Signore, che tratta bene i suoi prediletti, ma di solito ama provarli con le tribolazioni, le quali possono es­sere infermità del corpo, amarezze dello spirito, contraddizioni tre­mende, da trasformare e da consumare la vita del servo del Signore e del servo dei servi del Signore, in un vero martirio. Io penso sem­pre a Pio IX di santa e gloriosa memoria; ed imitandolo nei suoi sacrifici, vorrei essere degno di celebrarne la canonizzazione."

Insomma, appare chiaramente che, soprattutto in vista della convocazione del concilio, per papa Roncalli Pio IX era il più adatto modello di pontefice a cui ispirarsi nello svoglimento dei suoi doveri pontificali! Con buona pace di tutti coloro per i quali sono inconciliabili "L´opposizione frontale alla modernità di Pio IX e l´apertura ai segni dei tempi di Giovanni XXIII, l´infallibilità papale da un lato e la gestione collegiale della Chiesa con l´insieme dei vescovi dall´altro."

Lascio ad altra occasione la disquisizione sul "body-languige" di papa Ratzinger che tanto manda in fregola Marco Politi.

"Noi oggi - conchiudeva Paolo VI la sua omelia- abbiamo voluto commemorarlo per tributargli un doveroso omaggio se pur assai impari al merito, e per manifestare, altresì, quei sensi di viva riconoscenza che il Pastore della Chiesa di oggi deve al Pastore della Chiesa di ieri, che la Chiesa del Concilio Vaticano II deve alla Chiesa del Concilio Vaticano I, che tutto il Popolo di Dio, nella mirabile realtà unitaria della comunione dei santi, deve a coloro - fedeli e pastori - che l'hanno preceduto "nel segno della fede" e, con in mano questa fiaccola di luce (cfr Matth. 25, 1; 5, 15), sono già andati incontro a Cristo Signore. Così sia."

Etichette: , ,

sabato, dicembre 08, 2007

GRATIA PLENA [3]


"In occasione del 150° anniversario della manifestazione della Beata Vergine Maria nella Grotta di Massabielle, vicino a Lourdes, è quotidianamente concessa l’Indulgenza plenaria ai fedeli, che, dal giorno 8 Dicembre 2007 fino al giorno 8 Dicembre 2008, piamente e alle condizioni stabilite, visiteranno la Grotta di Massabielle, e, dal 2 all’11 Febbraio 2008, visiteranno, in qualsiasi tempio, oratorio, grotta, o luogo decoroso, l’immagine benedetta della Beata Vergine Maria di Lourdes solennemente esposta alla pubblica venerazione."
DECRETO della Penitenzieria Apostolica

Etichette: ,

lunedì, maggio 28, 2007

CASTRUM DOLORIS, IX

Ovvero: Tutti "Pazzi" per Mary



In occasione del IV centenario della Morte ( 25 maggio 1607) di Santa Maria Maddalena de'Pazzi l'urna che conserva il corpo incorrotto della mistica fiorentina è stata solennemente portata in processione per le vie di Firenze.
Sabato 19 maggio, l’urna con il corpo della Santa è stata traslata dal monastero carmelitano di via dei Massoni a Careggi, dove è conservata da quando nel 1888 fu sfrattata dalle autorità civili dalla "sua" bella chiesa di Borgo Pinti (dove nel corso del ’700 si era trasferito il monastero carmelitano), sino alla Cappella del Seminario arcivescovile, dove la santa ebbe la prima sepoltura.
La sera di domenica 20 maggio, festa dell’Ascensione, il corpo incorrotto della Santa ha percorso con una processione notturna le vie del centro storico fino al Duomo di Santa Maria del Fiore dove, sotto la cupola del Brunelleschi, per una settimana ha ricevuto l'omaggio dei fedeli.

In occasione delle celebrazioni maddaleniane, il sedici volte Benedetto ha inviato una acconcia lettera di felicitazioni al Cardinal Ennio Antonelli, Arcivescovo di Firenze mentre nel Seminario arcivescovile fiorentino (Lungarno Soderini, 19) che fu il convento carmelitano di Santa Maria degli Angeli in cui visse e morì la santa è stata ideata una mostra iconografica (gratuita!) aperta dal 19 maggio al 20 luglio 2007 dal titolo: Maria Maddalena de’ Pazzi. Santa dell’“Amore non amato” .

