sabato, dicembre 08, 2007

GRATIA PLENA [3]


"In occasione del 150° anniversario della manifestazione della Beata Vergine Maria nella Grotta di Massabielle, vicino a Lourdes, è quotidianamente concessa l’Indulgenza plenaria ai fedeli, che, dal giorno 8 Dicembre 2007 fino al giorno 8 Dicembre 2008, piamente e alle condizioni stabilite, visiteranno la Grotta di Massabielle, e, dal 2 all’11 Febbraio 2008, visiteranno, in qualsiasi tempio, oratorio, grotta, o luogo decoroso, l’immagine benedetta della Beata Vergine Maria di Lourdes solennemente esposta alla pubblica venerazione."
DECRETO della Penitenzieria Apostolica

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lunedì, maggio 28, 2007

CASTRUM DOLORIS, IX

Ovvero: Tutti "Pazzi" per Mary



In occasione del IV centenario della Morte ( 25 maggio 1607) di Santa Maria Maddalena de'Pazzi l'urna che conserva il corpo incorrotto della mistica fiorentina è stata solennemente portata in processione per le vie di Firenze.
Sabato 19 maggio, l’urna con il corpo della Santa è stata traslata dal monastero carmelitano di via dei Massoni a Careggi, dove è conservata da quando nel 1888 fu sfrattata dalle autorità civili dalla "sua" bella chiesa di Borgo Pinti (dove nel corso del ’700 si era trasferito il monastero carmelitano), sino alla Cappella del Seminario arcivescovile, dove la santa ebbe la prima sepoltura.
La sera di domenica 20 maggio, festa dell’Ascensione, il corpo incorrotto della Santa ha percorso con una processione notturna le vie del centro storico fino al Duomo di Santa Maria del Fiore dove, sotto la cupola del Brunelleschi, per una settimana ha ricevuto l'omaggio dei fedeli.

In occasione delle celebrazioni maddaleniane, il sedici volte Benedetto ha inviato una acconcia lettera di felicitazioni al Cardinal Ennio Antonelli, Arcivescovo di Firenze mentre nel Seminario arcivescovile fiorentino (Lungarno Soderini, 19) che fu il convento carmelitano di Santa Maria degli Angeli in cui visse e morì la santa è stata ideata una mostra iconografica (gratuita!) aperta dal 19 maggio al 20 luglio 2007 dal titolo: Maria Maddalena de’ Pazzi. Santa dell’“Amore non amato” .

Venerdì 25 maggio nel gaudio quattrocentenario della solennità della festa di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi; dopo il Pontificale vespertino in Duomo presieduto dal Cardinale Arcivescovo; alle ore 21 nella "mistica" cornice del Battistero v'è stato lo spettacolo «Venite ad amare l’Amore», ovvero una lettura di testi scelti tratti dalle opere della santa alla quale ha "prestato la voce" l'attrice "redenta" Claudia Koll: beniamina dell'universo clero mercè la sua biografia tanto somigliante con quella di santa Maria Maddalena, quell'altra e più celebre Maddalena però.