Venerdì 25 maggio nel gaudio quattrocentenario della solennità della festa di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi; dopo il Pontificale vespertino in Duomo presieduto dal Cardinale Arcivescovo; alle ore 21 nella "mistica" cornice del Battistero v'è stato lo spettacolo «Venite ad amare l’Amore», ovvero una lettura di testi scelti tratti dalle opere della santa alla quale ha "prestato la voce" l'attrice "redenta" Claudia Koll: beniamina dell'universo clero mercè la sua biografia tanto somigliante con quella di santa Maria Maddalena, quell'altra e più celebre Maddalena però.



Post scriptum:
Anche se "Si può allora dire che Roma è il nome concreto della cattolicità" come ha infatti detto al "Regina Coeli" di Pentecoste il Papa sedici volte Benedetto, nel centro della cattolicità poco sentore si hanno avute delle solennità fiorentine in onore della Maria Maddalena de'Pazzi.
Nella basilica romana di San Giovanni Battista dei Fiorentini, la chiesa "Nazionale" fiorentina , il secondo altare laterale alla destra di chi entra fu dedicato proprio alla santa fiorentina per volere del papa fiorentino che la beatificò. Sull'altare domina una grande tela che raffigura una delle innumerevelo visioni della Santa in cui la Beata Vergine Maria le fa dono di un candidissimo velo simbolo della grazia del perpetuo e perfetto esercizio della virtù della castità. Orbene, il venerdì 25 maggio -cioè nell'anniversario quattrocentenario!- la cappella risultava assediata da legni e tubi metallici rimasugli di impacature smontate o da montare, mentre l'altare era occultato da una grande tela poggiata verticalmente raffigurante il fiorentino San Filippo Benizi in Gloria: pala d'altare proveniente dalla cappella esattamente di fronte momentaneamente in restauro; ai piedi dei gradini dell'altare un vaso conteneva un piccolo palmizio torto ed essiccato.
Non si vuol negare che nei monasteri carmelitani maschili e femminili dell'Urbe molto si sia pregato e meditato in vista del felice anniversario epperò fuori dai sacri recinti claustrali poco o nulla parrebbe essere trapelato. Anchè perchè nell'immaginario collettivo tra le mistiche carmelitane troneggia incontrastata la santa madre Teresa di Gesù, ma Maria Maddalena de'Pazzi non è santa meno povera di estasi o meno munifica nel descrivere le sue barocche visioni rispetto alla santa di Avila!
Nell'evo contemporaneo una pietà come quella vissuta da Maddalena de'Pazzi non può che sconcertare anche il più benevolo fedele cattolico che si accosti ai resoconti dei suoi deliqui. Per di più, se vogliamo continuare nel paregone con Santa Teresa, mentre i testi della Santa riformatrice del carmelo furono editi ben prima della sua elevazione agli altari invece la Prima edizione di Tutte le Opere di S. Maria Maddalena de' Pazzi la si ebbe nel non lontano 1966 per l'occasione del IV centenario della sua nascita. Per di più la secentesca grammatica fiorentina è assai ostica ed indigesta!
Di questa generale italica disconoscenza del ricchissimo patrimonio di resoconti mistici lasciateci dalla grande monaca carmelitana fiorentina dell'età barocca, forse il grande vantaggio è che, fortunatamente ignorandoli, a nessun regista verrebbe in mente di fare un film su Maddalena de'Pazzi come invece pultroppo e disgraziatamente accade per Teresa de Cepeda y Ahumada!

Etichette: , ,

sabato, maggio 26, 2007

dei Sepolcri, XVI

In occasione delle celebrazioni per il Quarto Centenario della morte del venerabile cardinale Cesare Baronio , la Confederazione internazionale della Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri (poichè ogni "casa oratoriana" è autonoma ed indipendente dall'altra) ne ha ufficialmente e solennemente reintrodotto la Causa Canonizzazione. Ragion per cui, preceduta da una “Giornata di preghiera pro Beatificatione”, in data 20 aprile 2007 si è proceduto alla riesumazione dei resti mortali per una solenne ricognizione: "ad iniziativa della Postulazione della Causa e con il consenso del Vicariato di Roma, della Congregazione per le Cause dei Santi e della Congregazione dell’Oratorio Romano.

L’atto si è compiuto (...)nella cripta sotto il presbiterio di S. Maria in Vallicella e nella cappella “interna” di S. Filippo Neri, alla presenza del Rev.mo mons. Gianfranco Bella, Protonotario Apostolico, a ciò delegato dall’Em.mo Sig. Card. Camillo Ruini, Vicario di Sua Santità per l’Urbe, del Rev.mo mons. Giuseppe D’Alonzo, Promotore di Giustizia, del Cav. Dr. Giuseppe Gobbi, Cancelliere, del dr. Nazareno Gabrielli, perito anatomico.


Aperta la cassa di piombo nella quale nel 1694 i resti venerati del Servo di Dio erano stati collocati in occasione della prima ricognizione, si è trovata la cassetta metallica sigillata che li contiene dal 1960 quando vi furono posti a seguito di un’altra ricognizione effettuata per sistemare le sepolture custodite nel sepolcreto dei Padri (...) Venerando con commozione le Reliquie del Ven. Baronio, il Procuratore Generale vi ha deposto, come omaggio di tutta la Famiglia Oratoriana, una croce d’argento ed ha voluto che la piccola urna, nel trasporto alla cappella interna di S. Filippo, sostasse qualche istante presso l’urna preziosa del Santo Padre dove su tutta la Famiglia Oratoriana è stata invocata l’intercessione di S. Filippo Neri e del suo grande discepolo e primo successore."


"Nell’imminenza della solennità di S. Filippo Neri, si sono concluse le operazioni della ricognizione canonica delle Reliquie del Ven. Card. Cesare Baronio.
Il Protonotario apostolico mons. Bella ha posto i sigilli sulla nuova urna che le racchiude e con una semplice ma partecipata cerimonia essa è stata trasportata nella Cappella Spada della chiesa di S. Maria in Vallicella. Hanno presenziato al rito il Procuratore Generale, il Postulatore della Causa di Beatificazione, alcuni confratelli dell’Oratorio di Roma ed una rappresentanza di fedeli.
Gli umili resti del Venerabile discepolo di S. Filippo Neri, adeguatamente ricomposti ed avvolti, per una migliore conservazione, in tela di lino"
fino al 30 giugno 2007, giornata centenario della morte del venerabile, sono state esposte alla venerazione dei fedeli nella Chiesa Nuova dentro la cappella di San Carlo Borromeo meglio nota come Cappella Spada.


Come denota il loro pessimo stato di conservazione, i resti mortali del venerabile Cesare Baronio nei secoli hanno subito notevoli danni dovuti al cattive condizioni della cripta della Chiesa Nuova: uno spazio cui si accede attraverso una piccola porta sulla destra dell'altare maggiore ed una stretta e ripida scala dalla quale si entra in due locali che si trovano sotto al presbiterio e sotto la cupola.
Lo stato di degrado della cripta è testimoniato da un articolo a firma Locatelli tratto dal mensile "San Filippo Neri - S. Maria in Vallicella - Chiesa Nuova" n.6 del giugno 1923: "...In breve accendiamo delle candele e ci mettiamo per la rapida scaletta che da accesso ad un breve corridoio. Il mistero ci rende per un momento sospetti: varchiamo il regno silenzioso della morte, ma nessun sentore ce ne dà la terribile presenza. C'è solo dell'umidità che gocciola dai muri e buio greve da catacomba.
Adesso scendiamo pochi gradi e ci troviamo in una cella abbastanza grande con due fornici laterali. Quando abbiamo fatto un po' di abitudine con l'oscurità, rotta dalla scialba zona di luce dei cieli, ci si presenta alla vista uno spettacolo che ha del macabro e del pietoso al tempo stesso. Sotto ai nostri piedi scricchiolano fradici rottami di legni e detriti di ossa, sparsi ovunque in terra e a torno su di un muretto di riporto, in fondo a cui è un rozzo altare, ove furono deposte le fragili casse oggi un ammasso di cose informi (...). Con tutto questo i morti, visti così, non fanno terrore: fanno riflettere, questo sì, alla verità del motto Hic pulvis, cinis et nihil. E' uno specchio - possiamo dire - tetro magari, in cui ciascuno di noi può vedersi riflesso, non per cagione di avvilimento, ma per sentirsi cantare nello spirito un'altra sublime verità, che anche divina promessa: Non omnis moriar.
Ecco dei sarcofagi: sono di grosse lamine di piombo, con sul coperchio - vanità delle vanità - leggiadri stemmi gentilizi di nomi incisi su delle targhette con la data della nascita e della morte (...). Notiamo due sarcofagi più piccoli degli altri: chiniamo la candela per leggere: Ossa Caesaris Card. Baronii hic reposita anno sal. MDCIV, e nell'altro: Cineres Franciscii Mariae Card. Taurusii hic collecti anno sal. MDCXCIV.
Sono i due grandi luminari, dopo il maestro Filippo de Neri, della Congregazione dell'Oratorio. Il Baronio successore nel 1607 del santo apostolo di Roma, fu confessore di Clemente VIII, bibliotecario della Vaticana. Fautore degli Annalis ecclesiastici che giungono fino al 1158, inesauribile miniera di notizie cui ampliamente attinse anche Ludovico Muratori. Il Tarugi fu arcivescovo di Avignone, anima pia ed umile tanto che recavasi ad onore di essere stato per 50 anni verso Filippo come un novizio religioso. Si compiva così il voto che leggiamo in un'epigrafe dell'abside del tempio che dice pressappoco questo: "Perché non siano disgiunti nella morte i corpi di coloro, le cui anime furono così congiunte in vita - la congregazione li ha voluti collocare in un unico monumento (...)".