Post scriptum:
Anche se "Si può allora dire che Roma è il nome concreto della cattolicità" come ha infatti detto al "Regina Coeli" di Pentecoste il Papa sedici volte Benedetto, nel centro della cattolicità poco sentore si hanno avute delle solennità fiorentine in onore della Maria Maddalena de'Pazzi.
Nella basilica romana di San Giovanni Battista dei Fiorentini, la chiesa "Nazionale" fiorentina , il secondo altare laterale alla destra di chi entra fu dedicato proprio alla santa fiorentina per volere del papa fiorentino che la beatificò. Sull'altare domina una grande tela che raffigura una delle innumerevelo visioni della Santa in cui la Beata Vergine Maria le fa dono di un candidissimo velo simbolo della grazia del perpetuo e perfetto esercizio della virtù della castità. Orbene, il venerdì 25 maggio -cioè nell'anniversario quattrocentenario!- la cappella risultava assediata da legni e tubi metallici rimasugli di impacature smontate o da montare, mentre l'altare era occultato da una grande tela poggiata verticalmente raffigurante il fiorentino San Filippo Benizi in Gloria: pala d'altare proveniente dalla cappella esattamente di fronte momentaneamente in restauro; ai piedi dei gradini dell'altare un vaso conteneva un piccolo palmizio torto ed essiccato.
Non si vuol negare che nei monasteri carmelitani maschili e femminili dell'Urbe molto si sia pregato e meditato in vista del felice anniversario epperò fuori dai sacri recinti claustrali poco o nulla parrebbe essere trapelato. Anchè perchè nell'immaginario collettivo tra le mistiche carmelitane troneggia incontrastata la santa madre Teresa di Gesù, ma Maria Maddalena de'Pazzi non è santa meno povera di estasi o meno munifica nel descrivere le sue barocche visioni rispetto alla santa di Avila!
Nell'evo contemporaneo una pietà come quella vissuta da Maddalena de'Pazzi non può che sconcertare anche il più benevolo fedele cattolico che si accosti ai resoconti dei suoi deliqui. Per di più, se vogliamo continuare nel paregone con Santa Teresa, mentre i testi della Santa riformatrice del carmelo furono editi ben prima della sua elevazione agli altari invece la Prima edizione di Tutte le Opere di S. Maria Maddalena de' Pazzi la si ebbe nel non lontano 1966 per l'occasione del IV centenario della sua nascita. Per di più la secentesca grammatica fiorentina è assai ostica ed indigesta!
Di questa generale italica disconoscenza del ricchissimo patrimonio di resoconti mistici lasciateci dalla grande monaca carmelitana fiorentina dell'età barocca, forse il grande vantaggio è che, fortunatamente ignorandoli, a nessun regista verrebbe in mente di fare un film su Maddalena de'Pazzi come invece pultroppo e disgraziatamente accade per Teresa de Cepeda y Ahumada!

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sabato, maggio 26, 2007

dei Sepolcri, XVI

In occasione delle celebrazioni per il Quarto Centenario della morte del venerabile cardinale Cesare Baronio , la Confederazione internazionale della Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri (poichè ogni "casa oratoriana" è autonoma ed indipendente dall'altra) ne ha ufficialmente e solennemente reintrodotto la Causa Canonizzazione. Ragion per cui, preceduta da una “Giornata di preghiera pro Beatificatione”, in data 20 aprile 2007 si è proceduto alla riesumazione dei resti mortali per una solenne ricognizione: "ad iniziativa della Postulazione della Causa e con il consenso del Vicariato di Roma, della Congregazione per le Cause dei Santi e della Congregazione dell’Oratorio Romano.

L’atto si è compiuto (...)nella cripta sotto il presbiterio di S. Maria in Vallicella e nella cappella “interna” di S. Filippo Neri, alla presenza del Rev.mo mons. Gianfranco Bella, Protonotario Apostolico, a ciò delegato dall’Em.mo Sig. Card. Camillo Ruini, Vicario di Sua Santità per l’Urbe, del Rev.mo mons. Giuseppe D’Alonzo, Promotore di Giustizia, del Cav. Dr. Giuseppe Gobbi, Cancelliere, del dr. Nazareno Gabrielli, perito anatomico.


Aperta la cassa di piombo nella quale nel 1694 i resti venerati del Servo di Dio erano stati collocati in occasione della prima ricognizione, si è trovata la cassetta metallica sigillata che li contiene dal 1960 quando vi furono posti a seguito di un’altra ricognizione effettuata per sistemare le sepolture custodite nel sepolcreto dei Padri (...) Venerando con commozione le Reliquie del Ven. Baronio, il Procuratore Generale vi ha deposto, come omaggio di tutta la Famiglia Oratoriana, una croce d’argento ed ha voluto che la piccola urna, nel trasporto alla cappella interna di S. Filippo, sostasse qualche istante presso l’urna preziosa del Santo Padre dove su tutta la Famiglia Oratoriana è stata invocata l’intercessione di S. Filippo Neri e del suo grande discepolo e primo successore."