Dopo questa ricognizione furono fatti degli interventi di bonifica perciò nel resoconto della successiva ricognizione delle salme del luglio 1960, come viene raccontato sulla rivista dall'oratorio di S.Filippo Neri del settembre del 1960, la situazione era un poco migliorata:
"Nei giorni 19 e 20 luglio scorsi il sepolcreto è stato accuratamente visitato e sono state identificate una decina di salme, nelle relative casse o in quello che di esse rimaneva. Per le rimanenti spoglie, come per il cumulo degli avanzi ossei della sepoltura comune di congregazione, gli inviati dell'ufficio comunale hanno predisposto la conservazione in loco e la muratura dei locali, mentre il grande vano centrale, che si estende fin sotto l'altare maggiore, sarà nel prossimo mese, completamente ristrutturato.
Frattanto i corpi venerandi dei cardinali Baronio e Taruggi e del P. Virgilio Spada, nonchè degli altri prelati ivi sepolti e riconosciuti, liberati dalle casse di piombo, ormai rovinate dal tempo e dall'umido, ricomposte in urne nuove di metallo e racchiusi in altre urne di pietra, con sopra scritti i nomi dei defunti.
I lavori di muratura e di sistemazione del pavimento saranno svolti prima dell'autunno, così il sepolcreto storico potrà essere comodamente visitato e decorosamente conservato per i posteri.
Le ricognizioni avvenute alla presenza del P. Preposito e di tre padri della congregazione sono state registrate in apposito verbale ed un verbale a parte è stato fatto per le spoglie del Baronio (...). La postulazione, in collaborazione con la Congregazione romana, curerà poi la dedicazione della cappella di S.Carlo alla memoria dei discepoli di S.Filippo, come già da tempo deciso e annunziato."




Nativo di Sora ( quel che a Roma viene definito un "Burino") studiò a Napoli, venuto a Roma per completare lo studio del Diritto divenne penitente di San Filippo Neri e partecipe delle iniziative di gioioso apostolato di "Pippo Buono" fatto di: conversazioni, intrattenimenti musicali e gite "fuori porta", che fu sintetizzato con un parola: "Oratorio".
Poiché nei suoi interventi all’Oratorio prediligeva i temi della morte, delle pene infernali e degli spasimi delle anime purganti, con una delle sue straordinarie intuizioni Padre Filippo gli comandò invece di parlare solo e soltanto della storia della Chiesa: per trent’anni Cesare vi si dedicò, riprendendo dall’inizio, ogni quattro anni, la sua esposizione.

Dopo la morte di San Filippo, che si era sempre opposto, accettò la nomina a Cardinale e fu Bibliotecario di Santa Romana Chiesa.
Visse poveramente in Vaticano, conservando “in saccoccia” la chiave della sua camera nella "Vallicella" dove ogni quindici giorni si recava a sermoneggiare sempre obbediente al comando di San Filippo. Sentendo avvicinarsi la morte abbandonò il suo appartamento in Vaticano per trasferirsi definitivamente presso i suoi fratelli della "Chiesa Nuova" pesso cui sprirò il 30 Giugno 1607. Trenta cardinali presenziarono al suo funerale (praticamente un conclave dell'epoca) ed una folla immensa di fedeli partecipò alle esequie e per tanta devozione alla salma strapparono vesti e capelli come “si suole in morte di un gran servo di Dio”.
Papa Benedetto XIV riconobbe nel 1745 le virtù eroiche del Baronio e gli conferì il titolo di venerabile. La causa proseguì (e cioè non proseguì affatto) con la solita lentezza di tutte le cause di beatificazione dei membri dell'Oratorio a causa delle vicissitudini storiche (e soprattutto alla mancanza di gerarchia) della congregazione filippina. Finché nel 1968 la Congregazione delle Cause dei Santi diede alla causa del Baronio il "reponatur" proprio mentre il Postulatore P. Carlo Gasbarri aveva già compiuto un notevolissimo lavoro per la stesura e la presentazione della "Positio".

Etichette: , ,

giovedì, aprile 19, 2007

panoramiche ratzingeriane /5

Ovvero: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di...
senatore a vita (eterna)!


La rivista internazionale "30 Giorni " diretta da Giulio Andreotti nel suo numero di "Marzo 2007" in occasione dell'ottantesimo genetliaco del sedici volte Benedetto è uscita in edizione monografica con i voti augurali di ventisette Cardinali

Scrive il cardinale Angelo Sodano subentrato a Joseph Ratzinger nella carica di Decano del Sacro Collegio: "Nel conclave del 2005 è toccato poi a me, come sottodecano del Collegio cardinalizio, di chiedere il consenso all’eletto. Ricordo bene la commozione con cui gli rivolsi, in latino, la domanda di rito: «Accetti la tua elezione, fatta canonicamente, a sommo pontefice?».
Un senso di gaudio interiore pervase tutti noi non appena il neoeletto pronunciò il suo “fiat”. Gli chiesi poi: «Con quale nome vuoi essere chiamato?». E chiara fu la sua risposta: «Vocabor Benedictus XVI», «Mi chiamerò Benedetto XVI»."

Il nuovo Segretario di Stato nonchè nuovo Camerlengo di Santa Romana Chiesa, il cardinal Tarcisio Bertone scrive:
"Sta scritto nella Bibbia che gli anni della vita dell’uomo «sono settanta, ottanta per i più robusti» (Salmo 89, 10). Sì, il santo padre Benedetto XVI i suoi ottant’anni li porta assai bene, ma nella categoria dei “più robusti” egli va annoverato per ben altri motivi. Il Signore, infatti, lo ha dotato di una “robustezza” davvero eccezionale in senso intellettuale e spirituale: non solo per la vasta e profonda cultura teologica, che tutti gli riconoscono, ma anche per quella sua squisita gentilezza che non ha nulla di formale, ma esprime una straordinaria attenzione alle singole persone."

Tra l'altro scrive il cardinale Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, il quale ha preso il posto di Joseph Ratzinger quale Cardinale Vescovo di Velletri-Segni che: "motivo di stima che mi è gradito esprimere al Santo Padre è per il modo bello con cui presiede le celebrazioni liturgiche, specialmente il sacrificio eucaristico, per la sua ars celebrandi, per lo spirito di preghiera e per il raccoglimento che caratterizza i suoi movimenti, per le sue profonde omelie: tutto ciò nutre la fede e aiuta a edificare la Chiesa."


Scrive il suo successore alla "Congregazione per la dottrina della fede", lo statunitense cardinal William Joseph Levada :"come tutti hanno potuto constatare, ad esempio nel discorso pronunciato nel 2006 nell’Accademia di Ratisbona sul rapporto della fede con la razionalità moderna, papa Benedetto cerca sempre il contatto con i problemi culturali e con le urgenze del momento storico presente, cosicché la sua parola risulta sempre “attuale”, anche se non si lascia mai catturare dall’attualità, perché gli occhi del cuore e dell’intelligenza sono sempre orientati e diretti al Logos eterno che, incarnandosi, ha divinizzato l’uomo, senza dissolvere il divino nelle ambiguità e nelle opacità della storia."

Benedetto XVI è rimasto molto piacevolmente colpito dall'omaggio di "30gioni" dato che ha citato la rivista durante l'"incontro conviviale" nella Sala Ducale con i cardinali presenti a Roma il 16 aprile ringraziando tutti gli eminentissimi che si sono presi il disturbo di scrivere i loro pensieri augurali.

Nell'editoriale il senatore Andreotti scrive:
"Noi di 30Giorni abbiamo goduto di molte attenzioni del cardinale Ratzinger che più volte ci riservò interviste, scrisse per noi il saggio Lo splendore della pace di Francesco (gennaio 2002) e venne anche a presentare per noi presso la Camera dei deputati il libro Il potere e la grazia. Attualità di sant’Agostino.
Siamo oggi attorno a lui con grande entusiasmo, impegno e una grande coerenza. E non è certo convenevole il forte augurio: ad multos annos."

Etichette: ,

martedì, luglio 11, 2006

Felici FaustoQue Ingressui anno Dom. MMVI




«Benvenuti a Moggiopoli: l’Italia mondiale è nata qui. Sotto la cupola, al telefono e sui campi: allenatore, giocatori, pure gli schemi.