"Nell’imminenza della solennità di S. Filippo Neri, si sono concluse le operazioni della ricognizione canonica delle Reliquie del Ven. Card. Cesare Baronio.
Il Protonotario apostolico mons. Bella ha posto i sigilli sulla nuova urna che le racchiude e con una semplice ma partecipata cerimonia essa è stata trasportata nella Cappella Spada della chiesa di S. Maria in Vallicella. Hanno presenziato al rito il Procuratore Generale, il Postulatore della Causa di Beatificazione, alcuni confratelli dell’Oratorio di Roma ed una rappresentanza di fedeli.
Gli umili resti del Venerabile discepolo di S. Filippo Neri, adeguatamente ricomposti ed avvolti, per una migliore conservazione, in tela di lino"
fino al 30 giugno 2007, giornata centenario della morte del venerabile, sono state esposte alla venerazione dei fedeli nella Chiesa Nuova dentro la cappella di San Carlo Borromeo meglio nota come Cappella Spada.


Come denota il loro pessimo stato di conservazione, i resti mortali del venerabile Cesare Baronio nei secoli hanno subito notevoli danni dovuti al cattive condizioni della cripta della Chiesa Nuova: uno spazio cui si accede attraverso una piccola porta sulla destra dell'altare maggiore ed una stretta e ripida scala dalla quale si entra in due locali che si trovano sotto al presbiterio e sotto la cupola.
Lo stato di degrado della cripta è testimoniato da un articolo a firma Locatelli tratto dal mensile "San Filippo Neri - S. Maria in Vallicella - Chiesa Nuova" n.6 del giugno 1923: "...In breve accendiamo delle candele e ci mettiamo per la rapida scaletta che da accesso ad un breve corridoio. Il mistero ci rende per un momento sospetti: varchiamo il regno silenzioso della morte, ma nessun sentore ce ne dà la terribile presenza. C'è solo dell'umidità che gocciola dai muri e buio greve da catacomba.
Adesso scendiamo pochi gradi e ci troviamo in una cella abbastanza grande con due fornici laterali. Quando abbiamo fatto un po' di abitudine con l'oscurità, rotta dalla scialba zona di luce dei cieli, ci si presenta alla vista uno spettacolo che ha del macabro e del pietoso al tempo stesso. Sotto ai nostri piedi scricchiolano fradici rottami di legni e detriti di ossa, sparsi ovunque in terra e a torno su di un muretto di riporto, in fondo a cui è un rozzo altare, ove furono deposte le fragili casse oggi un ammasso di cose informi (...). Con tutto questo i morti, visti così, non fanno terrore: fanno riflettere, questo sì, alla verità del motto Hic pulvis, cinis et nihil. E' uno specchio - possiamo dire - tetro magari, in cui ciascuno di noi può vedersi riflesso, non per cagione di avvilimento, ma per sentirsi cantare nello spirito un'altra sublime verità, che anche divina promessa: Non omnis moriar.
Ecco dei sarcofagi: sono di grosse lamine di piombo, con sul coperchio - vanità delle vanità - leggiadri stemmi gentilizi di nomi incisi su delle targhette con la data della nascita e della morte (...). Notiamo due sarcofagi più piccoli degli altri: chiniamo la candela per leggere: Ossa Caesaris Card. Baronii hic reposita anno sal. MDCIV, e nell'altro: Cineres Franciscii Mariae Card. Taurusii hic collecti anno sal. MDCXCIV.
Sono i due grandi luminari, dopo il maestro Filippo de Neri, della Congregazione dell'Oratorio. Il Baronio successore nel 1607 del santo apostolo di Roma, fu confessore di Clemente VIII, bibliotecario della Vaticana. Fautore degli Annalis ecclesiastici che giungono fino al 1158, inesauribile miniera di notizie cui ampliamente attinse anche Ludovico Muratori. Il Tarugi fu arcivescovo di Avignone, anima pia ed umile tanto che recavasi ad onore di essere stato per 50 anni verso Filippo come un novizio religioso. Si compiva così il voto che leggiamo in un'epigrafe dell'abside del tempio che dice pressappoco questo: "Perché non siano disgiunti nella morte i corpi di coloro, le cui anime furono così congiunte in vita - la congregazione li ha voluti collocare in un unico monumento (...)".


Dopo questa ricognizione furono fatti degli interventi di bonifica perciò nel resoconto della successiva ricognizione delle salme del luglio 1960, come viene raccontato sulla rivista dall'oratorio di S.Filippo Neri del settembre del 1960, la situazione era un poco migliorata:
"Nei giorni 19 e 20 luglio scorsi il sepolcreto è stato accuratamente visitato e sono state identificate una decina di salme, nelle relative casse o in quello che di esse rimaneva. Per le rimanenti spoglie, come per il cumulo degli avanzi ossei della sepoltura comune di congregazione, gli inviati dell'ufficio comunale hanno predisposto la conservazione in loco e la muratura dei locali, mentre il grande vano centrale, che si estende fin sotto l'altare maggiore, sarà nel prossimo mese, completamente ristrutturato.
Frattanto i corpi venerandi dei cardinali Baronio e Taruggi e del P. Virgilio Spada, nonchè degli altri prelati ivi sepolti e riconosciuti, liberati dalle casse di piombo, ormai rovinate dal tempo e dall'umido, ricomposte in urne nuove di metallo e racchiusi in altre urne di pietra, con sopra scritti i nomi dei defunti.
I lavori di muratura e di sistemazione del pavimento saranno svolti prima dell'autunno, così il sepolcreto storico potrà essere comodamente visitato e decorosamente conservato per i posteri.
Le ricognizioni avvenute alla presenza del P. Preposito e di tre padri della congregazione sono state registrate in apposito verbale ed un verbale a parte è stato fatto per le spoglie del Baronio (...). La postulazione, in collaborazione con la Congregazione romana, curerà poi la dedicazione della cappella di S.Carlo alla memoria dei discepoli di S.Filippo, come già da tempo deciso e annunziato."




Nativo di Sora ( quel che a Roma viene definito un "Burino") studiò a Napoli, venuto a Roma per completare lo studio del Diritto divenne penitente di San Filippo Neri e partecipe delle iniziative di gioioso apostolato di "Pippo Buono" fatto di: conversazioni, intrattenimenti musicali e gite "fuori porta", che fu sintetizzato con un parola: "Oratorio".
Poiché nei suoi interventi all’Oratorio prediligeva i temi della morte, delle pene infernali e degli spasimi delle anime purganti, con una delle sue straordinarie intuizioni Padre Filippo gli comandò invece di parlare solo e soltanto della storia della Chiesa: per trent’anni Cesare vi si dedicò, riprendendo dall’inizio, ogni quattro anni, la sua esposizione.

Dopo la morte di San Filippo, che si era sempre opposto, accettò la nomina a Cardinale e fu Bibliotecario di Santa Romana Chiesa.
Visse poveramente in Vaticano, conservando “in saccoccia” la chiave della sua camera nella "Vallicella" dove ogni quindici giorni si recava a sermoneggiare sempre obbediente al comando di San Filippo. Sentendo avvicinarsi la morte abbandonò il suo appartamento in Vaticano per trasferirsi definitivamente presso i suoi fratelli della "Chiesa Nuova" pesso cui sprirò il 30 Giugno 1607. Trenta cardinali presenziarono al suo funerale (praticamente un conclave dell'epoca) ed una folla immensa di fedeli partecipò alle esequie e per tanta devozione alla salma strapparono vesti e capelli come “si suole in morte di un gran servo di Dio”.
Papa Benedetto XIV riconobbe nel 1745 le virtù eroiche del Baronio e gli conferì il titolo di venerabile. La causa proseguì (e cioè non proseguì affatto) con la solita lentezza di tutte le cause di beatificazione dei membri dell'Oratorio a causa delle vicissitudini storiche (e soprattutto alla mancanza di gerarchia) della congregazione filippina. Finché nel 1968 la Congregazione delle Cause dei Santi diede alla causa del Baronio il "reponatur" proprio mentre il Postulatore P. Carlo Gasbarri aveva già compiuto un notevolissimo lavoro per la stesura e la presentazione della "Positio".

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giovedì, aprile 19, 2007

panoramiche ratzingeriane /5

Ovvero: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di...
senatore a vita (eterna)!


La rivista internazionale "30 Giorni " diretta da Giulio Andreotti nel suo numero di "Marzo 2007" in occasione dell'ottantesimo genetliaco del sedici volte Benedetto è uscita in edizione monografica con i voti augurali di ventisette Cardinali

Scrive il cardinale Angelo Sodano subentrato a Joseph Ratzinger nella carica di Decano del Sacro Collegio: "Nel conclave del 2005 è toccato poi a me, come sottodecano del Collegio cardinalizio, di chiedere il consenso all’eletto. Ricordo bene la commozione con cui gli rivolsi, in latino, la domanda di rito: «Accetti la tua elezione, fatta canonicamente, a sommo pontefice?».
Un senso di gaudio interiore pervase tutti noi non appena il neoeletto pronunciò il suo “fiat”. Gli chiesi poi: «Con quale nome vuoi essere chiamato?». E chiara fu la sua risposta: «Vocabor Benedictus XVI», «Mi chiamerò Benedetto XVI»."

Il nuovo Segretario di Stato nonchè nuovo Camerlengo di Santa Romana Chiesa, il cardinal Tarcisio Bertone scrive:
"Sta scritto nella Bibbia che gli anni della vita dell’uomo «sono settanta, ottanta per i più robusti» (Salmo 89, 10). Sì, il santo padre Benedetto XVI i suoi ottant’anni li porta assai bene, ma nella categoria dei “più robusti” egli va annoverato per ben altri motivi. Il Signore, infatti, lo ha dotato di una “robustezza” davvero eccezionale in senso intellettuale e spirituale: non solo per la vasta e profonda cultura teologica, che tutti gli riconoscono, ma anche per quella sua squisita gentilezza che non ha nulla di formale, ma esprime una straordinaria attenzione alle singole persone."

Tra l'altro scrive il cardinale Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, il quale ha preso il posto di Joseph Ratzinger quale Cardinale Vescovo di Velletri-Segni che: "motivo di stima che mi è gradito esprimere al Santo Padre è per il modo bello con cui presiede le celebrazioni liturgiche, specialmente il sacrificio eucaristico, per la sua ars celebrandi, per lo spirito di preghiera e per il raccoglimento che caratterizza i suoi movimenti, per le sue profonde omelie: tutto ciò nutre la fede e aiuta a edificare la Chiesa."


Scrive il suo successore alla "Congregazione per la dottrina della fede", lo statunitense cardinal William Joseph Levada :"come tutti hanno potuto constatare, ad esempio nel discorso pronunciato nel 2006 nell’Accademia di Ratisbona sul rapporto della fede con la razionalità moderna, papa Benedetto cerca sempre il contatto con i problemi culturali e con le urgenze del momento storico presente, cosicché la sua parola risulta sempre “attuale”, anche se non si lascia mai catturare dall’attualità, perché gli occhi del cuore e dell’intelligenza sono sempre orientati e diretti al Logos eterno che, incarnandosi, ha divinizzato l’uomo, senza dissolvere il divino nelle ambiguità e nelle opacità della storia."

Benedetto XVI è rimasto molto piacevolmente colpito dall'omaggio di "30gioni" dato che ha citato la rivista durante l'"incontro conviviale" nella Sala Ducale con i cardinali presenti a Roma il 16 aprile ringraziando tutti gli eminentissimi che si sono presi il disturbo di scrivere i loro pensieri augurali.

Nell'editoriale il senatore Andreotti scrive:
"Noi di 30Giorni abbiamo goduto di molte attenzioni del cardinale Ratzinger che più volte ci riservò interviste, scrisse per noi il saggio Lo splendore della pace di Francesco (gennaio 2002) e venne anche a presentare per noi presso la Camera dei deputati il libro Il potere e la grazia. Attualità di sant’Agostino.
Siamo oggi attorno a lui con grande entusiasmo, impegno e una grande coerenza. E non è certo convenevole il forte augurio: ad multos annos."

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martedì, luglio 11, 2006

Felici FaustoQue Ingressui anno Dom. MMVI




«Benvenuti a Moggiopoli: l’Italia mondiale è nata qui. Sotto la cupola, al telefono e sui campi: allenatore, giocatori, pure gli schemi.

Eddai lo sanno tutti, ma non si può dire: è scorretto, villano, volgare... Ma Cannavaro alza la coppa. La alza lui, che è il simbolo dell’Italia di Luciano Moggi. Uno. Felice. Fabio, il figlio di un’idea, di un modo di fare messo alla berlina senza neppure sapere che è così che funziona e non è il caso di fare i verginelli.
Quello attaccato per la telefonata intercettata: “Tu devi dirgli a Brindellone che vai via”. Cannavaro andò alla Juventus. Vergogna.
E adesso?
Adesso s’è portato il Mondiale a casa, per lui e per noi. S’è messo dietro tutti gli altri. La locomotiva del treno partito da Moggiopoli: Buffon, Zambrotta, Del Piero, Camoranesi. E poi gli altri retrocessi: Oddo, Nesta, Pirlo, Gilardino, Toni, Peruzzi e Inzaghi.

Gli impettiti signori del Financial Times non hanno avuto paura di scriverlo ieri: la Juventus è la squadra che ha inciso di più sul Mondiale di Germania, davanti al Chelsea, al Bayern Monaco, all’Arsenal, al Milan: due squadre italiane nelle prime cinque. Tutte e due nel gruppo delle corrotte. La Juve in testa. Tanti giocatori
suoi, tutti decisivi: in finale ce ne erano tanti. Perché c’è chi ha alzato la coppa e chi l’ha persa: Trezeguet, Vieira, Thuram. Poi gli altri del giro juventino del passato: Zidane, Henry, Inzaghi, Peruzzi. Gente che la Juventus ha trattato: comprato, venduto, valorizzato.
La Juventus di Luciano Moggi ... L’Italia di Luciano è campione. Perché è una squadra nata quando Moggi c’era e nessuno si aspettava che sarebbe finito.

Non ha vinto in sette partite, ha vinto dalla fine di Euro 2004, quando la Federazione scaricò Giovanni Trapattoni per prendere un allenatore diverso, senza acqua santa e con il marchio di un’identità. Fu preso Marcello Lippi: lo voleva il presidente della Figc Franco Carraro, uno che del sistema Moggi ha vissuto per molti anni. Lippi era stato scoperto da Luciano. Scudetti, Coppa dei campioni ai rigori
contro l’Ajax, Coppa intercontinentale.
Poi altri scudetti. L’addio, perché aveva capito che alla Juve aveva finito il percorso. Fu Moggi a spingere Marcello verso Roma e Coverciano. Come e perché sono sempre stati un dettaglio. Carraro lo voleva, Lippi era d’accordo. Stava bene a tutti e tre...

Campioni del mondo.

L’Italia di Moggi vince come spesso vinceva la sua Juventus: a contenere un uno a zero, a mettersi dietro ad aspettare gli altri, chiusi in difesa. Uno a zero è uguale a tre a zero: bisogna vincere e basta. Conta poter dire soltanto: “In campo conta solo il risultato”.
Francia-Italia di Berlino sembrava la finale di Champions Juventus-Ajax di Roma. Uno a uno al novantesimo, i supplementari, poi i rigori. Vittoria, vittoria, vittoria. E’ il sistema Luciano che va.
Il pallone s’è vergognato delle telefonate di Moggi e Lippi.
Come se Marcello non potesse avere amici, come se non si dovesse confrontare con gente che di pallone ne capisce. “Tienimi fuori Del Piero, stavolta”.
Dicono tutti che l’Italia ha retto fisicamente: è merito anche di questa furbizia, made in Moggiopoli. E di uno staff che è nato esattamente dove è nato questo gruppo: a casa di Lucianone. Ma non si può dire neanche questo, come nessuno si azzardi a dire che la rivoluzione tattica di questo Mondiale vinto Moggi l’aveva vista prima degli altri, meglio degli altri.

Le intercettazioni si usano soltanto quando sono fango da spargere col ventilatore. Quando si parla di calcio tornano nei cassetti. Moggi aveva segnalato a Marcello un’idea: “Devi giocare con una punta e con Totti”. L’Italia di prima giocava con due punte e Totti, l’Italia campione del mondo ha giocato con una punta e Totti. Previsti tutti i cambi, ogni sostituzione, ogni dettaglio. Chi sa fare sa capire...
Campioni.»


[Epitome di un articolo di Beppe Di Corrado sul Foglio di martedì 11 luglio 2006]

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