Eddai lo sanno tutti, ma non si può dire: è scorretto, villano, volgare... Ma Cannavaro alza la coppa. La alza lui, che è il simbolo dell’Italia di Luciano Moggi. Uno. Felice. Fabio, il figlio di un’idea, di un modo di fare messo alla berlina senza neppure sapere che è così che funziona e non è il caso di fare i verginelli.
Quello attaccato per la telefonata intercettata: “Tu devi dirgli a Brindellone che vai via”. Cannavaro andò alla Juventus. Vergogna.
E adesso?
Adesso s’è portato il Mondiale a casa, per lui e per noi. S’è messo dietro tutti gli altri. La locomotiva del treno partito da Moggiopoli: Buffon, Zambrotta, Del Piero, Camoranesi. E poi gli altri retrocessi: Oddo, Nesta, Pirlo, Gilardino, Toni, Peruzzi e Inzaghi.

Gli impettiti signori del Financial Times non hanno avuto paura di scriverlo ieri: la Juventus è la squadra che ha inciso di più sul Mondiale di Germania, davanti al Chelsea, al Bayern Monaco, all’Arsenal, al Milan: due squadre italiane nelle prime cinque. Tutte e due nel gruppo delle corrotte. La Juve in testa. Tanti giocatori
suoi, tutti decisivi: in finale ce ne erano tanti. Perché c’è chi ha alzato la coppa e chi l’ha persa: Trezeguet, Vieira, Thuram. Poi gli altri del giro juventino del passato: Zidane, Henry, Inzaghi, Peruzzi. Gente che la Juventus ha trattato: comprato, venduto, valorizzato.
La Juventus di Luciano Moggi ... L’Italia di Luciano è campione. Perché è una squadra nata quando Moggi c’era e nessuno si aspettava che sarebbe finito.

Non ha vinto in sette partite, ha vinto dalla fine di Euro 2004, quando la Federazione scaricò Giovanni Trapattoni per prendere un allenatore diverso, senza acqua santa e con il marchio di un’identità. Fu preso Marcello Lippi: lo voleva il presidente della Figc Franco Carraro, uno che del sistema Moggi ha vissuto per molti anni. Lippi era stato scoperto da Luciano. Scudetti, Coppa dei campioni ai rigori
contro l’Ajax, Coppa intercontinentale.
Poi altri scudetti. L’addio, perché aveva capito che alla Juve aveva finito il percorso. Fu Moggi a spingere Marcello verso Roma e Coverciano. Come e perché sono sempre stati un dettaglio. Carraro lo voleva, Lippi era d’accordo. Stava bene a tutti e tre...

Campioni del mondo.

L’Italia di Moggi vince come spesso vinceva la sua Juventus: a contenere un uno a zero, a mettersi dietro ad aspettare gli altri, chiusi in difesa. Uno a zero è uguale a tre a zero: bisogna vincere e basta. Conta poter dire soltanto: “In campo conta solo il risultato”.
Francia-Italia di Berlino sembrava la finale di Champions Juventus-Ajax di Roma. Uno a uno al novantesimo, i supplementari, poi i rigori. Vittoria, vittoria, vittoria. E’ il sistema Luciano che va.
Il pallone s’è vergognato delle telefonate di Moggi e Lippi.
Come se Marcello non potesse avere amici, come se non si dovesse confrontare con gente che di pallone ne capisce. “Tienimi fuori Del Piero, stavolta”.
Dicono tutti che l’Italia ha retto fisicamente: è merito anche di questa furbizia, made in Moggiopoli. E di uno staff che è nato esattamente dove è nato questo gruppo: a casa di Lucianone. Ma non si può dire neanche questo, come nessuno si azzardi a dire che la rivoluzione tattica di questo Mondiale vinto Moggi l’aveva vista prima degli altri, meglio degli altri.

Le intercettazioni si usano soltanto quando sono fango da spargere col ventilatore. Quando si parla di calcio tornano nei cassetti. Moggi aveva segnalato a Marcello un’idea: “Devi giocare con una punta e con Totti”. L’Italia di prima giocava con due punte e Totti, l’Italia campione del mondo ha giocato con una punta e Totti. Previsti tutti i cambi, ogni sostituzione, ogni dettaglio. Chi sa fare sa capire...
Campioni.»


[Epitome di un articolo di Beppe Di Corrado sul Foglio di martedì 11 luglio 2006]

Etichette: